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Arbitri e Sei Nazioni 2019, per l’Italia è Anno Zero. Ancora una volta.

Non ci sarà nemmeno un nostro fischietto al torneo che scatta a febbraio. Né per dirigere partite (e non è mai successo), né per fare da assistente o da TMO. Nessuno. Come un anno fa.

“Ci sono 5 inglesi, 5 neozelandesi, 4 francesi, 3 irlandesi, 3 australiani, 3 sudafricani e un gallese. No, l’italiano non c’è (nemmeno lo scozzese, a dirla tutta). Non è una barzelletta ma sono gli arbitri che con diversi ruoli – direttore di gara, assistenti e TMO – dirigeranno le 15 partite del Sei Nazioni 2018 che scatta a inizio febbraio. Tutti designati da World Rugby.
Numeri e “ingombri” che riflettono in buona parte anche l’influenza politica che le varie federazioni hanno, negarlo non servirebbe un granché. L’Italia da quando è entrata nel Sei Nazioni non ha mai avuto un suo arbitro chiamato a dirigere un match del torneo più importante”.

Il 15 dicembre del 2017, praticamente un anno fa spaccato, ho pubblicato su questo blog un articolo in cui scrivevo queste cose. Negli ultimi 12 mesi è cambiato qualcosa? No. Purtroppo. Pochi giorni fa World Rugby ha annunciato le designazioni arbitrali per il Guinness Sei Nazioni 2019, al via il prossimo 2 febbraio. Anche questa volta non ci sarà nessun arbitro italiano. A dirla tutta qualcosa di diverso c’è e cioè che il parco dei fischietti (arbitri, assistenti e TMO) quest’anno sale di tre elementi – da 24 a 27 – così suddivisi: 7 inglesi, 5 neozelandesi, altrettanti francesi, due irlandesi, un argentino, un gallese, 2 australiani, altrettanti sudafricani e un giapponese. Italia e Scozia zero.
Cresce il numero dei direttori di gara, variano i pesi all’interno del gruppo ma noi ne siamo sempre fuori, e il fatto di non essere da soli non deve consolarci nemmeno un po’.

Un trend che ormai è chiaro: perché lo “zero” del Sei Nazioni 2018 era stato bissato nei test-match dello scorso giugno e nel Rugby Championship. Nell’ultima finestra internazionale si era vista una luce in fondo al tunnel, con Marius Mitrea che è stato chiamato a fare da assistente di linea in Inghilterra-Nuova Zelanda, Irlanda-All Blacks e Irlanda-USA, Stefano Penne come TMO in Spagna-Namibia e Andrea Piardi assistente in Romania-Uruguay. Però il Sei Nazioni 2019 ci riporta a terra e ci dice che almeno al momento l’eccezione sono stati i test-match autunnali.
Poco da aggiungere, quindi ripropongo la conclusione dell’articolo di un anno fa:

“…pesa la carta di identità? Possibile, Marius non è più giovanissimo (a febbraio spegnerà 36 candeline). Come dicevamo all’inizio c’entra anche la politica: l’Italia non ha certo lo stesso peso di Inghilterra, Francia, Inghilterra, Nuova Zelanda, Australia o Sudafrica e dopo la RWC del 2015 è iniziata anche nel settore arbitrale una operazione di svecchiamento. Che le federazioni più forti sgomitino e facciano la voce grossa è normale. Voglio dire, se la FIR fosse in quel mazzo la farebbe pure lei… (…)
Una situazione, quella di Mitrea, che mette in evidenza un’altra grande carenza del nostro movimento, quella cioè della “produzione” di arbitri (oltre che di giocatori e dirigenti). Perché se alle spalle di Mitrea non siamo stati in grado di farne crescere altri non è certo responsabilità da addossare a inglesi o neozelandesi, bravi a difendere e a imporre i loro fischietti, ma bisognerebbe essere onesti e dire che loro possono metterne sul tavolo, noi invece no. Di arbitri intendo.

Il fatto è che fischietti di alto livello non ne abbiamo, Mitrea e Maria Beatrice Benvenuti (lei ancora giovanissima) a oggi sono due exploit, magari bellissimi ma isolati”.

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Vittorie, applausi e soldi buttati dalla finestra: il weekend di Treviso, Zebre, Sei Nazioni e dintorni

Un fine settimana che ci ha regalato finalmente qualche sorriso, ma andiamo con ordine.

