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Un altro sabato di test-match: la guida da Italia-Australia a Francia-Argentina. E il mondo guarda Irlanda-All Blacks

Ph. Fotosportit/FIR

Australia come bersaglio grosso messo nel mirino da Conor O’Shea per questo mese di novembre. Lo sentiamo dire da settimane, e il motivo è stato di salute dei nostri avversari di Padova, che arrivano da una lunga serie di ko. Il gap tecnico è totalmente a loro vantaggio, ma la testa fa molto e i wallabies scenderanno in campo con l’obbligo di vincere mentre noi abbiamo poco o nulla da perdere. L’ideale, in effetti, ma bisogna mantenere i piedi ben piantati per terra e renderci conto che dipende solo dagli australiani: se il XV allenato da Cheika gioca come può e come sa si tratterà solo di limitare i danni, anche se noi dovessimo esprimerci al 110%. Se invece saremo bravi a mettergli dei tarli in testa…
Detto questo, io sarei pronto (prontissimo) a barattare una vittoria con l’Australia con un tot di affermazioni sparse nei prossimi mesi: un paio di anni fa abbiamo superato il Sudafrica, è stato bellissimo, ma il solito exploit isolato. Io ne avrei le tasche piene eh…
Azzurri senza Parisse ma con Hayward, Cheika fa debuttare Jake Gordon e Jordan Petaia e che può contare su una panchina di assoluto prim’ordine.
Gli occhi Ovalia saranno puntati su Dublino, dove si gioca la sfida tra le due prime squadre del mondo: Irlanda-All Blacks promette di essere uno spettacolo di prim’ordine. Da non perdere nemmeno Scozia-Sudafrica e Francia-Argentina.
Domenica spazio al massimo campionato italiano con le partite dell’ottava giornata, questo il programma:
Valorugby Emilia v Lazio Rugby 1927 (ore 14.30)
Fiamme Oro Rugby v Verona Rugby (ore 14.30)
Mogliano Rugby 1969 v Argos Petrarca Padova (ore 15)
Toscana Aeroporti I Medicei v Lafert San Donà (ore 15)
Valsugana Rugby Padova v Rugby Viadana 1970 (ore 15)
Kawasaki Robot Calvisano v Femi-CZ Rovigo (ore 15)

Orari, tv e formazioni dei test-match internazionali:

Italia – Australia: ore 15 (Stadio Euganeo, Padova), diretta tv su DMAX
Italia: 15 Jayden Hayward, 14 Tommaso Benvenuti, 13 Michele Campagnaro, 12 Tommaso Castello, 11 Mattia Bellini, 10 Tommaso Allan, 9 Tito Tebaldi, 8 Abraham Jurgens Steyn, 7 Jake Polledri, 6 Sebastian Negri, 5 Dean Budd, 4 Alessandro Zanni, 3 Simone Ferrari, 2 Leonardo Ghiraldini (c), 1 Andrea Lovotti
Riserve: 16 Luca Bigi, 17 Cherif Traore’, 18 Tiziano Pasquali, 19 Marco Fuser, 20 Johan Meyer, 21 Guglielmo Palazzani, 22 Carlo Canna, 23 Luca Morisi
Australia: 15 Israel Folau, 14 Adam Ashley-Cooper, 13 Samu Kerevi, 12 Bernard Foley, 11 Jordan Petaia, 10 Matt Toomua, 9 Jake Gordon, 8 David Pocock, 7 Michael Hooper (c), 6 Jack Dempsey, 5 Adam Coleman, 4 Izack Rodda, 3 Taniela Tupou, 2 Folau Fainga’a, 1 Scott Sio
Riserve: 16 Tatafu Polota-Nau, 17 Jermaine Ainsley, 18 Sekope Kepu, 19 Rory Arnold, 20 Pete Samu, 21 Will Genia, 22 Kurtley Beale, 23 Dane Haylett-Petty

Galles – Tonga: ore 15.30 (Cardiff, Principality Stadium)
Galles: 15 Jonah Holmes 14 Liam Williams, 13 Tyler Morgan, 12 Owen Watkin, 11 Steff Evans, 10 Dan Biggar, 9 Tomos Williams, 8 Seb Davies, 7 Ellis Jenkins (c), 6 Aaron Wainwright, 5 Adam Beard, 4 Jake Ball, 3 Leon Brown, 2 Elliot Dee, 1 Wyn Jones
Riserve: 16 Ryan Elias, 17 Rob Evans, 18 Tomas Francis, 19 Cory Hill, 20 Ross Moriarty, 21 Aled Davies, 22 Rhys Patchell, 23 Josh Adams
Tonga:

