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Dal Galles all’Italia: il Sei Nazioni servito a freddo nel Tinello di Vittorio Munari

Le protagoniste del torneo appena concluso analizzate da un Vittorio Munari davvero senza peli sulla lingua. Con particolare attenzione al caso-Italia…
Palla a Vittorio!
NB:il file audio si interrompe al termine di una domanda. Non è un taglio brutale o una censura, è che domani c’è la seconda parte del Tinello su un argomento specifico non trattato oggi

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Noi e gli altri: lo sport che non c’è nelle scuole è un gap, ma non può diventare un alibi

Le squadre anglosassoni ci battono (anche) perché loro hanno lo sport nelle scuole: un’affermazione ripetuta spesso come un mantra e che non si può contestare. Ma che va ben delineata

Uno dei gap strutturali che ci dividono dall’Inghilterra (ma sarebbe più corretto dire dall’intero mondo anglosassone di entrambi gli emisferi) è quello della presenza dello sport nelle scuole. Una presenza importante sotto l’aspetto quantitativo e qualitativo dove sventola un qualunque tipo di Union Jack tanto quanto carente invece dalle nostre parti.
E’ un po’ la scoperta dell’acqua calda, lo so bene, però questa cosa ha delle ricadute davvero importanti non solo sul rugby ma su tutto il movimento sportivo italiano, tanto più in un’epoca di professionismo sempre più dilagante e penetrante.
Considerare lo sport una materia con pari dignità (o quasi) di quelle più “nobili” non può non avere effetti benefici. Poterlo fare nelle scuole in presenza di strutture adeguate vuol dire poter creare una enorme massa di potenziali atleti per tante discipline, oltre al non secondario risultato di avere una popolazione che tendenzialmente starà meglio o avrà meno problemi di salute nel corso degli anni. E sorvolo sull’aspetto brutalmente educativo.
Da noi invece le cose sono messe molto diversamente, purtroppo: un’ora, massimo due, di educazione fisica alla settimana in palestre spesso anguste e male attrezzate, un momento che per quasi tutti gli studenti è una specie di ricreazione aggiunta.

Inevitabili le ricadute, dicevamo. Da una parte avremo giovani abituati sin da piccoli a correre, saltare, prendere confidenza con palloni di varia foggia e caratteristiche, dall’altro invece ragazzi che hanno problemi a fare anche solo le capriole. Si estremizza, ovviamente, ma solo fino a un certo punto. La verità è che dalle nostre parti il fare o meno uno sport è un qualcosa che ricade quasi interamente sulle famiglie, con tutte le difficoltà pratiche, organizzative e soprattutto economiche del caso.
Ne parlo perché dopo l’ennesimo ko della nazionale di rugby al Sei Nazioni uno dei motivi più ricorrenti era proprio questo. Detto in soldoni: gli inglesi sono più forti di noi per storia e tradizione, cose che nella palla ovale contano parecchio, in più il gap fisico e atletico è acuito da questa differenza di presenza/assenza dello sport nelle scuole.
E intendiamoci, è un ragionamento inattaccabile. E’ verissimo. Qualche anno fa l’aveva sottolineato anche l’allora ct Jacques Brunel, che pure è “latino” come noi e proveniente da un paese dove la situazione è un po’ migliore della nostra ma che certo non arriva agli standard anglosassoni (se non in qualche rara eccezione, ma quelle ci sono anche al di qua delle Alpi e non sono statisticamente probanti).

