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Dalla Champions Cup fino al presente, passato e futuro del torneo celtico: un Tinello di Vittorio Munari imperdibile

Le semifinali della massima competizione europea che i giocano questo fine settimana danno il “la” a Vittorio per addentrarsi nei meandri del Pro14, del Pro12 e della fu Celtic League. Per parlare di Irlanda, Galles, Scozia ma soprattutto di Italia e dei suoi problemi.
Palla a Vittorio!

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Ammirate, criticate, accusate e applaudite: sull’anomalia Fiamme Oro

La vicenda Marusso-Ambrosini ha rimesso nell’occhio del ciclone la squadra cremisi, che qualunque cosa si pensi in merito è oggettivamente un unicum nel panorama ovale italiano

E’ che a noi italiani piace molto schierarci in maniera manichea, trasformare le normali contrapposizioni o financo le semplici divergenze di opinione in una sorta di guerra di religione. E chi sta dall’altra parte è il nemico a cui non si può concedere nulla, salvo poi cambiare completamente idea quando la cosa si fa conveniente e cercare di far credere al mondo di essere stati in realtà sempre molto coerenti. Insomma, l’altro ha sempre torto.
La vicenda raccontata ieri su questo e altri blog circa le dimissioni del presidente del San Donà Alberto Marusso dal suo ruolo di portavoce del Coordinamento dei Club di Eccellenza ha scatenato molte polemiche. Obiettivo di queste ultime sono le Fiamme Oro: la società cremisi avrebbe infatti messo sotto contratto per la prossima stagione James Ambrosini, in scadenza di contratto ma che ha vestito la maglia dei veneti fino allo scorso fine settimana. La cosa avrebbe scatenato le ire di Marusso che ha deciso di lasciare quel ruolo di cui sopra. E quando si parla di Fiamme Oro i pareri si fanno manichei, si perde un po’ la freddezza di giudizio: c’è chi le detesta e le accusa di falsare il nostro massimo campionato e chi le difende a spada tratta.

A me, in realtà, la situazione sembra molto semplice: le Fiamme Oro sono un’anomalia. Non c’è nulla di accusatorio nelle mie parole, non sono giudizi di merito, lo dico/scrivo con il massimo rispetto possibile, ma quello sono: una oggettiva anomalia che ha aspetti positivi e negativi.
Non possono fallire (a meno che il ministero decida di chiuderle, ma quella è un’altra faccenda) e dipendono da soldi pubblici, per giocarci gli atleti devono fare il concorso che li fa diventare poliziotti a tutti gli effetti e quindi stipendiati con soldi pubblici. Soprattutto: per la loro stessa natura e per le loro caratteristiche sono l’unica squadra che garantisce il futuro degli atleti (di tutti i suoi atleti) anche una volta appesi gli scarpini al chiodo. D’altronde, sono poliziotti, dipendenti pubblici. Negli altri club solo alcuni diventano tecnici o dirigenti, alle Fiamme oro uno stipendio viene garantito sino alla pensione a tutti, nessuno escluso.
Ora, io scrivo queste cose senza voler accusare oppure offendere chicchessia, ne prendo semplicemente atto. Non credo che le Fiamme Oro violino regole e/o normative, la loro natura è quella. Come affermavo prima: sono un’anomalia e in questa cosa non ci trovo nulla di male, purché si abbia l’onestà di prenderne atto.

Le Fiamme Oro non sono sleali, non si comportano in maniera “illegale” come qualcuno sostiene senza mezzi termini, ma è come se giocassero a carte insieme agli altri con un mazzo che però nel loro caso – e solo per loro – ha anche i jolly.
Anche qui: nessuno me ne voglia, ma è oggettivo. Puoi mettere sul tavolo soldi che non tiri fuori direttamente dalle tue tasche e puoi promettere una intera carriera che tra campo, reparto e uffici può durare anche più di 40 anni. Rimarrebbero un’anomalia anche se i nostri club d’Eccellenza fossero ricchi come il PSG o il Manchester City, lo sono chiaramente ancor di più in un panorama in cui le società in molti casi fanno una fatica terribile ad arrivare a fine stagione.
Sono sleali? No, usano le loro carte. Ancora meglio: usano le carte che hanno e che chi gestisce il rugby permette loro di usare. Il vero punto è questo. Se domani uno sceicco comprasse il Mogliano e mettesse sotto contratto Sexton, Itoje e Kieran Read è chiaro che scompaginerebbe l’intero panorama del rugby italiano ma lo farebbe mantenendo la stessa natura sua e quella delle sue avversarie. Sarebbe più ricco, e quindi più organizzato, con la possibilità di attirare a sé i giocatori più forti, ma differenze economiche a parte (che chiaramente un dettaglio non sono) non sarebbe poi così diverso dal San Donà, dai Medicei o dal Calvisano. La stessa cosa non si può dire per le Fiamme Oro.

