Categoria: Guinness Pro14

Celtici o non celtici? Il Petrarca mette sul tavolo del rugby italiano il tema “concretezza”

Ph. FOTOVALE – Dal sito ufficiale dell’Argos Petrarca Rugby

Intorno alla richiesta del club veneto di entrare nel Pro14 si sono dette parecchie cose, ma ci sono dei convitati di pietra da affrontare e prendere davvero di petto

Vogliamo dire come stanno le cose senza girarci attorno? La chiacchiera che gira da tempo è che ci sarebbe l’intenzione di spostare le Zebre da Parma a Brescia: la franchigia federale giocherebbe nel capoluogo lombardo e ovviamente nemmeno vi sto a dire quale sarebbe il luogo in cui i bianconeri si allenerebbero quotidianamente. Quando? Tra un anno, massimo due.
Sì, certo, è solo una indiscrezione ma probabilmente chi frequenta club e campi questa cosa l’ha sicuramente già sentita diverse volte. Qui e là ha fatto pure capolino su qualche media ovali, anche se non in maniera palese. Dice: perché non chiedere qualche conferma ufficiale? Perché nessuno la darebbe, i tempi non sono maturi. Chi potrebbe mettere qualche timbro anche solo ufficioso rimane in silenzio.
Anche perché, è questa è la seconda parte della chiacchiera che circola, la cosa sarebbe oggetto di trattative tra alcuni candidati alle prossime elezioni presidenziali. Un tema che è stato messo sul tavolo e su cui alcune parti starebbero cercando una quadra e che farebbe da base per patti di alleanze e/o desistenze. Rumors su trattative ancora aperte, va da sé, la situazione è molto fluida.

Su questa cosa bisogna però essere onesti e smettere di raccontarsela. Dopo diversi anni si può dire senza tema di essere smentiti che il progetto-Parma non è mai decollato, fallito, spostare le Zebre da lì non sarebbe certo uno scandalo. La cittadina emiliana, che pure vanta un ragguardevole background rugbistico ha sempre vissuto i bianconeri come un corpo esterno ed estraneo. Probabilmente il fatto di aver vinto poco (se non pochissimo) non ha mai scaldato davvero gli animi ma non basta a spiegare un atteggiamento che può essere ben riassunto da una frase che diverse persone che abitano in quella zona mi hanno più volte detto in questi anni: “A Parma se c’è il dubbio tra andare a vedere le giovanili del proprio club e una partita di Pro14 o Champions Cup quasi tutti scelgono la prima”. L’Italia (del rugby) dei campanili all’ennesima potenza.
Magari è una battuta, una forzatura, però i risultati alla fine sono quelli che sono…
Ma qui non si vuole discutere del rapporto tra Parma e le Zebre, quanto semplicemente sottolineare che – come dicevo prima – se la FIR decidesse di traslocarle non bisognerebbe poi stupirsi più di tanto. Certo: le Zebre arrivarono a Parma per l’anagrafica di un presidente, spostarle – guarda il caso – per lo stesso motivo da un’altra parte non sarebbe poi il massimo, per usare un gigantesco eufemismo. Sarebbe un conflitto di interessi? Sì, enorme, molto più di quanto avvenuto qualche anno fa. Poi possiamo raccontarcela quanto vogliamo eh. Vedremo che succederà. Però nelle ultime settimane sono successe cose, che hanno cambiato di parecchio le carte in tavola.

