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Rugby e media: la palla ovale e quella difficoltà nel sapersi vendere

Ieri Rugby1823 ha diffuso la notizia che i primi turni di Champions e Challenge Cup in Italia non saranno trasmessi da nessuna tv. Sempre ieri la Gazzetta dello Sport ha pubblicato un allegato di 63 pagine (63!) sul golf. Spunti, soprattutto il secondo, su cui riflettere

Il titolo, bello grosso, è “Provaci ancora Chicco”. La foto, a tutta pagina, immortala Francesco Molinari nella parte conclusiva del suo swing, illuminato dal sole. Francesco Molinari è “quel” Francesco Molinari, ovvero il nostro golfista più famoso. E che c’entra con un blog che si occupa di rugby? Forse un po’ più di quanto non si immagini.
L’oggetto in questione è un magazine “one shot” pubblicato ieri da La Gazzetta dello Sport in allegato al quotidiano. Uno scherzetto di 63 (ripeto: 63, sessantatre) pagine interamente dedicate al golf. Articoli, interviste, approfondimenti e curiosità in contemporanea al via agli Open d’Italia che si tengono a partire da oggi al Parco di Monza.
Sessantatre pagine dedicate al rugby tutte assieme la Gazzetta dello Sport non le ha mai fatte (e chissà quanto ci mette a collezionare un simile numero anche nel corso del tempo). E quello pubblicato ieri dal quotidiano rosa non è un prodotto voluto e finanziato dalla FederGolf, ma un qualcosa di autonomo nato, progettato e realizzato nelle redazioni del più importante e prestigioso media sportivo italiano. Dove evidentemente si è creduto nell’appeal di quella disciplina, indiscutibilmente in forte crescita.

I tesserati al 31 dicembre 2016, dati ufficiali della federazione golfistica, erano 90.259. Più o meno come il rugby. Ma quello dei caddy è uno sport che ha subito un forte incremento nella percezione presso il pubblico e nella presenza sui media, molto più consistente e continua.
Certo, oggi il golf sarà un po’ meno elitario che non solo 10 anni fa, ma ha parecchi sponsor molto ricchi che evidentemente fanno gola anche a chi i giornali li fa. Il pubblico negli eventi principali non manca e ora ha anche qualche campione italiano da usare a mo’ di vessillo e che fa da attrazione per il nostro pubblico.
Beh, dirà qualcuno, sponsor ricchi girano anche nel rugby, a vedere le partite della nazionale ci vanno 70mila persone e campioni riconosciuti e riconoscibili li ha pure la nostra palla ovale, basti pensare a quello che è stato Castrogiovanni o che è tuttora – in misura minore – Sergio Parisse. Vero, però un allegato da 63 pagine per l’inizio del Sei Nazioni io non l’ho mai visto. E questo qualcosa significa.

Il nostro movimento non sa o non riesce a vendersi come meglio potrebbe, oltre alla filastrocca del terzo tempo e dei valori ha diffcoltà ad andare. E quella è un’esca (perdonatemi il paragone poco “nobile”) vera ma che alla lunga mostra un po’ il fianco e diventa pure un po’ snob. Che la storiella dei rugbisti che se la menano l’abbiamo sentita tutti almeno una volta… E’ una difficoltà generalizzata, intendiamoci, che interessa vertice e base.
Cosa c’è che non va? Che vinciamo poco, pochissimo. E in un paese che abbonda di molte cose ma certo di non una vera cultura sportiva questo è un limite enorme. E’ vero – verissimo! – che la nostra nazionale (la locomotiva assoluta e imprescindibile del nostro movimento) gioca sempre con i migliori, che chissà cosa combinerebbe la nazionale di calcio se dovesse giocare sempre contro Germania, Francia, Spagna, Brasile e Argentina, ma provatelo a spiegare a uno che non segue il rugby… Rimarremo sempre quegli strani soggetti che si divertono ad andare a vedere una squadra che perde quasi sempre.
Vincere, bisogna iniziare a vincere e bisogna farlo in maniera continuativa. Vedi mai che una volta o l’altra l’inserto da 63 pagine lo facciano pure parlando di mete, drop e mischie. L’inizio di questa stagione è confortante, ma va confermato e reso solido. Nel tempo anche allargato. Alternative non ne abbiamo.

