Il Tinello di Vittorio Munari vola a San Francisco: ai Mondiali di Seven

Da venerdì 20 luglio a domenica 22 la città californiana sarà il centro di Ovalia con i tornei iridati (maschile e femminile) di rugby a 7. Gare che saranno trasmesse in diretta da Eurosport.
Vittorio Munari le commenterà assieme ad Antonio Raimondi e proprio con Vittorio parliamo di un codice divenuto importantissima e che – purtroppo – vede l’Italia ancora una volta in grande ritardo

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Arbitri, Lega dei club, ascensori e rugby seven: un ricco piatto ovale estivo

Nuovo appuntamento con la rubrica “In avanti popolo” in cui tocchiamo un po’ di argomenti: si parte dai ritardi nei rimborsi per i nostri fischietti per finire alle ultime dichiarazioni di Conor ‘Shea sui rapporti tra società dell’Eccellenza e franchigie celtiche passando per quella Lega dei Club più volte annunciata ma che ancora non si vede all’orizzonte. Senza dimenticare gli annosissimi ritardi nel Seven…

Nuovi sponsor, vecchie abitudini: si dice la durata ma nulla sulla vil pecunia. Glasnost dove sei?

ph. Fotosportit/FIR

Dopo 12 anni sulle maglie azzurre non comparirà più la scritta Cariparma ma Cattolica Assicurazioni. Si vocifera di un accordo al ribasso per la FIR che però non dà cifre ufficiali

“Ma quale è il supporto economico che la FIR ricava da Cattolica e dagli sponsor azzurri? Mah. Non si sa”. A chiederselo – e a scriverlo – è stato un paio di giorni fa il blog Il Nero Il Rugby in commento all’annuncio del nuovo contratto di sponsorizzazione che legherà la nazionale azzurra a Cattolica Assicurazioni per i prossimi 7 anni. Una domanda legittima, visto che conosciamo la durata del contratto di quello che è e sarà il main sponsor dell’Italia a partire dai test-match del prossimo novembre, ma nulla sappiamo della parte che più conta, ovvero quella riguardante la vil pecunia.
Nel comunicato diffuso dalla FIR lo scorso 3 luglio non ci sono cifre, ma d’altronde non c’era la benché minima indicazione finanziaria nemmeno nella nota federale con cui il 19 giugno la Federazione e Crédit Agricole Cariparma annunciavano la separazione delle loro strade dopo ben 12 anni (fatemela tirare sono per 30 secondi: ero stato il primo a scriverlo): c’erano le pacche sulla schiena tra i maggiori rappresentanti dei due enti coinvolti, il ringraziamento reciproco e l’altrettanto reciproco augurio di un futuro luminoso, ma nessuna cifra. Sì, qualche dato generale e assai generico sulla crescita del movimento in termini di tesserati, ma nulla su quanto è stato investito e su quale siano stati gli eventuali ritorni. Zero. Eppure quale migliore occasione per fare un bilancio?

Ma d’altronde la cosa non può stupire visto che la trasparenza non è mai stato il punto forte delle pezze contabili pubblicate dalla FIR. Giusto per essere chiari: la federazione non viola nessun regolamento o normativa, quei documenti sono assolutamente validi e redatti in maniera conforme alle normative vigenti. Detto questo basterebbe poco per essere un po’ più chiari e trasparenti. Basterebbe volerlo. Nei bilanci FIR, è un esempio che ho fatto più volte, non esiste una chiara voce “Zebre” che ci dica esattamente quanto costi la franchigia federale, ma i capitoli di spesa sono spacchettati e separati sotto varie voci. Tutto lecito? Sì. Tutto chiaro? No. Quindi che anche in questo caso non si sappia l’esatta quantità di soldi che entreranno in cassa con il nuovo sponsor non stupisce. Però lasciatemi il rammarico.

Nell’articolo da cui ho preso il via si parla di indiscrezioni secondo le quali la parte economica dei nuovi contratti – quello di Macron compreso – sia notevolmente inferiore a quelli in vigore in precedenza. Sono solo rumors che circolano da un po’, vanno quindi presi con le pinze, e trattati per quello che sono però se la cosa fosse vera (anche qui) non dovremmo stupirci: il campo continua a non dare risultati e l’effetto “ingresso nel Sei Nazioni” si è ormai esaurito da tempo. Ma fermiamoci qui: se un giorno la FIR vorrà rendere note quelle cifre ne parleremo nello specifico.
Qualcuno potrebbe dire che nemmeno gli altri rivelano certe cifre, non tutti almeno. E’ vero, ecco un esempio pratico: questa è la voce sponsorizzazioni del Bilancio Preventivo FIR del 2017, il documento contabile reso pubblico più recentemente dalla nostra federazione
Questo è quello che scrive la federazione inglese nell’Annual Report 2017

Come vedete la voce “sponsorship” non è dettagliatamente esplicitata. Detta in altre parole: quanti soldi dà Canterbury alla RFU? Non lo si sa nel dettaglio.
Però due cose vanno dette. La prima, moto banalmente, è che non è che se una cosa non la fanno gli altri allora non devo farla nemmeno io…
Secondo: la mancanza di chiarezza della RFU in quell’ambito specifico è controbilanciata da una trasparenza diffusa e nel Report (che comunque va ricordato che non è il documento contabile tout court ma una brochure riepilogativa ed esaustiva di tutto il lavoro della federazione) si arrivano ad esplicitare anche – ed è solo un esempio – gli stipendi delle massime cariche che la guidano, dal presidente Bill Beaumont in giù. I due documenti non sono assolutamente equivalenti sotto il profilo della trasparenza e della loro immediatezza. Ma come dicevo prima: basterebbe poco, basterebbe volerlo.