Come ben sapete lo scorso settembre il Petrarca ha presentato una richiesta scritta di poter prendere parte al Pro14. Un dossier completo, con tanto di solide garanzie economiche e bancarie. E’ lì, scritto tutto nero su bianco, la federazione non può non tenerne conto e un “no” stavolta andrebbe spiegato con dovizia di particolari.
Perché il club di Padova darebbe una bella boccata d’ossigeno alle casse FIR (solo dio sa quanto ne abbiano bisogno), ha strutture già pronte, campi da gioco e di allenamento già funzionanti. C’è un know-how di base notevole e una lunga storia di “produzione di giocatori”, senza dimenticare l’esistenza di una seconda squadra che potrebbe rivelarsi utilissima. Certo il tutto andrebbe migliorato e potenziato, ma di fatto il Petrarca è già pronto oggi. Davanti a una proposta del genere si possono fare spallucce o cercare di rimandare una decisione a chissà quando? No, sarebbe folle.
Folle anche perché il patron della società veneta Alessandro Banzato è uno di quei personaggi che nell’angusto mondo del rugby italico non irrompono da decenni. Giusto per non nascondersi dietro a un dito: trattasi di imprenditore ricchissimo, dalle enormi disponibilità economiche, a capo di un solido gruppo industriale (Acciaierie Venete) e presidente nazionale dell’associazione di categoria. Uno così dalle nostre parti non lo vedevamo da quando la famiglia Benetton ha deciso di prendere una palla ovale in mano. E spiace dirlo, ma Luciano Benetton, unico vero appassionato di rugby di quella dinastia, non è eterno e le primavere che si è già messo alle spalle non sono esattamente poche.
Chiudete gli occhi e cercate di pensare a un imprenditore, un’azienda o un gruppo economico che ha investito notevoli quantità di soldi nel rugby italiano (no, non parlo della nazionale, quello è un discorso diverso) in maniera costante. Bene, riaprite gli occhi: quanti sono i nomi? Uno: Luciano Benetton. Poi sarà forse la persona più antipatica del mondo (ripeto: forse) e si mette le dita del naso, ma è l’unico che ha investito letteralmente milioni di euro nel nostro amato sport. Per un sacco di anni. Siccome credo che nessuno di noi va in vacanza con lui è l’unica cosa che conta.

Banzato ha quella stessa passione (non è e non sarebbe quindi un novello Silvio Berlusconi, che travolse e abbandonò velocemente il movimento negli anni ’90), talmente forte che fino ad ora è bastata a tenere lontane le lusinghe del calcio, che lo corteggia da un po’. Fino a ora. Tutto questo per dire che come ha scritto Antonio Liviero sul Gazzettino qualche giorno fa, il nostro rugby a uno così dovrebbe stendere un tappeto rosso.
Altro personaggio simile – anche se su scala più ridotta – è Enrico Grassi, attuale proprietario del Valorugby, che da tempo ha fatto capire che un’avventura celtica certo non troverebbe una sua opposizione di principio, ma finora non ha mai fatto nessun passo ufficiale, di nero su bianco non c’è nulla. E quel club non può oggi contare sulle strutture e la tradizione del Petrarca.

Una delle maggiori critiche finora rivolte alla opzione Petrarca è quella della contiguità territoriale con il Benetton Treviso, il nostro rugby diventerebbe definitivamente Veneto-centrico. Beh, non so se ve ne siete accorti, ma praticamente lo è già. Pure da un pezzo.
Primo: è vero, le Zebre giocano in Emilia, ma il Veneto è davvero a uno sputo.
Secondo: Brescia è in Lombardia e si trova a molto meno di uno sputo dal Veneto.
Terzo: 9 squadre su 12 del nostro massimo campionato nazionale sono raccolte in un fazzoletto che comprende Veneto, est della Lombardia e nord dell’Emilia.
Insomma, esattamente di cosa staremmo parlando?
Anche a me piacerebbe vedere una franchigia di stanza a Firenze, Roma, o altrove. Il Sud sarebbe fighissimo, lo dico dal profondo del cuore. Mi piacerebbe davvero tanto. Però oggi quali sono le possibilità che davvero accada? Nulle. Sono anni che ce lo si dice e non si va oltre qualche chiacchiera esplorativa (quando va favvero molto, molto bene), nessun imprenditore si è mai davvero interessato o esposto. Strutture? Da costruire ex-novo, se non addirittura da progettare. Quindi mi ripeto: di cosa staremmo parlando? Il nostro rugby è questo. Non sto dicendo che deve piacerci per forza sta cosa, ma è così. Non si scappa: o un territorio riesce a trovare la forza di proporsi e di sostenere un progetto simile oppure deve pensarci la FIR in tutto e per tutto. Chissà con quali speranze oggettive di successo e in quali tempi. La federazione nicchia? Beh, dai, chi non lo farebbe? Un po’ di onestà intellettuale.
O si riparte da qui, dalle cose concrete, oppure possiamo continuare a raccontarci delle belle favolette su crescita, diffusione ed espansione del movimento. Discipline queste che abbiamo ampiamente praticato e che negli ultimi venti anni e che si continua a fare. Direi che finora è andata benissimo, no?

