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Dal Galles all’Italia: il Sei Nazioni servito a freddo nel Tinello di Vittorio Munari

Le protagoniste del torneo appena concluso analizzate da un Vittorio Munari davvero senza peli sulla lingua. Con particolare attenzione al caso-Italia…
Palla a Vittorio!
NB:il file audio si interrompe al termine di una domanda. Non è un taglio brutale o una censura, è che domani c’è la seconda parte del Tinello su un argomento specifico non trattato oggi

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Il Sei Nazioni e le statistiche sono nulla (o quasi) senza la physicality: il Tinello di Vittorio Munari

Un po’ di Italia, un po’ di Benetton Treviso, un pizzico del chiacchieratissimo “invito” per Callum Braley, ma soprattutto tanti numeri sulle prime due giornate del Sei Nazioni 2019. Senza dimenticare una loro lettura sotto una luce molto particolare…
Palla a Vittorio

Se il Sei Nazioni diventa una corsa all’alibi dopo soli 80 minuti di gioco

L’Italia debutta nel torneo con l’ennesima sconfitta: a Edimburgo gara a senso unico con gli azzurri che marcano tre mete solo nel finale a partita già mandata in archivio (e negli ultimi 10 minuti avversari pure con un uomo in meno). Ma stavolta a fare discutere sono le parole post-match… Bene ragazze e U20, ma non diventino una foglia di fico

“Dobbiamo ripartire da quanto abbiamo fatto di buono”. “Dobbiamo salvare gli aspetti positivi e lavorare sugli altri”. “L’aspetto mentale è stato positivo, dobbiamo migliorare quello fisico”. “L’aspetto fisico è stato positivo, dobbiamo migliorare quello mentale”, “Dobbiamo guardare avanti”. E chi più ne ha, più ne metta.
Il fatto che la nazionale di rugby vinca poco o nulla (nel Sei Nazioni siamo arrivati a 18 sconfitte consecutive: un record. All’Olimpico non si vince dal marzo 2013, fate voi) nel corso degli anni ci ha esposti a tutta una serie di “perché” che spesso si ripetono in loop e di cui ho fornito in apertura di questo articolo un breve compendio. Parole che abbiamo sentito davvero tante volte ma che – evidentemente – sono rimaste lettera morta, che l’andazzo non accenna a cambiare. Una sorta di salvare il salvabile anche quando c’è davvero poco  nulla da salvare.
Dopo il 33 a 20 di sabato pomeriggio a Murrayfield contro la Scozia il ct Conor O’Shea ha detto “Non voglio pacche sulle spalle per gli ultimi dieci minuti. Quando giochiamo al nostro livello siamo competitivi e pericolosi”. Parole a cui qualcuno potrebbe anche finire con il crederci se non avesse visto la partita, però a quella affermazione andrebbero giusto aggiunte un paio di cose: che al minuto 70 la Scozia vinceva 33 a 3 – quindi: partita finita, 5 mete a 0 per i padroni di casa –  e che gli ultimi dieci minuti ha giocato con un uomo in meno per il cartellino giallo comminato a Berghan. Chiamiamoli dettagli, se proprio volete.

Metto subito in chiaro una cosa. Non sto criticando il ct azzurro per la formazione o il lato brutalmente tecnico, ma proprio per le sue parole perché rappresentano bene una corsa all’alibi di cui francamente ne ho fin qui. Un andazzo simile a chi lo ha preceduto, una sorta di ritirata nell’ultima casamatta verbale dopo un avvio di grandi speranze poi disattese.
Il tecnico può essere criticato per la scelta degli uomini, della disposizione in campo, del game plan e di tutto quello che volete (e ci mancherebbe) ma due cose devono essere dette a priori e non possono essere messe in discussione: O’Shea non ha lasciato a casa nessun fenomeno e il nostro migliore parco giocatori è quello che era in ritiro a Roma nei giorni scorsi, lista infortunati compresa. Detta facile: siamo molto più deboli di tutte le nostre avversarie, o meno forti se preferite giocare con le parole. Per battere la Scozia, il Galles, la Francia, l’Inghilterra e l’Irlanda sono necessarie due condizioni: che gli avversari abbiano uno spirito diciamo rilassato e che noi si giochi al 120% delle nostre possibilità. Tertium non daturOppure possiamo fare finta di nulla e raccontarcela, che è quello che facciamo da qualche anno in qua. E i risultati si vedono.

Dice: però la nazionale femminile e quella U20 hanno vinto. Vero, e sono stati bravissimi sia i putei che le ragazze. Però non usiamoli come foglia di fico. Delle azzurre ci si rammenta solo saltuariamente, quando “servono” per coprire altri disastri e vorrei sommessamente ricordare che a un gruppo di ragazze che si stavano comportando molto bene sono stati imposti tre anni “sabbatici” in cui hanno giocato solo nel Sei nazioni e senza neppure un test-match. Succedeva giusto l’altro ieri. Perciò gli applausi che l’Italdonne si merita (e dio solo sa quanti sono) vanno indirizzati alla responsabile del rugby femminile Maria Cristina Tonna, allo staff tecnico guidato da Andrea Di Giandomenico e alle atlete tutte, ovvero a gente che da anni fa le nozze con i fichi secchi e le cui richieste non vengono quasi mai ascoltate. Non meritano di essere “usate” per tappare altri buchi alla bisogna.

