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Il circolino dei 77mila: il rugby ormai sa parlare solo a se stesso?

Tanti sono stati i telespettatori della finale del Top 12. Come valutare quel numero? La pancia dice immediatamente una cosa mentre la testa… Ma ormai siamo impelagati in una battaglia di retroguardia che non può vedere vincitori, solo sconfitti. A meno di non invertire la rotta

Settantasette. Un bel numero. E poi ve lo ricordate Mike Bongiorno che in televisione ripeteva ogni volta possibile “77, le gambe delle donne!”? Oppure il punk del ’77, quello dei Sex Pistols, un po’ più accessibile di quello di qualche anno prima degli Stooges di Iggy Pop. Per molti il numero 77 ricorda gli anni di piombo. A me invece quel numero porta soprattutto alla mente i miei amatissimi CCCP-Fedeli alla Linea, con quel verso di “Emilia Paranoica” che dice “chiedi a 77 se non sai come si fa”. Vabbé.
77(mila) è anche il numero di spettatori che hanno visto in televisione la finale del massimo campionato nazionale tra Calvisano e Rovigo, vinta dai bresciani. Come valutare quella cifra? Il primo impulso sarebbe di dire che proprio tantissimi non sono, anzi, però se si tiene presente che il Top 12 è un torneo che conta su pochissima – se non nulla – pubblicità, conosciuto praticamente solo da chi ha già una qualche confidenza con la palla ovale, beh allora quei 77mila non sono proprio da buttare via. Per carità, non c’è nemmeno da stappare bottiglie di champagne, ma neanche da strapparsi i capelli. Va da sé che se facciamo il paragone con certi finali del passato…

Però c’è da ragionarci un po’. Perché da questo numero, assieme al mezzo milione di persone circa che vede in tivvù i match del Sei Nazioni, dice parecchio del rallentamento del nostro movimento rugbistico. Stavolta non parliamo del lato tecnico o dei risultati del campo, ma di uno degli inevitabili effetti che discendono da quei due aspetti: la capacità del rugby di “parlare” con chi segue poco questa disciplina.
E’ vero: è uno sport complesso, non immediato e bla bla bla. La nazionale non vince quasi mai, i nostri club sono riusciti ad alzare la testa solo questa stagione (anche se sarebbe più onesto e corretto parlare di una singola squadra, sperando che si confermi in futuro): in questa situazione nel corso degli anni è stato quasi obbligatorio puntare la comunicazione sui “valori” e sul terzo tempo, ma anche qui il gioco sta mostrando la corda da parecchio.

Il fatto è che ormai il rugby italiano parla solo a se stesso, ha perso qualsiasi capacità espansiva verso i mondi esterni. Fermiamoci a pensare un attimo e facciamoci una semplice domanda: perché qualcuno dovrebbe appassionarsi al rugby e nello specifico al rugby giocato in Italia a qualsiasi livello? Se uno non capisce nulla di questa disciplina e incrocia per caso in televisione una partita degli All Blacks, dell’Inghilterra, del Galles o dell’Irlanda le possibilità che si fermi a guardarla sono quantomeno buone, perché sono squadre che praticano spesso un gioco spettacolare, capace di attirare anche un profano. Quantomeno incuriosirlo. Chiunque si rende immediatamente conto della qualità sportiva che ha di fronte. E’ come vedere una partita di NBA.
Il nostro rugby non è così, ahimè, e le poche eccezioni sono appunto tali: eccezioni. Quindi finiamo per accontentarci di quel 77mila. Ma è una battaglia di retroguardia persa in partenza, a meno che non si voglia raccontarsela sempre e soltanto tra di noi.

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Un applauso a Treviso, irlandesi col fiato corto e un problema chiamato Top 12: il Tinello di Vittorio Munari

Con Vittorio Munari ripercorriamo i risultati delle ultime settimane, partendo dalla squadra veneta, passando per le Zebre, i Saracens e molte altre cose che riguardano l’Italia…
Palla a Vittorio!

O’Shea, la FIR e i permit players: un altro giro di parole e basta?