Ps. Un’alternativa a tutto questo ci sarebbe: rilanciare il nostro massimo campionato nazionale. Ma farlo sul serio per avere un torneo DAVVERO credibile, ma in quel caso dobbiamo darci tempi medio-lunghi. Ma questa è un’altra storia.

L’Halloween al contrario delle Zebre: un lungo anno celtico di sole sconfitte

In questo primo scorcio di stagione celtica le Zebre hanno giocato 6 partite e ne hanno perse altrettante. Due i punti di bonus messi in cascina, 67 punti fatti e 212 incassati per uno differenziale di -145.
Ieri cazzeggiando sui social ho trovato un post di (mi pare di Rugby.it, potrei sbagliarmi, ma non lo ritrovo più) che ricordava che la franchigia federale non vince in Pro14 da oltre un anno solare.
Beh, è vero.
Nella stagione 2018/2019 i bianconeri hanno giocato 21 gare, 18 perse e tre vinte con 19 punti finali in classifica (peggiore performance del torneo: i Southern Kings hanno portato a casa 22 punti e i Newport Dragons 26), preso 640 punti a fronte dei 260 fatti per un complessivo -380. Le Zebre hanno vinto con i Kings alla prima giornata, i Cardiff Blues alla 3a, ultimo sorriso con Edimburgo alla 7a. Poi più nulla. In tre partite il tabellone è rimasto fermo a zero, molti i match in cui si è concesso il punto di bonus offensivo agli avversari.

Ci sono sicuramente delle giustificazioni, degli alibi: gli infortuni, una panchina corta e/o non all’altezza, ingaggio di atleti stranieri che portano poco o nulla, le cavallette, le piaghe bibliche o il cane che ha mangiato il quaderno con i compiti. Quello che volete.
Tutto vero, ma questi sono fatti e numeri inoppugnabili che dovrebbero spingere a farsi qualche domanda, a rivedere cose. Succederà mai? Qualcuno o qualcosa verrà mai messo in discussione oppure vinceranno le solite giustificazioni che si ascoltano e che si leggono anche per altre selezioni che portano una maglia azzurra? Mah…
Intanto mettiamo un cerchio sul calendario attorno al 15 dicembre: in quella data – un anno fa – le Zebre hanno battuto a Parma i russi dell’Enisei in un match di Challenge Cup. E’ stata l’ultima vittoria tout-court dei bianconeri. Speriamo di vederne una prima di quel giorno.

Ps: oggi OnRugby pubblica un reportage sui minutaggi dei permit players di Benetton Treviso e Zebre in questa prima tranche di stagione. Si sottolinea che alcuni giocatori “hanno potuto giocare, quando non impegnati in Pro14, nel Top12, massimo campionato italiano”. Tutto bene, finalmente verrebbe da dire.
Domanda: qualcuno ha visto da qualche parte le regole con cui viene normato il capitolo permit players? Quali siano gli obblighi, i doveri e diritti di atleti e squadre coinvolte? Oppure si sta facendo tutto come al solito, con accordi privati al di fuori di qualsiasi norma (che evidentemente non c’è) e che alla fine non possono che creare figli e figliastri? Ma davvero sta roba sta bene ai club del Top 12? Presidenti, leggete qui: poi non lamentatevi eh…

