Zebre, blocco delle retrocessioni dell’Eccellenza e Continental Shield: oggi a Bologna si decide

Oggi pomeriggio a Bologna, a partire dalle ore 15, si tiene un Consiglio Federale FIR piuttosto importante. Generalmente i parlamentini federali di fine luglio sono parecchio “cicciosi” e anche quest’anno sarà così.
Potrebbe esserci la ratifica dei quadri tecnici delle selezioni nazionali giovanili e del riformato parco accademie, ma questo punto potrebbe essere oggetto di un altro Consiglio che si terrà a inizio agosto. Poi ci sono i due piatti forti di giornata.
Il primo è quello delle Zebre, con il Consiglio chiamato a togliere un po’ di nebbia dal futuro e dalla composizione societaria della franchigia bianconera, un passo necessario e propedeutico al via effettivo della nuova stagione, che il ritardo accumulato è già comunque eccessivo visto che il problema era noto da tanti mesi.

Il secondo piatto è quello che invece prevede diverse novità per l’Eccellenza, con il probabilissimo blocco delle retrocessioni per la stagione 2017/2018 per portare dall’anno dopo a 12 le formazioni del massimo campionato nazionale, ovviamente grazie a due promozioni dalla Serie A al posto di quella unica attuale. Secondo OnRugby a essere bloccate potrebbero essere anche le retrocessioni dalla Serie A alla Serie B. I
Infine c’è la faccenda Continental Shield, con la FIR – così come avevo scritto a fine maggio – che spingerebbe per una selezione ma con i club che invece da quella parte non ci sentono un granché bene, anzi… Ad ogni modo il motivo del contendere è tutto economico.
Vedremo quali saranno le decisioni che verranno prese.

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Una passione che non sa e non può garantire il futuro: cosa fare quando il rugby finisce?

Nelle ultime settimane quattro giocatori tra i 24 e i 32 anni hanno annunciato il loro ritiro immediato e improvviso per intraprendere una carriera in altri ambiti. Un problema non da poco e dalla soluzione complessa, forse impossibile

In questi giorni si discute parecchio dell’immediato futuro dei giocatori delle Zebre. Una cosa normale vista l’importanza di quella squadra nel nostro panorama ovale, ma spesso dimentichiamo che chi veste la maglia bianconera della franchigia di Parma o del Benetton Treviso è solo l’elite, quelli che possono correttamente autodefinirsi (ed essere definiti) professionisti. Lo sono nei fatti.
Atleti che guadagnano abbastanza bene, che mettendo assieme i bonus e i gettoni della nazionale si portano a casa un bel gruzzolo che comunque non è nulla di trascendentale. La domanda è: quando smettono di giocare? Che cosa possono fare? Diversi rimangono nel rugby, spesso fanno gli allenatori, ma vivere di palla ovale in Italia è complicato, un “piano b” è necessario.

D’altronde nel rugby ingaggi e stipendi sono quello che sono e le realtà che possono garantire certe cifre sono pochissime e la principale rimane la federazione. Quindi pochi posti disponibili a fronte di una platea di pretendenti (o potenzialmente tali) molto più numerosa.
E questo se rimaniamo a livello delle due franchigie, che se si scende e si passa all’Eccellenza o la Serie A le cifre sui contratti si abbassano ulteriormente. Certo, la situazione è un po’ a macchia di leopardo, con realtà che vivono condizioni molto diverse anche all’interno di un medesimo ambito territoriale, ma sostanzialmente la fotografia è questa.

D’altronde Sergio Parisse, vale a dire il nostro giocatore più forte e rappresentativo e che milita da anni nel campionato più ricco di tutta Ovalia si porta a casa cifre che in Italia guadagna un panchinaro di una formazione di Serie A (di calcio) di medio-bassa classifica. Probabilmente anche nella serie cadetta della palla tonda c’è gente che guadagna più di lui.
E allora quella domanda – cosa faccio quando smetto di giocare? – nel rugby se la pongono in tanti anche quando la carta di identità dice che di primavere uno ne ha viste 25 o 26. Anzi, la domanda può cambiare in un meno poetico “ne vale davvero la pena”? Perché la passione non si discute, ma con quella non ci paghi le bollette, non ci compri da mangiare o non puoi accendere un mutuo o andare al supermercato per acquistare i pannolini dei tuoi figli.

