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Riconoscere il problema è il primo passo per poterlo superare. Ma non nel rugby italiano

Lo sapevate che nella classifica dei giocatori che hanno perso più test-match 9 su 10 hanno vestito la maglia azzurra nell’ultimo ventennio? E si tratta di atleti di assoluto livello, gente che ha sempre dato tutto. Vuol dire che qualcosa non funziona (eufemismo) a livello strutturale, però sembra che il problema siano quelli “che non vedono mai le cose positive”…

Uno dei (tanti) mantra che si scrivono/leggono/sentono nel non popolatissimo mondo del rugby italiano è quello che dice “basta con i commenti negativi”. Oppure: “perché sottolineare sempre le cose che non vanno e mai invece quelle positive?”.
Ecco, io mi sarei un po’ stufato. Un po’ perché non è vero che le cose positive non vengono messe in risalto, ma il problema (forse eh) è che sono meno – molte meno – di quelle negative. E no, non lo dice questo blog, lo dicono i numeri. E no, i numeri non lo dicono da un mese o due, o da un anno o due. Lo dicono da circa 20 anni. Che mi sembra un lasso di tempo abbastanza lungo per dare una colorazione all’andazzo del nostro movimento.

Quindi no, non sono io che meno sfiga o faccio l’uccellaccio del malaugurio, credo anzi di potermi definire un realista, senza tema di essere smentito. Perché non posso – o meglio: non voglio più – accontentarmi più del miglioramento in un aspetto del gioco quando per una sorta di vaso comunicante si peggiora al contempo da un’altra parte. Non voglio più accontentarmi di vittorie-exploit (rarissime, peraltro) che lasciano il tempo che trovano. Sorvolando sul fatto che poi nel 90% dei casi poi si perde. Che alla fine la domanda vera non è se io non mi sono stancato di scrivere sempre le stesse cose, ma se voi non vi siete stancati di leggerle.

Volete una fotografia degli ultimi 20 anni? Prendete Sergio Parisse, Martin Castrogiovanni, Marco Bortolami. E poi Ghiraldini, Zanni, Mauro Bergamasco, Andrea Masi e Andrea Lo Cicero. Sono praticamente il meglio che ha prodotto il nostro rugby nelle ultime due decadi, un fuoriclasse assoluto e tanti campioni veri, gente che sul campo e fuori ha messo cuore, intelligenza e grinta. Giocatori che hanno dato tutto quello che potevano, che non si sono mai tirati indietro, un esempio per chiunque corra su un prato con le grandi H. In alcuni casi per qualche stagione sono stati i migliori al mondo (o quasi) nel loro ruolo e hanno fatto grandi anche le squadre con cui giocavano, perfino nei super-competitivi campionati inglesi e francesi. Atleti e uomini che hanno inevitabilmente avuto anche dei passaggi a vuoto perché la vita alla fine è quella cosa lì. Gente a cui non si può davvero rimproverare nulla e che merita solo di essere applaudita.

Bene, sapete cosa altro hanno in comune? Che se viene stilata la classifica dei giocatori della Tier 1 che hanno perso più partite con la maglia della nazionale i loro nomi ci sono tutti, perché gli atleti azzurri occupano ben nove posizioni su dieci. Metteteci dentro tutte le partite che volete tra Sei Nazioni, Test-match e Mondiali. Venti anni, o quasi di questo sport. Colpa loro? Beh, qualcosa l’hanno di sicuro sbagliata, come tutti, ma se il gotha del nostro rugby sta tutto lì dentro forse la questione è un po’ più profonda e strutturale. La malattia non sono Parisse, Castro e compagni, anzi. Le loro tantissime sconfitte sul campo sono il sintomo di qualcosa su cui non potevano avere il controllo.
La classifica l’ha pubblicata il Daily Telegraph un paio di settimane fa a corredo di una intervista a Sergio Parisse, prima della sfida contro l’Inghilterra in quel di Twickenham. Il dato del capitano e di Ghiraldini va ahimè quindi aumentato di un paio di ko.

Se campioni di tal fatta sono lì tutti assieme forse il vero problema è continuare a raccontarsi che stiamo comunque crescendo. Forse, s’intende.
Intanto beccatevi la classifica e come si dice da quelle parti: no caption needed.

