Categoria: Nazionale

O’Shea dice addio: è la più grande sconfitta del nostro rugby degli ultimi 10 anni

ph. Fotosportit/FIR

Non è il primo ct che lascia e/o viene cacciato e non sarà l’ultimo, ma era il primo a cui era stato dato un chiaro mandato che abbracciava ambiti più larghi della sola panchina azzurra. Missione fallita. Ma non è l’unico responsabile e le sue dimissioni ci dicono tanto sulla “impermeabilità” italiana

Se uno guarda alla lunga, lunghissima, trafila di sconfitte e risultati negativi messi assieme dalla nostra nazionale più importante negli ultimi 4 anni le dimissioni di Conor O’Shea da ct azzurro non stupiscono. Perché al di là delle singole opinioni è indubbio che i risultati del campo registrano un pesantissimo segno meno e la storica vittoria sul Sudafrica per quanto bella e importante va messa nella scatola che gli compete, ovvero quella degli exploit estemporanei. Lo dicono i numeri di 4 anni.
Conor O’Shea, che uomo di campo in realtà non è mai stato, non è riuscito a incidere e a lasciare il segno che avrebbe voluto. La sua ormai celebre frase sul voler dar vita al miglior mondiale di sempre per una squadra italiana si è rivelata un boomerang, e questo poteva/doveva metterlo in conto.

Ma Conor O’Shea non lascia per quelle parole, è evidente. Lascia – in ordine sparso – perché la famiglia ha avuto problemi di ambientamento, perché la RFU gli ha offerto un ruolo decisamente adatto alle sue caratteristiche, perché i risultati non sono quelli attesi. Lascia perché con la FIR, e con il suo presidente in primis, qualcosa si è rotto da tempo ed è chiaro che il rapporto fiduciario degli inizi non c’era più. Perché se da un lato è normale e pure legittimo che una federazione si tenga informata sul futuro di alcuni dei più importanti tecnici del mondo, lo è un po’ meno che il numero uno della FIR non abbia nessun problema a confermarlo pubblicamente quando la scadenza contrattuale del ct in carica è ancora piuttosto lontana.
Chiaramente si sono subito create le due tifoserie, quella pro-Conor che la FIR è brutta e cattiva a prescindere e quella a favore della federazione che quel britannico lì non mi ha mai convinto e guarda un po’ se non doveva dimettersi due mesi prima del Sei Nazioni…
D’altronde siamo in Italia, tutto prima o poi va a finire in una scaramuccia tra ultras.

Ma al di là di tutti i singoli pensieri una cosa va detta: Conor O’ Shea era diverso. Non tanto perché fosse più preparato, o più elegante o che. No. Era diverso perché è stato il primo ct ad avere un mandato chiaro per mettere mano alla struttura del movimento assieme al connazionale Aboud. Era scritto anche nel contratto? Non lo sappiamo, ma che fosse così era chiaro e le dichiarazioni dei diretti interessati andavano in quella direzione.
Un mandato che non avevano avuto Nick Mallett (arrivato prima della rivoluzione celtica) e Jacques Brunel. Anzi, il tecnico francese venne subito bollato dal neopresidente Gavazzi con un inequivocabile “l’ho trovato, non l’ho scelto io”.
La stessa formazione e le esperienze precedenti di Conor O’Shea lo “disegnavano” più come un naturale Director of Rugby. Buona parte dell’avventura italica dell’irlandese si è giocata su questa dicotomia, o forse sarebbe meglio chiamarla ambiguità perché al di là delle dichiarazioni di turno di cui sopra non è mai stata chiarita del tutto fino in fondo nella sua pratica quotidiana.
Però un DoR ha bisogno di una certa libertà di movimento ed è inutile nascondersi dietro a un dito, Alfredo Gavazzi non è uomo che ama le libertà altrui. Sia chiaro: non sto parlando in senso assoluto, ma di chi lavora con lui. Non tiriamo in ballo i massimi sistemi, qui si parla solo di rugby.
Gavazzi è un accentratore, una persona che tende a mettere quante più cose sotto il suo controllo diretto. Non c’è nessuna forma di sarcasmo o di critica in queste mie parole, credo sia semplicemente un qualcosa di cui prendere atto, nulla di più.