Perché sono un’altra cosa, hanno un’anima che è unica e diversa. Non migliore o peggiore, solo diversa. Le Fiamme Oro sono un’anomalia e come tale andrebbero trattate, che altrimenti il rischio di stravolgere una corsa alla lunga diventa inevitabile. O si dotano di norme che smussino alcune loro caratteristiche oppure se questa cosa non viene fatta internamente è l’esterno che deve intervenire con regole ad hoc. Non sono come gli altri, non potranno mai essere fino in fondo come gli altri, quindi non vanno trattate come gli altri. Che non significa punire, sia chiaro, ma di limitare il ricorso ad alcuni aspetti che nessun altra società italiana potrà mai avere, nemmeno se avesse un conto corrente fantamilionario. E chiaramente non sto parlando di quello che avviene sul campo.

Va da sé che le opinioni qui espresse sono strettamente personali, qui nessuno pensa di avere la Verità in tasca. Le Fiamme Oro mi piacciono sotto molti aspetti, ma questo non mi impedisce di vedere quelle che – personalmente, appunto – non fatico a definire storture. Penso che tra le altre lo siano i concorsi mirati, la possibilità di mettersi a fare mercato come gli altri, il ricorso a giocatori stranieri. Trovo pure discutibile (non sbagliato, ma discutibile) che alcuni suoi atleti che sono stati chiamati, che hanno fatto il concorso e che sono diventati poliziotti a tutti gli effetti, lascino l’ovile e vadano a guadagnare fior di soldi nelle franchigie, tanto più se in quella federale e quindi in qualche modo “pubblica”.
Su queste cose trovo che ci sia bisogno di una discussione e di una nuova normativa. Ma appunto sono opinioni personali, e magari mi sto sbagliando. Chissà.

La (futuribile) Lega dei Club perde il suo portavoce. Il particolare vincerà sul generale?

Il presidente del San Donà Alberto Marusso non ricopre più il ruolo di portavoce del Coordinamento dei Club di Eccellenza da cui il mese prossimo dovrebbe rinascere la Lega delle società. Il motivo? Un “grave episodio” che vede coinvolta un’altra squadra del nostro domestic (la firma di Ambrosini con le Fiamme Oro, pare) . E’ solo un inciampo o un vero e proprio stop al progetto?

“Alberto Marusso non è più il portavoce del Coordinamento dei Club di Eccellenza. Sabato il presidente della Lafert San Donà ha comunicato agli altri nove colleghi e ai vertici federali la sua irrevocabile decisione, maturata per motivazioni esterne all’attività dell’organo”. La notizia la riporta la Nuova Venezia.
Un trafiletto per una notizia che però potrebbe avere effetti davvero importanti per il nostro movimento. Lo scorso 12 dicembre un comunicato annunciava i primi passi in vista della (ri)nascita della lega dei Club, istituzione che dalle nostre parti è stata affossata dai suoi stessi componenti verso la fine dei cosiddetti anni Zero e mai più ricostituita. Ecco cosa diceva quella nota: “Un portavoce e un tavolo permanente dei presidenti, per affrontare e risolvere le questioni più dirimenti in tempo utile per la prossima stagione, a partire dalla denominazione del campionato. Tra sei mesi, forti dell’esperienza che si auspica positiva, avverrà la nascita di una vera e propria Lega delle società d’Eccellenza del rugby italiano”.
Il portavoce designato era proprio quell’Alberto Marusso che ora lascia l’incarico e che alla Nuova Venezia ha rilasciato poche parole circa la motivazione della sua decisione: “Rinuncio all’incarico alla luce di una grave episodio che ha recentemente coinvolto il San Donà nei confronti di un altro Club di Eccellenza. Dovendo decidere con la massima libertà in che forma procedere a tutela dei nostri diritti, il ruolo di portavoce non era più compatibile con la situazione. Resto comunque fermamente convinto dell’importanza del progetto, di cui il mio Club continua a far parte”.