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Rugby in tv: la stagione parte in queste ore ma le telecamere rimangono spente

Al momento solo i test-mach autunnali sono coperti. Praticamente fatta per il rinnovo di DMAX per il Sei Nazioni, ma la questione Pro14 frena un po’ tutto. Si cerca di “vendere” l’Eccellenza ma manca l’interesse dei media. Intanto l’Italia perde Campagnaro per 6 mesi almeno: rottura del legamento del crociato anteriore del ginocchio destro

Oggi sarò breve, che tanto c’è da raccontare uno scenario che ormai dalla nostre parti è purtroppo un’abitudine. Domani inizia infatti la nostra stagione di rugby giocato ma su quanto ne potremo vedere in televisione c’è il solito buio. Al momento una sola certezza: i test-match di novembre dell’Italia li vedremo su DMAX visto il contratto già in essere che si concluderà a fine 2018. Poi più nulla. Oh, spero di essere smentito già oggi…

Partiamo dal Sei Nazioni: al momento scoperto, trattativa però praticamente chiusa, ma c’è il problema Pro14. Faccio un velocissimo riassunto della situazione: il gruppo Discovery (quello che ha in pancia DMAX) ha presentato tempo fa una proposta di rinnovo del precedente contratto con un aumento del 20% rispetto all’ultimo quadriennio, ma il board del Sei Nazioni non l’ha giudicato sufficiente, non rendendosi conto che oggi nel mercato italiano nessuno proporrebbe una cifra ben superiore ai 10 milioni per il rugby come invece è stato fatto. Parere personale: forse i nostri rappresentanti nel board avrebbero dovuto difendere meglio quella proposta ma – sempre forse – non hanno abbastanza forza per farlo in un simile consesso. Discovery ha fatto buon viso a cattivo gioco e spostato quel budget altrove, come fanno tutte le aziende che operano a livello mondiale e su più livelli. Ora il board sta chiudendo sempre con DMAX, che però a quanto risulta a questo blog ha ora potuto imporre cifre più contenute per le sue casse.
Perché non c’è ancora l’annuncio? Perché di mezzo c’è la questione Pro14, il cui board è praticamente lo stesso del Sei Nazioni e l’organizzazione del torneo celtico vorrebbe vendere il pacchetto completo in una volta sola, appunto Sei Nazioni e Pro14. Quest’ultimo però non ha grande appeal presso le televisioni nostrane così si sta discutendo sui dettagli (probabilmente su chi dovrà pagare il grosso della produzione…). Impressione personale è che alla fine si chiuderà, perderemo le prime 2-3 giornate, ma non è certo una novità. Purtroppo.

Eccellenza: lo scenario è il solito con la FIR che cerca di vendere il torneo ai media “tradizionali” che però sono (molto) poco interessati. Per la federazione si tratterebbe di un esborso ma guadagnerebbe qualcosa in visibilità. L’alternativa c’è e si chiama Rugby Channel, il servizio in streaming gratuito che già lo scorso anno ha reso felice lo zoccolo duro degli appassionati del rugby in Italia trasmettendo tutti i fine settimana tutte le partite del nostro massimo campionato nazionale. Alla fine, con ogni probabilità, vedremo il nostro domestic qui.
Proposta da uno che non conta nulla e probabilmente capisce poco: perché non fare un contratto da 2-3 anni con Rugby Channel in maniera di ben programmare l’offerta tv per qualche stagione? Metti caso che nazionale e celtiche si mettano a vincere un po’ di più facendo da traino anche per l’Eccellenza. Non sarebbe meglio? Trovarsi in questa situazione così ogni anno non è proprio il massimo…

Coppe europee: alla fine le vedremo su Sky, che rimane sempre la più interessata (e pronta) per i Mondiali per ragioni di politica del gruppo cui appartiene e che quindi vuole tenere una luce accesa sul rugby, anche se saltuaria

PS: Michele Campagnaro, fa sapere la Gazzetta di oggi, sì è rotto il legamento crociato anteriore del ginocchio destro. Per lui almeno 6 mesi di stop, forse 9. Il Sei Nazioni 2018 per lui diventa un miraggio quasi irraggiungibile. Chissà come sarà contento Conor O’Shea che in tre giorni ha perso per quasi tutta la stagione il trequarti e Gega tra gli avanti (e forse pure Quaglio)…

Una passione che non sa e non può garantire il futuro: cosa fare quando il rugby finisce?

Nelle ultime settimane quattro giocatori tra i 24 e i 32 anni hanno annunciato il loro ritiro immediato e improvviso per intraprendere una carriera in altri ambiti. Un problema non da poco e dalla soluzione complessa, forse impossibile

In questi giorni si discute parecchio dell’immediato futuro dei giocatori delle Zebre. Una cosa normale vista l’importanza di quella squadra nel nostro panorama ovale, ma spesso dimentichiamo che chi veste la maglia bianconera della franchigia di Parma o del Benetton Treviso è solo l’elite, quelli che possono correttamente autodefinirsi (ed essere definiti) professionisti. Lo sono nei fatti.
Atleti che guadagnano abbastanza bene, che mettendo assieme i bonus e i gettoni della nazionale si portano a casa un bel gruzzolo che comunque non è nulla di trascendentale. La domanda è: quando smettono di giocare? Che cosa possono fare? Diversi rimangono nel rugby, spesso fanno gli allenatori, ma vivere di palla ovale in Italia è complicato, un “piano b” è necessario.