ZEBRE – Le prime a scendere in campo in ordine cronologico tra le nostre due celtiche. La squadra di Parma ha battuto l’Enisei per 31 a 14. Non un avversario insormontabile, anzi, al momento i russi hanno uno score che fa di loro la penultima formazione di tutta la fase a gironi della Challenge Cup: un solo punto, tre sconfitte e un gap di -116 tra i punti fatti e quelli incassati. Peggio di loro ci sono solo giusto i Timisoara Saracens.
Ma il punto non è questo: il fatto è che le Zebre dovevano vincere per mettersi alle spalle un lunghissimo mese (abbondante) davvero negativo. I ragazzi allenati da Bradley non vincevano da fine ottobre e finora non si erano mai imposti lontano dal prato di casa. L’averlo fatto alla fine della interminabile trasferta in Russia in quel di Sochi è importante. Un primo tempo così così, una seconda frazione convincente sono un buon viatico in vista della partita che il prossimo fine settimana li rimetterà davanti all’Enisei. Anche in quella occasione prendersi il bonus sarà importante tenendo conto che il girone in cui i ducali si trovano è tutto tranne che irresistibile con una squadra grande favorita (La Rochelle) e con Bristol che va a corrente alternata. Se i transalpini dovessero battere gli inglesi anche la prossima settimana e le Zebre superare l’Enisei (entrambi i pronostici sono assolutamente plausibili)… beh, il vantaggio in classifica sul Bristol a quel punto potrebbe essere di quelli importanti. Vedremo.

BENETTON TREVISO – In Inghilterra Saracens ed Exeter stanno facendo corsa a sé, ma gli Harlequins (che hanno battuto una settimana fa proprio i Chiefs) sono nel primo gruppetto inseguitore. Insomma, una squadra di assoluto rispetto e livello. Treviso si è imposta al Monigo per 26 a 21 grazie a una meta di Monty Ioane nelle ultime battute di una gara combattutissima e che i biancoverdi hanno giocato in 14 negli ultimi 10 minuti per un cartellino giallo comminato a Negri.
Una partita e un risultato davvero importante, tanto che a fine gara l’head coach dei veneti Kieran Crowley parla di “grande giornata per tutto il rugby italiano”. E’ importante perché lo scalpo è di quelli di livello, è importante perché lancia Treviso in testa alla classifica del suo girone dopo 3 gare. E’ importante soprattutto perché è cemento su cui costruire una fiducia in se stessi. L’ho scritto spesso: il Benetton sa cosa vuole, sa come ottenerlo ma non sempre ci riesce. In questo le Zebre oggi sono indietro di parecchio. I biancoverdi devono diventare più regolari, portare a casa partite anche quando non sono in grande giornata e aver battuto gli Harlequins sarà benzina preziosissima. Speriamo, la prova del nove l’avremo già sabato prossimo con la sfida con di ritorno con i londinesi al Twickenham Stoop.

CONTINENTAL SHIELD – Che nel fine settimana si è giocata pure questa “cosa” qui (perdonate, sarò poco rispettoso ma non saprei come altro definirla).
Il Petrarca Padova batte 36 a 14 i Belgium Barbarians mentre i georgiani del RC Locomotive Tbilisi si impongono a Roma in casa delle Fiamme Oro 29 a 22.
Classifica Gruppo A: Calvisano 9 (2 gare), RC Locomotive 5 (2), Fiamme Oro 1 (2)
Classifica gruppo B: Petrarca 13 (3 gare), Rovigo 2 (1), Belgian Barbarians 0 (2 )

SEI NAZIONI – Guinness è il nuovo sponsor ufficiale del Sei Nazioni, a partire dall’edizione di questo febbraio e per i prossimi 6 anni. Tutto bene? Beh, insomma. Cifre ufficiali non ne sono circolate ma tutta la stampa d’Oltremanica parla in maniera certa di un accordo sui 6 milioni di sterline all’anno (ma negli ultimi anni dell’accoro si dovrebbe arrivare a toccare 10 milioni circa) a fronte degli 11 che versava regolarmente ogni 12 mesi RBS.
La beffa è che proprio RBS prima della scadenza del suo contratto aveva proposto un rinnovo a 13,5 milioni di sterline, ma alcune federazioni (non la FIR) si sono messe di traverso perché convinte che il torneo valesse molto di più. Servite.

