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Parole, slogan e ritorni annunciati: la palla ovale torna a raccontarsela intorno al Flaminio

“Lo stadio Flaminio deve tornare ad essere la casa del rugby”. Non si contano le volte che lo abbiamo sentito dire in questi anni. L’ultima è successa giusto ieri…

Nel luglio 2011 la notizia che l’Italia del rugby lascia il Flaminio per accasarsi allo Stadio Olimpico. Le parole di commiato dell’allora presidente FIR Giancarlo Dondi sono queste: “Dopo undici anni diamo l’arrivederci allo Stadio Flaminio, un impianto che ci ha regalato momenti indimenticabili a cominciare dall’esordio contro la Scozia del 5 febbraio 2000, per portare il più antico e prestigioso torneo del rugby internazionale sul palcoscenico più importante dello sport italiano”.
Ieri l’assessore allo sport del Comune di Roma Daniele Frongia ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Io e la sindaca Raggi abbiamo ricevuto una nota ufficiale del presidente del Coni Malagò contenente un progetto realizzato con la Fir per far tornare il Flaminio la casa del rugby”.

In questo arco di temporale di poco più di 7 anni abbiamo sentito di tutto: proclami di rilancio, progetti, annunci, smentite. Il Flaminio che diventa stadio del Seven, che entra nel dossier per portare i Mondiali di rugby del 2023 in Italia e le Olimpiadi del 2024 a Roma. Stadio che deve essere sede della nazionale femminile e – ovviamente – della terza franchigia celtica. O della seconda, tutte quelle volte che si parla di trasferire le Zebre al sud.
Ovviamente non succede nulla: probabilmente una qualche reale volontà di sistemare quello stadio c’è, ma alla fine al momento si sono rivelate tutte chiacchiere mentre nella struttura crescono erbacce alte quanto un uomo.
Le responsabilità sono di tutti e quindi di nessuno: dalle amministrazioni comunali di ogni colore fino alla famiglia Nervi che considera la struttura una specie di Colosseo moderno (nel frattempo a Londra, buttano giù un tempio come Wembley per rifarlo meraviglioso, più bello di prima).
Ho raccolto una serie di dichiarazioni rilasciate in questi anni, le ho ordinate in ordine cronologico. Viene detto di tutto e il suo contrario, a volte dalla stessa persona nello spazio di qualche mese.
Magari stavolta è la volta buona. Magari. Però non offendetevi se non ci credo un granché…

21 novembre 2012 – Gianni Alemanno, sindaco di Roma
“Vogliamo consegnare il Flaminio in modo che diventi la casa del rugby, ma così come è oggi è troppo piccolo. Abbiamo studiato varie forme di ampliamento, ma la sovrintendenza, Renzo Piano e la Fondazione Nervi, hanno ritenuto questi progetti presentati dalla Federazione del rugby non adeguati, quindi si sta procedendo con un concorso internazionale per l’ampliamento e il restauro del Flaminio”.

17 gennaio 2013 – Gianni Alemanno, sindaco di Roma
“Ormai è consolidato che il Flaminio non basta più. Ci vuole l’Olimpico per il rugby italiano e questo per noi è una grande soddisfazione”.

2 maggio 2015 – Ignazio Marino, sindaco di Roma
“Stiamo scrivendo un bando rivolto agli imprenditori privati nel settore dello sport e sono convinto che ci sarà chi accetterà di avere in affidamento un’opera così prestigiosa per restituirla alla sua antica bellezza e far sì che possa essere utilizzata anche da bambini e ragazzi che non hanno disponibilità economica per fare sport come scherma, nuoto, rugby o calcio”.

16 dicembre 2015
Su Il Tempo si legge che lo Stadio Flaminio sarà la struttura destinata al torneo di Rugby Seven. L’ex casa dell’Italrugby potrebbe essere pure adibita per gli sport equestri, in particolare per il salto ad ostacoli.

12 maggio 2016 – Alfredo Gavazzi, presidente FIR
“Auspico che quando avremo la possibilità di schierare tre franchigie in Celtic League lo stadio Flaminio sia disponibile per il rugby perché è il miglior stadio che io conosca in Italia. Abbiamo bisogno di una casa a Roma perché lo sviluppo della nostra attività non può che passare attraverso una casa a Roma e quindi auspico che questo diventi lo stadio del rugby nel prossimo futuro”.

21 luglio 2016 – Marcello Minenna, assessore al Bilancio del Comune di Roma 
“Sulla manutenzione dello Stadio Flaminio c’è una posta da 6 milioni e 200 mila euro per opere di adattamento alle attività sportive del rugby che non si è mossa da almeno tre anni. Per questo ho avviato nella delibera di Giunta approvata ieri un lavoro strutturale: l’ho chiamato un carotaggio delle poste fantasma”.

10 ottobre 2016 – Carlo Tavecchio, presidente FIGC
Il Flaminio è in stato fatiscente e non lo dico io e quindi noi diamo la disponibilità a qualsiasi tipo di ragionamento anche in consorzio con altri”.