Non voglio dare nessuna patente di responsabilità per l’addio di O’Shea, la verità la conoscono solo i diretti interessati e se pure fosse pubblica non cambierebbe di una virgola la situazione e la fotografia generale.
Su queste pagine non ho mai nascosto che la cosa migliore per il nostro movimento fosse una conferma di Conor, magari con un ruolo diverso e più adatto alle sue caratteristiche. Insomma, con un uomo di campo accanto a lui. Pace, è andata diversamente e non è uno scandalo.
Mi preme solo sottolineare, per l’ennesima volta, che in federazione ci sono nel settore tecnico dei dirigenti che continuano a dormire sonni tranquilli nonostante quei risultati risultati probabilmente fatali all’irlandese. Da venti anni eh, mica da quattro. Gente che ha visto passare Kirwan, Berbizier, Mallett, Brunel e ora O’Shea. Evidentemente gli unici e soli responsabili.

Per quanto mi riguarda le dimissioni del ct sono una sconfitta pesante per chi ritiene necessari dei cambiamenti di rotta, prima ancora che di persone. Però che volete, nonostante tutto abbiamo appena terminato il nostro miglior Mondiale di sempre, ha detto qualcuno solo qualche giorno fa, e forse io mi sto sbagliando su tutta la linea. Quindi ci attende un grande e luminoso futuro. Come quello negli anni passati (sarcasmo a tonnellate).
Che poi io me le ricordo bene quelle parole di O’Shea di marzo 2017, quelle che forse meglio spiegano quello che è successo. E quello che non è successo.

“Sono un positivo, vedo sempre il bicchiere mezzo pieno. Ma non sono uno stupido, non sto qui a prendere tempo. Ho fiducia in questo gruppo, resto convinto che possiamo diventare un’ottima squadra. (…) Le decisioni che dovremo prendere faranno male a qualcuno, ma Irlanda, Galles, Scozia hanno fatto scelte difficili (…) Qualcuno dovrà mettere il proprio ego da parte. Vogliamo cambiare molte cose e ci sarà gente che ci resterà male, ma i cambiamenti non possono essere indolore. Ripeto, non si pensi al proprio ego”.

Mi sa che ha vinto l’impermeabilità. Ciao Conor, buona fortuna

Mondiali 2019: l’ineluttabile normalità di Italia-Sudafrica

ph. Pino Fama

Un match che ha detto l’unica cosa che poteva dire, un 49 a 3 che non lascia spazio a nessun tipo di alibi. No, nemmeno l’espulsione di Lovotti lo è. La domanda alla fine è sempre la stessa: qualcuno finalmente si deciderà a prendere atto di quella che è la situazione del rugby italiano?

Da Italia-Sudafrica sono ormai passati tre giorni pieni, quindi parlarne a mente fredda si può. E non è che ci sia chissà cosa da dire.
1) Ha vinto la squadra che si sapeva essere nettamente più forte, pronostici ampiamente rispettati. Che è vero che sognare non costa nulla e che la speranza è l’ultima a morire, ma il rugby è uno sport rude che lascia poco spazio alla poesia. E la trama di questa partita era prevedibile: non è questione di “fare i gufi” ma di avere un minimo di buon senso e di freddezza. Per tutto il resto c’è la pillolina di Matrix.

2) Il Sudafrica ci è stato superiore dal primo minuto in ogni aspetto del gioco. Prendete quello che volete, uno a caso, e il risultato non cambia: gli Springboks sono stati migliori. Nettamente migliori.

3) La partita era già finita nel primo tempo: gli azzurri ci hanno messo cuore e impegno, ma quello – perdonatemi – è il minimo sindacale per un match da dentro/fuori al Mondiale. E’ davvero una roba che non si può sentire senza che non muoia qualche neurone. Siamo andati al riposo sul 17 a 3 per loro, risultato che senza un paio di evitabili errori di handling sarebbe stato anche più ampio. E no, nonostante quanto detto in telecronaca Rai, il 17 a 3 non è un risultato che racconta una gara in equilibrio.