TREVISO VINCE DUE VOLTE – La vicenda la conoscerete fino alla nausea, quindi non ve la sto a raccontare. Però un “bravi” e un sincero applauso al Benetton Treviso tutto non lo leva proprio nessuno.

Parole, slogan e ritorni annunciati: la palla ovale torna a raccontarsela intorno al Flaminio

“Lo stadio Flaminio deve tornare ad essere la casa del rugby”. Non si contano le volte che lo abbiamo sentito dire in questi anni. L’ultima è successa giusto ieri…

Nel luglio 2011 la notizia che l’Italia del rugby lascia il Flaminio per accasarsi allo Stadio Olimpico. Le parole di commiato dell’allora presidente FIR Giancarlo Dondi sono queste: “Dopo undici anni diamo l’arrivederci allo Stadio Flaminio, un impianto che ci ha regalato momenti indimenticabili a cominciare dall’esordio contro la Scozia del 5 febbraio 2000, per portare il più antico e prestigioso torneo del rugby internazionale sul palcoscenico più importante dello sport italiano”.
Ieri l’assessore allo sport del Comune di Roma Daniele Frongia ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Io e la sindaca Raggi abbiamo ricevuto una nota ufficiale del presidente del Coni Malagò contenente un progetto realizzato con la Fir per far tornare il Flaminio la casa del rugby”.

In questo arco di temporale di poco più di 7 anni abbiamo sentito di tutto: proclami di rilancio, progetti, annunci, smentite. Il Flaminio che diventa stadio del Seven, che entra nel dossier per portare i Mondiali di rugby del 2023 in Italia e le Olimpiadi del 2024 a Roma. Stadio che deve essere sede della nazionale femminile e – ovviamente – della terza franchigia celtica. O della seconda, tutte quelle volte che si parla di trasferire le Zebre al sud.
Ovviamente non succede nulla: probabilmente una qualche reale volontà di sistemare quello stadio c’è, ma alla fine al momento si sono rivelate tutte chiacchiere mentre nella struttura crescono erbacce alte quanto un uomo.
Le responsabilità sono di tutti e quindi di nessuno: dalle amministrazioni comunali di ogni colore fino alla famiglia Nervi che considera la struttura una specie di Colosseo moderno (nel frattempo a Londra, buttano giù un tempio come Wembley per rifarlo meraviglioso, più bello di prima).
Ho raccolto una serie di dichiarazioni rilasciate in questi anni, le ho ordinate in ordine cronologico. Viene detto di tutto e il suo contrario, a volte dalla stessa persona nello spazio di qualche mese.
Magari stavolta è la volta buona. Magari. Però non offendetevi se non ci credo un granché…

21 novembre 2012 – Gianni Alemanno, sindaco di Roma
“Vogliamo consegnare il Flaminio in modo che diventi la casa del rugby, ma così come è oggi è troppo piccolo. Abbiamo studiato varie forme di ampliamento, ma la sovrintendenza, Renzo Piano e la Fondazione Nervi, hanno ritenuto questi progetti presentati dalla Federazione del rugby non adeguati, quindi si sta procedendo con un concorso internazionale per l’ampliamento e il restauro del Flaminio”.

17 gennaio 2013 – Gianni Alemanno, sindaco di Roma
“Ormai è consolidato che il Flaminio non basta più. Ci vuole l’Olimpico per il rugby italiano e questo per noi è una grande soddisfazione”.

2 maggio 2015 – Ignazio Marino, sindaco di Roma
“Stiamo scrivendo un bando rivolto agli imprenditori privati nel settore dello sport e sono convinto che ci sarà chi accetterà di avere in affidamento un’opera così prestigiosa per restituirla alla sua antica bellezza e far sì che possa essere utilizzata anche da bambini e ragazzi che non hanno disponibilità economica per fare sport come scherma, nuoto, rugby o calcio”.

16 dicembre 2015
Su Il Tempo si legge che lo Stadio Flaminio sarà la struttura destinata al torneo di Rugby Seven. L’ex casa dell’Italrugby potrebbe essere pure adibita per gli sport equestri, in particolare per il salto ad ostacoli.