Quindi succede che nel giro di un paio di settimane giocatori di buon livello come Enrico Targa, Giovanni Benvenuti, Nicola Belardo e Marco Frati decidono di appendere gli scarpini al chiodo e di dedicarsi ad altro, vanno a fare un vero lavoro, verrebbe da dire. Quest’ultima è una battuta – ovviamente – ma non vado poi così lontano dalla realtà. Hanno storie diverse, età e vissuti differenti, ma tutti e quattro scelgono di mettere fine anzitempo alla loro carriera, perché “non sono un campione e con questo sport non riesco a mantenermi” come dice candidamente Targa, uno che ha annusato anche il Pro12 e che uno scudetto con il Petrarca lo ha vinto. Ma a 27 anni ha detto stop. Ha deciso di finire prima Benvenuti (24 anni, Mogliano) e un po’ dopo Frati (Viadana, 32 anni) mentre Belardo lascia a 27 anni dopo quattro stagioni al Calvisano.

Una soluzione, va da sé, non esiste. Viviamo in un paese in cui c’è uno sport che letteralmente fagocita tutti gli altri per interessi mediatici e sponsorizzazioni, invertire in pianta stabile questo panorama è impensabile, anche se va detto che se le nostre formazioni (club e nazionali) iniziassero a vincere e a ottenere risultati in maniera continuativa le cose un po’ migliorerebbero. Però bisogna ricordarsi che il problema del “cosa fare dopo il rugby” è un tema di cui si occupano anche in realtà molto più ricche e strutturate della nostra, parlo di Francia e Inghilterra.
E’ un problema vasto, che affonda le radici nel tessuto economico e sociale del nostro paese, che ha motivazioni anche culturali. Insomma, nessuno ha la bacchetta magica, ma qualcosa va fatto soprattutto per quei ragazzi che in una età molto delicata entrano nel giro delle Accademie e che senza una testa abbastanza solida e piedi ben piantati per terra possono sentirsi già “arrivati”. Devono capire che il rugby non può garantire loro un futuro certo. Che tra la palla ovale e una laurea, beh, in Italia oggi qualche garanzia in più te la dà ancora la seconda.
Ben vengano perciò quei programmi e quelle borse di studio che possono garantire la coesistenza delle due cose, di uno ne ho parlato anche io su queste pagine. Certo non può essere questa la soluzione, non l’unica, ma è comunque un qualcosa di concreto.

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A Milano arriva l’EUC Rugby 7s, l’Europa delle Università

Milano Seven

Al Centro Sportivo Giuriati del capoluogo lombardo dal 20 al 23 luglio si affronteranno alcune delle più forti realtà universitarie del Vecchio Continente. Qui tutte le info.

Il mese di luglio non è tradizionalmente un mese in cui c’è molto rugby giocato, almeno dalle nostre parti, tanto meno nelle grandi città visto che tornei e trofei si spostano nelle località di villeggiatura.
A fare da controtendenza è Milano che nei prossimi giorni ospiterà una tre giorni di rugby a 7 di alto livello: sto parlando dell’EUC Rugby 7s, il Campionato Europeo di rugby seven che raccoglie molte delle più importanti realtà universitarie del Vecchio Continente, 300 atleti (uomini e donne) che animeranno il Centro Sportivo Giuriati. Un appuntamento imperdibile per milanesi e non…
Il comunicato ufficiale:

Da venerdì 21 a domenica 23 luglio 2017 il Centro Sportivo Giuriati ospiterà EUC Rugby 7s, il Campionato Europeo di rugby a sette che si svolge sotto l’egida di EUSA (European University Sports Association), organizzato dal CUS Milano con il supporto di CUS Milano Rugby.
La città di Milano è pronta ad ospitare 300 atleti provenienti da tutta Europa, la zona di Città Studi sarà il palcoscenico di un evento sportivo continentale d’èlite. Dal Portogallo alla Russia passando per Spagna, Francia, Romania e Georgia, le squadre partecipanti si contenderanno il titolo di Campione Europeo Universitario 2017. La manifestazione sarà diretta da arbitri internazionali e sarà seguita in loco dai rappresentanti di EUSA.

EUSA – Associazione Sportiva Europea Universitaria – fondata nel 1999 da 25 federazioni nazionali a Vienna, è l’organizzazione delle federazioni sportive universitarie nel continente europeo. Ad oggi conta 45 paesi membri. Al torneo, che ha i patrocini di CONI, FIR, CUSI Lombardia, Regione Lombardia, Città Metropolitana di Milano e Comune di Milano, parteciperanno le squadre di Rennes, Kuban, Coimbra, Valencia, Bucarest, Tbilisi, Milano (girone maschile) e Tolosa, Barcellona, Coimbra, Parigi, Milano (Girone femminile); i primi due giorni di gare decreteranno le squadre finaliste che domenica 23 luglio si affronteranno per alzare al cielo il trofeo continentale.

L’apertura del torneo sarà preceduta da una cerimonia ufficiale che si terrà giovedì 20 luglio alle ore 18:30 al C.S. Giuriati a cui prenderanno parte le autorità politiche e sportive di EUSA, CUSI, CUS e i rappresentanti delle istituzioni territoriali.

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Un 17 luglio grottesco, un 17 luglio da Zebre

Gufo allibito

Ieri era lunedì 17 luglio e le nostre due squadre impegnate nel Pro12 si sono ufficialmente ritrovate e iniziato la nuova stagione.
In realtà lo ha fatto solo una, il Benetton Treviso, con tanto di proprietario, dirigenza, staff tecnico e ovviamente giocatori. Questi ultimi quasi tutti, che alcuni arriveranno tra un paio di mesi, ma lo si sapeva.
Poi ci sono le Zebre, che oggi sono un gigantesco punto di domanda. Un boh di proporzioni enormi.
I giocatori a Parma ieri c’erano, ma non si sono allenati su consiglio di GIRA e AIR. Perché non ci sono i contratti, non c’è (quindi) nessuna copertura assicurativa. Non c’è la società, più semplicemente. Forse c’è su qualche pezzo di carta, ma vive (?) solo lì. Perché le vecchie Zebre sono decadute, quelle nuove sono ancora da venire e anche se a qualcuno sembrerà incredibile i contratti e gli accordi sottoscritti con le prime non valgono per le seconde. Perché le seconde porteranno anche lo stesso nome, ma sono due cose diverse. 
I debiti però non mancano, quelli sono sempre lì, da parecchio tempo ormai, con l’ultima mensilità di stipendi che non è stata pagata, alcuni ne avanzerebbero almeno un paio.
Lo staff tecnico aspetta che possa essere annunciato e iniziare a lavorare. Di progettazione, piani di sviluppo, marketing – anche quello più basilare – non si parla e non potrebbe essere diversamente.
Oggi è il 18 luglio e le Zebre ancora non esistono, pare ci voglia un’altra settimana. Quali che siano i motivi, quali che siano i nomi dei responsabili (veri e presunti), siamo di fronte al più grosso fallimento gestionale del nostro rugby degli anni Duemila. Quelli del professionismo, del Sei Nazioni e della federazione con il budget più importante dopo il calcio. Ma i soldi da soli non bastano.