Tra RWC2019 e i Mondiali in Russia: la lezione che il calcio ci può dare

Riflessioni e spunti tra i massimi appuntamenti di due discipline a loro modo molto vicine e molto lontane

Magari mi sbaglio (non credo) ma a scriverlo qualche giorno fa è stata la Repubblica, il giorno prima del via agli ottavi di finale dei Mondiali di calcio in corso di svolgimento in Russia: le combinazioni possibili per la finale, tenuto conto delle 16 squadre allora ancora in corsa, erano 64 e solo una era una sfida già vista, tra l’altro esattamente di 60 anni fa: Svezia-Brasile che nel 58′ finì 5 a 2 per i verdeoro che schieravano Garrincha, Didì, Vavà e un 17enne chiamato Pelé.
Certo l’assenza di Italia e Olanda che non si sono nemmeno qualificate per il torneo e l’eliminazione della Germania hanno scombussolato non poco le tradizionali gerarchie, però bisogna ammettere che 63 combinazioni su 64 sono una percentuale spaventosa.

Sono numeri che confermano che il calcio è di fatto lo sport più popolare del mondo. Non è solo una questione di numeri di gente che va a vedere le partite negli stadi o che le guarda davanti alla televisione, a dircelo sono proprio quelle 63 combinazioni inedite su 64 (e, lo ripeto, quella mancante ha un solo precedente di 50 anni fa…) che riflettono sul campo una diffusione di quello sport in ogni angolo della Terra.
Certo, lo sapevamo già prima del Mondiale di Russia, non è una sorpresa, ma quella rappresentazione plastica è di una enorme potenza simbolica. Probabilmente il torneo iridato in corso in queste settimane è da considerare una sorta di unicum proprio per via dell’alto numero di sorprese che si stanno registrando, sorprese che però proprio per la loro quantità – e spesso qualità – non possono essere un caso. Ci dicono che il livello medio si sta alzando e che il gap tra chi sta nel gotha della pallatonda e chi è fuori si sta riducendo.

Cosa che non si può dire del rugby, dove il tanto strombazzato allargamento è ancora in una fase largamente embrionale e limitata alla penetrazione nei media e nel pubblico di paesi e realtà finora ai margini di Ovalia. E’ una strada ovviamente lunga, lo è stata anche per il calcio, e che finora sta dando qualche risultato che però non tocca i campi da gioco. Perché sul prato verde le gerarchie sono quelle di sempre, immutabili, con un pugno di nazioni/movimenti che possono ambire a certi risultati mentre le altre possono solo sperare di ridurre la distanza, anche solo di un po’.
il rugby è uno sport complicato, non è una disciplina per tutti, non è affatto lineare e quella regola così caratterizzante del poter passare la palla solo all’indietro genera due tipi di reazione in chi la osserva: o ti incuriosisce e quindi ti affascina oppure ti fa dire “ma cosa fanno quei babbei?”.
Il calcio è un gioco semplice: con due maglioni si fanno le porte e ci si mette giocare ovunque, mentre se vai anche nei parchi d’Inghilterra è piuttosto raro vedere gente che gioca con la palla ovale.
Il rugby poi è nato negli esclusivi college dell’Inghilterra del XIX secolo e un po’ quell’appartenenza sociale se la porta ancora cucita addosso, anche se non dappertutto.

Sono differenze storiche, ambientali, normative e di “natura” delle due discipline in questione, che hanno decretato un successo larghissimo e piuttosto veloce per il calcio e una penetrazione più limitata (ancorché profonda, dove è avvenuta) per il nostro amatissimo sport. Il rugby per attecchire deve entrare nella cultura del paese che lo ospita, il calcio può farne anche a meno. Ha un peso specifico più leggero, è quasi uno sport “liquido”.
E il campo alla lunga non può che riflettere queste differenze: se da una parte abbiamo quella varietà di opzioni praticabili da cui siamo partiti, dall’altra abbiamo un Mondiale che ha incoronato quattro squadre diverse in otto edizioni ma che – soprattutto – ha visto arrivare alle fasi di eliminazione diretta praticamente sempre le stesse nazionali.
Pensateci bene: alla RWC 2015 c’è stata la clamorosa sorpresa nella fase a gironi del Giappone che ha battuto il Sudafrica, ma se dobbiamo pensare a un qualcosa di vagamente simile a quanto prima bisogna andare con il pensiero? Il rugby è un club ristretto, il calcio no. E il rugby dovrebbe imparare dal calcio ad allargare le sue maglie.

Non è una cosa che si fa dall’oggi al domani, non è un qualcosa che si può ottenere emanando qualche norma ma è un processo lungo e lento che però World Rugby sembra aver intrapreso, tra molte difficoltà. Bisogna avere pazienza, anche se il risultato non è garantito.
E servirebbe pure che gli appassionati della palla ovale fossero un po’ meno spocchiosi nei confronti della palla tonda: che è verissimo che sotto molti aspetti il “nostro sport è diverso” (basta guardare come si rivolgono i calciatori ad arbitri e guardalinee, tralasciando la diffusione tra i giocatori di simulazioni e urla belluine sullo stile di Neymar, tanto per intendersi) ma avere coscienza di una propria diversità è una cosa, fare perennemente quelli con la puzza sotto il naso prontissimi a dare lezioni di morale è un’altra. E alla lunga anche questa cosa può diventare un boomerang.