4) Quindi no, il gesto senza senso di Lovotti e Quaglio e la conseguente espulsione del primo (incredibilmente graziato il secondo) ad inizio secondo tempo ha solo messo anzitempo la parola “Fine” a una partita che era già segnata. Gettare la croce addosso ai due giocatori non serve a nulla ed è pure ingiusto, una sorta di “dalli all’untore” datato 2019. Anche no eh. Hanno fatto una cazzata, di quelle grosse, ma sono sicuro che loro sono i primi a saperlo.

5) Se c’è una lezione che il nostro movimento deve imparare da questo Mondiale è quella sullo stato di mediocrità in cui si trova adagiato da tanti anni. Deve prenderne finalmente atto, dire le cose ad alta voce e affrontarle. Che la manfrina “essere i peggiori dei migliori e i migliori di tutti gli altri” potrebbe pure andare bene a livello generale ma sentirlo dire da chi per 20 anni ha preso autentiche VAGONATE di soldi grazie alla partecipazione al Sei Nazioni… beh, è quasi intollerabile. Nel 2010 se qualcuno avesse detto che nel giro di una decina d’anni scarsa il Giappone avrebbe organizzato un Mondiale lo avremmo guardato come le mucche guardano i treni. Se poi aggiungiamo che il XV del Sol Levante ha ottime possibilità di andare ai quarti in un girone con Irlanda e Scozia…
Noi invece abbiamo passato un paio di settimane a farci le pugnette (scusate il francesismo) per due vittorie contro Namibia e Canada, ci siamo presentati alla partita “più importante degli ultimi 4 anni” con 5 titolari con gli asterischi e un numero ben più alto di giocatori di formazione estera. Non vinciamo una partita del Sei Nazioni da 3 anni, quando va bene ne vinciamo una, in un ventennio solo in un paio di occasioni siamo arrivati a due… E in tutto questo i responsabili tecnici della federazione sono sempre sempre sempre sempre gli stessi. No, non parlo ovviamente dei ct, ma di quelli che si siedono negli uffici della FIR, come se la responsabilità dei risultati fosse sempre di qualcun altro. Bella vita.

RWC, verso Italia-Sudafrica. Tra ottimismo, sogni, realtà e miracoli chi avrà il sopravvento?

ph. Fotosportit/FIR

Due vittorie contro Namibia e Canada, il pass per la RWC 2023 in tasca e i due punti di bonus pure. Bene, ma questo era il minimo sindacale richiesto, quello che andava fatto senza se e senza ma. Ora serve il salto di qualità

“I believe in miracles” (non serve la traduzione, vero?) è un canzone dei tardi Ramones: si trova in “Brain drain”, disco che la band del Queens fece uscire a fine anni ’80, uno dei suoi ultimi lavori in studio. Pezzo che mi è sempre piaciuto molto, soprattutto nella versione semiacustica dei Pearl Jam, quella presente in “Live at Benaroya Hall” cantata da un Eddie Vedder con una improbabile capigliatura bionda.
“I believe in miracles” è un po’ la colonna sonora della nazionale italiana di rugby in questi giorni di attesa in vista della decisiva partita con il Sudafrica che si giocherà venerdì mattina davanti ai 50mila del Shizuoka Stadium ECOPA di Fukuroi. Un match da dentro-fuori per entrambe le formazioni: chi vince avrà in tasca il biglietto per i quarti di finale, chi perde avrà ancora da giocare solo l’ultima gara del girone di questa RWC. Oddio, in linea teorica gli azzurri potrebbero anche perdere, a patto poi di battere gli All Blacks… Però diciamocelo: è più facile che prima l’uomo riesca ad andare a vivere in pianta stabile su Marte.