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Movimento Italia: tra elite e club, il nuovo ruolo di Maurizio Zaffiri

Intervista al nuovo Manager Operativo del Progetto Elite Giovanile della FIR. I suoi compiti, i suoi obiettivi, la collaborazione con Aboud e O’Shea. Senza dimenticare i club e la base del movimento

Poco più di una settimana fa la FIR ha annunciato che Maurizio Zaffiri diventerà “Manager Operativo del Progetto Elite Giovanile”. Nel comunicato federale si dice che l’ex giocatore de L’Aquila (ma anche di Parma e Calvisano) si dice che fungerà da “coordinamento logistico ed organizzativo di tutte le strutture che costituiscono il progetto tecnico federale, dall’Accademia Nazionale U20 ai Centri di Formazione Permanente U18 attivi a Milano, Roma, Treviso e  Prato, nonché l’interazione tra le strutture periferiche e gli staff delle Squadre Nazionali dalla Under 17 all’Under 20: il ruolo assorbe dunque le responsabilità precedentemente mantenute da Carlo Checchinato, passato alla Direzione Commerciale”.
Di fatto sarà il braccio operativo di Stephen Aboud, ma ho chiesto a Maurizio Zaffiri di spiegarmi nel dettaglio limiti e obiettivi di questa sua nuova avventura. E lui tiene a sottolineare l’importanza delle società, con i club che sono il cuore della struttura del nostro movimento.

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Panorami futuribili: l’Abruzzo pensa a un mercato senza vincoli per il rugby giovanile

Una sorta di mercato libero per i giovani giocatori di rugby abruzzesi, in cui gli atleti non siano vincolati ai club e con trasferimenti che non prevedono nessun tipo di compensazione. La proposta è di quelle che possono davvero far cambiare un panorama e – inevitabilmente – fanno e faranno discutere parecchio tra i pro e i contro sia sulla fotografia attuale che quella futuribile si portano dietro.
L’iniziativa è del neopresidente del Comitato Regionale Abruzzo, Giorgio Morelli, che ha inviato una lettera a tutte le società della sua regione e che riporto integralmente in calce a questo articolo. Una proposta che non è dettagliata nei meccanismi e che ha il valore gettato in uno stagno con l’intenzione di andare a migliorare l’esistente, e Morelli è perfettamente cosciente che “un tale sistema andrebbe a rivoluzionare i meccanismi finora vigenti e gli equilibri economici a cui, pure, ogni società deve porre attenzione”.
Pesare positività e criticità non è semplice, tanto più che bisognerebbe tener conto di quello che potrebbe succedere anche nel medio-lungo periodo, non solo nell’immediato.
Vi propongo prima il comunicato stampa e poi la lettera.

IL COMUNICATO STAMPA
Si chiama “Patto per il rugby abruzzese” la proposta elaborata dal presidente del Comitato regionale della Federazione Italiana Rugby, Giorgio Morelli, e inviata a tutti i club della palla ovale abruzzese.

Quella di Morelli, eletto lo scorso febbraio presidente di FIR Abruzzo, è una riflessione coraggiosa e destinata a far discutere. La proposta si basa sostanzialmente sulla liberalizzazione, nell’ambito regionale, dei cartellini dei giovani atleti militanti nei club abruzzesi. Senza i parametri e le diverse difficoltà che i giocatori U18 incontrano nel trasferirsi da una società all’altra, si valorizzerebbe dunque la carriera dell’atleta, permettendo allo stesso di tornare a fine carriera nel club di appartenenza, e quindi di contribuire alla crescita della società e del movimento rugbistico regionale.

“Dobbiamo essere consapevoli – afferma Morelli nella missiva inviata ai club – che l’alto livello già da oggi, ma ancor di più nel prossimo futuro, vedrà i migliori talenti, pochi, dirigersi in ambiti di professionismo quali PRO12, club esteri e Nazionali, mentre gli altri, pur meritevoli, vedranno svolgere la loro vita sportiva nel Campionato d’Eccellenza, in Serie A o nelle serie minori”.

