Il futuro delle nostre speranze azzurre ormai è dietro l’angolo, ma la strada ancora non c’è

Ieri l’U18 ha battuto l’Inghilterra, un grande risultato che non deve stupire e che non è una novità. Il problema per quei ragazzi non è l’oggi o il domani, il problema è il dopodomani

La didascalia diceva “L’Italia U18 supera i pari età di England Rugby nella seconda giornata del 6 Nazioni di categoria giocata oggi all’Arms Park di Cardiff”, la foto era rossa e con i loghi di FIR e RFU corredata con il 32-30 con cui gli azzurrini hanno battuto l’Inghilterra ieri pomeriggio. Un mio amico l’ha pubblicata sulla sua pagina facebook con il commento “Date un futuro a questi ragazzi, grazie”.
Una frase fulminante e che fotografa benissimo il nostro movimento dell’oggi ma anche quello di ieri. Perché l’U17 allenata da Dolcetto non è nuova a questi risultati: solo per rimanere agli ultimi tre anni ha vinto una volta contro il Galles, battuto e pareggiato contro la Francia, l’Inghilterra (la selezione A) era già stata messa sotto nell’aprile 2016, negli stessi giorni in cui superava anche l’Irlanda. Una nazionale che anche quando perde non prende quasi mai imbarcate: è successo solo due volte, contro Ulster e Argentina, ma in entrambi i casi i nostri avversari erano entrati in campo con una selezione U19, e a quell’età un anno in più può fare una grande differenza.

Se si va più indietro, ad esempio tra il 2009 e il 2011, contro le nazioni nostre partner del Sei Nazioni rimediavamo solo sconfitte, anche molto nette. La svolta arriva solo nel febbraio 2012, quando a Badia Polesine l’U18 ferma la Francia 17 a 11, galletti nuovamente superati poi a dicembre dello stesso anno 13 a 12. Il punto esclamativo vero arriva però nel 2015, quando gli azzurrini allenati allora da Brunello battono Francia, Irlanda (a Dublino) e Galles.
E questa è la storia. Poi però bisogna dare a questi ragazzi un futuro, appunto. Che poi è quello che con altre parole scrivevo lo scorso 12 febbraio a proposito dell’U20:

Il punto è un altro, ovvero, dove andranno a giocare questi ragazzi? Dove finalizzeranno la loro formazione? Con chi compiranno gli ultimi passi con vista sull’alto livello? Perché forse qualcuno di loro andrà alle franchigie, ma quel “forse” è gigantesco e se anche dovesse accadere riguarderebbe un numero limitatissimo di atleti. Comunque statisticamente non importante.
Quasi tutti alla fine giocheranno nell’Eccellenza. Il divario tra noi e i nostri avversari sta qui: per quanto ci si sforzi di affinare e migliorare la “produzione” dei nostri giocatori non siamo poi in grado di farli giocare in un torneo di livello. I giovani irlandesi andranno tutti a giocare – se già non lo fanno – nell’Ulster, nel Leinster, nel Munster o nel Connacht, ovvero in Pro14, mentre i nostri militeranno in uno dei club del nostro più importante campionato nazionale, che sarà pure il principale dentro i nostri confini ma che non è sicuramente performante. Non credo di offendere nessuno nell’asserirlo.

Prima vi raccontavo della vittoria di Badia Polesine contro la Francia, il 18 febbraio 2012, sono passati sei anni ma quanti di quei ragazzi sono arrivati in nazionale o nel giro-franchigie? Questa la formazione scesa in campo quel giorno, così come ci dice il sito FIR:
Bellini; Di Giulio, Salerno (33’ st. Torlai), Seno, Bruno; Buscema, Apperley S.; Catelan (cap, 13’ st. Boccardo), Scalvi, Corazzi; Gobbo, Ruzza (30’ st. Silvestri); Pasquali, Ragazzi P., Silva (25’ st. Appiah). Pochi, pochissimi.
Solo ieri scrivevo del fatto che Sexton e i suoi compagni di nazionale hanno giocato pochissimo nel Pro14, una cosa resa possibile perché da quelle parti è stato costruito un percorso serio e sensato che gestisce al meglio chi è già nell’elite e che garantisce ai giovani una crescita vera senza interruzioni. Da noi si arriva all’U20, poi c’è uno strapiombo che in pochi riescono a superare con una tempistica molto lunga. Certo ci sono anche delle eccezioni, ma sono davvero poche e sono appunto eccezioni, la regola è un’altra.
Diamo un futuro a quei ragazzi, facciamo presto.