La situazione la conosciamo bene: noi abbiamo battuto – con tanto di punto di bonus – Namibia e Canada, gli Springboks hanno giocato e perso contro la Nuova Zelanda per poi battere senza nessun problema i cugini namibiani.
Come arrivano a Fukuroi le due protagoniste? Bene. Il Sudafrica è uscito sconfitto dalla sfida con i bicampioni del mondo in carica ma ha giocato in maniera tosta e con una intensità a noi sconosciuta. Tanto per non giraci attorno: se giocano così anche contro di noi non abbiamo quai nessuna speranza. Quasi eh. Alla Namibia hanno segnato 57 punti concedendone solo 3 in un test che assomigliava più a un duro allenamento che non a una vera e propria partita, ma il gap tra le due squadre era gigantesco.Inevitabile che finisse così.

E l’Italia? I ragazzi di O’Shea hanno fatto quello che dovevano fare. E di per sé (purtroppo, intendiamoci, ma l’andazzo degli ultimi anni…) questa è già una mezza notizia. Dovevamo superare e prendere il punto di bonus offensivo contro Namibia e Canada e lo abbiamo fatto – insieme al non secondario obiettivo della qualificazione alla RWC 2023 – il ct ha ben dosato il turn-over e il minutaggio dei giocatori per arrivare al meglio alla sfida con i sudafricani. Che poi questo basti è un altro paio di maniche, ma lo si sapeva già prima.
Attorno alla squadra azzurra c’è entusiasmo e ottimismo. Tanto. Un po’ troppo, a voler mantenere la mente fredda. L’Italia ha giocato complessivamente maluccio contro la Namibia (a tratti è stata pure inguardabile) a cui ha sì segnato sette mete ma ne ha pure concesse tre. Partita decisamente migliore con il Canada – non che ci volesse molto a fare qualcosa di più – squadra quella nordamericana che però ha mostrato tutti i limiti attesi e ampiamente pronosticati. Canadesi che comunque nella seconda parte del primo tempo ci hanno limitato e che almeno in un paio di occasione non sono riusciti a marcare una meta solo per le proprie mancanze tecniche di base (leggi: palloni in mano persi malamente, tantissimi. Per non parlare degli altrettanto numerosi placcaggi mancati). Si è sottolineata la prova della nostra terza linea che è vero che è stata devastante quando si trattava di attaccare, ma che è stata meno efficace nella fase difensiva.

La mia speranza personale è che Conor O’Shea e lo staff tecnico riescano in questi giorni a far tenere al gruppo i piedi ben piantati per terra. La buona prestazione con il Canada non deve far dimenticare che i nordamericani e la Namibia sono di gran lunga le formazioni meno attrezzate tra quelle presenti in Giappone, quelle che si sono presentate con il ranking peggiore: prima dell’inizio del torneo canadesi e namibiani erano rispettivamente al posto 22 e 23, con la Russia al 20° e l’Uruguay uno scalino sopra.
Sicuramente le prime due gare del nostro Mondiale sono servite per testare accorgimenti tattici, per non affaticare troppo i giocatori e preservarli da infortuni. Il notevole e incontestabile gap poi sicuramente non ha aiutato a scendere in campo con la proverbiale bava alla bocca però da parte nostra si sono visti errori: svarioni e limiti che non hanno peso con quelle due squadre ma la faccenda con il Sudafrica è totalmente diversa.

Sabato il Giappone ha battuto l’Irlanda al termine di una gara da stropicciarsi gli occhi. Non solo intensità e furia agonistica, ma anche capacità tecniche. Abbiamo visto una squadra capace di “leggere” la partita, di soffrire e incassare  poi di ripartire. L’Irlanda, si dirà, ha giocato male ed è sempre molto difficile stabilire un qualche limite tra i meriti propri e i demeriti altrui. Non starò qui a dire che i padroni di casa hanno vinto perché gli altri sono scesi in campo non adeguatamente concentrati (che poi non è vero: nei primi 20 minuti i verdi hanno marcato due mete e si avviavano a chiudere la pratica, semplicemente c’è stato chi lo ha impedito), mi limiterò a osservare che malauguratamente negli ultimi anni abbiamo visto perdere la nostra nazionale contro una Francia dimessa, contro una Scozia bruttissima, contro una Irlanda inguardabile o una Inghilterra supponente.
Non basta che gli altri giochino male, poco conta quale sia il motivo, tu devi metterci il tuo: l’intensità, la tecnica e l’intelligenza tattica di cui sopra. Tutte assieme. E il mazzo completo dalle nostre parti non lo abbiamo quasi mai visto. Come sempre: purtroppo.