Inghilterra – Giappone: ore 16 (Londra, Twickenham Stadium)
Inghilterra: 15 Elliot Daly, 14 Joe Cokanasiga, 13 Jack Nowell, 12 Alex Lozowski, 11 Chris Ashton, 10 George Ford (c), 9 Danny Care, 8 Zach Mercer, 7 Mark Wilson, 6 Courtney Lawes, 5 Maro Itoje, 4 Charlie Ewels, 3 Harry Williams, 2 Jamie George, 1 Alec Hepburn
Riserve: 16 Dylan Hartley, 17 Ben Moon, 18 Kyle Sinckler, 19 Ted Hill, 20 Sam Underhill, 21 Richard Wigglesworth, 22 Owen Farrell, 23 Henry Slade
Giappone: 15 William Tupou, 14 Akihito Yamada, 13 Timothy Lafaele, 12 Ryoto Nakamura, 11 Kenki Fukuoka, 10 Yu Tamura, 9 Fumiaki Tanaka, 8 Kazuki Himeno, 7 Masakatsu Nishikawa, 6 Michael Leitch (c), 5 Uwe Helu, 4 Wimpie van der Walt, 3 Jiwon Koo, 2 Atsushi Sakate, 1 Keita Inagaki
Riserve: 16 Yusuke Niwai, 17 Koki Yamamoto, 18 Asaeli Ai Valu, 19 Samuela Anise, 20 Hendrik Tui, 21 Shunsuke Nunomaki, 22 Yutaka Nagare, 23 Rikiya Matsuda

Scozia – Sudafrica: ore 18.20 (Edimburgo, Murrayfield Stadium)
Scozia: 15 Stuart Hogg, 14 Tommy Seymour, 13 Huw Jones, 12 Pete Horne, 11 Sean Maitland, 10 Finn Russell, 9 Greig Laidlaw (c), 8 Ryan Wilson, 7 Hamish Watson, 6 Sam Skinner, 5 Jonny Gray, 4 Ben Toolis, 3 Willem Nel, 2 Stuart McInally, 1 Gordon Reid
Riserve: 16 Fraser Brown, 17 Allan Dell, 18 Simon Berghan, 19 Josh Strauss, 20 Jamie Ritchie, 21 Ali Price, 22 Adam Hastings, 23 Chris Harris
Sudafrica: 15 Willie le Roux, 14 Sbu Nkosi, 13 Jesse Kriel, 12 Damian de Allende, 11 Aphiwe Dyantyi, 10 Handré Pollard, 9 Embrose Papier, 8 Duane Vermeulen, 7 Pieter-Steph du Toit, 6 Siya Kolisi (c), 5 Franco Mostert, 4 RG Snyman, 3 Frans Malherbe, 2 Malcolm Marx, 1 Steven Kitshoff
Riserve: 16 Bongi Mbonambi, 17 Thomas du Toit, 18 Vincent Koch, 19 Lood de Jager, 20 Francois Louw, 21 Ivan van Zyl, 22 Elton Jantjies, 23 Cheslin Kolbe

Irlanda – Nuova Zelanda: ore 20 (Dublino, Aviva Stadium), diretta streaming su DAZN
Irlanda: 15 Rob Kearney, 14 Keith Earls, 13 Garry Ringrose, 12 Bundee Aki, 11 Jacob Stockdale, 10 Jonathan Sexton, 9 Kieran Marmion, 8 CJ Stander, 7 Dan Leavy, 6 Peter O’Mahony, 5 James Ryan, 4 Devin Toner, 3 Tadhg Furlong, 2 Rory Best (c), 1 Cian Healy
Riserve: 16 Sean Cronin, 17 Jack McGrath, 18 Andrew Porter, 19 Iain Henderson, 20 Josh van der Flier, 21 Luke McGrath, 22 Joey Carbery, 23 Jordan Larmour
Nuova Zelanda: 15 Damian McKenzie, 14 Ben Smith, 13 Jack Goodhue, 12 Ryan Crotty, 11 Rieko Ioane, 10 Beauden Barrett, 9 Aaron Smith, 8 Kieran Read (c), 7 Ardie Savea, 6 Liam Squire, 5 Brodie Retallick, 4 Sam Whitelock, 3 Owen Franks, 2 Codie Taylor, 1 Karl Tu’inukuafe
Riserve: 16 Dane Coles, 17 Ofa Tuungafasi, 18 Nepo Laulala, 19 Scott Barrett, 20 Matt Todd, 21 TJ Perenara, 22 Richie Mo’unga, 23 Anton Lienert-Brown