Va bene, direte voi ora dicci quale è il però. Perché tutto questo presuppone un però. E il “però” è che tutto quanto ho scritto finora è vero oggi ma era vero anche a fine dell’Ottocento. Era vero nel 1920, nel 1950 e nel 1980. Non siamo di fronte a una problematica nuova, alla quale non si sanno dare chissà quali risposte. Per tanti anni il nostro sport (nel suo complesso) ha risposto in maniera adeguata a questa assenza scolastica.
Le risposte sono possibili, e quelle principali sono due. C’è quella prettamente politica, ovvero fare pressioni (la FIR, nello specifico rugbistico e le federazioni tutte per il quadro generale) sul parlamento e sulle istituzioni preposte all’educazione affinché cambino in qualche modo questo panorama. E’ un cosa necessaria, anzi, la più necessaria, perché è quella che agirebbe più in profondità e in maniera più duratura ma allo stesso tempo è quella più lunga, sia perché è una battaglia culturale che per le inevitabili lungaggini di discussione/approvazione/concretizzazione. Si parla di decenni, non si scappa.

Poi c’è invece quella pragmatica: se ho un dato problema da affrontare cosa posso fare autonomamente per rendere almeno i suoi effetti meno pesanti, in attesa di una soluzione più generale sulla quale però non ho il controllo? Detto più facile: come metterci una pezza?
Ecco, io credo che qui il discorso “perdiamo perché non abbiamo lo sport nelle scuole” mostri i suoi limiti. Perché la FIR (nello specifico rugbistico, lo ripeto) può fare qualcosa, ovvero può strutturare il suo movimento in maniera tale da quantomeno anestetizzare o diminuire l’impatto della non presenza delle scuole. La domanda che dobbiamo farci è: la FIR ha fatto qualcosa del genere e se la risposta è sì (cosa che io penso, intendiamoci), i piani messi in atto hanno dato i risultati sperati in relazione anche alle risorse economiche investite? E ancora: si poteva investire di più? La mancanza di ritorno di risultati, che mi pare inequivocabile, ha spinto la federazione ad esaminare, modificare, rinnovare e/o cambiare i piani intrapresi e le persone che li hanno gestiti?

E’ chiaro che le iniziative delle federazioni non possono avere la forza, la profondità e l’impatto di una (oggi nemmeno lontanamente probabile) riforma politica generale dello sport nelle scuole, ma qualche risultato lo può dare anche nel medio periodo. Quella è la questione da porsi.
Anche perché vorrei mestamente ricordare che lo sport non era presente nelle scuole come nei paesi anglosassoni anche negli anni ’90, quando gli azzurri battendo più volte Irlanda, Scozia e Francia, giocandosela apertamente con la stessa Inghilterra, si sono conquistati il diritto di prendere parte al Sei Nazioni. Quindi quella differenza di sicuro non ci aiuta ma indicarla come uno dei motivi per cui abbiamo infilato 21 sconfitte consecutive mi sembra un po’ limitante. E pure un po’ comodo. Ma forse mi sbaglio eh.

Il Sei Nazioni e le statistiche sono nulla (o quasi) senza la physicality: il Tinello di Vittorio Munari

Un po’ di Italia, un po’ di Benetton Treviso, un pizzico del chiacchieratissimo “invito” per Callum Braley, ma soprattutto tanti numeri sulle prime due giornate del Sei Nazioni 2019. Senza dimenticare una loro lettura sotto una luce molto particolare…
Palla a Vittorio

Il Sei Nazioni e una influenza che val bene un Tinello tinto d’azzurro speranza

Un Vittorio Munari febbricitante ci porta per mano nel torneo più atteso e amato. Una edizione caratterizzata dal Mondiale nipponico che scatta a settembre e che vede l’Italia cercare una vittoria dopo tre edizioni di sole sconfitte. Ma sarà complicato.
E poi ci sono quelle parole di Conor O’Shea…
Palla a Vittorio!

Sei Nazioni 2019: il bilancino del torneo, prima che la palla inizi a rimbalzare

Un giochino, quasi inevitabile nei giorni immediatamente precedenti al via ad ogni Sei Nazioni. Un giochino che lascia un po’ il tempo che trova e che spesso mostra la corda già dopo i risultati dei primi 80 minuti di gioco. Però lo faccio lo stesso.