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Zani e Parisse i due grattacapi per O’Shea, il vero mal di testa però si chiama Minozzi

Dalla pagina facebook delle Zebre (ph. Stefano Delfrate)

Stagione appena iniziata e subito arrivano i primi infortuni: il capitano a inizio ottobre dovrebbe già essere pronto, per il pilone invece lo stop è di 4-5 mesi. E per il giovane trequarti delle Zebre si va a dopo il Sei Nazioni…

“Manca solo un anno alla Coppa del Mondo e la qualità dei test match di preparazione che abbiamo organizzato riflette sia le nostre ambizioni, sia la direzione che vogliamo avere come movimento. Abbiamo deciso di avere una serie di test che ci consentano di arrivare ai Mondiali dopo aver giocato contro i migliori, pronti non solo a giocare ma a vincere grandi partite”. Mentre veniva diffuso il comunicato FIR con le parole del ct Conor O’Shea sul programma pre-mondiale dell’Italia (10 agosto 2019 gara contro l’Irlanda, il 30 dello stesso mese contro la Francia, il 6 settembre a Newcastle sfida agli inglesi. In mezzo, il 17 agosto il test con una squadra di Tier 2 ancora da definire. Un programma tosto, senza dubbio) probabilmente il tecnico irlandese stava pensando a questo: “!@$&!?£!!”.
No, non sono impazzito, ma sono sicuro che gli improperi del responsabile tecnico della nostra nazionale sono arrivati molto in alto alla notizia degli infortuni di Zani e Minozzi dopo la prima partita stagionale con Benetton Treviso e Zebre nel Pro14.

Questa la situazione, così come la racconta R1823:La Benetton Treviso ha comunicato che il proprio atleta Federico Zani, a causa del distacco del tendine del bicipite del braccio destro avvenuto in uno scontro di gioco lo scorso sabato nel match vinto contro i Dragons, è stato sottoposto a intervento chirurgico presso il policlinico di Abano Terme dall’equipe del dott. Micaglio. L’intervento è riuscito alla perfezione.
Nella giornata di ieri l’estremo delle Zebre Matteo Minozzi é stato sottoposto a intervento chirurgico presso la Clinica Villa Stuart di Roma dal Prof. Pier Paolo Mariani. Minozzi ha subito la ricostruzione della capsula articolare e la neurolisi del nervo sciatico popliteo esterno del ginocchio destro, lesionato durante l’infortunio di gioco di venerdì scorso allo Stadio Lanfranchi di Parma nella sfida tra la franchigia federale e i sudafricani Southern Kings. L’intervento è riuscito; l’atleta ora dovrà osservare 15 giorni di riposo assoluto per poi iniziare la fisioterapia. Successivamente il numero 15 padovano alla sua seconda stagione con le Zebre dovrà sottoporsi a un secondo intervento chirurgico per la ricostruzione legamentosa”.

Per il pilone del club biancoverde lo stop previsto è di 4/5 mesi, diciamo che nella seconda parte del Sei Nazioni potremmo rivederlo in campo. Un grattacapo per il Benetton ma anche per O’Shea che però può contare su altri nomi. Il problema vero in chiave azzurra è lo stop di Minozzi, che sarà lunghissimo: incrociando le dita e sperando che il recupero fili via senza nessun intoppo potremo rivedere in azione il 22enne nell’ultimissima fase della stagione, sicuramente dopo il Sei Nazioni.
In linea teorica tra le carte a disposizione di O’Shea ci sono atleti che possono sostituire il giovane trequarti ma in realtà oggi non c’è nessuno che può davvero prendere il suo posto. L’esplosività, la velocità, la capacità di saltare l’avversario anche in spazi molto stretti fa di Minozzi (purtroppo) un unicum nel gruppo azzurro. L’unico altro giocatore che ha tutte queste qualità è Campagnaro. Hayward può sostituirlo egregiamente, verissimo, in questo momento è l’opzione migliore ma è un giocatore diverso, nella fase difensiva dà qualcosa in più ma non è imprevedibile come il ragazzo di Padova. Non ha quella reattività.

Detto fuori dai denti Minozzi è un atleta dal talento vero, cristallino, e in un gruppo che nel suo complesso è povero di quel prezioso materiale questo è un grosso problema. Checché se ne dica non abbiamo quell’abbondanza che invece servirebbe, non ancora almeno. Minozzi, con Campagnaro e Parisse (a proposito: problema al polpaccio anche per il capitano, ma in 4-5 settimane sarà di nuovo in campo) sono gli unici azzurri che hanno quello che oggi in tanti chiamano per comodità X factor. Questo detto senza minimamente mancare di rispetto agli altri, non dovrei nemmeno sottolinearlo, ma il problema – ahimé – rimane tutto.
A lunedì.