Francia – Argentina: ore 20.45 (Lille, Stade Pierre-Mauroy), diretta tv su Eurosport
Francia: 15 Maxime Medard, 14 Teddy Thomas, 13 Mathieu Bastareaud, 12 Gael Fickou, 11 Yoann Huget, 10 Camille Lopez, 9 Baptiste Serin, 8 Louis Picamoles, 7 Artur Iturria, 6 Wenceslas Lauret, 5 Yoan Maestri, 4 Sebastien Vahaamahina, 3 Cedate Gomes Sa, 2 Guilhem Guirado (c), 1 Jefferson Poirot 
Riserve:16 Camille Chat, 17 Dany Priso, 18 Rabah Slimani, 19 Paul Gabrillagues, 20 Mathieu Babillot, 21 Antoine Dupont, 22 Anthony Belleau, 23 Benjamin Fall
Argentina: 15 Emiliano Boffelli, 14 Bautista Delguy, 13 Matias Orlando, 12 Jeronimo De La Fuente, 11 Ramiro Moyano, 10 Nicolas Sanchez, 9 Gonzalo Bertranou, 8 Javier Ortega Desio, 7 Guido Petti, 6 Pablo Matera (c), 5 Tomas Lavanini, 4 Matias Alemanno, 3 Santiago Medrano, 2 Augustin Creevy, 1 Santiago Garcia Botta
Riserve:16 Julian Montoya, 17 Juan Pablo Zeiss, 18 Lucio Sordoni, 19 Mariano Galarza, 20 Rodrigo Bruni, 21 Tomas Lezana, 22 Tomas Cubelli, 23 Matias Moroni

A lunedì

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Italia-Georgia: obiettivo raggiunto, anche se dovevamo farlo parecchio meglio

Pensieri sparsi sulla partita di Firenze. E sugli altri test-match, guardando con invidia la Scozia…

La ballata di Heathcote e Warburton: il blues triste del rugby moderno

Due storie diverse, eppure molto simili, finite sui giornali a poche ore di distanza l’una dall’altra. E che dovrebbero spingere il rugby a farsi qualche domanda

Sam Warburton, solo 30 anni da compiere il prossimo 5 ottobre, lascia il rugby giocato. Uno dei giocatori più forti e determinanti nel suo ruolo (e non solo) degli ultimi 10 anni appende gli scarpini al chiodo perché non ce l’ha fatta a recuperare da due infortuni che gli hanno fatto saltare interamente l’ultima stagione. Detta meglio: ha capito che non riuscirà a tornare ai livelli oggi richiesti dal rugby internazionale. I suoi 74 caps con il Galles, le sue 103 gare con i Cardiff Blues, la fascia da capitano con i British & Irish Lions che hanno costretto nell’estate di un anno fa gli All Blacks a pareggiare la serie con la prestigiosa selezione sono ora nel bagaglio dei ricordi di un ex giocatore.
Tom Heathcote è uno scozzese di Inverness. Ha 26 anni, mediano di apertura, ha giocato con le maglie di Edimburgo, Bath e Worcester Warriors. Ha vestito le maglie della nazionale scozzese A, per tre volte quella della nazionale maggiore del suo paese e – per non farsi mancare nulla – pure quella dell’U20 inglese. Un giocatore di buona qualità che oggi è senza contratto: una serie di infortuni alla testa hanno limitato il suo utilizzo nel corso degli ultimi anni e il campo da gioco nell’ultima stagione lo ha praticamente sempre visto da lontano.

