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Il Coronavirus, ovvero come il Covid 19 mise allo scoperto le chiappe del rugby italiano

Walter White, protagonista di “Breaking Bad”

Una emergenza non preventivabile che fa i raggi X a un movimento che per troppi anni si è guardato l’ombelico, federazione e club. Poi, improvvisamente, arriva la realtà. 

“October surprise” è la definizione con cui negli Stati Uniti viene indicato l’evento o il fatto di cronaca inatteso che nell’anno delle elezioni presidenziali (quindi come questo 2020) scompagina le carte in tavola e che può cambiare il corso delle cose, ribaltando posizioni che si erano consolidate nei mesi precedenti. Tipo la diffusione delle mail private di Hillary Clinton, rese pubbliche qualche settimana prima del voto nel 2016 e che secondo molti analisti punirono la candidata democratica in alcuni stati chiave, rendendo inutile la sua vittoria nel voto popolare. Una roba così. 
A volte questi fatti imprevedibili e inaspettati arrivano un po’ prima, come avvenne per l’uragano Katrina, ma insomma, ci siamo capiti.
Il Coronavirus ha letteralmente fermato il mondo e lo sport non è rimasto immune, è anzi forse uno degli ambiti che più hanno reso plastica la serrata – il lockdown – in cui ci troviamo a vivere da qualche settimana praticamente ad ogni latitudine. Fermati i campionati di calcio, le coppe europee, gare di F1 e motomondiale rinviate e/o cancellate, Wimbledon e Roland Garros hanno tirato giù la serranda, Olimpiadi rimandate di un anno e chi più ne ha più ne metta. 

Il rugby non è da meno e il suo calendario da qui ai prossimi mesi è stato congelato o annullato. Saltate le ultime giornate del Sei Nazioni, stagione finita in Francia e Inghilterra, tour di giugno in fortissimo dubbio.
E l’Italia? La federazione la scorsa settimana ha diffuso questo comunicato:
“Il Consiglio Federale della FIR si è riunito in video-conferenza giovedì 26 marzo per definire le azioni da adottare a fronte della pandemia da Covid-19 attualmente in atto, dopo aver temporaneamente sospeso sino al 3 aprile ogni forma di attività agonistica. L’organo di governo del rugby italiano ha deliberato la sospensione definitiva della stagione 2019/2020. La decisione del Consiglio determina la mancata assegnazione dei titoli di Campione d’Italia previsti dai regolamenti e, al tempo stesso, di tutti i processi di promozione e retrocessione”.
E fin qui nulla da eccepire.
Anzi, qualcuno ha criticato la decisione sostenendo che fosse prematura, che il campionato si potrebbe finire giocando a giungo e luglio, magari soltanto i play-off scudetto. A mugugnare sono stati club della parte alta della classifica, quelli che ai play-off ci possono arrivare, quelli che sperano/pensano di poter vincere il torneo. Le cronache ci raccontano di brontolii più o meno forti che arrivano dalle parti del Valorugby Reggio Emilia, da Calvisano, dalle Fiamme Oro. Molto più sfumate e attendiste invece le posizioni di Petrarca e Viadana.
Poi c’è il caso Rovigo: il presidente Zambelli ha usato parole dure contro la decisione federale, però va detto che è stato l’unico a farlo apertamente e a metterci la faccia. Certo, quello che ha detto è molto impopolare e – parere personale – pure sbagliato, ma almeno non si è nascosto.

Zambelli si è preso gli sberleffi di grandissima parte del mondo ovale, e un po’ se l’è andata a cercare. Il suo errore è stato quello di guardare il suo orticello, come se quello che sta succedendo attorno fosse un dettaglio secondario. A Milano diremmo che è stato un po’ pirla – bonariamente, s’intende – però è anche vero che non possono nemmeno essere le società a dover pensare e a risolvere situazioni di questo tipo. Non lo fanno i club del calcio che muovono decine, in alcuni casi centinaia di milioni di euro, a maggior ragione non è compito di presidenti che fanno una fatica enorme a tenere in piedi realtà da un paio di milioni (quando sono particolarmente ricche) e per le quali i soldi della federazione sono una colonna portante, in alcuni casi l’unica o quasi, per continuare a sopravvivere.