Il Benetton Treviso, l’Ajax, la Champions Cup “conquistata” sul campo. E un’assenza

E’ andata come doveva andare, e come sarebbe stato un delitto non far andare: Treviso vince a Parma, batte le Zebre con il bonus e mette al sicuro il biglietto per i play-off celtici, i primi della sua storia. Intanto Zatta non dimentica e sulle tribune…

I padroni di casa riescono a creare qua e là qualche grattacapo ai biancoverdi, che soprattutto nei primi 20 minuti di gioco pagano un po’ di nervosismo, soprattutto in termini di indisciplina. Partita comunque sempre nelle mani dei veneti che segnano due mete per tempo subendone una solo nel finale, con il risultato ormai al sicuro.
Un 11-25 che riflette il gap attuale tra le due squadre, soprattutto nella fase difensiva: le Zebre ci provano, ma senza dannarsi l’anima, e non sono comunque in grado di approfittare del momento di debolezza iniziale degli ospiti, che fanno così l’en plein nei tre derby giocati in questa stagione.

Kieran Crowley, l’uomo che nelle ultime stagioni ha guidato il Benetton fuori dalle paludi con un lavoro mirato e programmato (inevitabilmente) sulla lunga distanza, a fine gara dice che che contro le Zebre “è stata dura: nel primo tempo abbiamo sofferto la loro pressione e loro hanno anche difeso bene. C’è la soddisfazione di aver contribuito a raggiungere questo traguardo, è davvero merito di tutti. Non posso che ringraziare tutto lo staff, ma anche i medici, i fisioterapisti, anche chi lavora negli uffici: tutti hanno messo il loro mattoncino”.
Poi il pensiero vola al Munster, alla sfida di sabato in Irlanda: “Ci prepareremo bene perché non abbiamo nulla da perdere, nessuno si aspettava una squadra italiana, possiamo giocare liberi da ogni condizionamento”.

Parole sagge, perché se da un lato il match di sabato appare proibitivo dall’altro invece vede tutta la pressione cadere sulle spalle della Red Army. Che le ha sicuramente larghe, ma sono gli irlandesi quelli obbligati a dover vincere la partita mentre i biancoverdi, pur consapevoli di affrontare una gara importantissima, potranno scendere in campo con la mente più sgombra. Potranno affrontare la sfida un po’ come ha fatto l’Ajax nella Champions League della palla tonda. Un vantaggio non da poco.
Sarà difficilissimo, perché il Munster che vedremo in campo sarà quello formato Champions Cup e non quello che siamo più abituati a vedere nel torneo celtico, ma provarci non costa nulla.
A proposito di Champions Cup: con la vittoria di sabato e l’accesso ai play-off il Benetton Treviso si è conquistato il diritto sul campo di giocare la prossima stagione nella più importante competizione europea. Magari mi sbaglio, ma credo sia la prima volta che una squadra italiana acceda a quel torno per meriti puramente sportivi e non per aver un posto riservato in base ad accordi tra federazioni. Soltanto un paio di anni fa le nostre formazioni erano state estromesse dalla partecipazione “di diritto” proprio per gli scarsi risultati…

Infine da segnalare la nota polemica delle parole di Amerino Zatta. Il presidente del Benetton usa il fioretto e non la sciabola, ma in una intervista a La Tribuna, dopo aver fatto i complimenti a tutti i componenti del suo club, dice “non posso dimenticare quel che fece la Fir nel 2009, scegliendo Roma e Viadana per la Celtic. Fu grazie all’incontro di Zelarino, alla rivolta del Veneto e alla sollevazione del movimento che fummo scelti in seconda battuta. E anni dopo la Fir non diede certezze sulla Celtic: metà della nostra squadra andò all’estero, dovemmo ripartire”. A Zatta viene chiesto se ha ricevuto complimenti e lui risponde così: “Dal Pro 14, da tanti club italiani, da tantissime persone che ci stanno chiamando. Dalla Fir? Non mi pare, non ancora“. E in effetti il presidente Gavazzi sabato non si è visto in tribuna a Parma, nonostante il rugby italiano si giocasse un risultato storico…

