Il buon senso inattaccabile di Conor O’Shea per chiudere in un cassetto 7 e passa anni

Un articolo scritto dal ct scatta una foto del positivo avvio di stagione delle squadre italiane, delle cose fatte e ancora da fare da quando lui è in Italia. Concetti che però non sono affatto una novità e la “colpa” (tra mille virgolette) non è certo dell’irlandese

“Con questo non voglio dire che l’Italia vincerà questi trofei, ma solo dire che il successo non arriva dal giorno alla notte”.
“Siamo concentrati sulle fondamenta. Costruire una squadra e un sistema richiede tempo. E’ un cammino di crescita e anche se qualcuno non resta fino alla fine, tutti possono avere un impatto e influenzare il tuo percorso”.
“Il nostro compito riguarda il futuro del rugby italiano. Con il nostro lavoro iniziamo a vedere i risultati. Non abbiamo le possibilità economiche delle altre federazioni: dobbiamo darci delle priorità e il fitness è certamente la prima della lista .I giocatori di Treviso e Zebre stanno migliorando la loro condizione fisica e sono tra le squadre che segnano di più nell’ultimo quarto”
“Ogni mese facciamo un incontro con i Team Manager delle franchigie, Franco Ascione, Pete Atkinson, Steve Aboud e Maurizio Zaffiri per confrontarci e assicurarci che stiamo migliorando in tutte le aree e andando nella direzione giusta”.
“Stiamo aumentando la profondità della squadra nazionale e la chiave perché ciò accada è fare in modo che avvenga alle franchigie, così i giocatori possono ruotare e riposare senza creare cali di prestazione. Vogliamo che i migliori giovani entrino in un sistema in cui franchigie e nazionale lavorano assieme. Bisogna creare un ambiente competitivo dove i giocatori siano costantemente testati al più alto livello”.
“Guadagnare rispetto dalle altre nazioni comporterà delle sfide. Quando i tuoi avversari ti considerano più forte lavorano più duramente per contenere i tuoi punti di forza ma fa parte della strada per arrivare all’élite: abbiamo una lunga strada da fare per portare il rugby italiano dove tutti vogliamo che arrivi. Chiudo con una domanda: ho chiesto a tutti se possiamo arrivare al livello dell’Argentina e tutti hanno detto di sì”

Sono alcune frasi tratte da un articolo scritto dal ct Conor O’Shea per il sito ufficiale del Pro14 e di cui nelle ultime 24-36 ore si è parlato parecchio sui media ovali italiani. Sono dichiarazioni intelligenti, ma questo non deve stupire perché il tecnico irlandese è un uomo intelligente e preparato.
I concetti sostenuti sono inappuntabili, senza se e senza ma, però davvero c’era bisogno di un “papa straniero” per applaudire parole che per quanto di assoluto buon senso non sono esattamente la prima volta che si sentono al di qua delle Alpi? Perché il miglioramento del fitness, un coordinamento vero tra le due celtiche e il resto del movimento, la creazione di un ambiente competitivo che non faccia sentire nessuno sicuro di una maglia, l’allargamento del parco giocatori, un indirizzo tecnico che sia condiviso e allargato a un po’ tutto l’alto livello… beh, sono tutte cose che ad essere davvero onesti alcuni addetti ai lavori, osservatori ma anche semplici appassionati e tifosi hanno sostenuto più volte da quando è iniziata l’avventura nell’allora Celtic League. Tipo dal 2010, qualcosa come 7 anni fa.
Intendiamoci, il problema non sta nella bocca di chi pronuncia quelle parole ma nelle orecchie di chi ascolta. Conor O’Shea, lo ripeto, dice cose vere. Forse bisognerebbe chiedersi – sia chiaro: noi e non certo lui – perché sia il primo messo nelle condizioni di poter pensare di poter davvero concretizzare quegli assunti.
Certo, dirsi che “l’importante è che alla fine le cose si facciano” (cosa che sono strasicuro qualcuno farà) è un buon modo di non farsi grandi domande. Legittimo, per carità. E anche molto italiano. Ma lo scurdammoce o’ ppassato è anche la condizione migliore per ritornare a fare i soliti errori, prima o poi. Perché dicono che la storia qualcosa insegna. O almeno dovrebbe.

Annunci

IN AVANTI POPOLO! – Di sentenze del tribunale Federale, di comunicati e di rettifiche

Una sentenza di un tribunale federale, un comunicato che dice una cosa che però non c’è nel dispositivo ufficiale della sentenza. Una differenza che dà adito a nuove polemiche e che apre nuovi fronti che verranno combattuti dalle parti coinvolte a colpi di carte bollate.
La vicenda è quella che ha portato all’inibizione di Gianni Amore, Roberto Zanovello e Fulvio Lorigiola, ma qui si parla di altro, ovvero di un’accusa nei confronti di Marzio Innocenti e Federica Montanarini, di cui però non c’è traccia nella sentenza. Una situazione di contrasto e frizioni che si poteva evitare, o per lo meno limitare.
Da sottolineare che proprio ieri, poco dopo la registrazione di questo video, la FIR ha reso disponibile (a questo link) le motivazioni della sentenza e la ricostruzione puntuale dell’intero procedimento: sono 20 pagine piuttosto noiose da leggere, ma con alcuni momenti che – per come sono raccontati – sembrano uscire da un film di Totò e Peppino. Una ricostruzione che però non chiarisce quella differenza di cui sopra.