Perché il coronavirus ha portato alla luce in maniera evidente e non più equivocabile i mali del rugby italiano. Mali che nascono dalla gestione della FIR del movimento, da scelte che nel corso degli anni hanno portati risultati molto lontani da quelli attesi (quando quelle scelte non erano proprio del tutto sbagliate) ma che non sono mai state davvero messe in discussione da chi si trovava poi a vivere con quelle decisioni: le società. 
I club hanno sempre accettato di buon grado le briciole che arrivavano da mamma FIR, pochi finanziamenti che a loro sono bastati per tirare avanti senza rendersi conto (?) di essere finiti in un meccanismo di perenne compromesso al ribasso che ha portato il nostro campionato nazionale ad essere quello che è: poco seguito, con un richiamo mediatico nullo e incapace nel suo complesso di svolgere il compito tecnico che gli compete e che tante volte è stato sbandierato dal presidente Gavazzi: ovvero quello di essere la palestra dei nostri giocatori e – aggiungo io – dei nostri tecnici, dei nostri dirigenti e dei nostri arbitri.
La colpa è sicuramente della FIR ma anche di chi non ha mai protestato, di chi non ha mai portato in fondo battaglie che lo riguardavano da vicinissimo, di chi si è lamentato per poi sostenere lo status quo con il suo voto, di chi non ha saputo alzare gli occhi dal proprio giardinetto e capire che perdere un briciolo di autonomia per dare vita a una Lega dei Club sarebbe stato vitale. E invece nisba. Con toni e sfumature diverse da squadra  asquadra, va da sé, ma ci siamo capiti.

Il dividi et impera è servito alla FIR per imporre senza colpo ferire qualsiasi sua decisione presa per sostenere l’Alto Livello (sì, è vero che è l’unico che porta reddito ma lo scopo della federazione è quello di sostenere il gioco e lo sviluppo della disciplina, non solo la nazionale e poco altro) ma è stato sfruttato da ogni società per ottenere accordi e favori che, vista l’ambito angusto e limitato del proprio panorama, non potevano che essere limitati e angusti. Ne ha approfittato negli ultimi anni anche la Benetton Treviso, questa cosa va detta: il club veneto è riuscito a imporre alcune sue scelte/libertà assolutamente condivisibili ma alla fine il famoso “dialogo” (davvero esiste?) tra i biancoverdi e la federazione sembra più un patto di non belligeranza, una sorta di “non rompermi le scatole su quello che faccio e io non le rompo a te”. La prassi ormai instaurata sulla gestione dei permit players in totale assenza di normativa condivisa è solo un esempio.
Chiaramente il Benetton è l’unica società che ha la forza di imporre questa cosa e non ne ha mai fatto una sorta di punto di svolta che potesse fare da richiamo a tutto il movimento. Non era obbligato a farlo, s’intende, ma alla fine anche a Treviso si sono accontentati. Peccato.