Due storie che sembrano lontanissime ma che invece sono molti più vicine di quello che una prima e superficiale impressione può lasciare. Perché entrambe ci dicono tanto sul rugby di oggi, uno sport in cui l’aspetto fisico oggi è sempre più centrale sovraesposto. Che lo si faccia per motivi tecnici o di mero spettacolo poco conta, perché  alla lunga i risultati sono (anche) questi.
Qualche ora prima che Warburton annunciasse il suo ritiro il Daily Telegraph ha pubblicato un articolo in cui si parte proprio da Tom Heathcote per raccontarci le storie semisconosciute di tantissimi giocatori che vengono “persi” per via degli infortuni. No, perdonatemi, anche questa cosa si può dire meglio: dei giocatori che rimangono senza contratto per via degli infortuni, che non è la stessa cosa. Perché Warburton, se avesse voluto, avrebbe potuto prendersi altri sei mesi o un anno per cercare di recuperare dai suoi guai fisici. Heathcote e quelli come lui no.
Perché Heathcote è in realtà clinicamente abile e arruolato, può giocare: lo dicono i medici. In teoria. La pratica è che i club non si fidano e quindi un giocatore che magari non sarà un fenomeno ma che ha comunque non poche qualità a oggi non ha una squadra.
E gli Heathcote sono tanti: secondo il quotidiano britannico il 14% dei giocatori che erano nelle rose delle squadre che hanno preso parte all’ultima Premiership non avranno un contratto e non saranno al via tra qualche settimana nella nuova stagione.

Certo, ognuno ha la sua storia, e tutte hanno le loro caratteristiche uniche. Qualcuno dirà che queste cose succedevano anche prima del professionismo. Vero, però il 14% sono davvero tanti. Il fatto è che i club hanno la possibilità di “tagliare” un giocatore se questi supera un tetto di mesi di stop per infortuni. E il Telegraph cita la vicenda di Max Davies, un anno fa tra i protagonisti dell’Inghilterra U20 arrivata seconda ai Mondiali di categoria del 2017 e il suo club – i Falcons – già lo scorso aprile gli ha comunicato che sarebbe rimasto senza contratto,
La combinazione tra un gioco sempre più fisicamente brutale e le necessità dei club rischiano di creare un mix davvero pericoloso per il rugby. La RPA, l’associazione dei giocatori inglese, ha stimato che solo un quarto di quel 14% alla fine riuscirà ad ottenere un qualche contratto e chiede che il problema venga quantomeno affrontato.
Forse accostare Warburton e Heathcote (e i suoi “simili”) è arbitrario, non lo penso, ma capisco anche che qualcuno possa sostenerlo. Forse non sono due facce di uno stesso problema, ma sono comunque aspetti tra loro accostabili e che devono spingere federazioni e World Rugby a farsi qualche domanda.

Dagli arbitri all’Argentina, fino all’Italia: i test-match nel Tinello di Vittorio Munari

Tre settimane di rugby intensissimo che ci hanno regalato spunti e riflessioni: dal caos sull’interpretazione delle regole fino alla crisi dei Pumas passando attraverso il “caso McKenzie” degli All Blacks, le difficoltà inglesi, la stanchezza (e non solo) della Francia. Senza dimenticare la bellissima serie Australia-Irlanda e il tour azzurro in Giappone…
E stavolta i file sono due, inevitabilmente.
Palla a Vittorio!

Giugno ci consegna una Ovalia sempre più All Blacks e verde Irlanda. E molto poco Pumas

Un mese di scontri tra i due emisferi a un anno dalla RWC: Nuova Zelanda, Irlanda e Australia le migliori. Molto male i Pumas. E l’Italia…

Per le nazionali europee è stato l’ultimo atto di un’annata sportiva lunghissima, per quelle dell’emisfero sud questo mese di giugno ha segnato il debutto stagionale dopo i fuochi d’artificio del Super Rugby.Da qualunque parte la si prenda per tutti queste settimane segnano però un cerchio rosso sul calendario in vista della RWC, che nel 2019 scatterà venerdì 19 settembre a Tokyo con Giappone-Russia.
Di seguito alcune impressioni sulle squadre – in rigoroso ordine alfabetico – che prendono parte al Sei Nazioni e al Rugby Championship, più il Giappone. Lo so, rimangono fuori le tre del Pacifico, ma di Samoa, Tonga e Fiji non ho praticamente visto nulla se non il risultato, quindi mi astengo.