Il Pro14 che “conquista” le semifinali di Champions Cup? Il motivo è (anche) un limone. Spremuto.

Dalla pagina Facebook della EPCR Rugby

Su quattro semifinaliste della più importante coppa europea ben tre arrivano dal torneo celtico. Ma quelle che vediamo normalmente sui campi del Pro14 sono spesso squadre molto diverse, con altri giocatori. E non è affatto un dettaglio

Il fine settimana pasquale ha stabilito le pretendenti al trono delle due maggiori competizioni europee per club. Le semifinali di Champions Cup saranno Leinster-Scarlets e Racing92-Munster, quelle di Challenge Cup sino Cardiff Blues-Pau e Gloucester-Newcastle.
Dunque abbiamo due irlandesi, due gallesi, due francesi e due inglesi. Oppure: 4 formazioni che prendono parte al Pro14, 2 al Top 14 e altrettante alla Premiership.
Quello che ha colpito tutti, giustamente, è il fatto che ben tre semifinaliste della Champions Cup sono squadre “celtiche”, il torneo meno quotato tra i tre principali del Vecchio Continente. Come ricorda l’amico Duccio Fumero su R1823 “Con tre semifinaliste la Guinness Pro 14 può finalmente rivedere una sua squadra in finale dal 2012. L’ultima volta fu il derby irlandese vinto dal Leinster contro l’Ulster il 19 maggio 2012. Da allora, però, i club di Guinness Pro 14 avevano sempre fallito l’appuntamento con la finale europea, con Leinster e Munster sconfitte entrambe in finale un anno fa”..
Più o meno dappertutto è un fiorire di “allora il torneo celtico non è così scarso”. On Rugby sottolinea che “dimostra (l’andamento dei quarti di finale di Champions Cup, ndr) come il Pro14 sia soltanto in apparenza un campionato povero, qualunque cosa significhi”.

Non voglio fare il guastafeste, però a mio parere (modestissimo, ovviamente, senza nessuna punta di sarcasmo) bisogna mettere qualche puntino sulle “i”.
Primo: il Pro14 non è un torneo scarso. E’ sicuramente inferiore a Top 14 e Premiership, ma non è scarso. Chiaro che il paragone con la nostra Eccellenza oggi è improponibile, la distanza è siderale, ma le critiche più intelligenti e meno ideologiche fatte all’opzione celtica sottolineano il fatto che i risultati e i progressi che finora ci ha fatto fare sono minimi rispetto alle enormi quantità di risorse economiche investite. E ormai non siamo lontani dai 10 anni di Celtic Lague/Pro12/Pro14. Sottolineare questa cosa e dire che il Pro14 è un torneo scarso sono due sport differenti.

Secondo, il punto più importante. Prendo a prestito delle frasi scritte ieri in un articolo su OnRugby, così da sgombrare il campo da ogni equivoco. Eccole: “In Irlanda, è stata una tirata linea netta tra le partite da far disputare a due blocchi ben distinti e separati: da una parte un gruppo composto da ‘gregari’ e giocatori stranieri non eleggibili, dall’altra tutti i nazionali impegnati generalmente nel Sei Nazioni. A livello di franchigia, il primo blocco disputa la maggior parte delle gare di Pro14, mentre al secondo vengono riservate soltanto le sfide celtiche di cartello, i big match di Champions Cup e le fasi finali della stagione.
Due esempi? Nel Pro14, Jonathan Sexton fin qui ha giocato appena 4 partite, mentre il classe ’95 Ross Byrne ben 15; in Champions la situazione si ribalta con 7 presenze per la star dell’Irlanda e 2 per l’emergente pari ruolo. Nel Munster, anche Peter O’Mahony ha collezionato sole 4 presenze in campionato, ma 7 su 7 in Champions; un altro terza linea della Red Army, Jack O’Donoghue, è a quota 17 nel Pro14 e a 6 nella Champions, di cui soltanto una da titolare per una media di 21 minuti a partita. Non a caso, le due franchigie irlandesi contano in rosa circa 50 elementi, compresi anche alcuni giovani aggregati di volta in volta dall’Academy in prima squadra”.