“Qui dobbiamo essere tutti consapevoli che se da un lato i percorsi di ogni atleta sono a doppio binario verso l’alto e verso il basso, dall’altro i livelli, qualsiasi essi siano, devono restituire ai giocatori il massimo della soddisfazione e gratificazione”, aggiunge il presidente.

In questo modo il “fare squadra” di cui si parla da sempre nel rugby non rimarrebbe solo un concetto vago e retorico, se tutti i club abruzzesi prendessero un formale impegno affinché gli atleti da loro formati e cresciuti nelle varie categorie giovanili fossero liberi, senza compensazioni di nessuna natura, di scegliere la squadra più adeguata alle loro competenze ed esigenze. La crescita dei talenti, specie delle categorie U16 e U18, troverebbe in Abruzzo un binario complementare e parallelo a quello determinato dai centri di formazione permanenti e alle accademie.

Il “Patto per il rugby abruzzese” potrebbe dare inoltre dei concreti ritorni da parte dei club, basati sulla possibilità di presentarsi alle istituzioni ed agli operatori economici con un piano chiaro, condiviso e forte nei suoi principi e valori. Un’unità d’intenti, quindi, in cui ogni società potrebbe riconoscersi come se l’Abruzzo fosse un unico grande club.

Della proposta per il “Patto per il rugby abruzzese” si parlerà nelle prossime settimane tra i club e gli organi del rugby regionale, per favorire uno spazio di maggiore confronto e condivisione. Per una crescita comune.