12 maggio 2016 – Alfredo Gavazzi, presidente FIR
“Auspico che quando avremo la possibilità di schierare tre franchigie in Celtic League lo stadio Flaminio sia disponibile per il rugby perché è il miglior stadio che io conosca in Italia. Abbiamo bisogno di una casa a Roma perché lo sviluppo della nostra attività non può che passare attraverso una casa a Roma e quindi auspico che questo diventi lo stadio del rugby nel prossimo futuro”.

21 luglio 2016 – Marcello Minenna, assessore al Bilancio del Comune di Roma 
“Sulla manutenzione dello Stadio Flaminio c’è una posta da 6 milioni e 200 mila euro per opere di adattamento alle attività sportive del rugby che non si è mossa da almeno tre anni. Per questo ho avviato nella delibera di Giunta approvata ieri un lavoro strutturale: l’ho chiamato un carotaggio delle poste fantasma”.

10 ottobre 2016 – Carlo Tavecchio, presidente FIGC
Il Flaminio è in stato fatiscente e non lo dico io e quindi noi diamo la disponibilità a qualsiasi tipo di ragionamento anche in consorzio con altri”.

11 marzo 2017 – Alfredo Gavazzi, presidente FIR
“Pensiamo di poter comprare lo stadio Flaminio entro la fine dell’anno. Ma Roma è Roma. Ci vuole tempo. Abbiamo il problema di cercare qualcosa che sia a misura delle nostre esigenze, pertanto, assieme a Malagò abbiamo pensato un’idea per risistemarlo e riportarlo alle sue origini. Per recuperare un patrimonio importante per la città di Roma e per lo sport in generale”.

29 giugno 2018 – Alfredo Gavazzi, presidente FIR
Sposteremo i nostri uffici dall’Olimpico al Flamino e, oltre al campo, sfrutteremo strutture e servizi, palestre e piscine incluse. Ci vorranno un paio di anni.

Da qui al Mondiale, via a una lunghissima stagione ovale. Calda soprattutto per l’Italia

Saranno mesi importanti, forse determinanti per il nostro movimento: per la nazionale maggiore, per quella delle ragazze, per l’U20, per le formazioni celtiche e per il nostro campionato. Si aspettano risposte, interventi e (almeno) un po’ di risultati dal campo. A partire da Italia-Georgia

Metto subito le mani avanti, giusto per chiarire i termini della questione: negli ultimi 20 giorni (più o meno) di rugby ho letto poco e non ho visto nulla. Ero in ferie, con un fuso orario di parecchie ore. Non so nemmeno se DAZN ha un sistema di geolocalizzazione che blocca la visione quando sei all’estero, ché a dirla tutto non ci ho nemmeno provato. Ma ero in vacanza, eccheccazzo (si può dire, vero?). Le partite del Rugby Championship, le amichevoli celtiche e la prima giornata del Pro14 sono per me solo una serie di risultati, nulla di più. Premessa terminata.

La stagione 2018/2019 sarà molto importante. Intanto sarà lunghissima e si chiuderà di fatto con un epilogo che si chiama Mondiale, e scusate se è poco. Sarà però soprattutto un’annata decisiva per il nostro movimento: la nazionale a novembre sarà impegnata in quattro test-match di livello: l’Irlanda a Chicago e poi – sul suolo italiano – Georgia, Australia e Nuova Zelanda. Quella con gli All Blacks è di sicuro la più mediatica ma a dispetto del ranking mondiale quella più importante è senza dubbio quella con la Georgia. Importante e rischiosa. Sono anni che i risultati mediocri della nostra nazionale – quando non palesemente negativi – alimentano il fuoco delle polemiche sulla nostra presenza nel Sei Nazioni, con la federazione di Tbilisi che le cavalca per ritagliarsi un qualche spazio su quel palcoscenico. Ora le due formazioni si troveranno di fronte per una sfida che come dicevo per noi è molto rischiosa: in caso di vittoria avremmo semplicemente fatto il nostro dovere, una sconfitta sarebbe invece un vero disastro.