Il coronavirus è stata un “October surprise” anche per la FIR. Non so se avrà un qualche effetto sulle prossime elezioni presidenziali, ma non è questo il punto. Il fatto che l’emergenza pandemia, con tutto quello che si è portata dietro, ha messo in mostra quello che tutti sappiamo, che il re è nudo e che le sue terga non sono un grande spettacolo. 
Perché la federazione era da anni abituata a gestire l’ordinario in mezzo a mille difficoltà economiche, ora si trova a gestire uno straordinario con quelle stesse forze. Insufficienti. Certo, all’orizzonte ci sono i famosi capitali CVC che però sono pronto a scommettere che a Roma volessero usare diversamente.
La FIR non sembra avere la forza economica e l’autorità politica necessaria per gestire un momento così complicato. Parlo dell’autorità e della credibilità che ti costruisci giorno dopo giorno negli anni, non di quella data da uno statuto. Parlo di autorevolezza. 
Il primo aprile si è tenuto un altro Consiglio Federale, cosa si è deciso? Questo il comunicato ufficiale: 
Il Consiglio ha definito di aggiornarsi a venerdì per definire una data utile all’approvazione del Bilancio Preventivo 2020, per il quale si è reso necessario un processo di opportuna revisione a fronte del momento storico attuale.
Il Consiglio ha, in prima istanza, ribadito l’impegno a garantire per la Stagione Sportiva 2019/20 gli stessi stanziamenti complessivi di natura contributiva già definiti nei confronti delle Società affiliate, secondo i criteri adottati per tutti i campionati per la Stagione 2018/19.
Al tempo stesso, il Consiglio ha confermato gli stanziamenti a supporto delle Società del Peroni TOP12 così come originariamente definiti per l’esercizio corrente. 
Contestualmente il Consiglio raccomanda alle Società il pieno rispetto, quale tutela per i giocatori, degli accordi contrattuali con i tesserati per l’intera stagione corrente. 
Contributi straordinari destinati al movimento saranno oggetto di successiva determinazione sulla base delle risorse e, comunque, nel rispetto della sostenibilità del Bilancio 2020“.

Traduciamo: quanto era già stato pattuito viene confermato, quei soldi li avrete, per gli extra bisogna vedere il Bilancio Preventivo che però va rivisto perché saltare le ultime due gare del Sei Nazioni per noi è stata una botta, è poi saltato il prevedibile sold-out con l’Inghilterra e dobbiamo ridare i soldi dei biglietti, un vero casino e io non ho molto idea di come uscirne perché i soldi sono quelli che sono.
Tutto rimandato perciò al Bilancio Preventivo 2020 con la premessa che ogni decisione sarà presa nel “rispetto della sua sostenibilità”. Ora, tralasciando il punto della situazione attuale (io sinceramente mi sono perso da un po’) su quali siano i Bilanci Preventivi e Consuntivi approvati dal Consiglio Federale ma sotto revisione del CONI, quelli che hanno ricevuto il via libera di sui sopra con mesi mesi e mesi di ritardo su quanto prevedono le norme e quelli approvati ma ancora non pubblicati, mi pare chiaro che la politica FIR sia in questo momento quella di prendere tempo. Non l’accuso di nulla, se non di aver fatto le cose a dovere prima, perché è chiaro che ora non può che fare così. Oppure no, potrebbe mettere sul banco un tot di soldi specificando che li toglierà all’Alto Livello, ma non succederà. Perché siamo da anni entrati in un circolo vizioso e questo è il risultato.

Sto andando lunghissimo, ma ora chiudo. Prima parlavo di mancanza di autorevolezza politica. Un esempio: il presidente della Federazione francese Bernard Laporte subito dopo la decisione della FFR ha scritto di suo pugno una lettera ai club francesi in cui si annunciavano due cose: misure straordinarie di sostegno a partire da quel momento a tutta la stagione successiva (ovvero fino a giugno 2021) e l’immediata messa a disposizione di 35 milioni di euro per aiutare 1900 società di ogni livello. Trovate tutto sul sito ufficiale della federazione transalpina.
Ora, è chiaro che in tutta Ovalia solo Francia e Inghilterra possono attingere a quella quantità di risorse, non sto certo paragonando questo aspetto.
Però va detto che oggi la FIR avrebbe difficoltà a promettere 500mila euro, cifra che probabilmente non basterebbe affatto. Va detto che la FIR non ha avuto quella prontezza e quella velocità di decisione neanche per mettere sul tavolo 200mila euro come prima risposta all’emergenza. Va detto che Laporte ci ha messo la faccia mentre sono un po’ di mesi che il numero uno del nostro rugby è uscito dai radar. Va detto che rappresentanti di alcuni club di Top 12 hanno riferito a questo blog di una certa insistenza federale nel cercare un appoggio da parte delle società su decisioni ancora tutte de venire: intendiamoci, federazione e società devono parlarsi ma il Top 12 è un torneo di proprietà della FIR e l’onore e l’onere di certe scelte sono tutte in capo alla federazione. Cercare un appoggio quasi aprioristico con la controparte, in assenza di misure concrete, dà l’impressione di un volersi tutelare con una sorta di chiamata in correo. Una specie di “eh ma ci avevate detto che stavate con noi”. Non credo debba funzionare così.