L’U20? Sono molto felice per la vittoria di venerdì sera in Scozia: non era affatto scontata ed era la prima uscita del nuovo gruppo dopo un biennio che ha fatto davvero bene e che ci ha dato grandi speranze. Quei ragazzi sono importanti, dovrebbero essere il futuro del nostri rugby d’elite. Sì, ho usato il condizionale, perché i fatti del presente e la storia degli anni passati ci dice che il 90% abbondante di quei giovani lo perdiamo proprio nel momento in cui dovrebbero fare il salto di qualità. Quindi non “usiamo” neppure loro, che non se lo meritano, esattamente quanto le ragazze.
E comunque, per quanto bene facciano azzurre e azzurrini non sara mai abbastanza per coprire i tanti passaggi a vuoto della nostra nazionale maggiore, che lo ricordo è unanimemente riconosciuta come la locomotiva del nostro movimento. E io non ho mai visto un convoglio sostituire una locomotiva.

ps: pare che il gruppo azzurro negli ultimi giorni sia stato colpito da un attacco febbrille gastro-intestinale e che non si sia potuto preparare al meglio. Cosa che di sicuro non ha aiutato, però va pure detto che uno dei pochissimi aspetti positivi della gara con la Scozia è stata la tenuta fisica. Quindi boh, non darei un grosso peso alla cosa.

Il Sei Nazioni e una influenza che val bene un Tinello tinto d’azzurro speranza

Un Vittorio Munari febbricitante ci porta per mano nel torneo più atteso e amato. Una edizione caratterizzata dal Mondiale nipponico che scatta a settembre e che vede l’Italia cercare una vittoria dopo tre edizioni di sole sconfitte. Ma sarà complicato.
E poi ci sono quelle parole di Conor O’Shea…
Palla a Vittorio!

Sei Nazioni 2019: il bilancino del torneo, prima che la palla inizi a rimbalzare

Un giochino, quasi inevitabile nei giorni immediatamente precedenti al via ad ogni Sei Nazioni. Un giochino che lascia un po’ il tempo che trova e che spesso mostra la corda già dopo i risultati dei primi 80 minuti di gioco. Però lo faccio lo stesso.

Chi vincerà il Sei Nazioni 2019?
L’Irlanda. Cioè, penso che sarà l’Irlanda. Dovrebbe essere l’Irlanda. Il buon senso dice questo. Sono forti (anzi, no: fortissimi), hanno idee chiare, hanno abbondanza di uomini e sono guidati da uno staff tecnico di livelli eccelsi. Hanno una gestione delle risorse – leggi: i giocatori – calibrata per tutta la stagione che rasenta la perfezione. Sanno battere gli All Blacks. Nel senso che sanno come si fa e lo hanno anche fatto.
Certo le giornate storte capitano a chiunque, il Sei Nazioni è un torneo particolare, è l’anno del Mondiale e bla bla bla… Però siamo onesti: qualsiasi risultato diverso dalla vittoria finale sarebbe un mezzo fallimento. Lo dice il buon senso, che però non rimbalza sul campo come una palla ovale.

Chi può rompere le uova nel paniere all’Irlanda?
Solo due squadre possono aspirare a volare a quelle altezze. Sempre sulla carta, s’intende, che poi vedi mai… Chi sono? Inghilterra e Galles. Due formazioni che hanno i loro problemi ma che hanno a loro portata anche le soluzioni. Eddie Jones deve fronteggiare anche una stampa che sa diventare ostile come poche altre, e non è un problema secondario, così come non è secondario il fatto che l’Inghilterra (assieme alla Francia) sia la nazionale che conta sul parco giocatori più usurato dai club, al netto degli accordi tra società e federazioni.
Il Galles ha il grande vantaggio di arrivare al torneo a fari spenti o quasi, se ne parla pochissimo: Gatland avrà le sue belle gatte da pelare ma rispetto a Jones probabilmente sta come un pascià. E ha a sua disposizione una squadra davvero forte.

Quelli che possono mischiare le carte
Anche qui sono due: Scozia e Francia. I motivi sono chiaramente diversi ma se arrivassero a giocarsi la vittoria finale nel torneo all’ultima giornata non sconfineremmo nella fantascienza. Il XV del cardo sa giocare e mettere in difficoltà chiunque, è in grado di farti stropicciare gli occhi e c’è la voglia di spaccare il mondo per fare l’ultimo salto di qualità. I limiti sono un bacino molto più limitato rispetto a quasi tutti gli avversari e una capacità di incassare (con relativa eventuale reazione) ancora da verificare fino in fondo.
Pregi e difetti della Francia sono invece ormai gli stessi da diversi anni in qua: una identità poco chiara, qualche dubbio su alcuni ruoli importanti, soprattutto un ambiente che non sa più da tanto tempo che cosa significhi giocare con serenità. Ma anche tanta, tantissima qualità. Noi la affronteremo all’ultima giornata, e non credo che per gli azzurri sarà un vantaggio.

Quella che parte per farsi il meno male possibile
Rimane solo l’Italia. Il gruppo azzurro è il meno completo, il meno solido (anche mentalmente) e quello con il bacino di riferimento più limitato. Nelle ultime tre edizioni non abbiamo vinto nemmeno una partita: inutile nasconderlo, siamo di gran lunga i candidati numero uno al cucchiaio di legno e/o all’ultimo posto. In una ideale sfida uno-contro-uno praticamente nessuno dei nostri uomini toglierebbe il posto a un collega delle formazioni avversarie. Giusto Parisse e Campagnaro. Questo al 29 gennaio, ovviamente. Il Benetton Treviso sta facendo una grande stagione e ci si augura che questo porti benefici anche all’azzurro. Speriamo, ma non dimentichiamo che a controbilanciare c’è l’annata invece molto difficile delle Zebre e che il trapasso franchigia-nazionale non è immediato.
Si inizia da Murrayfield, contro la Scozia, gara estremamente complicata. E una delle più abbordabili per noi, in teoria. Scenderemo in campo per vincerla, va da sé, ma uscirne con una grande prestazione sarebbe già tanto. Lo dice il buon senso che però, come ho scritto prima, non rimbalza sul campo come una palla ovale.