Il XV azzurri arriva poi da tre anni che definire complicati è un complimento: dopo la RWC in terra inglese la nostra nazionale ha giocato 29 partite, ne ha vinte solo 5 e perse ben 24. L’ultima nostra affermazione nel Sei Nazioni risale al 2015… Urge una inversione di rotta. Sullo sfondo c’è pure la questione del rinnovo contrattuale dello staff tecnico, cosa che mi auguro non sia messa in discussione.
E mentre anche la compagine femminile sta cercando di rimettersi in carreggiata dopo almeno un paio di stagioni al di sotto delle attese è la nazionale U20 che negli ultimi mesi ha portato sorrisi e speranze: ci si augura che le cose possano rinsaldarsi per proseguire sul cammino intrapreso nell’ultimo biennio per dimostrare che i risultati ottenuti in quel lasso di tempo siano un qualcosa di strutturale e non legate a una più o meno fortuita nascita e/o concentrazione di talenti. Staremo a vedere, ma la parola “conferme” dalle nostre parti è quella che più ha latitato nelle ultime due decadi. Speriamo.

C’è il Pro14: Treviso e Zebre hanno iniziato con il piede giusto la stagione battendo rispettivamente Newport Dragons e Southern Kings, ma non va dimenticato che sono state le due formazioni che nell’ultima annata hanno raccolto (di gran lunga) meno punti: 20 per i gallesi e addirittura solo 11 per i sudafricani. Le stesse Zebre, terz’ultime, hanno raccolto 36 punti vincendo 7 gare, ovvero più del doppio di quelle vinte dalle altre due messe assieme.
Si dice che chi ben comincia è a metà dell’opera, speriamo sia così: Treviso ha le carte in regola per fare un salto di qualità, la formazione di Parma deve proseguire un cammino inevitabilmente accidentato ma che sembra essere quello giusto. Però di promesse e speranze abbiamo fatto il pieno in questi anni, servono risultati e perciò ne riparliamo a maggio.

Infine c’è l’Eccellenza, pardon, Top12. Qui il “boh” è di quelli davvero grossi: il nostro massimo campionato nazionale è la cartina al tornasole di quello che non ha funzionato a livello strutturale dell’inizio dell’avventura celtica. Un torneo depauperato e lasciato a languire in un limbo che non è di aiuto a nessuno. Da quest’anno si torna a 12 formazioni, la Lega dei Club è ancora una discussione filosofica e l’interesse economico-mediatico è quello che è, ad essere buoni. I piani alti della FIR continuano a definire il nostro domestic come la “palestra” in cui si formano i nostri giocatori. Pure i nostri arbitri e i nostri dirigenti, aggiungo io. Forse è il caso di farsi qualche domanda e di darsi qualche risposta. E magari pure di intervenire. Discorso che vale per tutte le parti in causa, non solo per la federazione.
Buon rugby a tutti.

Giugno ci consegna una Ovalia sempre più All Blacks e verde Irlanda. E molto poco Pumas

Un mese di scontri tra i due emisferi a un anno dalla RWC: Nuova Zelanda, Irlanda e Australia le migliori. Molto male i Pumas. E l’Italia…

Per le nazionali europee è stato l’ultimo atto di un’annata sportiva lunghissima, per quelle dell’emisfero sud questo mese di giugno ha segnato il debutto stagionale dopo i fuochi d’artificio del Super Rugby.Da qualunque parte la si prenda per tutti queste settimane segnano però un cerchio rosso sul calendario in vista della RWC, che nel 2019 scatterà venerdì 19 settembre a Tokyo con Giappone-Russia.
Di seguito alcune impressioni sulle squadre – in rigoroso ordine alfabetico – che prendono parte al Sei Nazioni e al Rugby Championship, più il Giappone. Lo so, rimangono fuori le tre del Pacifico, ma di Samoa, Tonga e Fiji non ho praticamente visto nulla se non il risultato, quindi mi astengo.