Altra campana, stavolta inglese, il Telegraph che il 19 marzo scorso (due giorni dopo la fine del Sei Nazioni) teneva a ribadire che “mentre nove Lions inglesi dell’Inghilterra hanno iniziato la loro stagione nel primo fine settimana di settembre, la maggior parte del contingente irlandese ha avuto quattro settimane di riposo extra. Owen Farrell, il mediano d’apertura, ha giocato 1084 minuti con i Saracens in questa stagione, più del doppio dei 435 minuti che il suo omologo irlandese Jonathan Sexton ha diputato con il Leinster”.
OnRugby è chiarissimo e ha ragione: i giocatori dell’elite irlandese, quelli del giro della nazionale, giocano “soltanto le sfide celtiche di cartello, i big match di Champions Cup e le fasi finali della stagione”, oltre alle gare della nazionale. Un discorso che vale per tutte le franchigie dell’isola di smeraldo ma è chiaro che le più coinvolte sono Leinster e Munster. Un discorso che vale in buona parte anche per le squadre gallesi, anche se in maniera meno sistematica. Un discorso che non vale per italiane e scozzesi che non hanno la profondità e la quantità (e la qualità: basti pensare alla differenza di rendimento delle Zebre 1, quelle con i titolarissimi, e delle Zebre 2) per poter mettere in piedi una simile struttura.

Le squadre francesi e inglesi potrebbero farlo perché i giocatori ci sono, ma Top 14 e Premiership sono competizioni troppo importanti e soprattutto ricche per non far giocare gli atleti migliori. I numeri del Telegraph sono eclatanti: 1084 minuti Farrell e 435 Sexton (al 19 marzo), chiaro che la qualità del rugby del primo e del secondo alla lunga non può essere la stessa. Come dice un mio collega in radio: “Paolé, se spremi troppi il limone alla fine il succo finisce”. E attenzione, Farrell (che è solo un esempio tra i tanti) è uno dei giocatori tutelati dal Professional Game Agreement, ovvero l’accordo valido fino al 2024 tra RFU, Players’ Association e board della Premiership per limitare l’utilizzo degli atleti del giro della nazionale.

OnRugby – ma altri con lui – dice una cosa verissima, ma non fa il passo successivo che porta a uno conclusione logica: il Leinster e il Munster (ma pure altre formazioni, irlandesi e gallesi) che vediamo generalmente nel Pro14 non sono le stesse squadre che scendono in campo nelle coppe europee, e guardacaso le seconde sono più prestigiose e portano in dote gruzzoli importanti. Sono squadre diverse che si sovrappongono saltuariamente e solo nei momenti clou della stagione. Una differenza che quantomeno “dopa” i sillogismi che si stanno facendo tra torneo celtico e Champions Cup.

Andare in Champions con merito e azzurri in Giappone, una primavera italiana un po’ diversa

Gli ultimi mesi della stagione 2017/2018 presentano spunti anomali rispetto allo stesso periodo degli scorsi anni grazie al Benetton Treviso e per “colpa” della nazionale. E un saluto a un collega che ha passato la palla: Giorgio Sbrocco non c’è più

Pasqua ce la siamo messa alle spalle e per quello che riguarda il rugby italiano si entra nella fase meno interessante della stagione, escludendo l’Eccellenza, con i campi che contano he diventano quelli del Top 14, della Premiership e dei turni conclusivi delle coppe europee.
Una volta terminata l’onda lunga del Sei Nazioni si affrontano settimane in cui il campionato celtico ha per noi poche cose da dire mentre i test-match estivi della nostra nazionale sono sempre stati un’appendice da prendere un po’ con le pinze, dalla interpretazione ballerina e (in caso di risultati negativi) da considerare poco probanti proprio perché al termine di una stagione lunghissima. Almeno così è stato fino a ora.

Questo 2018 porta infatti delle novità, due per l’esattezza. Una piacevole, l’altra meno. Iniziamo dai sapori dolci: quest’anno infatti il Benetton Treviso è in piena corsa per conquistare un posto nello spareggio che assegna l’ultima sedia disponibile per le squadre del Pro14 nella Champions Cup della prossima stagione. A tre giornate dal termine della regular season i veneti sono infatti al 5° posto della Conference B, solo un punto sotto all’Ulster, che però deve recuperare ancora una gara.
Il regolamento in vigore nella Champions Cup prevede che le prime tre formazioni di ognuna delle due Conference celtiche vadano direttamente nella massima competizione per club del Vecchio Continente dell’anno dopo, mentre il settimo pass viene assegnato con uno spareggio tra le due squadre piazzate al quarto posto, ovviamente escludendo le due formazioni sudafricane.