LA LETTERA DEL PRESIDENTE MORELLI ALLE SOCIETA’
Nel pieno rispetto delle libere ed autonome determinazioni di ogni società lo scrivente in sintonia con il programma esposto nelle recenti elezioni ritiene sia opportuno invitare ad una riflessione su una proposta di lavoro che andrebbe ad interessare tutte le società di rugby del territorio abruzzese.
Richiamo la filosofia di fondo che ha ispirato sia il programma esposto durante le elezioni sia le motivazioni che mi hanno spinto a propormi come Presidente del Comitato Regionale.
In estrema sintesi i valori fondamentali del rugby si vogliono tradurre in concreta esperienza di lavoro e come base per lo sviluppo del nostro movimento.
Fare squadra, rispetto delle regole, rispetto dell’avversario, amicizia e lealtà devono trovare una applicazione pratica negli atti e nei rapporti tra i club ed i propri giocatori genitori e sostenitori, oltre che nei rapporti tra le varie realtà del territorio.
Vorrei sottolineare come questi valori, da concretizzare in comportamenti e scelte operative di gestione quotidiana e di programmazione, devono declinarsi anche, in modo fondamentale, verso la crescita globale del territorio per alimentare il senso d’appartenenza e di legame dei ragazzi con le proprie radici.
In questo senso non può sfuggire come le giuste aspirazioni di ogni ragazzo siano verso l’alto livello e verso le massime espressioni del rugby.
Dobbiamo essere consapevoli che l’alto livello già da oggi, ma ancor di più nel prossimo futuro, vedrà i migliori talenti, pochi, dirigersi in ambiti di professionismo quali PRO12, club esteri e Nazionali, mentre gli altri, pur meritevoli, vedranno svolgere la loro vita sportiva nel Campionato d’Eccellenza, in Serie A o nelle serie minori.
Qui dobbiamo essere tutti consapevoli che se da un lato i percorsi di ogni atleta sono a doppio binario verso l’alto e verso il basso in relazione alle prestazioni ed al processo evolutivo dell’individuo, dall’altro i livelli, qualunque essi siano, devono restituire ai giocatori il massimo della soddisfazione e gratificazione.
Legare gli atleti alla regione d’appartenenza significa poter loro offrire facilmente accesso al livello che solo “il campo” deve stabilire.
Sono sicuro che il legame forte con le radici e l’invincibile spirito d’appartenenza che si vuole creare porterebbero i migliori talenti che dall’Abruzzo spiccano il volo per la loro carriera di professionisti d’alto livello a desiderare un ritorno per mettere a disposizione del territorio l’esperienza acquisita, contribuendo così a consolidare l’orgoglio e lo spirito d’appartenenza dei giovani che li consacrerebbero come loro riferimenti e modelli positivi.
Altresì per gli altri giocatori che svolgono la loro vita sportiva nel Campionato d’Eccellenza, in Serie A o nelle serie minori si vuole generare un meccanismo di riconoscenza verso i club che hanno loro consentito liberamente di poter avere le massime soddisfazioni cui ognuno poteva aspirare nell’ambito della regione Abruzzo.
Allora “FARE SQUADRA” non resterebbe solo un’allocuzione retorica se tutte le società della regione Abruzzo prendessero un formale impegno affinché gli atleti da loro formati e cresciuti nelle varie categorie giovanili fossero liberi, senza compensazioni di nessuna natura, di scegliere la squadra più adeguata alle loro competenze ed esigenze.
Lo scopo è quello di liberalizzare i movimenti con particolare attenzione a quelli dal basso verso l’alto nella scala dei valori sportivi.
In Regione Abruzzo abbiamo due squadre di Serie A, che si spera possano ulteriormente migliorare il loro livello, oltre che squadre di Serie B, C1 e C2.
Dunque in concreto propongo che ogni Società sia disponibile a consentire il passaggio di un atleta ad un Club a lui interessato o viceversa ad un club cui l’atleta ambisce a giocare.
Mi rendo perfettamente conto che un tale sistema andrebbe a rivoluzionare i meccanismi finora vigenti e gli equilibri economici a cui, pure, ogni società deve porre attenzione, tuttavia vorrei sottolineare come le economie non si possono fare a discapito degli interessi ed aspirazioni degli atleti.
Un impegno di tal genere, che potremmo chiamare “Patto per il Rugby Abruzzese” potrebbe dare, invece, dei concreti ritorni basati sulla possibilità di presentarsi alle Istituzioni ed agli operatori economici con un piano chiaro, condiviso e forte nei suoi principi e valori.
È vero che le società sportive devono essere gestite come delle Aziende, ma non dimentichiamo che mentre la mission di queste è il mero profitto, altra e più alta è la mission dello sport.
Gli investimenti dei club sui ragazzi, coinvolti nel gioco del rugby anche in tenera età, fatti crescere con fatica ed impegno non possono essere finalizzati al ritorno economico, ma alla creazione di un ciclo virtuoso per il quale il club vede un ritorno dei propri ragazzi a fine carriera per una continua e sostenibile crescita della società.