Da qui al Mondiale, via a una lunghissima stagione ovale. Calda soprattutto per l’Italia

Saranno mesi importanti, forse determinanti per il nostro movimento: per la nazionale maggiore, per quella delle ragazze, per l’U20, per le formazioni celtiche e per il nostro campionato. Si aspettano risposte, interventi e (almeno) un po’ di risultati dal campo. A partire da Italia-Georgia

Metto subito le mani avanti, giusto per chiarire i termini della questione: negli ultimi 20 giorni (più o meno) di rugby ho letto poco e non ho visto nulla. Ero in ferie, con un fuso orario di parecchie ore. Non so nemmeno se DAZN ha un sistema di geolocalizzazione che blocca la visione quando sei all’estero, ché a dirla tutto non ci ho nemmeno provato. Ma ero in vacanza, eccheccazzo (si può dire, vero?). Le partite del Rugby Championship, le amichevoli celtiche e la prima giornata del Pro14 sono per me solo una serie di risultati, nulla di più. Premessa terminata.

La stagione 2018/2019 sarà molto importante. Intanto sarà lunghissima e si chiuderà di fatto con un epilogo che si chiama Mondiale, e scusate se è poco. Sarà però soprattutto un’annata decisiva per il nostro movimento: la nazionale a novembre sarà impegnata in quattro test-match di livello: l’Irlanda a Chicago e poi – sul suolo italiano – Georgia, Australia e Nuova Zelanda. Quella con gli All Blacks è di sicuro la più mediatica ma a dispetto del ranking mondiale quella più importante è senza dubbio quella con la Georgia. Importante e rischiosa. Sono anni che i risultati mediocri della nostra nazionale – quando non palesemente negativi – alimentano il fuoco delle polemiche sulla nostra presenza nel Sei Nazioni, con la federazione di Tbilisi che le cavalca per ritagliarsi un qualche spazio su quel palcoscenico. Ora le due formazioni si troveranno di fronte per una sfida che come dicevo per noi è molto rischiosa: in caso di vittoria avremmo semplicemente fatto il nostro dovere, una sconfitta sarebbe invece un vero disastro.

Il XV azzurri arriva poi da tre anni che definire complicati è un complimento: dopo la RWC in terra inglese la nostra nazionale ha giocato 29 partite, ne ha vinte solo 5 e perse ben 24. L’ultima nostra affermazione nel Sei Nazioni risale al 2015… Urge una inversione di rotta. Sullo sfondo c’è pure la questione del rinnovo contrattuale dello staff tecnico, cosa che mi auguro non sia messa in discussione.
E mentre anche la compagine femminile sta cercando di rimettersi in carreggiata dopo almeno un paio di stagioni al di sotto delle attese è la nazionale U20 che negli ultimi mesi ha portato sorrisi e speranze: ci si augura che le cose possano rinsaldarsi per proseguire sul cammino intrapreso nell’ultimo biennio per dimostrare che i risultati ottenuti in quel lasso di tempo siano un qualcosa di strutturale e non legate a una più o meno fortuita nascita e/o concentrazione di talenti. Staremo a vedere, ma la parola “conferme” dalle nostre parti è quella che più ha latitato nelle ultime due decadi. Speriamo.

C’è il Pro14: Treviso e Zebre hanno iniziato con il piede giusto la stagione battendo rispettivamente Newport Dragons e Southern Kings, ma non va dimenticato che sono state le due formazioni che nell’ultima annata hanno raccolto (di gran lunga) meno punti: 20 per i gallesi e addirittura solo 11 per i sudafricani. Le stesse Zebre, terz’ultime, hanno raccolto 36 punti vincendo 7 gare, ovvero più del doppio di quelle vinte dalle altre due messe assieme.
Si dice che chi ben comincia è a metà dell’opera, speriamo sia così: Treviso ha le carte in regola per fare un salto di qualità, la formazione di Parma deve proseguire un cammino inevitabilmente accidentato ma che sembra essere quello giusto. Però di promesse e speranze abbiamo fatto il pieno in questi anni, servono risultati e perciò ne riparliamo a maggio.