Treviso è lì, se la può giocare fino all’ultimo: le partite contro Dragons e Zebre sono alla sua portata, meno quella con il Leinster (a Dublino) con gli irlandesi che però devono affrontare anche le simifinali di Champions Cup. L’Ulster invece deve scendere in campo contro Edimburgo, Ospreys e Munster. E’ poi vero che deve recuperare una gara ma è quella contro i fortissimi Warriors. I biancoverdi potrebbe farcela a strappare il biglietto per lo spareggio, un risultato che sarebbe importantissimo e segnerebbe una tappa fondamentale nel difficoltoso progetto di crescita dei veneti, che finalmente si troverebbero a giocare per conquistare un posto nel massimo torneo del Vecchio Mondo dove potrebbero arrivare con il merito e non perché un posto a una italiana era comunque garantito come invece è finora accaduto in passato. La prima volta, va da sé, a discapito di una formazione irlandese/gallese/scozzese e non dell’altra franchigia italiana.
E le Zebre? Lo spareggio è ormai praticamente irraggiungibile anche se la matematica forse ancora lascia uno spiraglio e determinante sarà il recupero contro gli Ospreys prima ancora delle gare in casa del Leinster, quella interna con Newport e il derby con il Benetton all’ultima giornata. Oggi i bianconeri sono ultimi a 22 punti mentre i gallesi sono a quota 35 e non va dimenticato che in mezzo – un punto sotto gli Ospreys – c’è pure il Connacht.

La novità meno piacevole riguarda invece la nostra nazionale, chiamata a giugno a giocare due volte contro il Giappone in estremo oriente un doppio test-match che fino a qualche anno fa ci avrebbe visto partire da grandi favoriti ma le cose ora sono cambiate e il rischio di andare incontro a due ko è alto: i nipponici, pur con tutti i loro problemi, vivono una situazione ambientale e di risultati migliore della volta e non va dimenticato che la loro stagione è iniziata più tardi mentre quella degli italiani sarà all’ultimo atto, con tutta la fatica che ne consegue. In teoria lo staff tecnico degli azzurri dovrebbe lasciare a riposo i senatori come Ghiraldini e Parisse e non potranno contare su Mbandà infortunato (ancora una volta, sfortunato davvero il ragazzo). Insomma, il rischio di allungare la striscia di sconfitte c’è, inutile nascondersi, e la cosa ci dice quanto sia difficile il momento del nostro rugby.

Chiudiamo con l’Eccellenza, bistrattata e poco “attenzionata”, come dicono quelli bravi, ma che rimane con tutti i suoi limiti comunque il nostro torneo nazionale più importante. Ancora due giornate prima della conclusione della regular season con Calvisano, Petraca e Rovigo che si ritrovano in un fazzoletto di due punti mentre San Donà, Fiamme Oro e Viadana che si giocano l’ultimo posto disponibile per le semifinali. Veneti che però sono a 48 punti contro i 43 dei poliziotti e i 42 dei gialloneri. Sabato il calendario propone la sfida diretta San Donà-Fiamme Oro. Semifinali tra fne aprile e inizio maggio, finalissima il 19 di quel mese. Quest’anno retrocessioni bloccate, che l’anno prossimo il torneo sale a 12 squadre.

In chiusura un saluto e un ricordo per Giorgio Sbrocco, firma storica del giornalismo ovale italiano. Una malattia se lo è portato via in poche settimane. Ex giocatore (ha vinto uno scudetto con il Petrarca), docente, scrittore e mille altre cose: una perdita enorme per il movimento.
Da questo blog le più sentite condoglianze alla sua famiglia e alle persone a lui più vicine.

Sulla necessità del rischiare: l’Italia del rugby “prigioniera” di una comfort zone?

Dentro il Sei Nazioni senza però rischiare di uscirne, dentro il torneo celtico che non prevede retrocessioni. Un dubbio/provocazione: se la nostra posizione necessitasse di “conferme” il movimento non ne guadagnerebbe?