C’è un nuovo capitolo nella questione permit players. No, non fatevi film strani, nulla di definitivo o che dia finalmente una normativa chiara e condivisa all’ascensore tra franchigie e club di Top 12, ma una dichiarazione di Conor O’Shea che sembra farlo presagire. Ripetiamolo ad alta voce: SEMBRA. Il ct della nazionale azzurra l’ha rilasciata nel corso di una intervista davvero chilometrica a OnRugby e ve la propongo qui:

Facciamo un veloce recap? Il 18 marzo 2017, subito dopo il 29 a 0 subito dalla Scozia nell’ultima giornata di quel Sei Nazioni, Conor O’Shea dice che “sono un positivo, vedo sempre il bicchiere mezzo pieno. Ma non sono uno stupido, non sto qui a prendere tempo. Ho fiducia in questo gruppo, resto convito che possiamo diventare un’ottima squadra. Ma gli investimenti devono essere fatti nell’interesse esclusivo della Nazionale. E’ l’Italia l’unica cosa che conta. Le decisioni che dovremo prendere faranno male a qualcuno, ma Irlanda, Galles, Scozia hanno fatto scelte difficili per il rugby di club, investito sulle franchigie. E’ facile fare questi cambiamenti, a patto di volerlo. Sarà difficile? Sì, ma è fattibile e deve essere fatto. Qualcuno dovrà mettere il proprio ego da parte nell’interesse della maglia azzurra”.
Il 14 novembre dello stesso anno questo blog pubblica un articolo dove il ct chiede apertamente un ascensore tra le due squadre celtiche e le formazioni del massimo campionato nazionale, un sistema che vada in entrambi i sensi e non solo dal basso verso l’alto in maniera saltuaria. Ovviamente non succede nulla.

A fine gennaio del 2018 il colpo (involontariamente) comico: chi si lamenta del fatto che i giocatori di Treviso e Zebre che giocano poco in Pro14 non possano mettere un po’ di minuti nelle gambe in quella che allora si chiamava Eccellenza? Ma il presidente della FIR Alfredo Galeazzi, ovvero l’uomo che può decidere e rendere operativa una cosa simile. Parla come se fosse capitato lì per caso. Fantastico.
Maggio 2018, la proposta di O’Shea riceve il sostegno pubblico di Stephen Aboud, ovvero il responsabile della formazioni di tecnici e giocatori per l’Alto Livello della FIR. E indovinate un po’? Continua a non succedere nulla.
Beh, quasi nulla. Perché il Benetton Treviso proprio tra la fine della stagione del 2018 e l’inizio di quella in corso decide che è ora di basta e si muove in autonomia: fa contratti con alcune società venete secondo i quali alcuni giocatori si allenano con i biancoverdi al Monigo e in caso di mancato utilizzo possono rientrare nelle loro società per giocare in Top 12. Una situazione che conoscono tutti, compresi i muri di ogni club house italiana ma in FIR si fa finta di nulla. Per carità, meglio così che mettere paletti stupidi, ma che modo è di gestire uno dei passaggi più delicati e importanti della nostra già non estremamente produttiva filiera?

Una situazione talmente “normale” che due mesi fa è stato il Benetton Treviso ad annunciare l’infortunio che chiudeva anzitempo la stagione di Michele Lamaro, un giocatore che sulla era “solo” un permit player proveniente dal Petrarca. Ma di fatto già allora Lamaro era un atleta Benetton.
Ora le nuove parole di Conor O’Shea, che al momento sono solo quello: parole. Purtroppo per lui, s’intende. Perché il Consiglio Federale FIR non ha ancora deliberato nulla anche se i contratti si fanno in queste settimane e non a fine luglio. Ammesso e non concesso che poi a fine luglio qualcosa si muoverà davvero. Perché nel rugby italiano anche San Tommaso avrebbe perso la sua proverbiale pazienza.