D’altronde nel rugby ingaggi e stipendi sono quello che sono e le realtà che possono garantire certe cifre sono pochissime e la principale rimane la federazione. Quindi pochi posti disponibili a fronte di una platea di pretendenti (o potenzialmente tali) molto più numerosa.
E questo se rimaniamo a livello delle due franchigie, che se si scende e si passa all’Eccellenza o la Serie A le cifre sui contratti si abbassano ulteriormente. Certo, la situazione è un po’ a macchia di leopardo, con realtà che vivono condizioni molto diverse anche all’interno di un medesimo ambito territoriale, ma sostanzialmente la fotografia è questa.

D’altronde Sergio Parisse, vale a dire il nostro giocatore più forte e rappresentativo e che milita da anni nel campionato più ricco di tutta Ovalia si porta a casa cifre che in Italia guadagna un panchinaro di una formazione di Serie A (di calcio) di medio-bassa classifica. Probabilmente anche nella serie cadetta della palla tonda c’è gente che guadagna più di lui.
E allora quella domanda – cosa faccio quando smetto di giocare? – nel rugby se la pongono in tanti anche quando la carta di identità dice che di primavere uno ne ha viste 25 o 26. Anzi, la domanda può cambiare in un meno poetico “ne vale davvero la pena”? Perché la passione non si discute, ma con quella non ci paghi le bollette, non ci compri da mangiare o non puoi accendere un mutuo o andare al supermercato per acquistare i pannolini dei tuoi figli.

Quindi succede che nel giro di un paio di settimane giocatori di buon livello come Enrico Targa, Giovanni Benvenuti, Nicola Belardo e Marco Frati decidono di appendere gli scarpini al chiodo e di dedicarsi ad altro, vanno a fare un vero lavoro, verrebbe da dire. Quest’ultima è una battuta – ovviamente – ma non vado poi così lontano dalla realtà. Hanno storie diverse, età e vissuti differenti, ma tutti e quattro scelgono di mettere fine anzitempo alla loro carriera, perché “non sono un campione e con questo sport non riesco a mantenermi” come dice candidamente Targa, uno che ha annusato anche il Pro12 e che uno scudetto con il Petrarca lo ha vinto. Ma a 27 anni ha detto stop. Ha deciso di finire prima Benvenuti (24 anni, Mogliano) e un po’ dopo Frati (Viadana, 32 anni) mentre Belardo lascia a 27 anni dopo quattro stagioni al Calvisano.

Una soluzione, va da sé, non esiste. Viviamo in un paese in cui c’è uno sport che letteralmente fagocita tutti gli altri per interessi mediatici e sponsorizzazioni, invertire in pianta stabile questo panorama è impensabile, anche se va detto che se le nostre formazioni (club e nazionali) iniziassero a vincere e a ottenere risultati in maniera continuativa le cose un po’ migliorerebbero. Però bisogna ricordarsi che il problema del “cosa fare dopo il rugby” è un tema di cui si occupano anche in realtà molto più ricche e strutturate della nostra, parlo di Francia e Inghilterra.
E’ un problema vasto, che affonda le radici nel tessuto economico e sociale del nostro paese, che ha motivazioni anche culturali. Insomma, nessuno ha la bacchetta magica, ma qualcosa va fatto soprattutto per quei ragazzi che in una età molto delicata entrano nel giro delle Accademie e che senza una testa abbastanza solida e piedi ben piantati per terra possono sentirsi già “arrivati”. Devono capire che il rugby non può garantire loro un futuro certo. Che tra la palla ovale e una laurea, beh, in Italia oggi qualche garanzia in più te la dà ancora la seconda.
Ben vengano perciò quei programmi e quelle borse di studio che possono garantire la coesistenza delle due cose, di uno ne ho parlato anche io su queste pagine. Certo non può essere questa la soluzione, non l’unica, ma è comunque un qualcosa di concreto.

I Lions battono gli All Blacks: tutti nel Tinello di Vittorio Munari

A Wellington la selezione britannica batte i tuttineri 24-21 al termine di una gara tiratissima caratterizzata dal cartellino rosso comminato a Sonny Bill Williams dopo 24′. Il vincitore della serie uscirà da gara-3, che si annuncia una vera battaglia.
Palla a Vittorio!

Il Tinello di Vittorio Munari: il primo assaggio di Nuova Zelanda per i Lions 2017

Un evento attesissimo che ha sparato le sue prime cartucce, con i due test della selezione britannica contro New Zealand Barbarians e Auckland Blues, due partite che hanno già fatto intravedere alcune cose.
Vittorio Munari ci porta nel cuore di un tour che è fatto di tradizioni, cultura, senso di appartenenza e – ovviamente – business: kick-off!

ps: la registrazione del Tinello è stata fatta PRIMA della partita della nazionale U20.