D’altra parte il meccanismo di valorizzazione del capitale umano preso da bambino, cresciuto sportivamente, dunque monetizzato al pari di un investimento in borsa, seppur del tutto legittimo, comporta, spesso, un senso di ribellione e di allontanamento dal club che lo ha visto crescere da parte degli atleti e delle famiglie che subiscono sulla loro pelle il condizionamento dello scambio monetario pur di veder sodisfatte le proprie aspirazioni.
Con il Patto che propongo, che dovrebbe vedere interessate tutte le società abruzzesi, si costituirebbe un’unità d’intenti in cui ogni club potrebbe riconoscersi come se l’Abruzzo fosse un unico grande CLUB.
Come rispettare la diversità delle realtà, i diversi metodi di lavoro, di reclutamento e di sviluppo nei diversi territori che se esistono evidentemente hanno tutte le loro ragioni?
In effetti con questo “Patto” non si vuole creare nessuna omogeneizzazione, ma esclusivamente riconoscersi in un progetto comune di crescita, in cui ogni società al contrario deve vedere il lavoro della società vicina come una concorrenza che impone a se stessa la necessità di essere allo stesso livello, per un offerta sempre più interessante.
Riconoscersi in un progetto comune in cui alla fine gli atleti in uscita dall’under 18 non siano oggetto di scambio eviterebbe quei tristi fenomeni di “cannibalismo” per cui si crede che la crescita del proprio club avvenga più facilmente se si creano difficoltà al club concorrente, come se le difficoltà del vicino si traducano automaticamente in benefici per se stessi.
I rapporti con le Istituzioni pubbliche oggi sono calibrati attraverso le iniziative di ogni società che si propone per ottenere benefici, per risolvere problemi e per definire l’uso degli impianti sportivi.
Un “patto” chiaro e riconoscibile anche dall’opinione pubblica, consentirebbe invece una razionalizzazione ed ottimizzazione degli impianti al fine di permettere ad ogni club di poter contare su un campo, degli spogliatoi, di impianto d’illuminazione e club house.
A mero titolo d’esempio, per la sola città dell’Aquila, che, ovviamente, è il faro di riferimento per l’intera regione, troviamo situazioni consolidate come l’impianto “Enrico Iovenitti” di Paganica, “Centi Colella” dell’Aquila, mentre vi sono situazioni da definire per migliorarne sia i termini di utilizzazione, manutenzione e di completamento di strutture e servizi come lo Stadio “Tommaso Fattori”, il campo da rugby di Piazza d’Armi ed il “Comunale di Villa S. Angelo”.
Ebbene sono sicuro che le Amministrazioni Comunali sarebbero molto più sensibili e facilitate nelle proprie scelte se si trovassero di fronte l’insieme delle Società Aquilane che condividendo la finalizzazione del proprio lavoro chiedono il miglioramento delle condizioni.
Deve valere il principio che le difficoltà di una crea problemi anche alle altre società e viceversa il beneficio di una si tramette pure alle altre.
Ciò comporta che se oggi abbiamo alcuni club che hanno la forza di molti ragazzi per tutte le categorie, questi sono una risorsa per tutti noi ed uno stimolo per gli altri club a seguirne le tracce utilizzando le stesse strategie che facilmente possono essere condivise.
Altresì la chiarezza dei rapporti e degli impegni, che di sicuro andranno a beneficio delle massime espressioni del rugby in Abruzzo, consentirà di utilizzare quei meccanismi, che già esistono, per permettere ai migliori giocatori U18 di fare qualche esperienza, cioè qualche partita, nelle squadre di serie A continuando a giocare normalmente con il proprio club il campionato di categoria.
Questa fluidità arricchisce tutti, i giocatori vedono concretamente che la realizzazione dei propri desideri dipende esclusivamente da loro stessi senza barriere tra club, distanze tra allenatori, o, addirittura, scambi economici.
La crescita dei talenti, specie U16 ed U18, troverebbe in Abruzzo un binario parallelo a quello determinato dai centri di formazione permanenti ed accademie ed anzi con questi potrebbero molto più facilmente avvenire quegli scambi nelle due direzioni senza che chi esce dai centri federali debba sentirsi un frustrato ed uno sconfitto e viceversa chi entra, anche a 16 anni, sentirsi arrivato, perché troverebbero un’alternativa che consentirebbe sia di tornare in accademia in quanto valorizzato sia di scegliere di restare nel territorio perché qui viene comunque garantita la sua crescita senza il distacco e la perdita del senso e dell’orgoglio dell’appartenenza.
Come vedete gli spunti per discutere e per riflettere sono molti, la mia infatti è un’iniziativa che vuole spingere al confronto ed alla condivisione uscendo anche dagli schemi precostituiti perché sono sicuro che l’interesse di tutti voi è lo stesso ed è il bene del rugby.
Nel ribadire che ognuno deve sentirsi libero di fare le scelte che ritiene migliori per se stesso e per il proprio club, vi invio i miei più cordiali saluti ed augurio di buon lavoro.
Giorgio Morelli
Presidente CRA