Argentina – Via il dente e via il dolore: la vera delusione di queste settimane. Abbiamo visto una squadra irriconoscibile in un momento non semplice e probabilmente “di passaggio” per il movimento argentino. Da una parte i Jaguares che nel Super Rugby non stanno certo sfigurando (8 vittorie in 13 gare, 34 punti in classifica che valgono la seconda posizione nella loro pool ma il 7° posto generale) e dall’altro una nazionale che ha vinto solo due partite negli ultimi 17 match. I Pumas in questo mese hanno perso contro il Galles due volte in maniera più netta di quanto non dica il risultato (10-23 e 12-30), due ko che hanno spinto il ct Daniel Hourcade a rassegnare le dimissioni: “Non ho avuto risposte, il mio messaggio non arriva più alla squadra”, ha detto in conferenza stampa. Ha pure ammesso che era stata presa in considerazione l’ipotesi di lasciare prima della finestra di giugno, segno evidente che qualcosa si era rotto da tempo. La sconfitta di sabato contro la Scozia 15-44 è stata il punto più basso, ora si riparte. Il materiale e lo spirito certo non mancano, ma il Mondiale è davvero dietro l’angolo… Forse non siamo all’Anno Zero, ma non siamo nemmeno così lontani. Sono da sempre un loro simpatizzante, lasciatemelo dire: forza Pumas!

Australia – Ha perso la serie contro l’Irlanda riuscendo a superare il XV in maglia verde solo nella prima sfida, a Brisbane. Ha messo in mostra gli alti e i bassi tipici degli ultimi anni (più i primi che non i secondi) ma l’impressione è che passi avanti siano stati fatti e che quindi alla fine il bicchiere possa essere considerato mezzo pieno. Ha affrontato a viso aperto quella che oggi è probabilmente la migliore squadra al mondo assieme agli All Blacks finendo tutte le gare a una incollatura o quasi (18-9, 21-26 e 16-20: il saldo algebrico dei tre test dà “somma zero”, con 55 punti fatti/subiti per entrambe le selezioni). I dettagli hanno premiato l’Irlanda, cosa che a questi livelli ha grande importanza e può decidere le sorti di una squadra, ma i giocatori ci sono, lo staff anche. Concretizza ancora un po’ poco rispetto a quello che produce ma i wallabies in questo momento davanti a loro hanno solo due squadre.

Francia – Aveva il compito più difficile, ovvero affrontare gli All Blacks in casa loro, e se ne torna a casa con tre sconfitte sul groppone in altrettante gare. In una i galletti ci hanno messo anche un po’ del loro giocando per quasi 70 minuti in 14 con un uomo in meno per l’espulsione di Fall, curiosamente la partita in cui il gap del punteggio è rimasto più contenuto (26-13). Molto più nette le altre due sconfitte: 52-11 e 49-14. Jacques Brunel guida una squadra dove il talento non manca ma che va troppo a intermittenza, con la luce che si accende e si spegna improvvisamente in continuazione. Tutte “caratteristiche” che i bleus avevano già messo in mostra nel corso del Sei Nazioni. Squadra tignosa, che può vincere anche giocando male, ma non se trova davanti a sé squadre organizzate e con le idee chiare. Non oggi almeno, tra un anno chissà. La strada è quella giusta: pensate a come stava messa la Francia un anno fa…

Galles – Difficile parlare del Galles di questo giugno. Prima il test-match naif (definiamolo così) contro il Sudafrica a Washington vinto 22 a 20 ma con due squadre con tanti giovani, poi le due affermazioni nette in Argentina però contro i peggiori Pumas degli ultimi anni. Ok, non è certo colpa loro e comunque i Dragoni hanno fatto quello che dovevano fare, ma diventa complicato dare un giudizio che prescinda dai risultati. La squadra di Gatland ha chiuso lo scorso Sei Nazioni al secondo posto ma a ben 11 punti di distanza dall’Irlanda, nel tour delle Americhe i dubbi e i problemi messi in mostra nelle ultime stagioni non sono stati fugati ma tre vittorie fanno comunque morale e affrontare questa squadra è sempre complicato.

Giappone – Una vittoria netta contro l’Italia, un ko per 22-25 una settimana dopo sempre contro gli azzurri e un 28 a 0 rifilato alla Georgia lo scorso sabato. I Brave Blossoms quando giocano con abnegazione, concentrazione e determinazione fisica sono un pessimo cliente per chiunque, ma sono squadra che non può permettersi cali di concentrazione di sorta. Jamie Joseph deve lavorare sull’approccio mentale e su una disciplina che a volte lascia un po’ a desiderare. Tra un anno se saprà gestire la pressione del giocare un Mondiale in casa (tanto più dopo la bellissima RWC2015) può levarsi soddisfazioni, ma se quella stessa pressione non sarà trasformata in benzina per i nipponici potrebbe diventare un problema serissimo.

