Alessandro Zanni, 7 anni da senatore celtico: “Il Pro12 è la strada giusta, nonostante tutto”

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ph. Marco Sartori

A fine mese Alessandro Zanni compirà 33 anni. E’ al Benetton Treviso dal 2009 e forse mi sbaglio, ma si tratta del senatore italiano per quanto riguarda l’avventura celtica: presente e protagonista (64 partite finora giocate, 6 mete realizzate) sin dalla prima edizione dell’allora Celtic League.
Per riaprire in maniera ufficiale questo blog ho scelto di intervistarlo perché la presenza o meno delle squadre italiane nella Guinness Pro12 è determinante per l’intero movimento. Per motivi brutalmente economici, di struttura e di filiera: esserci o non esserci in quel torneo cambia profondamente la nostra natura, più di qualsiasi altra cosa.
Io sono un laico dubbioso sulla partecipazione di Benetton e Zebre o di qualunque altra nostra formazione al Pro12. Non sono mai stato un detrattore ma nemmeno un entusiasta. A rigor di logica quella di partecipare a un torneo con le più forti compagini scozzesi, gallesi e irlandesi non sembra avere grosse controindicazioni ma quello che è mancato dalle nostre parti (a mio personalissimo parere, s’intende) è stata una serie riflessione dopo 2/3 stagioni, un attento esame della situazione che poi non è stato fatto nemmeno negli anni a seguire: l’impressione è che chi avrebbe dovuto non si è fatto grandi domande e si è “accontentato” di rimanere dove si trovava. E forse nemmeno la stampa specializzata – sottoscritto compreso – lo ha spinto più di tanto. Perché quello celtico è un salotto indubbiamente importante, una specie di scala ridotta di quello del Sei Nazioni, ma forse forse…
Non ho certezze in merito, intendiamoci, ma qualche domanda forse andava messa sul tavolo. Tipo: cosa ci porta questo torneo? Cosa ci toglie? I tanti, tantissimi, soldi investiti hanno dato un ritorno adeguato sotto i più diversi aspetti? Siamo davvero sicuri che un campionato italiano di livello non possa dare risultati simili e magari nel tempo anche superiori? Che una Eccellenza con un livello di gioco come quello di un po’ di anni fa non porterebbe anche a una visibilità mediatica (e di conseguenza: maggiori sponsor) superiore a quella che finora ha dato il Pro12?
Domande a cui Alessandro Zanni può rispondere solo parzialmente, non è compito suo farlo, ma con lui ho provato a tracciare un bilancio di questa esperienza giunta ormai alla sua settima stagione. E il capitano del Benetton Treviso sembra avere idee molto chiare in merito.

Sei presente e protagonista dell’avventura celtica sin dall’inizio. Anzi, probabilmente sei il senatore italiano in quello che oggi è il Pro12. La domanda è secca: questa esperienza è servita e serve ancora?
Sì. E’ servita: ha senza dubbio migliorato diversi giocatori che magari in un campionato come quello che è oggi quello dell’Eccellenza avrebbero avuto una crescita molto più limitata. Il livello del Pro12 a livello tecnico e fisico è indubbiamente più alto. Se mi chiedi se in questi anni ho visto dei cambiamenti la risposta non può essere che sì, sicuramente. Certo non è facile perché come miglioriamo e cresciamo noi lo stesso fanno anche i nostri avversari che già partono da un livello più alto.

C’è qualche “però”?
Siamo cresciuti, ma forse non nel modo che magari ci si attendeva: probabilmente ci si aspettava che dopo tutti questi anni Benetton e Zebre potessero lottare per il vertice o comunque giocare per vincere più partite. Finora è successo solo una volta, ormai 4 anni fa, quando qui a Treviso abbiamo vinto 10 gare, ce la siamo giocata davvero con tutti ma rimanendo comunque lontano dalle parti alte della classifica.
Non mi nascondo, possiamo e dobbiamo fare meglio ma il Pro12 è indispensabile, ti confronti ogni settimana con le migliori realtà e i giocatori più forti di Irlanda, Scozia e Galles: alla fine per la crescita del movimento è veramente importante, nonostante le tante sconfitte.