Una bega tra due società rischia di far naufragare un progetto che riguarda una fetta importantissima del movimento ovale del nostro paese.
Non conosciamo in via ufficiale i dettagli del contendere – secondo le indiscrezioni raccolte nella giornata di lunedì da questo blog il motivo sarebbe la firma di James Ambrosini con le Fiamme Oro – ma quello che qui ci interessa è la dinamica tra il particolare e il generale. Può sembrare una discussione sul sesso degli angeli ma esiste un limite oltre il quale il particolare deve far posto agli interessi generali? E viceversa? E se sì, quale è? Basta una firma di un giocatore in scadenza di contratto per far saltare il banco?
E’ chiaro che non è il San Donà (o qualsiasi altra società) a doversi occupare degli orientamenti generali del Movimento Italia, va da sé che i suoi primi interessi sono quelli specifici che lo riguardano direttamente, ma il San Donà (o qualsiasi altra società) fanno parte di una comunità che ha priorità diverse, più generali e meno particolari.
La decisione deve essere presa nel passo precedente: voglio io far parte di un’associazione di club che si occupi dei principali problemi di gestione del massimo campionato nazionale? Sì o no? Nel momento in cui si risponde in maniera affermativa bisogna essere consci che una parte del proprio particolare va in subordine agli interessi generali. Detta in maniera più brutale: gli interessi della collettività contano e pesano di più di quelli della singola società. E tutti i club devono aver ben presente questa cosa.

Ripetiamolo: un problema tra due società che rischia di far implodere prima della nascita una istituzione la cui mancanza si è sentita moltissimo in questi anni. Perché è innegabile che pur con tutti i suoi limiti un’associazione che rappresenti in via unitaria i club dell’Eccellenza dalle nostre parti servirebbe come il pane.
Due anni fa il progetto subì uno stop che sembrava letale perché qualcuno non ci credeva fino in fondo, oggi le premesse sembrano (o sembravano?) più solide, ma se chi ricopre il ruolo di portavoce decide di fare un passo indietro è evidente che esiste un problema piuttosto grosso, anche se fa sapere che “resto comunque fermamente convinto dell’importanza del progetto, di cui il mio Club continua a far parte”. Una frase che sa molto di circostanza.
C’è bisogno di chiarezza. E c’è bisogno di farla in fretta, o questo scontro rischia di diventare un casus belli (o peggio, un comodo alibi) per chi nella lega ci ha creduto e ci crede poco e ha detto sì solo perché lo hanno fatto anche gli altri. E’ ora che anche le società si prendano le loro responsabilità nella gestione del generale, che altrimenti dar sempre la colpa alla FIR è troppo facile. Tempo se n’è già perso abbastanza.

La FIR sorride per il Bilancio Preventivo 2018, la FIR taglia l’accademia di Treviso

I conti tornano al sereno, ma per raggiungere quel risultato si è deciso di pagare un prezzo davvero alto con una scelta poco lungimirante. Voci di nuovi problemi finanziari in casa Zebre. E ad ogni modo il Bilancio Preventivo a questo momento non è stato ancora reso pubblico, diffuso solo un comunicato

“Il bilancio della Federazione Italiana Rugby torna a crescere nel 2018, con un incremento del 3% rispetto al 2017, per un totale di ricavi pari a 45.724.837,00€ ed un saldo attivo stimato in 589.054,61€ nel preventivo annuale approvato dal Consiglio Federale nella riunione di sabato 7 aprile all’NH Villanova di Bologna”.
Questo l’incipit del comunicato federale pubblicato martedì pomeriggio (tre giorni dopo il Consiglio Federale, ndr) che annuncia come i conti della FIR siano sulla strada del risanamento. Trattasi del Bilancio Preventivo 2018, che ci dice anche che “La partecipazione a manifestazioni internazionali di alto livello – NatWest 6 Nazioni e Guinness PRO14 – si conferma la principale fonte di ricavo per il sistema rugbistico italiano, con oltre il 57% (26.290.000€) delle entrate previste per l’esercizio dell’anno corrente provenienti dai diritti economici legati alla partecipazione e all’organizzazione del 6 Nazioni, dai proventi derivanti dall’organizzazione dei test autunnali e dai diritti e proventi legati alla partecipazione al PRO14. Il 70% di tali ricavi è costituito dai diritti televisivi del Torneo e dalle entrate di biglietteria del 6 Nazioni, con un incremento di 2.578.000€ rispetto al 2017″.