11 marzo 2017 – Alfredo Gavazzi, presidente FIR
“Pensiamo di poter comprare lo stadio Flaminio entro la fine dell’anno. Ma Roma è Roma. Ci vuole tempo. Abbiamo il problema di cercare qualcosa che sia a misura delle nostre esigenze, pertanto, assieme a Malagò abbiamo pensato un’idea per risistemarlo e riportarlo alle sue origini. Per recuperare un patrimonio importante per la città di Roma e per lo sport in generale”.

29 giugno 2018 – Alfredo Gavazzi, presidente FIR
Sposteremo i nostri uffici dall’Olimpico al Flamino e, oltre al campo, sfrutteremo strutture e servizi, palestre e piscine incluse. Ci vorranno un paio di anni.

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Treviso, Zebre, un po’ di azzurro e quel passo in più che ora dovrebbe fare Pronti al Cambiamento

Dove si parla delle partite delle nostre due formazioni celtiche in Challenge Cup, della terza coppa europea, del ritiro della nazionale azzurra in vista dei test-match. E dove si parla anche delle accuse di “magheggio” (questa la parola usata nella loro newsletter) contabile rivolte alla FIR da Pronti al Cambiamento, che però a questo punto dovrebbe fare un passo in più, altrimenti…

Lo Statuto dice, lo Statuto fa: breve storia triste di bilanci approvati (in ritardo) e non pubblicati

Il Bilancio Consuntivo FIR è stato approvato una settimana fa, ma non è ancora disponibile. Il motivo? Prima di diventare pubblico deve avere il sì della giunta del CONI. Lo dice lo Statuto federale. Ma secondo quello stesso regolamento il Bilancio doveva essere approvato sei mesi fa. E sul Bilancio preventivo 2018…

Gli inglesi dicono “less is more” (anche se a onor della precisione va detto la frase fu coniata da un architetto tedesco, Ludwig Mies van der Rohe), quindi sarò velocissimo.
Mercoledì 10 ottobre, in quel di Bologna, il Consiglio Federale ha approvato il Bilancio Consuntivo 2017. O goia, o gaudio. Doveva essere approvato entro sei mesi fa, secondo quanto previsto dallo Statuto FIR, però non vogliamo mica formalizzarci su queste quisquilie, no? Cosa volete che siano sei mesi, su. Gufi disfattisti.
Tra l’altro, come recita il comunicato dell’11 ottobre, “Il bilancio, dopo una svalutazione del magazzino pari a 400.000€ circa, presenta un utile di euro 421.414€”. Evviva, il futuro ci sorride.

Però non sarebbe poi così brutto poterlo scaricare, leggere. Stamparlo per il puro gusto di farlo. Ma non si può, ancora non c’è. Sul sito FIR alle 9 del mattino del 17 ottobre nella pagina dei Bilanci Consultivi siamo fermi al 2016. Calma e gesso, su, che fretta c’è?
Comunque bisogna essere onesti: non è colpa della FIR, il fatto è che il Bilancio per essere pubblicato deve ricevere prima il via libera della Giunta del CONI. Lo dice chiaro e tondo lo Statuto federale, quindi non si può certo derogare. Sì, lo stesso Statuto in cui si legge che il Bilancio Consuntivo va approvato entro fine aprile.
Lo stesso documento che dice che il Bilancio Preventivo deve essere approvato entro il 30 novembre dell’anno che lo precede: il Bilancio Preventivo 2018 è stato però approvato ad aprile scorso, con un ritardo di cinque-sei mesi circa, e non è stato ancora pubblicato. Ma non vorrete mica fare i gufi disfattisti, no? Non state a spaccare il capello, su, rosiconi…
Ecco, io lo so che due torti non fanno una ragione, però direi che così non va bene. A naso eh.

Il Tinello di Vittorio Munari: dove va il rugby? Il conducente se lo sta chiedendo?

Anni fa (troppi ormai) il mio amatissimo Nick Cave pubblicò assieme ai fidi Bad Seeds un disco che si intitolava The boatman’s call. Dentro c’era un pezzo che si chiamava Where do we go now but nowhere, non credo serva una traduzione.
Vittorio Munari torna sul dove ci eravamo lasciati nell’ultimo Tinello, ovvero alla domanda “dove sta andando il nostro rugby”? No, ancora meglio: “qualcuno si sta chiedendo dove sta andando il nostro rugby”?
Si parla di professionismo, nuovi mercati, Augustin Pichot, business e salute dei giocatori rimbalzando continuamente tra Nuova Zelanda, Francia, Inghilterra e Italia, tra federazioni e club… Palla a Vittorio!

Di valori e giornalismi, di All Blacks ed equilibri (forse) al ribasso

Parlare del caso Sami Panico senza parlare troppo di Sami Panico è possibile? Forse, qui almeno ci si prova. E poi quelli che non aspettano altro che attaccare il rugby e i rugbisti che stanno sempre con il ditino alzato a dare lezioni di morale al mondo. Quindi il Rugby Championship e lo stato delle cose nel Pro14 e nel nostro massimo campionato nazionale

DELLA VICENDA DI SAMI PANICO PARLA ANCHE R1823. CLICCATE QUI