Cose che non si possono dire ma che in tanti pensano: Zebre, scansatevi. Solo un po’

Treviso perde con il Munster ma la porta per i play-off del Pro14 rimangono aperte, e con una vittoria con bonus sulle Zebre nell’ultimo turno di regular season non ci sarebbero nemmeno conti da fare. E un pizzico di realpolitik non sarebbe male, anche perché il movimento Italia ha bisogno come il pane di un risultato simile…

Si dice che la nazionale è il traino del nostro movimento, al pari di quasi tutti gli altri. Ed è vero. L’interesse mediatico, gli sponsor coinvolti e le cifre dei relativi contratti sono in genere infinitamente superiori a quelli dei club. Giusto francesi e inglesi fanno storia a sè, e in parte gli All Blacks, che con quel popò di “marchio” che si ritrovano (e che si sono costruiti nel tempo, va detto) sono un caso tutto particolare. Per tutti gli altri invece quell’assunto equivale a una legge matematica.
Poi può capitare che per casi contingenti un qualche club ottenga sul piano tecnico risultati migliori di quelli della nazionale, come sta capitando ora con il Benetton Treviso. A fronte di una sequela infinita di ko degli azzurri nel Sei Nazioni e di pochissimi sorrisi nei test-match, i biancoverdi sono per la prima volta nella loro storia a un passo dalla conquista dei play-off nel torneo celtico (dopo aver sfiorato un paio di mesi fa anche quelli in Challenge Cup). La squadra allenata da Kieran Crowley a soli 80 minuti dal termine della regular season è terza nella sua conference e come ultimo ostacolo si troverà davanti tra un paio di settimane le Zebre.

Alle spalle del Benetton sono ancora in corsa Edimburgo e Scarlets, che nell’ultima giornata se la vedranno rispettivamente contro Glasgow e Dragons, entrambe in trasferta. Treviso però con una vittoria con tanto di bonus offensivo sarebbe irraggiungibile.
Le Zebre sono ultime nel loro girone e – al momento – la peggior squadra di tutto il torneo, non vincono una gara nel Pro14 da parecchi mesi, nel 2019 hanno finora perso tutti i match disputati. A inizio stagione c’erano stati un po’ di segnali incoraggianti che però si sono affievoliti con il passare delle settimane.
Lo so, chiudere la stagione con una vittoria sul lanciatissimo Benetton regalerebbe un sorriso e un minimo di fiducia a un ambiente che non straborda esattamente di entusiasmo, però…
Però la vogliamo dire una cosa che non è carino urlare ai quattro venti ma che molti pensano? Zebre, scansatevi. Non molto, intendiamoci, solo un po’.
Treviso scenderà a Parma con la bava alla bocca, conterà solo sue forze e senza fare calcoli, ce la metterà tutta fin dal primo minuto, però se non dovesse trovare una resistenza tipo gli spartani alle Termopili nessuno se ne avrebbe poi così a male.
E’ un discorso poco “rugbistico”? Sì, forse, già me li immagino i bla bla bla e le critiche che mi pioveranno addosso. Sticazzi (scusate il francesismo). Perché non mi pare sia il momento di stare troppo a sottilizzare e sono pronto a scommettere che che cose simili altrove siano già successe. Quindi non facciamo troppo le verginelle e mettiamo una volta la realpolitik in primo piano: il movimento italiano in questo momento ha bisogno di quel risultato più di quanto non necessiti la stessa Benetton. Arrivare ai play-off sarebbe importantissimo per tutti, oltre ad essere un messaggio rumoroso per chi all’estero più che importanti partner ci vede come come scomodi compagni di viaggio. Non facciamoci del male, una volta tanto e pensiamo alla senza curaci troppo della forma.