Tutto bene e tutto a posto, quindi. O forse no. Perché nel comunicato si legge anche “Il Consiglio Federale ha, inoltre, approvato il piano di ricostituzione del patrimonio netto di FIR per il periodo 2018/2020, avendo per l’annualità 2020 acquisito preventivo assenso da parte del CONI. Il piano di ricostituzione, resosi necessario a seguito delle perdite di bilancio rilevate negli esercizi 2015 e 2016, sarà posto in essere grazie agli avanzi positivi stimati per le annualità 2017, 2018, 2019 e 2020. Il piano è stato sottoposto al CONI per le verifiche del caso”.
Traduciamo: fino al 2020 – almeno – il bilancio deve chiudersi necessariamente con un segno + davanti. Non perché è bene che sia così ma perché la tagliola del CONI è pronta a scattare in caso contrario e dopo i due rossi consecutivi degli scorsi anni ogni opzione è possibile, compresa quella (estrema, va sottolineato mille volte) del commissariamento. La fase più buia sembra essersi allontanata ma bisogna ancora andarci con i piedi di piombo, che grandissime nuove entrate da sponsor e diritti tv all’orizzonte non si vedono e quelle più o meno annunciate – come quella relativa al nuovo main sponsor della nazionale – sono sostituzioni e non aggiunte.

Proseguiamo nella lettura del comunicato: “I principali investimenti sono, in coerenza con la missione istituzionale di FIR, destinati all’attività sportiva di alto livello e allo sviluppo dell’attività nazionale, con un totale di 23.500.000,00€ che nel corso del 2018 verranno riversati direttamente sul movimento rugbistico nazionale: più del 51% del valore complessivo della produzione, cui si aggiungono i rimborsi previsti per la partecipazione delle Società ai Campionati nazionali ed agli oltre 2.265.000 destinati al supporto delle strutture periferiche della Federazione”. La nota si chiude con una dichiarazione del presidente Alfredo Gavazzi, che sottolinea come “Investire nello sviluppo del movimento, della nostra base e del nostro alto livello, rimane capitale per proseguire nella crescita di tutte le componenti del rugby italiano”.
Investimenti quindi, quella è la parola chiave. E il presidente FIR ha ragione. Però quelle parole arrivano nelle stesse ore in cui giunge la conferma che il prossimo anno non partirà l’annunciata accademia U20 da collegare al Benetton Treviso e da affiancare al già esistente Centro di Formazione Permanente Under 18. Quell’accademia era una delle condizione fondamentali che ha spinto Treviso ad accettare il proseguimento dell’avventura celtica oltre il 2020, quei ragazzi avrebbero dovuto prendere parte al campionato di Serie A, così come già avviene per la “Ivan Francescato”. Invece niente, quell’investimento sparisce.

Non se ne farà nulla, non quest’anno, l’anno prossimo chissà. Secondo la stampa veneta è il prezzo che è stato pagato per raggiungere il risultato positivo nel Bilancio Preventivo di cui sopra. La Tribuna parla anche di coperture di nuove perdite finanziarie in casa Zebre. Forse è vero, forse no. Non lo sappiamo perché la FIR non lo dice e comunque il Bilancio Preventivo non è stato pubblicato sul sito della federazione al momento in cui questo articolo è andato on line. Ammesso e non concesso che poi i bilanci vengano scritti in maniera chiara. Regolari sono regolari, nessuno lo mette in dubbio, trasparenti e di immediata lettura magari no. Un capitoletto a nome “Zebre, ad esempio, finora non lo abbiamo mai visto e quei costi sono sparsi in mille voci.
Rimaniamo quindi al solo comunicato, dove si sottolinea l’importanza degli investimenti salvo poi tagliare un’accademia fondamentale nella filiera e nella formazione dei giocatori, un tassello mancante importantissimo e richiesto da molti anni a questa parte. Si dirà che non si poteva fare altrimenti, che non era possibile risparmiare altrove quei soldi. Sarà così. Però oltre ad essere una scelta autolesionistica (parere personalissimo, s’intende) mi pare si faccia una gran confusione tra biechi tagli di spesa e la parola investimenti. Tanto i risultati alla fine si vedono sul campo, purtroppo.