La domanda in realtà è da più psicologo che non da appassionato di uno sport, ma l’impressione è che sia uno di quei quesiti che il Movimento Italia dovrebbe farsi. Certo, io non sono uno psicologo e la laurea che mi sono portato a casa pochi anni prima dell’ingresso nel nuovo millennio (minchia, sto invecchiando. Scusate il francesismo) è lontana da quel campo di studi. Le materie che più le si avvicinavano le ho sempre studiate – e superate – con grande fatica e con molta poca passione.
Ad ogni modo non bisogna essere dei novelli Freud per rendersi conto che con l’ingresso nel Sei Nazioni l’Italia l’Italia è entrata in un club che per noi doveva essere una palestra per crescere e fare ulteriori salti di qualità ma che invece è diventata in pochi anni una sorta di “comfort zone” in cui abbiamo magari la poltrona più scomoda, però la sala è di quelle arredate con mobili antichi e di valore e dove abbiamo anche a disposizione tutti i migliori gingilli offerti dalla tecnologia. Senza correre il rischio serio di dover abbandonare tutto questo. Insomma, una pacchia.

Detto meglio: l’Italia anni fa ha fatto uno sforzo enorme e grazie ai risultati conquistati sul campo è entrata con merito nel torneo più antico, prestigioso, affascinante e ricco di tutta Ovalia ma poi da allora non ha mai dovuto preoccuparsi o lottare per mantenere quello status. Una volta entrati non si esce più, si è sempre pensato. Chiariamo subito: si tratta di un approccio inconscio, non credo che qualcuno da Dondi a Gavazzi, da Ascione a un qualunque dirigente FIR dal 1998 a oggi abbia mai pensato nemmeno per un secondo a una sorta di “adesso siamo qui, possiamo tirare i remi in barca”.
Però il fatto di non dover lottare per la propria permanenza in quel prestigioso club di cui anche noi abbiamo una copia delle chiavi della porta d’ingresso può aver “lavorato” sottotraccia, inconsciamente appunto, una specie di perenne “possiamo sbagliare e perdere tutto il tempo che ci pare, non c’è fretta e non rischiamo nulla”.
Un atteggiamento mentale che non riguarda gli staff tecnici e gli atleti che si sono susseguiti in questi anni: potevano fare meglio o peggio, questo è un altro paio di maniche, ma hanno sempre dato il massimo o comunque cercato di farlo. A lavorare in loro favore, se così si può dire, anche il fattore tempo: la permanenza di un allenatore su una panchina è limitata, così come la possibilità per un atleta di arrivare alla maglia della nazionale. Tempo da perdere non ce n’è.

Il discorso cambia invece per i quadri, i dirigenti. La spina dorsale della FIR è sostanzialmente la stessa dei primissimi anni duemila. Non identica, non potrebbe esserlo, ma il ricambio nei posti chiave è stato molto limitato. E’ chiaro che Dondi, Gavazzi o Ascione (per tornare a esempi concreti fatti già prima) avrebbero voluto e vogliono risultati migliori, non va nemmeno sottolineata questa cosa, ma il loro orizzonte temporale è diverso e quella sicurezza – o meglio, quella mancanza di rischi – di cui sopra può aver lavorato e reso meno pressante e incombente la necessità percepita di ottenere vittorie. Le polemiche sui giornali finché rimangono sulla carta rappresentano un fastidio, non un problema reale.
Non solo il Sei Nazioni ha agito, o può aver agito, in tal senso: anche l’avventura celtica vive la stessa dinamica e al pari del torneo più importante non prevede retrocessioni di sorta. Una volta che ci sei rimani, quali che siano i risultati del campo.
Risultati che possono diventare il primo stimolo a fare meglio, ma non bisogna dimenticare che nel caso del Sei Nazioni non ci sono alternative se non quello chiamato Sei Nazioni B, nel caso del Pro14 invece c’è l’Eccellenza, che oggi è davvero tanti piani più sotto. Un ritorno al passato che è considerato fantascienza, quella di serie Z.

Forse un rischio concreto ci spingerebbe a fare meglio e a farlo più in fretta. Certo la posta in gioco sarebbe molto alta, elevatissima, ma è anche vero che spesso gli italiani – in un po’ tutti i campi – danno il meglio quando sono costretti con le spalle al muro. Ad esempio io sono pronto a scommettere che a novembre l’Italia batterà la Georgia in maniera netta perché sappiamo che un ko ci avvicinerebbe a un buco nero pericolosissimo. Forse dovremmo liberarci di tutte le nostre sicurezze e delle nostre certezze per acquisirne di nuove e più solide. E la strada è solo una: vincere per avvicinarci alle nostre avversarie. Se stiamo attaccati a Scozia, Galles e Francia (oggi lasciamo stare Inghilterra e Irlanda) i rischi li possiamo rimettere in un cassetto. Basta non far finta che non esistano.