Il Sei Nazioni, il Pro14 e la CVC: una montagna di soldi e una domanda che bisogna farsi

Vantaggi, opportunità, nuovi scenari: l’ingresso del gruppo di private equity nel gotha della palla ovale europea mette il rugby in una condizione tutta nuova, e sposta il confine. Ed  espone anche a rischi culturali mai affrontati prima. 

Se ne parla da tempo, si attendono solo comunicati ufficiali con le cifre definitive. Arriveranno. Parlo di CVC Capital Partners e del suo “ingresso” nel board del Sei Nazioni e del Pro 14. Ieri Duccio Fumero su R1823 ha prefigurato una (verosimile) ripartizione economica di quei soldi. E sono numeri pesanti, visto che per la FIR si parla di circa 45 milioni euro netti.
Una vicenda destinata a cambiare non poco il rugby europeo. Le opinioni sono in larga parte favorevoli, vista l’abbondante immissione di liquidità fresca nelle casse di tutte le federazioni coinvolte. Al momento però nessuno sembra porre l’accento su un aspetto che sul medio-lungo periodo avrà un peso non indifferente, nessuno sembra porsi la domanda più importante: quali sono gli obiettivi di CVC?

La risposta è semplice e complicata allo stesso tempo. E’ facile perché un gruppo di private equity cerca una sola cosa: il profitto. CVC ha capacità di investimento per oltre un centinaio di miliardi di euro e interessi nei settori più svariati. CVC vuole fare i soldi, sono bravi a farli e se guadagnerà anche nel rugby significa che anche i suoi partner lo faranno, FIR compresa. La domanda è però: a che prezzo? Perché una volta che tu vendi una cosa poi non ce l’hai più. Le quote vendute dalla federazioni sono ora fuori dal loro controllo.
Può sembrare un gioco di parole, ma non lo è. E’ il vero nocciolo della questione. CVC non è una entità rugbistica, non è un qualcosa che nasce all’interno del mondo ovale o che ne condivide lo spirito, qualsiasi cosa possa significare. E’ una macchina da soldi, e resterà in quel mondo fino a quando sarà economicamente fruttuoso. Cercherà profitti in ogni modo. CVC si siede al tavolo con una serie di entità che pur con le loro innegabili differenze provengono tutte dallo stesso humus, che condividono una visione, un sentire. CVC invece è un alieno.

E’ una compagnia che spingerà l’acceleratore verso confini e limiti che le federazioni non avrebbero mai immaginato. O che comunque non lo hanno fatto finora. E’ una opportunità, indubbiamente, è una sfida. E’ un rischio, non so quanto calcolato da parte delle varie federazione. Una spinta iper-capitalistica, se volete passarmi il termine, potrebbe lasciare strascichi non indifferenti anche sulla federazione inglese e a cascata sul suo movimento, ma Londra è tra tutte quella che potrebbe incassare meglio gli eventuali (inevitabili?) contraccolpi. Le altre?
Intendiamoci, ci sono innegabili vantaggi e possibilità che si aprono. Il rugby è però una disciplina fortemente identitaria e ora in uno dei suoi sancta sanctorum, forse quello più importante, entra un qualcosa di totalmente avulso da quella che è la sua cultura e che potrebbe sia esaltarlo che annichilirlo. Toh, annichilirlo magari no, ma cambiarne radicalmente l’anima sì. Qualche domanda bisogna farsela e la più importante è: quanto ed eventualmente cosa siamo disposti a perdere per diventare più ricchi?

