Autore: il grillotalpa

All Blacks, Springboks e Mondiali: ma il Tinello di Vittorio Munari parte dal Petrarca

Focus sulla sfida dello scorso sabato tra le due squadre che l’Italia dovrà affrontare alla RWC di settembre in Giappone. Ma si inizia da un ritorno a casa…

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Nelle anonime acque italiane del Seven

Un codice rugbistico di cui si parla molto ma che dalle nostre parti non ha una programmazione vera. Non un campionato nazionale, non un progetto, non una idea forte e precisa. E i risultati inevitabilmente non arrivano. Non potrebbe essere altrimenti.
E’ giunto il momento di fare delle scelte. Oppure di lasciar perdere. Magari è un po’ drastico, ma sarebbe onesto.

Belle storie ovali d’Italia: l’esempio di Parabiago e del suo Rugby Sound

Probabilmente non è una situazione ripetibile, ma è comunque un esempio di come idee e passione a volte possono dare risultati che definire insperati è poco.
Quante volte abbiamo scritto, letto, ripetuto, sentito parlare della difficoltà di reperire risorse economiche da parte delle società di rugby? Tante, infinite volte. E continueremo a farlo.
Nel milanese però da 20 anni c’è un evento creato e pensato proprio per quella bisogna che non solo è diventato enorme ma che ormai si autorigenera diventando ogni volta un po’ più grande. Succede in quel di Parabiago, dove la locale società rugbistica ha dato vita nel 1989 al Rugby Sound. Di cosa si tratta? Di quella che era una festa di fine stagione così come fanno tutti i club e che si è trasformata in un festival musicale tra i più attesi e con i cartelloni più ricchi di ogni estate, quantomeno di tutta la Lombardia e dintorni, rimando stretti. Una cosa non semplice quando alla fine sei una cittadina di nemmeno 30mila abitanti a un tiro di schioppo da Milano, metropoli che proprio nei mesi più caldi vede il proliferarsi di eventi e kermesse musicali con artisti di ogni genere e provenienza.

Eppure è successo: una festa di fine anno nata (anche) per fare un po’ di cassa con panini alla salamella e birre e che ora rappresenta un investimento a quasi sei zeri e che porta guadagni importanti per il Parabiago Rugby. Una voce che consente al club di poter programmare il futuro con una certa tranquillità e che può aiutare non poco nella ricerca e nella raccolta di sponsorizzazioni.
Perché quando riesci a portare sul palco (da qualche anno nella bella location del castello di Legnano) artisti del calibro di Salmo, Subsonica, Coma Cose, Skunk Anansie – sono solo alcuni nomi dell’edizione 2019 che si è appena conclusa – che a loro volta portano un pubblico di varie decine di migliaia di persone, beh, qualche risultato poi lo porti a casa.
Hanno avuto fortuna quelli del Parabiago Rugby? Probabile, possibile, che come dice il poeta senza un briciolo di culo non vai da nessuna parte o quasi. Però bisogna creare le condizioni per poter sfruttare al meglio anche gli imprevedibili aiuti della dea bendata. Loro lo hanno fatto.

Dicevo prima che quello del Rugby Sound non è un esempio replicabile all’infinito, ma se ci pensate bene potrebbe avere tentativi di emulazione in più luoghi di quanto magari non si potrebbe pensare. Bisogna avere perseveranza e pazienza, 20 anni non sono esattamente pochissimi, ma poi i risultati possono arrivare. Grandi risultati.
Qualcuno dirà che nonostante un evento simile, con i relativi incassi, il Rugby Parabiago non gioca nel massimo campionato italiano e che dalle sue squadre di ogni categoria non sono usciti (finora) chissà quali caterve di giocatori d’alto livello.
Vero, però scusatemi, un festival musicale – per quanto di successo – non può garantire risultati tecnici di sorta e non bisogna dimenticare che sul fronte giocatori ci sono società che negli ultimi anni hanno vinto scudetti a mazzi e che non hanno visto uscire dalle proprie giovanili praticamente nemmeno un azzurro. Quindi di cosa staremmo parlando?
Il Rugby Sound è una splendida iniziativa gestita in maniera efficace ed efficiente. Merita solo applausi, e magari anche qualche tentativo di imitazione: dio solo sa quanto ne avrebbe bisogno l’asfittico mondo del rugby italiano. Al 2020.