Ci si ribecca dopo Pasqua

Rugby e salute: infortuni e concussion in crescita, l’Inghilterra chiede l’intervento di World Rugby

Un rapporto sulla stagione 2016/2017 del rugby professionistico inglese conferma la luce rossa accesa già negli anni precedenti. Ci si infortuna tanto durante le gare e troppo negli allenamenti. La RFU chiede a World Rugby di cambiare l’altezza del placcaggio consentito dalle norme. E nell’occhio del ciclone ci finisce pure Eddie Jones

Oggi accendiamo i riflettori sulla salute dei giocatori, tema di cui non si parlerà mai abbastanza, e nello specifico su un report inglese riguardante la stagione 2016/2017 commissionato dalla RFU, dalla Premiership Rugby e dalla Rugby Players ‘Association (ah, che bello avere tutte queste istituzioni che nonostante le inevitabili frizioni lavorano comunque per un comune obiettivo. Chiusa la parentesi).
Il documento si chiama The Professional Rugby Injury Surveillance Project e, come ci dice il Times, la “revisione degli infortuni nel rugby professionistico in Inghilterra ha registrato un aumento delle concussions per il settimo anno consecutivo (…) ha riscontrato un allarmante aumento del numero e della gravità degli infortuni nelle partite e negli allenamenti”.
Poi un po’ di numeri, visto che gli infortuni sia nel corso delle gare che negli allenamenti hanno registrato dei tassi superiori a quelli considerati accettabili dagli estensori del report. Ancora il Times:C’è stata una media dell’ultima stagione di 3,8 infortuni per partita nella Aviva Premiership, con i giocatori esclusi per una media di 38 giorni. La commozione cerebrale è stata l’infortunio più segnalato, pari al 22%”.

Numeri preoccupanti che hanno spinto Simon Kemp, il responsabile medico della RFU, a chiedere l’intervento di World Rugby: l’organo che gestisce la palla ovale a livello mondiale dovrebbe – secondo le richieste del medico – cambiare l’altezza del placcaggio consentito dalle norme e al contempo applicare pene più severe per i placcaggi a testa alta: “Vorremmo che World Rugby prendesse in considerazione il pensiero di ridurre l’altezza legale del placcaggio da sotto la linea delle spalle, perché poiché il margine di errore è molto basso – si legge sul quotidiano inglese – abbiamo bisogno di un messaggio più chiaro su ciò che costituisce un approccio sicuro e non sicuro”.
Nel documento si parla di tassi di crescita tali per i quali usare parole come “inquietante” non è affatto sbagliato: il numero delle collisioni è cresciuto del 10% all’anno negli ultimi 4 anni e le previsioni per la stagione in corso parlano di una ulteriore crescita. Un numero elevatissimo di infortuni (il 36%) è stato registrato nel corso degli allenamenti e la tipologia più comune rimane sempre quella della concussion. Una curiosità, chiamiamola così: il report per la prima volta registra un numero più alto di infortuni su campi sintetici che non in quelli nella tradizionale erba. Che questo ultimo dato sia da spiegare con l’esplosione numerica di quel tipo di campi è cosa possibile ma non certa, bisognerà attendere i numeri dei prossimi anni. Da parte sua la RFU ha difeso il suo piano di progettazione e costruzione di campi artificiali e assieme al board della Premiership e dalla Rugby Players ‘Association ha presentato un memorandum in 8 punti (non svelati ancora alla stampa) per rispondere in maniera adeguata ai dati contenuti in questo The Professional Rugby Injury Surveillance Project.

Chiudo con un aspetto derivante dal rapporto che è stato sottolineato dal Guardian: “Le sedute di allenamento di Eddie Jones saranno probabilmente sottoposte a controllo (…) Jones conduce sessioni di allenamento notoriamente estenuanti e ha dichiarato in passato che quando i suoi giocatori si uniscono alla nazionale non sono ai livelli richiesti per il rugby internazionale”. l’ennesima grana dalla stampa britannica per l’head coach dell’Inghilterra, reduce da un Sei Nazioni davvero negativo e passato in due mesi dall’essere quasi un eroe a il capro espiatori di tutti i problemi del rugby d’Oltremanica. Un atteggiamento che da quelle parti non è certo una novità.