Quando siamo entrati nell’allora Celtic League c’è stata una crescita fisica immediata e innegabile: prima le partite della nostra nazionale duravano 40/60 minuti, poi andavamo in apnea, questa cosa ce la siamo messa alle spalle nel giro di qualche mese. E’ però pur vero che dopo dei passi avanti anche sul fronte dei risultati nelle prime edizioni poi ci siamo fermati: Treviso nei primi anni non è mai arrivata ultima o penultima, dopo quel settimo posto però la storia è purtroppo cambiata. E va detto che il Benetton che è arrivato ad annusare, diciamo così, le posizioni di testa del Pro12 era “figlio” di quel campionato italiano di cui abbiamo parlato poco fa...
E’ vero, però è stato anche un momento in cui diversi aspetti positivi sono andati a sommarsi: un gruppo di giocatori importanti e di livello, un tecnico come Franco Smith capace di guidare e motivare quegli stessi atleti, ci siamo trovati a giocare nel contesto giusto. Quel gruppo era forte sotto tanti aspetti, un gruppo – è vero quello che dici – partito dal campionato italiano e giunto alla sua maturazione e in cui c’erano molti dei giocatori migliori del nostro movimento.
Non va nemmeno sottovalutato il fattore novità che c’è stato nelle prime edizioni che ha spinto un po’ tutto l’ambiente a una crescita importante. C’era l’entusiasmo di iniziare una nuova esperienza.

E’ però innegabile che questa crescita a un certo punto si è fermata. Anche a Treviso dopo quel settimo posto lo stesso ambiente ha perso serenità: prima la vicenda Franco smith, gli scontri con la federazione, l’addio di Vittorio Munari, quel 9 febbraio 2014 quando il club annunciava il suo addio alla Celtic poco dopo la fine di Francia-Italia del Sei Nazioni. Si è un po’ rotto tutto.
Quell’anno avevamo vinto 10 partite, non è stato certo un caso. Anche quando abbiamo perso spesso abbiamo giocato bene e questo si era riflesso sulle prestazioni della nazionale che ha giocato quello che è stato forse il suo miglior Sei Nazioni di sempre in termini di risultati e di qualità del gioco. Poi, sì, qualcosa si è rotto e il processo di rinnovamento è stato molto difficile, i risultati non sono più arrivati fino alla scorsa stagione con il nostro ultimo posto in Pro12.
Questo però non va a toccare quella che è l’importanza di avere due squadre italiane in quella competizione, nonostante tutte le difficoltà. In questi anni ho visto giovani giocatori maturare comunque più rapidamente rispetto a quello che succedeva prima: non succede sempre, ci sono fattori personali che incidono, ma tendenzialmente oggi crescono prima di quanto non sia capitato anche a me.

Si può dire che il gruppo di cui tu facevi parte e di cui abbiamo parlato prima era figlio di un campionato italiano di livello maggiore e che quindi ha potuto beneficiare al meglio del salto di qualità offerto della Celtic mentre oggi con una Eccellenza di livello più basso è tutto più complicato perché il gap tra le due competizioni è cresciuto rispetto al 2010?
Sì, direi proprio di sì. Passare dall’Eccellenza al Pro12 è davvero un passo lungo, è sicuramente più complesso che non averlo fatto dall’allora Top 10 italiana alla Celtic league. Va pure detto che i buget del nostro massimo campionato oggi non sono certo quelli su cui Calvisano o la stessa Treviso potevano contare qualche anno fa e che la qualità dei giocatori stranieri era più elevata: allora c’era gente come Alesana Tuilagi, Sireli Bobo, Brendan Williams…
Oggi il percorso dall’Eccellenza al Pro12 è generalmente più lungo, anche se c’è chi già alla sua prima stagione sembra soffrire meno. Qui a Treviso posso ad esempio farti il nome di Luca Sperandio, che deve ancora migliorare molto ma ci ha messo davvero poco ad adattarsi.