Il futuro delle nostre speranze azzurre ormai è dietro l’angolo, ma la strada ancora non c’è

Ieri l’U18 ha battuto l’Inghilterra, un grande risultato che non deve stupire e che non è una novità. Il problema per quei ragazzi non è l’oggi o il domani, il problema è il dopodomani

La didascalia diceva “L’Italia U18 supera i pari età di England Rugby nella seconda giornata del 6 Nazioni di categoria giocata oggi all’Arms Park di Cardiff”, la foto era rossa e con i loghi di FIR e RFU corredata con il 32-30 con cui gli azzurrini hanno battuto l’Inghilterra ieri pomeriggio. Un mio amico l’ha pubblicata sulla sua pagina facebook con il commento “Date un futuro a questi ragazzi, grazie”.
Una frase fulminante e che fotografa benissimo il nostro movimento dell’oggi ma anche quello di ieri. Perché l’U17 allenata da Dolcetto non è nuova a questi risultati: solo per rimanere agli ultimi tre anni ha vinto una volta contro il Galles, battuto e pareggiato contro la Francia, l’Inghilterra (la selezione A) era già stata messa sotto nell’aprile 2016, negli stessi giorni in cui superava anche l’Irlanda. Una nazionale che anche quando perde non prende quasi mai imbarcate: è successo solo due volte, contro Ulster e Argentina, ma in entrambi i casi i nostri avversari erano entrati in campo con una selezione U19, e a quell’età un anno in più può fare una grande differenza.

Se si va più indietro, ad esempio tra il 2009 e il 2011, contro le nazioni nostre partner del Sei Nazioni rimediavamo solo sconfitte, anche molto nette. La svolta arriva solo nel febbraio 2012, quando a Badia Polesine l’U18 ferma la Francia 17 a 11, galletti nuovamente superati poi a dicembre dello stesso anno 13 a 12. Il punto esclamativo vero arriva però nel 2015, quando gli azzurrini allenati allora da Brunello battono Francia, Irlanda (a Dublino) e Galles.
E questa è la storia. Poi però bisogna dare a questi ragazzi un futuro, appunto. Che poi è quello che con altre parole scrivevo lo scorso 12 febbraio a proposito dell’U20:

Il punto è un altro, ovvero, dove andranno a giocare questi ragazzi? Dove finalizzeranno la loro formazione? Con chi compiranno gli ultimi passi con vista sull’alto livello? Perché forse qualcuno di loro andrà alle franchigie, ma quel “forse” è gigantesco e se anche dovesse accadere riguarderebbe un numero limitatissimo di atleti. Comunque statisticamente non importante.
Quasi tutti alla fine giocheranno nell’Eccellenza. Il divario tra noi e i nostri avversari sta qui: per quanto ci si sforzi di affinare e migliorare la “produzione” dei nostri giocatori non siamo poi in grado di farli giocare in un torneo di livello. I giovani irlandesi andranno tutti a giocare – se già non lo fanno – nell’Ulster, nel Leinster, nel Munster o nel Connacht, ovvero in Pro14, mentre i nostri militeranno in uno dei club del nostro più importante campionato nazionale, che sarà pure il principale dentro i nostri confini ma che non è sicuramente performante. Non credo di offendere nessuno nell’asserirlo.

Prima vi raccontavo della vittoria di Badia Polesine contro la Francia, il 18 febbraio 2012, sono passati sei anni ma quanti di quei ragazzi sono arrivati in nazionale o nel giro-franchigie? Questa la formazione scesa in campo quel giorno, così come ci dice il sito FIR:
Bellini; Di Giulio, Salerno (33’ st. Torlai), Seno, Bruno; Buscema, Apperley S.; Catelan (cap, 13’ st. Boccardo), Scalvi, Corazzi; Gobbo, Ruzza (30’ st. Silvestri); Pasquali, Ragazzi P., Silva (25’ st. Appiah). Pochi, pochissimi.
Solo ieri scrivevo del fatto che Sexton e i suoi compagni di nazionale hanno giocato pochissimo nel Pro14, una cosa resa possibile perché da quelle parti è stato costruito un percorso serio e sensato che gestisce al meglio chi è già nell’elite e che garantisce ai giovani una crescita vera senza interruzioni. Da noi si arriva all’U20, poi c’è uno strapiombo che in pochi riescono a superare con una tempistica molto lunga. Certo ci sono anche delle eccezioni, ma sono davvero poche e sono appunto eccezioni, la regola è un’altra.
Diamo un futuro a quei ragazzi, facciamo presto.