25, 24, 23, 22, 21, 20… L’Italia manda in orbita anche la Scozia più brutta

ph. Fotosportit/FIR

A Roma gli azzurri infilano la sconfitta consecutiva numero 25 nel Sei Nazioni: non vincono da 5 anni, tra le mura amiche addirittura da marzo 2013. Una gara sconclusionata, senza mordente contro avversari che hanno commesso una montagna di errori, ma se ne vanno con un 17 a 0 a loro favore. E franco Smith sembra avere già imparato la lezione sbagliata, quella delle dichiarazioni post-gara

Bene, cosa dire al giro numero 25 che non sia già stato detto e scritto in tutte le sue declinazioni nelle 24 sconfitte (consecutive) precedenti? Facile: nulla. D’altronde siamo sempre qua, fermi allo stesso punto: facciamo qualche tentativo di passo per allontanarci – una volta da una parte, un’altra volta dall’altra – ma alla fine non ci si muove mai.
Poi arrivano i ko come quello di sabato, francamente inguardabile. Come livello di bruttezza, impalpabilità tecnica e mentale se la gioca con la partita con la Francia di un anno fa, ma lì almeno 14 punti siamo riusciti a farli mentre contro la Scozia siamo rimasti a zero. Fermi al palo per la seconda volta in tre match (mai successo nel nostro Sei Nazioni).

L’Italia doveva vincere, la Scozia doveva vincere: alla fine di una gara in cui per lunghi tratti si è assistito alla fiera dell’errore si è imposta la squadra che ci ha davvero provato di più, quella con le idee più chiare. Inutile girarci attorno: la Scozia più brutta ci ha battuti e non ha subito nemmeno un punto, il resto sono chiacchiere. Poi possiamo dire però qui (pochissimi), però lì (ancora meno), ma il succo è quello. Gli azzurri hanno messo in mostra poche idee e pure parecchio confuse, hanno sofferto in mischia, i breakdown nemmeno parliamone. In affanno in difesa quando la Scozia decideva di giocare davvero ed evanescenti in attacco: siamo entrati pochissime volte nei 22 metri avversari e ogni volta che lo si è fatto la Scozia ha dominato nei punti d’incontro e rubato palla tutte le volte che i nostri non la perdevano.
I nostri avversari hanno conteso la palla solo quando è stato necessario e le ruck che andavano vinte le hanno portate a casa. Galles, Francia, Scozia… cambia l’avversario ma non il risultato: quando ci incontrano bastano alcune accelerazioni, un temporaneo aumento dell’intensità e si portano a casa la partita, senza eccessivi patemi.

Capitolo Franco Smith: ovviamente non è colpa sua, però ha subito imparato il mood “giusto” (virgolette sarcastiche eh) delle dichiarazioni post-partita: i ct che lo hanno preceduto ci hanno messo un anno, un anno e mezzo prima di arrivare ad arrivare alle frasi da difesa d’ufficio sentite sabato.
Non ha un ruolo semplice, doveva fare l’assistente e si ritrova suo malgrado head coach senza sapere ancora per quanto lo sarà. Poi c’è una sorta di avvitamento che andrebbe chiarito: doveva coadiuvare Conor O’Shea ma ora parla spesso della necessità di cambiare parecchie cose. Vero che il ruolo di assistente e di capo allenatore non sono la stessa cosa ma per diversi anni ci è stato detto dai vertici federali, tecnici e non, che la strada era quella giusta. ora invece pare che no. Qualcuno sa dirmi a che punto siamo?