Tutto questo vuole affatto dire che non vedremo tutte queste cose nemmeno venerdì, ma che la storia recente e meno recente ci racconta che le possibilità non sono poi altissime. Non lo dico io, lo dicono anni di risultati del campo.
Abbiamo battuto il Sudafrica qualche anno fa a Firenze, ma era tutto un altro Sudafrica: se non lo teniamo bene a mente a Fukuroi non vinceremo mai, nemmeno rimanendo in campo per mille minuti o ripetendo il match 50 volte. Questi Springboks sono dannatamente forti, sono tosti, hanno profondità e hanno un solo risultato a disposizione. Sanno quello che vogliono e sanno come ottenerlo.
Le prestazioni azzurre viste contro Namibia e Canada non bastano, raccontarsi una cosa diversa e cullarsi nel solito refrain dello “stiamo crescendo” servono solo a preparare il terreno per l’ennesima sconfitta. Bisogna mettersi in testa che finora abbiamo fatto solo i passi che dovevamo fare, il minimo sindacale per una nazionale che da 20 anni prende parte al Sei Nazioni, nulla di più. Ora serve un salto di qualità vero. Potrebbe non bastare, ma fare quel salto – e poi confermarlo nei prossimi mesi – sarebbe già una vittoria. Forse la più importante. Poi vedi mai: I believe in miracles…

PS: in questi giorni si è fatto un gran parlare di Sergio Parisse. Al netto delle critiche legittime penso si debba solo rispetto per un campione immenso e per una persona che ha letteralmente tirato avanti la baracca per anni. Non ha più la freschezza dei 20 anni ma nessuno di noi può vantarla, credo. Le critiche civili sono una cosa, gli insulti un”altra.
Altro tema: l’elevatissimo numero di equiparati e giocatori formati all’estero nella nostra formazione. Contro il Canada erano la metà. E’ possibile farlo e lo fanno anche molti altri, tutto legittimo, ma se dopo 10 anni di Accademie (con relativi finanziamenti) interi reparti vengono coperti da giocatori formati al di là delle Alpi è chiaro che c’è un problema. Negarlo o fare spallucce porta solo a mantenerlo nel tempo. Ne riparleremo più avanti.

Italia, il nuovo ct-salvatore arriva dal Galles: Rob Howley alla guida degli azzurri

La stampa ne è sicura, la federazione non smentisce. Ma pensare che a toglierci le castagne dal fuoco possa essere un (qualsiasi) tecnico vuol dire proseguire sulla stessa strada degli ultimi 20 anni

Dunque il nuovo uomo dei miracoli sarà Rob Howley, o così sembrerebbe: alcuni quotidiani lo hanno scritto ieri mattina, i siti web hanno rilanciato e alcuni di loro – anche molto vicini alla cose federali – lo hanno scritto dando il tutto già per fatto, con il solo dubbio del quando il tecnico gallese dovrebbe andare a sedersi sulla panchina azzurra (Conor O’Shea ha un contratto fino al prossimo giugno). La FIR tace: in ambiti comunicativi c’è chi sostiene che smentire una notizia è dare due volte risalto alla cosa. Opinione rispettabilissima e non priva di fondamento. Registro solo che solo qualche mese fa la nostra federazione smentì seccamente nel giro di qualche ora i rumors che volevano Franco Smith in arrivo nello staff azzurro. Sappiamo tutti come è finita. Se Roma tace vuol dire che non c’è solo fumo…

La notizia è che il vice di Warren Gatland sarà il nuovo ct della nazionale italiana. Bene. Cioè, male. Cioè, boh. Il treno dei desideri e dei sogni sembra ormai ripartito, con puntualità svizzera, ovvero alla vigilia di un appuntamento Mondiale. E distrae le masse ovali.
I risultati del campo certo non aiutano Conor O’Shea, e tre edizioni del Sei Nazioni senza nemmeno una vittoria sono un macigno che l’exploit con il Sudafrica non può nascondere nemmeno un po’. Il destino dell’irlandese non è ancora noto: lascerà la panchina per un incarico simile a quello che aveva agli Harlequins? Non sarebbe male, quello è il suo lavoro vero, ma in FIR qualcuno c’è già qualcuno che lo fa e capisco che mettere da parte Ascione dopo i brillantissimi risultati degli ultimi anni è compito arduo. Sì, ok, sarcasmo mode off.