Due anni fa (meno un mese) Lomu passava l’ultima palla. Un ricordo tutto da ascoltare

Tra un mese ricorre il secondo anniversario della morte del giocatore che ha cambiato il rugby dentro e fuori dal campo (o che per lo meno fa da simbolo a quel cambiamento) ma il prossimo 18 novembre saremo nel pieno marasma dei test-match, quindi Il Grillotalpa gioca d’anticipo e ricorre a un programma radiofonico di Radio Due che si chiama “Ettore”…

Il 18 novembre 2015 a Auckland si spegneva per sempre Jonah Lomu. Un anno e 11 mesi fa, spaccati. Lo so, il vero anniversario è tra un mese da oggi, ma il 18 novembre prossimo l’Italia affronterà a Firenze l’Argentina in un test-match molto importante. Quel giorno oltretutto si giocheranno in giro per l’Europa altre gare interessanti come Galles-Georgia o Irlanda-Fiji, per non parlare di sfide del calibro di Inghilterra-Australia, Scozia-All Blacks e Francia-Sudafrica. Spazio per ricordare il giocatore più iconico e uno dei più forti dell’intera storia del rugby ce ne sarà davvero poco. Quindi ho deciso di anticipare il tutto a oggi.

E come ricordare un simbolo del genere? Il caso mi è venuto in aiuto: per una serie di coincidenze che sarebbe lungo e noioso raccontare qualche giorno fa mi sono ritrovato sulla pagina web di uno dei miei programmi radiofonici preferiti in assoluto. Si chiama Ettore, va in onda ormai da un paio d’anni su Radio Due e si tratta di un appuntamento settimanale in cui si raccontano in maniera un po’ anomala ma assolutamente interessante personaggi reali o di fantasia che conosciamo un po’ tutti. A condurlo è Michele Dalai, un appassionato (anche) di rugby che il 12 gennaio 2016 fece una puntata su Jonah Lomu, facendosi qua e là “aiutare” da L’uragano Nero, il libro scritto da Marco Pastonesi. Ve la ripropongo. Non è una trasmissione specificatamente sportiva, o tecnica, qui si racconta l’uomo e l’ambiente in cui è nato e cresciuto. Non è diretta ai soli appassionati, ma aperta a chiunque piacciano le storie di grandi uomini e – in questo caso – di grandi sportivi. Quindi non fate troppo i sofisti e cogliete – o cercate di cogliere – l’essenza della cosa.
Il file dura un’ora e 20 minuti, ma non spaventatevi, il racconto di Dalai è inframmezzato da diverse canzoni che sono presenti: basta spostare avanti il cursore che indica il tempo e si saltano.
Beh, a voi:

PER ASCOLTARE LA PUNTATA DI “ETTORE” DEDICATA A JONAH LOMU CLICCATE QUI

L’Italrugby, una specie di creatura mitologica. Un po’ biancoverde e un po’ bianconera

Sfinge

Da quando è iniziata l’avventura celtica la nazionale è giocoforza un mix di Zebre e Benetton Treviso, ma forse mai come quest’anno ha anche due “zone d’influenza” così nette e ben distinte

L’Arpia aveva il viso di donna e il corpo di uccello, la sirena era metà donna e metà pesce. Poi c’era pure la sfinge, con la testa umana su corpo di leone. Dall’elenco non può mancare anche il fauno (metà uomo ma con corna, zampe e piedi da capra) o il centauro, mezzo uomo e mezzo cavallo, o il minotauro (testa di toro sul corpo di un uomo). Insomma, gli antichi ci davano dentro con la fantasia e hanno dato vita a molte creature mitologiche. Se con una macchina del tempo un antico abitante di Tebe, Sparta o Biblo venisse portato a vedere del rugby italiano nel 2017 dopo aver assistito alle gare di Zebre e Benetton Treviso non potrebbe far altro che giungere alla conclusione che non sarebbe male se agli avanti dei biancoverdi venissero appiccicati i trequarti della franchigia ducale. Ne verrebbe fuori un animale mitologico che magari con Giove e i suoi simili avrebbe qualche problema, ma sul campo con le acca saprebbe farsi valere non poco.

Le caratteristiche principali messe in mostra dalle nostre due squadre in questa prima parte di stagione sono state confermate in qualche maniera anche nella prima tornata di coppe europee. Ad Agen (Challenge Cup) le Zebre hanno perso 45-10, un risultato che non lascia spazio a molti dubbi. E’ vero, c’erano in campo diversi giocatori che avevano finora giocato molto poco, cosa che si può dire però anche dei francesi che aveva quasi la metà del gruppo dei 23 composto da accademici, ma quella transalpina è squadra comunque più organizzata e strutturata e la differenza si è vista tutta. Ad ogni modo le (non tante) cose migliori fatte vedere venerdì sera dalla squadra di Bradley riguardavano la fase offensiva, cosa che si ripete sin dall’inizio di settembre.