L’italica capacità di fare spallucce e il Paradigma Uganda (e Germania)

Ce la si potrebbe cavare dicendo che tutto sommato l’Uganda al Mondiale 2018 era presente e l’Italia no, però fare spallucce serve a poco. Al massimo a mettere la polvere sotto i tappeto, cosa che dicono non serva un granché a risolvere i problemi. Dicono.
Io di rugby a 7 capisco poco o nulla, ma non bisogna essere esattamente dei geni per rendersi conto che è un codice capace di diventare un veicolo importante per qualsiasi movimento e che la preparazione tecnico/tattica/atletica del Seven può riversarsi in maniera positiva nel rugby a 15. E poi è uno sport olimpico, dovrebbe bastare questo a smuovere le acque. Invece.

Invece l’Italia va in Cile, a Vina del Mar, e nella prima giornata delle World Rugby Challenger Series – un torneo nuovo di zecca che assieme alla tappa di settimana prossima a Montevideo (Uruguay) “regala” otto pass per le World Series di Hong Kong – rimedia una sola vittoria e due sconfitte. Il Paraguay lo abbiamo battuto, Uganda e Germania ci superano. Uganda e Germania.Ripetiamolo: Uganda e Germania. Nella seconda giornata rimaniamo a zero contro l’Uruguay, ma va detto che la partita è viziata da due cartellini, di cui uno rosso inesistente.
Come dicevo, io di rugby a 7 capisco poco o nulla, ma due cose so metterle in fila. Tipo che è vero che in quel particolare codice alcune nazionali hanno trovato spazi di crescita e successi a loro preclusi nel rugby a 15, come le Fiji o gli Stati Uniti o il più sorprendente Kenya (che poi: farlo pure noi pare brutto?), ma Uganda e Germania rimangono movimenti ampiamente minori e minoritari. Non voglio mancare loro di rispetto, ci mancherebbe, ma per pareggiare i soldi che noi riceviamo ogni 12 mesi in virtù del nostro status privilegiato quei due dovrebbero mettere assieme le loro risorse di diversi anni. Parecchi anni. Eppure.

Mi si dirà che i soldi non sono tutto, ed è vero. Infatti servono anche idee, progetti, programmazione. Pure un po’ di culo – passatemi il francesismo – ma solo con quello non si va da nessuna parte.
Noi i soldi in linea teorica li abbiamo. Il CONI ogni anno versa alla FIR un tot di milioni perché il rugby è uno sport olimpico ma effettivamente quanta parte di quelle risorse vengono investite nel Seven? Chissà se il CONI chiederà mai conto di quei finanziamenti…
Il resto invece latita, parlo ovviamente delle idee, dei progetti e della programmazione. Al piccolo gruppo che segue il rugby a 7 non si può imputare nulla: Orazio Arancio, Andy Vilk e compagni di (dis)avventura ci mettono tutto l’impegno e l’entusiasmo del mondo. Ma dire che predicano nel deserto è limitativo.

La litania la conosciamo tutti a memoria: non abbiamo un campionato dedicato, i club non fanno i salti di gioia (eufemismo) quando un loro giocatore viene convocato per il Seven, non abbiamo di conseguenza atleti “dedicati” e quando la cosa sembrava in dirittura d’arrivo – ricordate la famosa accademia che sarebbe dovuta sorgere presso le Fiamme Oro? – è stata fatta sparire dal tavolo senza che nessuno cercasse di spiegare un perché che avesse un minimo di senso.
Però a quanto pare va bene così. Forse la gestione di questi anni del rugby a 7 è stata quella giusta, e sono gli altri che non hanno capito nulla. Tutti gli altri. Perché se prendiamo la classifica finale del Mondiale 2018 giocato a San Francisco ci accorgiamo che i nostri principali partner/avversari c’erano tutti e il più attardato era il Galles con un 11° posto che noi avremmo fatto passare per un mezzo trionfo per diversi anni a venire.
Ma sì, sarà così, che cosa devono capirne Germania e Uganda?