Torniamo a quel 9 febbraio 2014. Nel comunicato con cui il Benetton Treviso faceva sapere che non c’erano le condizioni per il rinnovo della partecipazione al Pro12 si parlava di mancanza di progettualità. Si può dire che ancora oggi quella è un po’ la vera tara di questa avventura? Ovvero che siamo in quel torneo non perché ci si creda davvero poi tanto ma perché alla fine – vista la situazione data – oggi sembra essere l’unica opzione. Non siamo per nulla convinti della cosa. Forse.
Bisogna avere pazienza. Lo so che è un ritornello che sentiamo dire spesso e da un po’ di anni, ma è così. Sicuramente avremmo potuto ambire a risultati migliori, questo è indubbio: le squadre italiane non sono finora mai riuscite ad essere completamente competitive, ovvero giocare con alto profilo per tutta la stagione e aspirare ai primi posti.
Però come ci siamo evoluti noi, anche se a piccoli passi, lo stesso hanno fatto anche le altre squadre che già erano più strutturate e attrezzate. Che avevano e hanno una tradizione che noi non abbiamo. Loro hanno una progettualità rodata, noi no.

Questo è indubbio. Spesso viene fatto l’esempio del Connacht come quello della “Cenerentola” che è diventata grande, che è vero ma si dimentica forse di sottolineare che la squadra di Galway è cresciuta in un ambiente che è più attrezzato e performante di quanto non sia il nostro, un ambiente che sa da tempo che cosa significa essere nell’alto livello…
Infatti. Non va dimenticato che quello è un ambiente che in generale conosce e respira il rugby, da noi non è così. E’ un incontro di vari fattori quello che ti porta ad avere risultati, gli aspetti sono davvero tanti: ci devono essere i giocatori, ci deve essere uno staff all’altezza, il management…
Io penso che siamo andando nella giusta direzione. Noi a Treviso abbiamo avuto difficoltà ma già quest’anno sotto l’aspetto tecnico siamo cresciuti molto, la società si è strutturata e si è articolata in maniera interessante. Abbiamo allenatori giovani ma con grandi competenze e un vissuto importante. Parlo di gente come Galon, Bortolami e Ongaro che sono comunque ai primi passi e anche loro come noi devono crescere. Serve tempo e pazienza, ma la strada è giusta. Poi è vero che i risultati latitano, questo oggi è innegabile.

Parlando di Treviso non si può sottolineare comunque la difficoltà di riprendere una corsa dopo quello che è successo due o tre anni fa. La nuova struttura tecnica necessita di tempo per ottenere risultati, lo stesso Pat Lam a Connacht ha raccolto i frutti alla sua terza stagione, non prima.
Sì, abbiamo cambiato sempre tanti giocatori. Tre anni fa abbiamo praticamente smobilitato, con i nostri atleti più importanti che sono andati all’estero, sono cambiati gli stranieri… Si è fatto un lavoro di prospettiva e oggi abbiamo qui un gruppo di ventenni che fanno ben sperare per il futuro. Bisogna lavorare su quello e farli crescere in maniera tale che possano arrivare a giocare per traguardi più importanti.