Da queste parti ho sempre difeso O’Shea, pur non lesinando critiche. E’ un tecnico preparato, conosce molto bene il rugby, un gran lavoratore. Rispetto a Mallett e Brunel ha cercato di muoversi con quell’autonomia che gli avevano promesso ma alla fine anche lui è rimasto invischiato nella palude italica capace di imbrigliare chiunque.
Mi spiace per O’Shea, buon lavoro a Howley, anche se davvero non capisco che cosa mai potrebbe cambiare: i giocatori sono quelli – anzi: Ghiraldini, Zanni e Parisse finiranno dopo la RWC la loro avventura azzurra lasciando un pesantissimo deficit di esperienza e personalità – la struttura anche. Mi auguro di sbagliarmi (negli ultimi 20 anni è però successo davvero raramente, ahimè), ma stante lo status quo non vedo davvero quali novità clamorose potrebbe riservarci il futuro. La zuppa è quella.

PS: qualcuno scriveva ieri in giro per i social perché non provare con un tecnico italiano. E’ facile rispondere che a oggi i nostri allenatori non hanno la “struttura” e l’esperienza necessaria. Come 4 o 8 o 12 anni fa, quando pure si dicevano/chiedevano le stesse cose. Chissà se qualcuno negli ultimi 10 anni abbondanti si è premurato di far crescere e maturare a dovere i nostri 4 o 5 allenatori più promettenti. Domanda un po’ stupida, in effetti, visto che la risposta la conosciamo tutti. Scusatemi.

Verso la RWC: Italia ottimista ma la valigia per il Giappone è piena di dubbi

ph. Fotosportit/FIR

Per il ct O’Shea l’Italia può raggiungere i quarti di finale, quello che il campo ci ha mostrato anche in queste ultime settimane sembrerebbe però dire altro

Ormai ci siamo. La nazionale azzurra è in Giappone e tra un paio di settimane debutta al Mondiale: prima Namibia, poi Canada, quindi Sudafrica e All Blacks. L’obiettivo? Lo staff azzurro ha sempre parlato apertamente di ambizioni di quarti di finale. Quindi battere Namibia e Canada per poi giocarsela con gli Springboks, superati per la prima volta a Firenze nel novembre 2017. Il ct Conor O’Shea ha più volte detto che l’obiettivo è quello di vincere tre gare e che la sua Italia sia la migliore squadra azzurra di sempre, conquistando qui quarti di finale finora mai raggiunti. Lo ha detto chiaro e tondo, senza giri di parole.
Ottimismo come se non ci fosse un domani insomma. In parte comprensibile, intendiamoci: il tecnico non può che cercare di tenere alto l’umore di un ambiente che se si guardassero i risultati del campo non avrebbe molti motivi di stappare bottiglie. Anzi. Però un ottimismo che al sottoscritto – per quello che vale (cioè nulla) – pare eccessivo nei contenuti e nelle forme.
Cose già dette? Certo, anche perché di refrain ripetuti sino allo sfinimento il rugby italiano degli ultimi anni ne è pieno. La vera domanda da farsi è perché questi ritornelli sono sempre di moda. Devo ricordare quante sono le partite vinte negli ultimi Sei Nazioni? O la percentuale davvero bassa di vittorie in generale? Vabbé.