Infine c’è l’Eccellenza, pardon, Top12. Qui il “boh” è di quelli davvero grossi: il nostro massimo campionato nazionale è la cartina al tornasole di quello che non ha funzionato a livello strutturale dell’inizio dell’avventura celtica. Un torneo depauperato e lasciato a languire in un limbo che non è di aiuto a nessuno. Da quest’anno si torna a 12 formazioni, la Lega dei Club è ancora una discussione filosofica e l’interesse economico-mediatico è quello che è, ad essere buoni. I piani alti della FIR continuano a definire il nostro domestic come la “palestra” in cui si formano i nostri giocatori. Pure i nostri arbitri e i nostri dirigenti, aggiungo io. Forse è il caso di farsi qualche domanda e di darsi qualche risposta. E magari pure di intervenire. Discorso che vale per tutte le parti in causa, non solo per la federazione.
Buon rugby a tutti.

Due anni fa (meno un mese) Lomu passava l’ultima palla. Un ricordo tutto da ascoltare

Tra un mese ricorre il secondo anniversario della morte del giocatore che ha cambiato il rugby dentro e fuori dal campo (o che per lo meno fa da simbolo a quel cambiamento) ma il prossimo 18 novembre saremo nel pieno marasma dei test-match, quindi Il Grillotalpa gioca d’anticipo e ricorre a un programma radiofonico di Radio Due che si chiama “Ettore”…

Il 18 novembre 2015 a Auckland si spegneva per sempre Jonah Lomu. Un anno e 11 mesi fa, spaccati. Lo so, il vero anniversario è tra un mese da oggi, ma il 18 novembre prossimo l’Italia affronterà a Firenze l’Argentina in un test-match molto importante. Quel giorno oltretutto si giocheranno in giro per l’Europa altre gare interessanti come Galles-Georgia o Irlanda-Fiji, per non parlare di sfide del calibro di Inghilterra-Australia, Scozia-All Blacks e Francia-Sudafrica. Spazio per ricordare il giocatore più iconico e uno dei più forti dell’intera storia del rugby ce ne sarà davvero poco. Quindi ho deciso di anticipare il tutto a oggi.

E come ricordare un simbolo del genere? Il caso mi è venuto in aiuto: per una serie di coincidenze che sarebbe lungo e noioso raccontare qualche giorno fa mi sono ritrovato sulla pagina web di uno dei miei programmi radiofonici preferiti in assoluto. Si chiama Ettore, va in onda ormai da un paio d’anni su Radio Due e si tratta di un appuntamento settimanale in cui si raccontano in maniera un po’ anomala ma assolutamente interessante personaggi reali o di fantasia che conosciamo un po’ tutti. A condurlo è Michele Dalai, un appassionato (anche) di rugby che il 12 gennaio 2016 fece una puntata su Jonah Lomu, facendosi qua e là “aiutare” da L’uragano Nero, il libro scritto da Marco Pastonesi. Ve la ripropongo. Non è una trasmissione specificatamente sportiva, o tecnica, qui si racconta l’uomo e l’ambiente in cui è nato e cresciuto. Non è diretta ai soli appassionati, ma aperta a chiunque piacciano le storie di grandi uomini e – in questo caso – di grandi sportivi. Quindi non fate troppo i sofisti e cogliete – o cercate di cogliere – l’essenza della cosa.
Il file dura un’ora e 20 minuti, ma non spaventatevi, il racconto di Dalai è inframmezzato da diverse canzoni che sono presenti: basta spostare avanti il cursore che indica il tempo e si saltano.
Beh, a voi:

PER ASCOLTARE LA PUNTATA DI “ETTORE” DEDICATA A JONAH LOMU CLICCATE QUI

Nel Tinello di Vittorio Munari arrivano le nuove regole sul placcaggio alto. Che però non ci sono.

Si fa un gran parlare delle nuove regole che sanzionano i placcaggi alti, però World Rugby non ha promulgato nessuna nuova norma, bensì ha “solo” invitato a una sorta di tolleranza zero. Cosa che peraltro aveva già fatto prima della RWC 2011, rimanendo inascoltata. E in questa stretta forse c’entra pure la NFL. Intanto arbitri, giocatori e soprattutto allenatori devono cambiare approcci e allenamenti. A volte pure alcuni insegnamenti.
Vittorio Munari prende la palla e ci porta dentro la mischia: kick off!