Argentina – Via il dente e via il dolore: la vera delusione di queste settimane. Abbiamo visto una squadra irriconoscibile in un momento non semplice e probabilmente “di passaggio” per il movimento argentino. Da una parte i Jaguares che nel Super Rugby non stanno certo sfigurando (8 vittorie in 13 gare, 34 punti in classifica che valgono la seconda posizione nella loro pool ma il 7° posto generale) e dall’altro una nazionale che ha vinto solo due partite negli ultimi 17 match. I Pumas in questo mese hanno perso contro il Galles due volte in maniera più netta di quanto non dica il risultato (10-23 e 12-30), due ko che hanno spinto il ct Daniel Hourcade a rassegnare le dimissioni: “Non ho avuto risposte, il mio messaggio non arriva più alla squadra”, ha detto in conferenza stampa. Ha pure ammesso che era stata presa in considerazione l’ipotesi di lasciare prima della finestra di giugno, segno evidente che qualcosa si era rotto da tempo. La sconfitta di sabato contro la Scozia 15-44 è stata il punto più basso, ora si riparte. Il materiale e lo spirito certo non mancano, ma il Mondiale è davvero dietro l’angolo… Forse non siamo all’Anno Zero, ma non siamo nemmeno così lontani. Sono da sempre un loro simpatizzante, lasciatemelo dire: forza Pumas!

Australia – Ha perso la serie contro l’Irlanda riuscendo a superare il XV in maglia verde solo nella prima sfida, a Brisbane. Ha messo in mostra gli alti e i bassi tipici degli ultimi anni (più i primi che non i secondi) ma l’impressione è che passi avanti siano stati fatti e che quindi alla fine il bicchiere possa essere considerato mezzo pieno. Ha affrontato a viso aperto quella che oggi è probabilmente la migliore squadra al mondo assieme agli All Blacks finendo tutte le gare a una incollatura o quasi (18-9, 21-26 e 16-20: il saldo algebrico dei tre test dà “somma zero”, con 55 punti fatti/subiti per entrambe le selezioni). I dettagli hanno premiato l’Irlanda, cosa che a questi livelli ha grande importanza e può decidere le sorti di una squadra, ma i giocatori ci sono, lo staff anche. Concretizza ancora un po’ poco rispetto a quello che produce ma i wallabies in questo momento davanti a loro hanno solo due squadre.

Francia – Aveva il compito più difficile, ovvero affrontare gli All Blacks in casa loro, e se ne torna a casa con tre sconfitte sul groppone in altrettante gare. In una i galletti ci hanno messo anche un po’ del loro giocando per quasi 70 minuti in 14 con un uomo in meno per l’espulsione di Fall, curiosamente la partita in cui il gap del punteggio è rimasto più contenuto (26-13). Molto più nette le altre due sconfitte: 52-11 e 49-14. Jacques Brunel guida una squadra dove il talento non manca ma che va troppo a intermittenza, con la luce che si accende e si spegna improvvisamente in continuazione. Tutte “caratteristiche” che i bleus avevano già messo in mostra nel corso del Sei Nazioni. Squadra tignosa, che può vincere anche giocando male, ma non se trova davanti a sé squadre organizzate e con le idee chiare. Non oggi almeno, tra un anno chissà. La strada è quella giusta: pensate a come stava messa la Francia un anno fa…

Galles – Difficile parlare del Galles di questo giugno. Prima il test-match naif (definiamolo così) contro il Sudafrica a Washington vinto 22 a 20 ma con due squadre con tanti giovani, poi le due affermazioni nette in Argentina però contro i peggiori Pumas degli ultimi anni. Ok, non è certo colpa loro e comunque i Dragoni hanno fatto quello che dovevano fare, ma diventa complicato dare un giudizio che prescinda dai risultati. La squadra di Gatland ha chiuso lo scorso Sei Nazioni al secondo posto ma a ben 11 punti di distanza dall’Irlanda, nel tour delle Americhe i dubbi e i problemi messi in mostra nelle ultime stagioni non sono stati fugati ma tre vittorie fanno comunque morale e affrontare questa squadra è sempre complicato.

Giappone – Una vittoria netta contro l’Italia, un ko per 22-25 una settimana dopo sempre contro gli azzurri e un 28 a 0 rifilato alla Georgia lo scorso sabato. I Brave Blossoms quando giocano con abnegazione, concentrazione e determinazione fisica sono un pessimo cliente per chiunque, ma sono squadra che non può permettersi cali di concentrazione di sorta. Jamie Joseph deve lavorare sull’approccio mentale e su una disciplina che a volte lascia un po’ a desiderare. Tra un anno se saprà gestire la pressione del giocare un Mondiale in casa (tanto più dopo la bellissima RWC2015) può levarsi soddisfazioni, ma se quella stessa pressione non sarà trasformata in benzina per i nipponici potrebbe diventare un problema serissimo.