Inghilterra – La grande malata del rugby mondiale di questo 2018 non sta ancora bene e il tour in Sudafrica mette in mostra una squadra che sembra troppo impegnata a cercare di capire perché le cose non stanno andando come un anno fa per riuscire davvero a risolvere. L’Inghilterra oggi è una squadra fortissima che ha perso concentrazione e soprattutto serenità, non è tranquilla. La pressione mediatica in patria non aiuta, ma quella c’è sempre stata e il gruppo dovrebbe avere spalle abbastanza grosse quantomeno per sapere incassare bene le critiche.La vittoria di questo sabato (25 a 10) dopo i ko nei primi due match degli springboks (39-42 e 12-23) è un sorriso che ci voleva ma che al momento può essere paragonato a un buon brodino, non molto di più. Gli impegni di novembre sono di quelli importanti: Sudafrica, All Blacks, Giappone e Australia ci diranno moltissimo.

Irlanda – Sa giocare benissimo e quando non lo fa (perché capita pure questo) riesce comunque a vincere quasi sempre perché ha testa, cuore, e gli uomini con le caratteristiche e il piede giusto per risolvere le partite. Oggi è la squadra che con gli All Blacks gode meritatamente del maggior credito per il Mondiale 2019, la crescita sembra essere continua e gli inevitabili inciampi diventano lezioni che vengono subito assorbite da un gruppo dove tecnica e talento abbondano. Il maggior merito di Schmidt e del suo staff è proprio quello di aver creato una mentalità solidissima. La domanda è se l’Irlanda riuscirà a mantenere questa condizione per altri 14-15 mesi. Il tempo risponderà.

Italia – Discorso simile a quello fatto con il Giappone: gli azzurri se vogliono ottenere risultati devono giocare al massimo della loro possibilità e della loro concentrazione. Del mazzo è tra le squadre con meno talento puro, determinazione e organizzazione diventano quindi fondamentali. Anche perché i nostri passaggi a vuoto diventano spesso delle cadute difficili da raddrizzare. Abbiamo problemi un po’ dappertutto ma la strada che stiamo percorrendo è l’unica opzione possibile: rispetto agli altri abbiamo l’handicap di un movimento che ha più tare, che è partito più in (colpevole) ritardo e più cose da sistemare. Aspetti questi che alla lunga non possono non riflettersi sul campo.

Nuova Zelanda – Sono i più forti e lo hanno dimostrato ancora una volta. Quella degli All Blacks è quasi una corsa su se stessi, volta alla ricerca della perfezione ovale sia per quello che si vede in campo che nella struttura di cui i tuttineri sono vertice. Una struttura permeata in maniera impeccabile su quelle che sono le loro caratteristiche, non replicabile.
La Nuova Zelanda ha dominato la serie sulla Francia dimostrando che questa è una squadra che che non si perde mai d’animo anche quando gioca al di sotto dei suoi elevatissimi standard, che si rialza in un men che non si dica e che può far male in mille modi diversi. E cosa più importante: questi All Blacks sanno soffrire, mantengono i piedi ben piantati a terra. Cosa per nulla scontata se teniamo conto che stiamo parlando di una squadra che da ormai 10 anni viaggia con una percentuale di vittorie di oltre il 90%…

Scozia – Con il Galles la squadra meno giudicabile di questo giugno. Ha battuto il Canada 48-10 per poi perdere contro gli USA per 30-29 una partita che a un certo punto il XV in maglia blu controllava per 21-6. Poi la nettissima vittoria su un’Argentina davvero irriconoscibile. Un tour in cui il ct Townsend ha potuto provare diversi giocatori e fatto tirare un po’ il fiato a un gruppo che in questi anni è cresciuto molto ma che non è molto profondo. Squadra che proprio per la sua rosa ridotta ha bisogno di una programmazione quasi perfetta, molto più delle altre.

Sudafrica – E’ un buon giugno quello dei primi springboks targati Erasmus. Squadra che è un vero cantiere aperto ma con quel bacino gli scalini si possono superare più velocemente rispetto ad altri. Ha grandissimi margini di miglioramento e le due vittorie contro gli inglesi sono carburante prezioso per la testa. Curiosissimo di vedere come si comporterà nel Rugby Championship.