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Un torneo tutto nuovo per le squadre del Sei Nazioni U20 più Romania e Georgia: la voce dell’est è più forte

Un nuovo torneo da giocarsi ogni maggio. Una nuova occasione di crescita nel medio-lungo periodo per alcuni movimenti, per noi la necessità di ribadire una superiorità che abbiamo conquistato anni fa ma che dobbiamo difendere. Perché nulla è scontato o dovuto. 

La notizia non è di quelle che conquistano le prime pagine ma è indicativa e a suo modo importante. A partire da maggio 2018 Georgia e Romania prenderanno parte a un torneo nuovo di zecca dedicato alle selezioni U19 e U20 che avrà luogo tutti gli anni un mese prima del Mondiale Juniores.
A scovare la novità è stato RugbytoItaly, il blog di Marco Turchetto, che si è imbattuto in un tweet della federazione georgiana, prima che arrivasse la confermarla in via ufficiale anche da parte di Pat Whelan, presidente del board del Sei Nazioni, con una lettera: “E’ con grande piacere che invito Georgia e Romania ad unirsi ad un nuovo torneo per le squadre U19 e U20. Sarà un evento annuale a cui prenderanno parte tutte le squadre del Sei Nazioni e in cui il Sei Nazioni contribuirà alla crescita delle squadre di Rugby Europe in modo strutturato. Si giocherà ogni anno a maggio prima del Mondiale U20”.

I dettagli – fa sapere OnRugby – verranno resi noti nelle prossime settimane, ma a me qui importa cogliere una tendenza, quella cioè di un crescente e maggiore spazio per le squadre del Tier 2 in generale e più nello specifico a Romania e (soprattutto) Georgia, con quest’ultima che ha detto chiaramente in mille modi che il suo obiettivo è di avere un giorno un posto nel Sei Nazioni. Perché la notizia di questo nuovo torneo arriva a soli 4 mesi dall’annuncio di World Rugby circa i criteri che “governeranno” i test-match internazionali tra il 2020 e il 2032, dove si legge anche che Georgia e Romania ospiteranno a luglio (la finestra internazionale verrà fatta slittare di un mese) le squadre del Sei Nazioni e che nella finestra autunnale – che rimane fissata a novembre – le sei formazioni che oggi prendono parte al Sei Nazioni devono nel loro complesso disputare almeno sei gare contro squadre del Tier 2.
A fine febbraio sottolineavo che la vera differenza tra l’Italia anni ’90, quella che conquistò a suon di risultati il diritto di giocarsi il Sei Nazioni, e la Georgia degli anni 2000 è che a quest’ultima non sono state concesse le stesse occasioni che invece ebbero gli azzurri di George Coste (e comunque – va sottolineato – finora tutte le occasioni che gli est-europei hanno avuto si sono risolte sempre in sconfitte), ora in tutta evidenza si sta mettendo una giusta pezza a questa situazione.

La notizia è buona e cattiva. E’ buona per il rugby, sport tanto dinamico sotto l’aspetto dell’attenzione alle regole, all’utilizzo della tecnologia e del marketing quanto molto statico e legato allo status quo per quello che riguarda i suoi principali protagonisti. Concedere alle nazionali del Tier 2 più spazio non può che rivelarsi un bene nel medio-lungo periodo.
E’ cattiva per noi, inutile giraci attorno, perché è un assist alle formazioni che nel Vecchio Continente sono alle nostre spalle. Romania e Georgia giocheranno contro le squadre del Sei Nazioni sia a livello seniores che giovanile, perderanno molto ma cresceranno. Difficile dire ora se potranno fare il salto di qualità come fece l’Italia negli anni ’90, però ora avranno una possibilità. Noi dovremo batterle il più possibile, sia tra i “grandi” che a livello di selezioni giovanili.
La notizia di ieri NON prevede cambiamenti nell’attuale struttura del Sei Nazioni, torneo in cui siamo sicuri di partecipare fino al 2024, lo dice un contratto. Però, come scriveva Lorenzo de’ Medici qualche secolo fa, del doman non c’è certezza. E noi vogliamo continuare ad essere lieti, vero?

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