Inghilterra – La grande malata del rugby mondiale di questo 2018 non sta ancora bene e il tour in Sudafrica mette in mostra una squadra che sembra troppo impegnata a cercare di capire perché le cose non stanno andando come un anno fa per riuscire davvero a risolvere. L’Inghilterra oggi è una squadra fortissima che ha perso concentrazione e soprattutto serenità, non è tranquilla. La pressione mediatica in patria non aiuta, ma quella c’è sempre stata e il gruppo dovrebbe avere spalle abbastanza grosse quantomeno per sapere incassare bene le critiche.La vittoria di questo sabato (25 a 10) dopo i ko nei primi due match degli springboks (39-42 e 12-23) è un sorriso che ci voleva ma che al momento può essere paragonato a un buon brodino, non molto di più. Gli impegni di novembre sono di quelli importanti: Sudafrica, All Blacks, Giappone e Australia ci diranno moltissimo.

Irlanda – Sa giocare benissimo e quando non lo fa (perché capita pure questo) riesce comunque a vincere quasi sempre perché ha testa, cuore, e gli uomini con le caratteristiche e il piede giusto per risolvere le partite. Oggi è la squadra che con gli All Blacks gode meritatamente del maggior credito per il Mondiale 2019, la crescita sembra essere continua e gli inevitabili inciampi diventano lezioni che vengono subito assorbite da un gruppo dove tecnica e talento abbondano. Il maggior merito di Schmidt e del suo staff è proprio quello di aver creato una mentalità solidissima. La domanda è se l’Irlanda riuscirà a mantenere questa condizione per altri 14-15 mesi. Il tempo risponderà.

Italia – Discorso simile a quello fatto con il Giappone: gli azzurri se vogliono ottenere risultati devono giocare al massimo della loro possibilità e della loro concentrazione. Del mazzo è tra le squadre con meno talento puro, determinazione e organizzazione diventano quindi fondamentali. Anche perché i nostri passaggi a vuoto diventano spesso delle cadute difficili da raddrizzare. Abbiamo problemi un po’ dappertutto ma la strada che stiamo percorrendo è l’unica opzione possibile: rispetto agli altri abbiamo l’handicap di un movimento che ha più tare, che è partito più in (colpevole) ritardo e più cose da sistemare. Aspetti questi che alla lunga non possono non riflettersi sul campo.

Nuova Zelanda – Sono i più forti e lo hanno dimostrato ancora una volta. Quella degli All Blacks è quasi una corsa su se stessi, volta alla ricerca della perfezione ovale sia per quello che si vede in campo che nella struttura di cui i tuttineri sono vertice. Una struttura permeata in maniera impeccabile su quelle che sono le loro caratteristiche, non replicabile.
La Nuova Zelanda ha dominato la serie sulla Francia dimostrando che questa è una squadra che che non si perde mai d’animo anche quando gioca al di sotto dei suoi elevatissimi standard, che si rialza in un men che non si dica e che può far male in mille modi diversi. E cosa più importante: questi All Blacks sanno soffrire, mantengono i piedi ben piantati a terra. Cosa per nulla scontata se teniamo conto che stiamo parlando di una squadra che da ormai 10 anni viaggia con una percentuale di vittorie di oltre il 90%…

Scozia – Con il Galles la squadra meno giudicabile di questo giugno. Ha battuto il Canada 48-10 per poi perdere contro gli USA per 30-29 una partita che a un certo punto il XV in maglia blu controllava per 21-6. Poi la nettissima vittoria su un’Argentina davvero irriconoscibile. Un tour in cui il ct Townsend ha potuto provare diversi giocatori e fatto tirare un po’ il fiato a un gruppo che in questi anni è cresciuto molto ma che non è molto profondo. Squadra che proprio per la sua rosa ridotta ha bisogno di una programmazione quasi perfetta, molto più delle altre.

Sudafrica – E’ un buon giugno quello dei primi springboks targati Erasmus. Squadra che è un vero cantiere aperto ma con quel bacino gli scalini si possono superare più velocemente rispetto ad altri. Ha grandissimi margini di miglioramento e le due vittorie contro gli inglesi sono carburante prezioso per la testa. Curiosissimo di vedere come si comporterà nel Rugby Championship.