Sudafrica, Italia e Sei Nazioni: punti fermi per una discussione sensata

ph. Fotosportit/FIR

L’Italia infila i ko consecutivi numero 23 e 24 al Sei Nazioni e subito riparte (Inghilterra in prima fila) la rumba sulla nostra presenza nel torneo. In più il Daily Mail pubblica un articolo in cui si parla di trattative avanzate per un arrivo del Sudafrica dopo la RWC del 2023. E il peso tecnico, sportivo, economico e politico degli Springboks non è certo quello di georgiani e romeni, finora indicati come nostre possibili alternative.
Il Sudafrica sarebbe una aggiunta o andrebbe a sostituire qualcuno? E quello che eventualmente varrebbe per il 2024 avrebbe un valore anche l’anno successivo quando l’attuale accordo in essere (e che prevede la nostra presenza) va a decadere?
Non si sa, non si capisce bene. I nostri risultati non aiutano e alimentano la discussione. Che però va fatta attorno a qualche punto fermo, senza il quale si cade nel “vale tutto”. Eccone alcuni:

  • L’Italia deve rimanere nel Sei Nazioni, lo speriamo tutti, è una tale ovvietà che davvero non andrebbe nemmeno sottolineata. Uscirne sarebbe una sconfitta. Chiaro: se mai succedesse i principali responsabili saremmo noi. Non saremmo quindi vittime di un qualche complotto di chi ci vuole male.
  • L’Italia non può sperare di rimanere nel Sei Nazioni perché “Roma è bella e per francesi/gallesi/irlandesi/inglesi/scozzesi andarci a febbraio-marzo è una figata”. Perché, per quanto farsi un fine settimana nella nostra capitale è cosa che piace a a tutti, vuol dire scavarsi la fossa della mediocrità da soli. Una roba di una stupidità infinita. Eppure questa cosa viene spesso citata come la nostra arma principale per la permanenza nel torneo. Tristezza.
  • Servono i risultati del campo, che non significa necessariamente vincere (che però è meglio) ma essere competitivi. Realmente competitivi. Riuscire a portare gli avversari a match punto a punto fino al minuto 80 e oltre. Con questa cosa le discussioni su “Sei Nazioni sì e Sei Nazioni no” spariscono immediatamente.
  • A oggi parlare di una nostra fuoriuscita dal Sei Nazioni è una boutade o poco più, perché nonostante i nostri risultati le alternative sono peggio. Ancora meglio: le alternative non ci sono proprio, Georgia e Romania allo stato attuale non lo sono. Possono essere usate a livello mediatico, ma la cosa finisce lì. Chiaro che se invece delle due nazionali dell’Europa orientale si dovesse parlare di Sudafrica il discorso cambierebbe di parecchio.
    Lo so, sostenere che stiamo nel salotto buono perché quelli che bussano alla porta stanno messi peggio di noi non è il massimo, ma cerchiamo di essere intellettualmente onesti.
  • Il Sei Nazioni è un torneo privato: quindi sì, il merito sportivo deve contare e conta, ma inevitabilmente non è l’unico aspetto della vicenda.
  • Il nostro contratto scade nel 2024.
  • Per motivi economici, logistici e organizzativi un Sudafrica dentro al Sei Nazioni è cosa che ha fondamento.
  • Un Sudafrica dentro il Sei Nazioni sarebbe uno scossone istituzionale tosto. Il freno più grosso possono essere proprio gli equilibri politici che inevitabilmente verrebbero modificati. La Nuova Zelanda e l’Australia, ad esempio, come la prenderebbero? E World Rugby? Come cambierebbe (nuovamente) il calendario internazionale, modificato da poco dopo un compromesso che non è stato semplice da raggiungere?