Quando parli off record con chi ha preso parte finora all’avventura celtica c’è un argomento che salta sempre fuori ma che non conquista mai le prime pagine dei giornali e dei media: parlo della logistica e delle trasferte. Cavinato, Casellato, Guidi, De Rossi, Munari… tutti dicono la stessa cosa: le trasferte per Zebre e Benetton sono lunghe, complicate e non consentono di allenarsi adeguatamente. Le conseguenze non possono poi non vedersi in campo
E’ vero. Sembra un dettaglio ma non è così. Le nostre trasferte, derby italiano a parte sono tutte con l’aereo, spesso con aeroporti o scali non vicini ai luoghi delle partite. Sono lunghe e faticose. Per le altre squadre non è così: Galles, Scozia e Irlanda sono comunque più vicine tra loro, i tempi di volo ridotti. Le regions irlandesi e gallesi possono contare su un buon numero di trasferte che affrontano in bus. Il più delle volte quando i nostri avversari vengono in Italia rimangono tutta la settimana per affrontare in una volta sola le nostre due squadre, a noi capita raramente. E se anche non succede loro hanno due trasferte lunghe, noi una decina. Le assorbono molto meglio di quanto non possiamo fare noi, i viaggi compromettono la preparazione, non possiamo allenarci adeguatamente. Da un punto di vista logistico è difficile, nonostante l’ampiezza delle rose.

C’è qualcosa che non ti piace nel Pro12 e che tu cambieresti?
Non esiste la formula magica, la struttura non la cambierei. Ci sono dettagli da sistemare o che sono migliorabili, come appunto quello delle trasferte, ma mi ripeto: la strada è quella giusta.

La nazionale: l’arrivo di O’Shea ha decisamente cambiato l’atmosfera ma questa volta non ci si può fermare a questo perché ad essere rivoluzionata è stata la struttura, oggi molto più simile a quella dei nostri avversari. Con Mallett e Brunel si era detto che si sarebbero occupati anche del coordinamento con le celtiche ma la cosa è rimasta sulla carta, oggi non è così: il ct azzurro e i suoi collaboratori sono in costante contatto con Benetton e Zebre e la sua presenza alla Ghirada non fa più notizia.
E’ cambiato molto, indubbio. C’è un’atmosfera di maggiore professionalità, di alto livello. O’Shea sa molto bene come deve essere costruita una squadra e uno staff per poter performare. Bisogna comunque avere pazienza perché è arrivato da meno di 8 mesi e ogni realtà ha le sue caratteristiche, l’Italia non è certo l’Inghilterra ma il ct lo sa benissimo. Dopo un buon tour estivo e la vittoria sul Sudafrica arriva un Sei Nazioni importante, sarà un bel banco di prova: ci sono tutte le prospettive perché l’Italia possa far bene. Le competenze per far crescere la nostra nazionale le abbiamo

Chiudiamo con le Zebre. A Treviso avete vissuto un momento molto difficile tre anni fa, i bianconeri oggi non sono certi del loro futuro. Le situazioni sono diverse – se Treviso avesse lasciato il Pro12 sarebbe comunque andata in Eccellenza, a Parma questa opzione non c’è e in più la struttura dirigenziale biancoverde è sicuramente più solida – ma cosa ti senti di consigliare ai tuoi colleghi e ai tuoi compagni di nazionale che vivono un momento così complicato?
Le situazioni sono diverse ma per un giocatore è comunque difficile giocare quando non sei sereno. Lo so che in questi momenti è più facile a dirsi che a farsi, ma il consiglio che mi sento di dare è di stare il più sereni e tranquilli possibile. Devono rimanere concentrati sul campo. E’ chiaro che quando tutte le condizioni non ti sono favorevoli è complicato riuscire ad essere performanti ma George Biagi è un ottimo capitano e sono sicuro che saprà tenere il gruppo compatto. Però so che la situazione non è per niente facile.

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Il Grillotalpa pronto al (nuovo) via: motori caldi e qualche dritta

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ph. Marco Turchetto – Rugbytoitaly