Anche Treviso – in Champions Cup – ha subìto una netta sconfitta in casa del Bath, ma quel 23 a 0 non la racconta giusta. Intendiamoci, gli inglesi hanno meritato di vincere ma la squadra veneta li ha fatti soffrire, in mischia chiusa ha fatto patire le pene dell’inferno a una formazione che oggi è quinta in classifica nel campionato inglese, Benetton che però ha avuto la colpa di non saper smuovere il tabellone, di non marcare una meta in nemmeno una delle non pochissime occasioni che pure ha avuto. Anche questa è una cosa che si ripete dall’inizio della stagione: se le Zebre prediligono il gioco di attacco e hanno trequarti capaci di fornire svariate opzioni lo stesso non si può dire del Treviso, che sa difendere e impostare molto bene, ma se si tratta di pungere…

Gli avanti del Benetton e i tre quarti delle Zebre se messi assieme potrebbero diventare un animale mitologico di una certa qualità? Forse. Probabile. E’ vero che ormai da 7-8 anni, da quando siamo entrati in quella che allora era la Celtic Lague e oggi si è trasformata in Pro14, la nostra nazionale è fatta al 90% dai giocatori delle nostre due franchigie, ma una separazione/distinzione così netta di quelle che potremmo chiamare sfere d’influenza non si era mai vista.
Per scoprirlo come non dovremo aspettare tanto: facile che quella creatura (o una che le assomiglia moltissimo) la vedremo in campo a novembre con addosso una maglia azzurra.

Le italiane d’Eccellenza in Europa: l’ira di Brunello e Frati su un vizio che dobbiamo perdere

In Continental Shield vince solo il Rovigo che riesce a rimontare in casa contro i georgiani del Batumi, il Petrarca perde di poco e combatte fino all’ultimo contro i forti romeni del Timisoara Caracens. Calvisano e Viadana ko contro tedeschi e portoghesi e i due tecnici usano parole molto dure: “siamo stati superficiali”

Iniziamo da Massimo Brunello, tecnico del Calvisano campione d’Italia: “Una squadra, i tedeschi, che non era affatto paragonabile a quella affrontata l’anno scorso. La partita è andata nel verso che non volevamo, perché ci siamo trovati davanti una buona squadra e dovevamo affrontarli con le giuste attenzioni, senza superficialità e invece siamo arrivati un po’ scarichi a questo incontro e l’abbiamo pagata tutta”.
Quindi Filippo Frati, allenatore del Viadana: “Era una grande opportunità per alcuni giocatori meno utilizzati e invece sono deluso della risposta. Mi aspettavo di più da tutti. Se non giochiamo al massimo allora andiamo in difficoltà: sono molto, molto deluso. Non ci sono scuse – riprende – per loro giocare a rugby non è una professione. Sapevamo che avrebbero giocato così e tutta la settimana abbiamo messo in guardia sul pericolo di sottovalutarli. Non accetto di perdere perché gli altri hanno più voglia di vincere di noi. Serve un esame di coscienza senno non andiamo lontano”.

Le dichiarazioni dei due tecnici sono quelle dette a caldo dopo le sconfitte della loro squadra nella prima giornata della Continental Shield. I bresciani sono stati superati 23-19 dall’Heidelberg in una partita giocata in Germania, il Viadana è stato superato dal Lisbona allo Zaffanella 14-19. Il quadro delle italiane è completato dalla faticosa vittoria del Rovigo sui georgiani del Batumi per 31-21, arrivata dopo che i rossoblu hanno chiuso il primo tempo sotto per 10-22, e dal ko del Petrarca che esce però a testa altissima e con qualche rimpianto dal campo dei Timisoara Saracens, piegato 29-25.

Le parole di Brunello (più moderate) e Frati sono importanti perché da una parte rilevano un atteggiamento che purtroppo è una mezza costante delle squadre di Eccellenza quando giocano una qualche competizione continentale. Tanto più che arrivano da due allenatori che non si sono mai nascosti dietro a un dito e che non hanno mai fatto mistero di considerare importante nella formazione e nella crescita dei propri ragazzi la partecipazione alle coppe europee. Mai. Né Brunello né Frati amano ovviamente perdere o subire pesanti ko da formazioni che sono nel 90% dei casi più forti, organizzate e strutturate, ma sanno che quello è un passaggio obbligato. Hanno sempre cercato di affrontare al meglio questo tipo di partite, magari non sempre ci sono riusciti, ma in certe situazioni la volontà di fare le cose conta tanto quanto la loro effettiva realizzazione o meno. E loro la volontà ce l’hanno sempre messa.
Viadana e Calvisano reagiranno, perché così è scritto nel dna dei loro allenatori. Affrontare le coppe europee in maniera svogliata è un vizio che tutte le squadre italiane devono perdere. Senza se e senza ma, sia che giochino contro una squadra francese o inglese oppure una danese. A guadagnarci sarà l’intero movimento, le squadre direttamente interessate e – soprattutto – i giocatori.