Chi vincerà il Sei Nazioni 2019?
L’Irlanda. Cioè, penso che sarà l’Irlanda. Dovrebbe essere l’Irlanda. Il buon senso dice questo. Sono forti (anzi, no: fortissimi), hanno idee chiare, hanno abbondanza di uomini e sono guidati da uno staff tecnico di livelli eccelsi. Hanno una gestione delle risorse – leggi: i giocatori – calibrata per tutta la stagione che rasenta la perfezione. Sanno battere gli All Blacks. Nel senso che sanno come si fa e lo hanno anche fatto.
Certo le giornate storte capitano a chiunque, il Sei Nazioni è un torneo particolare, è l’anno del Mondiale e bla bla bla… Però siamo onesti: qualsiasi risultato diverso dalla vittoria finale sarebbe un mezzo fallimento. Lo dice il buon senso, che però non rimbalza sul campo come una palla ovale.

Chi può rompere le uova nel paniere all’Irlanda?
Solo due squadre possono aspirare a volare a quelle altezze. Sempre sulla carta, s’intende, che poi vedi mai… Chi sono? Inghilterra e Galles. Due formazioni che hanno i loro problemi ma che hanno a loro portata anche le soluzioni. Eddie Jones deve fronteggiare anche una stampa che sa diventare ostile come poche altre, e non è un problema secondario, così come non è secondario il fatto che l’Inghilterra (assieme alla Francia) sia la nazionale che conta sul parco giocatori più usurato dai club, al netto degli accordi tra società e federazioni.
Il Galles ha il grande vantaggio di arrivare al torneo a fari spenti o quasi, se ne parla pochissimo: Gatland avrà le sue belle gatte da pelare ma rispetto a Jones probabilmente sta come un pascià. E ha a sua disposizione una squadra davvero forte.

Quelli che possono mischiare le carte
Anche qui sono due: Scozia e Francia. I motivi sono chiaramente diversi ma se arrivassero a giocarsi la vittoria finale nel torneo all’ultima giornata non sconfineremmo nella fantascienza. Il XV del cardo sa giocare e mettere in difficoltà chiunque, è in grado di farti stropicciare gli occhi e c’è la voglia di spaccare il mondo per fare l’ultimo salto di qualità. I limiti sono un bacino molto più limitato rispetto a quasi tutti gli avversari e una capacità di incassare (con relativa eventuale reazione) ancora da verificare fino in fondo.
Pregi e difetti della Francia sono invece ormai gli stessi da diversi anni in qua: una identità poco chiara, qualche dubbio su alcuni ruoli importanti, soprattutto un ambiente che non sa più da tanto tempo che cosa significhi giocare con serenità. Ma anche tanta, tantissima qualità. Noi la affronteremo all’ultima giornata, e non credo che per gli azzurri sarà un vantaggio.

Quella che parte per farsi il meno male possibile
Rimane solo l’Italia. Il gruppo azzurro è il meno completo, il meno solido (anche mentalmente) e quello con il bacino di riferimento più limitato. Nelle ultime tre edizioni non abbiamo vinto nemmeno una partita: inutile nasconderlo, siamo di gran lunga i candidati numero uno al cucchiaio di legno e/o all’ultimo posto. In una ideale sfida uno-contro-uno praticamente nessuno dei nostri uomini toglierebbe il posto a un collega delle formazioni avversarie. Giusto Parisse e Campagnaro. Questo al 29 gennaio, ovviamente. Il Benetton Treviso sta facendo una grande stagione e ci si augura che questo porti benefici anche all’azzurro. Speriamo, ma non dimentichiamo che a controbilanciare c’è l’annata invece molto difficile delle Zebre e che il trapasso franchigia-nazionale non è immediato.
Si inizia da Murrayfield, contro la Scozia, gara estremamente complicata. E una delle più abbordabili per noi, in teoria. Scenderemo in campo per vincerla, va da sé, ma uscirne con una grande prestazione sarebbe già tanto. Lo dice il buon senso che però, come ho scritto prima, non rimbalza sul campo come una palla ovale.