Si riparte, martedì 17 gennaio questo spazio riapre ufficialmente i battenti dopo oltre 4 anni. Il Grillotalpa si rimette lo zaino in spalla e avvia la sua Vespa. Già, ma per andare dove? Perché i lidi e i panorami che verranno frequentati dal sottoscritto saranno un po’ diversi rispetti a quelli di un tempo. Qualche dettaglio.
La grossa differenza sarà l’assenza della cronaca spicciola. Quando questo blog è nato è diventato un luogo dove nell’arco di una giornata venivano pubblicati anche 15 post, a volte di più. Nella sua versione 2017 non sarà così: tutti i giorni troverete un articolo, una intervista, un approfondimento, uno spunto ma niente cronaca, a meno di notizie clamorose o possibili esclusive. Voglio che Il Grillotalpa diventi una sorta di piazza dove discutere di cose ovali senza che debba perdersi dietro all’annuncio della formazione o al colpo di mercato, tanto per chiarire la cosa. La dichiarazione del presidente/allenatore/giocatore troverà spazio se avrà un orizzonte che va al di là del “qui e ora”. Cronache delle partite? Sì, forse, non sempre. E ci saranno pure giorni in cui non pubblicherò nulla. Non molti ma ci saranno.

Perché questa scelta? Per due motivi. Il primo: la cronaca quotidiana è pressante e non conosce freni, perdere di vista il quadro generale è un attimo. O meglio: la prospettiva delle cose temporalmente più vicine diventa ingombrante, a prescindere dalla loro oggettiva importanza. Nelle redazioni dei quotidiani un tempo dicevano che il cane che morde qualcuno sotto casa “vale” più dei 10 morti dall’altra parte del mondo. La Rete ha annullato le distanze geografiche e ha assottigliato quelle temporali, io voglio viaggiare in maniera più rilassata e prendermi un tempo un po’ diverso.
E questa è la motivazione poetica, ché il secondo motivo di questa mia scelta è molto più prosaico: seguire quello che chiamo il day by day, ovvero l’incessante scorrere delle notizie è faticosissimo. Non cercherò di indorarvi la pillola: si fa una vera vita di merda. Sempre connessi e senza orari, sempre con uno schermo davanti al naso dalle 8 del mattino fino a notte, sempre con il timore di prendere un buco, con la voglia di essere i primi a dare una notizia. Solo che magari uno ha pure una famiglia, dei figli. Dio mio, altri interessi. Magari pure un altro lavoro. Ecco, io quella vita l’ho fatta per qualche anno, dopo la RWC in Inghilterra non me ne occupavo più nemmeno a OnRugby. Ero stufo e stanco. Non ho la minima intenzione di tornare a farla. Zero. Il Grillotalpa sono solo io, non c’è una redazione vera come a OnRugby. Farò quello che mi sento e che ho voglia di fare.

Nel corso delle prossime settimane vi imbatterete in un po’ di novità, nuovi spazi e rubriche. Una in particolar modo è decisamente riduttiva chiamarla rubrica. Tempo al tempo, lo scoprirete presto.
Un’ultima cosa che riguarda voi: i commenti. Potete parlare e scrivere di quello che volete, questo spazio è anche un po’ vostro. Però non ho voglia di fare il carabiniere e passare le giornate a controllare che nessuno insulti, minacci o bestemmi. Siate civili, non serve un grosso sforzo. Se così non sarà non farò altro che togliere la possibilità di commentare tout court in un men che non si dica. Non perderò tempo a bannare X o Y, toglierò la palla a tutti. Io cerco di fare un buon lavoro, non sempre ci riesco ma ci provo, e non ho nessuna voglia di vederlo sminuito perché qualcuno ha deciso di fare il bullo da tastiera. E sì, dei commenti del menga in calce a un articolo possono sminuire il lavoro giornalistico/editoriale. Avvisati. Siate bravi e gestitevi al meglio.
Ciao, a domani.

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Simone Favaro, Vittorio Munari e un Tinello: l’aperitivo del nuovo Grillotalpa

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Simone Favaro con la maglia della nazionale (ph. Marco Turchetto – Rugbytoitaly)

No, non sono impazzito, la riapertura ufficiale di questo blog rimane fissata per settimana prossima, per quel martedì 17 gennaio già stabilito e annunciato. Però io volevo farvi un piccolo regalo e visto che in tanti mi hanno chiesto se Vittorio Munari sarebbe stato della partita anche questa volta…
Bene, Vittorio vestirà ancora la maglia del Grillotalpa e insieme abbiamo deciso di fare una sorta di antipasto/aperitivo: qualche minuto per parlare dell’uomo-simbolo della nazionale azzurra. Meglio, del rugby italiano. Il giocatore più amato dai tifosi e che ha scalzato nell’immaginario collettivo di questo pezzo di Ovalia un mostro sacro come Martin Castrogiovanni. Un esemplare di vero grillotalpa (mica come me…) che in tanti ci invidiano: quel Simone Favaro che proprio Vittorio Munari conosce sin da quando era ragazzino.
Che l’aperitivo venga servito: kick off!