Dal Galles all’Italia: il Sei Nazioni servito a freddo nel Tinello di Vittorio Munari

Le protagoniste del torneo appena concluso analizzate da un Vittorio Munari davvero senza peli sulla lingua. Con particolare attenzione al caso-Italia…
Palla a Vittorio!
NB:il file audio si interrompe al termine di una domanda. Non è un taglio brutale o una censura, è che domani c’è la seconda parte del Tinello su un argomento specifico non trattato oggi

Riconoscere il problema è il primo passo per poterlo superare. Ma non nel rugby italiano

Lo sapevate che nella classifica dei giocatori che hanno perso più test-match 9 su 10 hanno vestito la maglia azzurra nell’ultimo ventennio? E si tratta di atleti di assoluto livello, gente che ha sempre dato tutto. Vuol dire che qualcosa non funziona (eufemismo) a livello strutturale, però sembra che il problema siano quelli “che non vedono mai le cose positive”…

Uno dei (tanti) mantra che si scrivono/leggono/sentono nel non popolatissimo mondo del rugby italiano è quello che dice “basta con i commenti negativi”. Oppure: “perché sottolineare sempre le cose che non vanno e mai invece quelle positive?”.
Ecco, io mi sarei un po’ stufato. Un po’ perché non è vero che le cose positive non vengono messe in risalto, ma il problema (forse eh) è che sono meno – molte meno – di quelle negative. E no, non lo dice questo blog, lo dicono i numeri. E no, i numeri non lo dicono da un mese o due, o da un anno o due. Lo dicono da circa 20 anni. Che mi sembra un lasso di tempo abbastanza lungo per dare una colorazione all’andazzo del nostro movimento.

Quindi no, non sono io che meno sfiga o faccio l’uccellaccio del malaugurio, credo anzi di potermi definire un realista, senza tema di essere smentito. Perché non posso – o meglio: non voglio più – accontentarmi più del miglioramento in un aspetto del gioco quando per una sorta di vaso comunicante si peggiora al contempo da un’altra parte. Non voglio più accontentarmi di vittorie-exploit (rarissime, peraltro) che lasciano il tempo che trovano. Sorvolando sul fatto che poi nel 90% dei casi poi si perde. Che alla fine la domanda vera non è se io non mi sono stancato di scrivere sempre le stesse cose, ma se voi non vi siete stancati di leggerle.

Volete una fotografia degli ultimi 20 anni? Prendete Sergio Parisse, Martin Castrogiovanni, Marco Bortolami. E poi Ghiraldini, Zanni, Mauro Bergamasco, Andrea Masi e Andrea Lo Cicero. Sono praticamente il meglio che ha prodotto il nostro rugby nelle ultime due decadi, un fuoriclasse assoluto e tanti campioni veri, gente che sul campo e fuori ha messo cuore, intelligenza e grinta. Giocatori che hanno dato tutto quello che potevano, che non si sono mai tirati indietro, un esempio per chiunque corra su un prato con le grandi H. In alcuni casi per qualche stagione sono stati i migliori al mondo (o quasi) nel loro ruolo e hanno fatto grandi anche le squadre con cui giocavano, perfino nei super-competitivi campionati inglesi e francesi. Atleti e uomini che hanno inevitabilmente avuto anche dei passaggi a vuoto perché la vita alla fine è quella cosa lì. Gente a cui non si può davvero rimproverare nulla e che merita solo di essere applaudita.

Bene, sapete cosa altro hanno in comune? Che se viene stilata la classifica dei giocatori della Tier 1 che hanno perso più partite con la maglia della nazionale i loro nomi ci sono tutti, perché gli atleti azzurri occupano ben nove posizioni su dieci. Metteteci dentro tutte le partite che volete tra Sei Nazioni, Test-match e Mondiali. Venti anni, o quasi di questo sport. Colpa loro? Beh, qualcosa l’hanno di sicuro sbagliata, come tutti, ma se il gotha del nostro rugby sta tutto lì dentro forse la questione è un po’ più profonda e strutturale. La malattia non sono Parisse, Castro e compagni, anzi. Le loro tantissime sconfitte sul campo sono il sintomo di qualcosa su cui non potevano avere il controllo.
La classifica l’ha pubblicata il Daily Telegraph un paio di settimane fa a corredo di una intervista a Sergio Parisse, prima della sfida contro l’Inghilterra in quel di Twickenham. Il dato del capitano e di Ghiraldini va ahimè quindi aumentato di un paio di ko.

Se campioni di tal fatta sono lì tutti assieme forse il vero problema è continuare a raccontarsi che stiamo comunque crescendo. Forse, s’intende.
Intanto beccatevi la classifica e come si dice da quelle parti: no caption needed.