Piedi a terra, chiarezza dei ruoli, concorrenza: Treviso a un passo dal paradiso

Credit ©INPHO/Ryan Byrne

Primo: tenere i piedi per terra. Secondo: tenere i piedi per terra. Terzo: tenere i piedi per terra. Il rischio più grosso che può correre il Benetton ora è quello di non sapere gestire la frenesia di raggiungere quello che è un risultato storico, ovvero l’accesso ai play-off di Pro14. Il risultato di sabato, quel pareggio contro il Leinster su un campo dove nessuno vince da un paio di anni, deve diventare un propellente per l’ultimo strappo di regular season (Munster in casa e Zebre a Parma) ma come tutti i carburanti va gestito con attenzione e cautela.
I biancoverdi hanno impedito ai dublinesi di vincere sul loro campo grazie a una meta all’ultimo respiro, arrivata però al termine di una partita sontuosa per impegno, determinazione e chiarezza di idee: le statistiche di fine gara registrano un possesso al 68% per i veneti, territorio al 63%, 306 placcaggi da parte dei padroni di casa contro i 181 dei ragazzi di Kieran Crowley. E se placchi tanto è perché sei costretto a difenderti.

Cose da non dimenticare: sabato il Leinster ha schierato solo due giocatori che erano titolari nella ben più determinante sfida di Champions Cup (quarti di finale) contro l’Ulster mentre Treviso poteva contare su tutti i suoi uomini migliori. Ma il punto è anche questo: squadre come il Leinster – che, ricordiamolo, ha 20 punti di vantaggio sulla sua prima inseguitrice nel torneo celtico – hanno sempre schierato formazioni parecchio rimaneggiate contro le italiane, o comunque molto lontane da quella titolare, riuscendo comunque quasi sempre a portare a casa la vittoria. Magari passando qualche rischio di troppo, però alla fine in qualche modo i 4 punti venivano messi in cascina. La differenza è che oggi quelle partite Treviso le vince. Perché ha un game plan preciso, una guida tecnica sicura in ogni reparto ma soprattutto perché ha testa e convinzione. Il vero successo di Crowley e del suo staff è questo: creare un’isola felice all’interno di un panorama depresso come è quello del rugby italiano di questi anni.

Intendiamoci, Treviso non partiva certo da zero. Un certo tipo di approccio, di dirigenza e di know-how dalle parti del Monigo c’è sempre stato, ma è indubbio che negli ultimi 2-3 anni è stato fatto un salto di qualità.
In molti sperano in una sorta di “propagazione” di quel metodo e di quei risultati anche al resto del movimento. Piacerebbe pure a chi scrive queste parole, ma stiamo parlando di un qualcosa che è mera speculazione. Le dinamiche sono troppo diverse per essere accostabili e per proporre le stesse soluzioni. Però alcune cose si possono replicare: una struttura dirigenziale chiara, con ruoli ben definiti. Una struttura tecnica preparata, numericamente adeguata e che gode della stessa “chiarezza” di quella manageriale. Una scelta degli stranieri oculata e funzionale alle necessità. E poi il gruppo dei giocatori italiani: abbiamo spesso detto in questa stagione che a Treviso sono tutti titolari, che il minutaggio è ben distribuito e che tutti si sentono parte del progetto e che quindi si fanno trovare pronti alla bisogna. Il rovescio della medaglia è che una maglia da titolare te la devi sudare, conquistare e poi devi saperla mantenere. C’è concorrenza. Vera. Sicuri che da altre parti sia così?

Ora la sfida a un Munster che ha storia, tradizione, blasone e una squadra fortissima, ma che – inevitabilmente – dovrà anche pensare alla semifinale di Champions Cup contro i Saracens della settimana dopo.
Testa sgombra, tranquillità, determinazione e la giusta grinta. Treviso può davvero fare la sua storia. Basta tenere i piedi ben piantati per terra.