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17 gennaio 2017: dai! Dai! Dai! (René Ferretti docet)

il 17 gennaio del 38 a.C. Ottaviano sposa Livia Drusilla (sticazzi)
il 17 gennaio del 1377 papa Gregorio XI riporta il papato a Roma dietro le preghiere di Caterina da Siena (ah beh…)
il 17 gennaio del 1773 James Cook è il primo europeo ad oltrepassare il circolo polare antartico (portato guanti e berretto?)
il 17 gennaio del 1819 Simón Bolívar proclama la nascita della Repubblica di Colombia (mai più senza!)
il 17 gennaio del 1912 Robert Falcon Scott raggiunge il Polo sud, un mese dopo Roald Amundsen (un po’ babbeo il tipo, eh)
il 17 gennaio del 1917 gli Stati Uniti pagano alla Danimarca 25 milioni di dollari per le Isole Vergini (esentasse, ovviamente)
il 17 gennaio del 1929 appare per la prima volta in una striscia Braccio di Ferro (magnate gli spinaci!)
il 17 gennaio del 1966 un bombardiere B-52 si scontra con un aereo da rifornimento KC-135 nai cieli spagnoli, sganciando tre bombe all’idrogeno nei pressi della cittadina di Palomares e un’altra in mare. Nessuna di queste è esplosa (quando si dice il culo)
il 17 gennaio del 1973 Ferdinand Marcos diventa presidente a vita delle Filippine (quando si dice il culo 2)
il 17 gennaio del 1985 crolla il palasport di San Siro a Milano a causa di una forte nevicata (la Milano da sciare)
il 17 gennaio del 1998 Paula Jones accusa il Presidente degli Stati Uniti d’America Bill Clinton di molestie sessuali (ma una gnocca mai?)

IL 17 GENNAIO DEL 2017 TORNA IL GRILLOTALPA (EVVAI!!!!)

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Il ritorno del Grillotalpa: inizia il count-down

17gennaiookA metà dicembre vi avevo preannunciato la riapertura di questo spazio, ora c’è la data ufficiale. In questi giorni in molti mi avete chiesto info su come sarà il blog, cosa ci sarà, eccetera… Beh, siccome sono un po’ stronzo (si può dire?) vi posso/voglio solo dire che le novità non mancheranno. Ecco.
Aspettate il 17 gennaio – evidentemente non sono né superstizioso né eptacaidecafobico: non guardatemi male, è una  parola che esiste e che indica quelli che hanno paura del numero 17 – e saprete parecchie cose. Poi non è detto che non sia previsto pure un aperitivo. Chi lo sa.

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Gennaio 2017: quando ritornò Il Grillotalpa

Qualche settimana di attesa, dai.

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OnRugby.it è nato. Il Grillotalpa vi saluta

Siamo on line. Con Onrugby.it intendo. Questo significa chiusura delle trasmissioni.
Poche ciance, i miei saluti – sentitissimi, credetemi – li trovate nel video sotto (a proposito, nel video dico che Il Grillotalpa è neto nel dicembre 2011, volevo dire 2010… perdonatemi, ma sono prossimo ai 40 anni e non sono più lucido. Non sempre almeno).
Io vi lascio qualche link:

– OnRugby.it
Pagina facebook OnRugby.it (metteteci il “like”, condividetela)
Pagina twitter OnRugby.it (ritwittatela, si dice così?)

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