Ad ogni modo cosa ci lasciano le quattro gare che ci hanno accompagnato verso i Mondiali nipponici? Tanti dubbi, conferme di cose che non vanno e poche cose positive. Nulla di nuovo sotto il sole, ma forse qualcosa di più era lecito attendersi: quella con l’Irlanda (29 a 10 per gli irlandesi) è stata una partita davvero brutta che visto in campo due squadre imballate ma nelle settimane successive una delle due formazioni è crescita di tono e di livello. Quella che è scesa in campo in maglia verde.
Francia e Inghilterra? Due ko netti e incontestabili. In un caso non abbiamo saputo approfittare di un XV transalpino molto falloso e contro cui abbiamo anche giocato in 15 contro 13: una volta che i galletti hanno sistemato la disciplina non c’è più stata partita. A Newcastle abbiamo fatto da sparring partner a una Inghilterra che nel primo tempo ci ha “usato” per sistemare alcuni aspetti del suo gioco e che nel secondo tempo ha affondato i colpi senza grosse difficoltà. La Russia l’abbiamo seppellita sotto un diluvio di mete (85-15) ma non si può tacere del gap tecnico esistente
Cosa? Non si può tacere anche del gap che invece intercorre tra noi, gli inglesi, i francesi e gli irlandesi? E’ vero. C’è però qualche sfumatura, chiamiamola così, che non è secondaria: tipo che noi siamo nel Sei Nazioni da 20 anni e la Russia no. Che a differenza della formazione di Mosca noi per questa partecipazione abbiamo ricevuto valanghe di finanziamenti che non sono serviti a diminuire il gap di cui sopra, che si è anzi allargato.

Mischia spesso in difficoltà, lentezza della manovra, rimessa laterale, la consueta difficoltà a colpire l’avversario nei momenti in cui davvero si potrebbe dare uno scossone al match. Tutte cose che sono da rivedere e che destano preoccupazione. Mi ha poi particolarmente colpito in maniera negativa la fisicità deficitaria nei punti d’incontro, cosa su cui in linea teorica partivamo forse con un qualche vantaggio rispetto ai nostri avversari dovuto al fatto che noi andiamo in Giappone tarando la preparazione sulle tre prime partite, che sono quelle che decideranno tutto. Irlanda, Francia e Inghilterra mirano invece al bersaglio grosso o quantomeno ad arrivare il più avanti possibile e la loro preparazione è quindi finalizzata ad avere il proprio picco nel mese di ottobre, non per fine settembre come noi. Invece.

Canada e Namibia sono decisamente meno forti dell’Italia ma saranno comunque due match impegnativi sotto l’aspetto fisico, soprattutto il secondo. Batterli è il minimo sindacale, perderne una trasformerebbe la spedizione azzurra in un disastro. Su questo non ci può essere discussione. Aspettiamo e vediamo.

Di seguito alcune dichiarazioni di ct e capitan Parisse dopo i test di preparazione delle ultime settimane.

  • Dopo Irlanda-Italia, finita 29 a 10. Conor O’Shea: “Credo che oggi sul campo si sia visto che la differenza tra noi e l’Irlanda non è così marcata. Ci sono molti aspetti positivi nella prestazione di oggi, abbiamo un sogno ambizioso per i Mondiali ma siamo sulla strada giusta. Fisicamente abbiamo dimostrato di essere presenti contro una delle migliori squadre al mondo: la differenza tra noi e l’Irlanda si è ridotta, sono quasi contento”.
  • Dopo Italia-Russia, finita 85-15. Conor O’Shea: “Quest’oggi abbiamo mostrato la nostra intensità nel gioco con la palla e senza palla. Siamo sulla strada giusta, io amo ripetere che il nostro obiettivo non è il Sei Nazioni o il tour estivo, ma il mondiale”.
    Sergio Parisse: “La Russia è un avversario rispettabile, anche se obiettivamente di un altro livello rispetto al nostro”
  • Dopo Francia-Italia, finita 47 a 19. Sergio Parisse: “Dobbiamo imparare da questa lezione, il Mondiale non era oggi e non sarà a Newcastle venerdì prossimo, ma dal 22 settembre contro la Namibia.C’è tanta delusione ma si sono viste anche ottime cose oggi; prepareremo l’Inghilterra e poi andremo a giocarci le nostre carte al Mondiale”.
  • Dopo Inghilterra-Italia, finita 37 a 0. Conor O’Shea: “Abbiamo due partite all’inizio del Mondiale, contro Namibia e Canada, se giochiamo come stasera non avremo nessun problema con loro”