 

L’Italia U20, i Jaguares e Sergio Parisse: tutto nel Tinello di Vittorio Munari

L’inizio è per il recente torneo iridato degli azzurrini, poi si passa al Super Rugby che vede in finale una squadra argentina. Quindi il tema World Rugby tra regole e soldi. E si chiude con il capitano azzurro che ha firmato un contratto con il Tolone… Palla a Vittorio!

Mondiali U20: bis francese, flop neozelandese. E come è andata l’Italia?

Ph: Franco Perego/World Rugby.

Il Mondiale U20 edizione 2019 va in archivio. La Francia bissa il successo di un anno fa, la seguono sul podio Australia, Sudafrica e Argentina. Quinta l’Inghilterra, sesto il Galles e soltanto settima la Nuova Zelanda. Assieme ai vincitori è proprio il risultato dei Baby Blacks quello che fa più rumore: perché è il peggiore di sempre, perché segue il già non esaltante quarto posto dell’edizione scorsa. Altro dato: la Scozia retrocede per la prima volta nel Trophy.
Giudicare le selezioni U20 è sempre abbastanza complicato. Si tratta di gruppi di atleti che cambiano continuamente, in maniera importante da un anno con l’altro e del tutto ogni due anni. L’avere in squadra un paio di talenti veri in un lasso di tempo così limitato può “falsare” l’analisi dell’effettivo livello medio della squadra presa in esame. Gli exploit sono un più frequenti che non tra i seniores e le montagne russe sono dietro l’angolo.

Ma proprio questi cicli molto limitati nel tempo possono diventare dei termometri importanti nei casi in cui un movimento ottiene risultati o crescite che vanno oltre il singolo biennio. Ci dicono come una federazione sta lavorando in quello specifico target, che rimane l’ultimo scalino prima di sbarcare nel rugby dei grandi. Va da sé che ottenere risultati qui non significa averne automaticamente anche dopo.
Le ultime cinque edizioni del Mondiale U20 hanno visto solo sei squadre finire nei primi 4 posti, e tra queste va tenuto conto che Australia e Irlanda hanno fatto capolino solo una volta. Il resto è solo Nuova Zelanda (due vittorie e un terzo posto), Francia (due vittorie, due terzi posti), Inghilterra (una vittoria, tre secondi posti), Sudafrica (arrivata terza ben quattro volte e una volta quarta) e Argentina (un terzo e un quarto posto).

E l’Italia? Come è andata quest’anno? Come sta andando se si allarga la visuale a un lasso temporale un po’ più ampio della singola edizione? Abbastanza bene. Per quasi un decennio abbiamo veleggiato tra ultimo posto, penultimo e retrocessione nel Trophy mentre nell’ultimo triennio abbiamo fatto un passo avanti e abbiamo ottenuto due ottavi posti e un nono. Una crescita e una conferma nel tempo della stessa quindi. Questo è quello che dicono i freddi (e oggettivi) risultati. Una crescita importante, perché interessa un settore in cui eravamo in sofferenza da tempo e che ora dà un po’ di continuità con quanto avviene nelle selezioni giovanili che precedono l’U20.
Quest’anno in Argentina abbiamo quasi battuto l’Inghilterra giocando una gara di grande intensità, ma con Irlanda e Australia abbiamo messo in mostra limiti già conosciuti. Nella fase a gironi siamo la formazione che ha fatto in assoluto meno punti e nella differenza tra punti fatti e punti subiti solo Fiji ha fatto peggio di noi. Azzurrini terz’ultimi per numero di mete fatte. Poi sono venute le vittorie con Scozia e Georgia.

C’è parecchio da fare perché, come abbiamo spesso scritto da queste parti, è proprio in quei 2-3 anni della vita dei nostri atleti che il gap con i nostri avversari diventa importante fino a trasformarsi in voragine tra i seniores. Ma le crescite stabili e durature sono fatte soprattutto di piccoli passi che vanno confermati e cementati nel tempo.
Se poi questa crescita sia o meno commisurata agli sforzi (economici, ma non solo) profusi è questione parecchio dibattuta e che sono sicuro riceverebbe le risposte più disparate.
Nuovo appuntamento iridato per gli U20 nel giugno 2020 proprio in Italia, ancora una volta tra Lombardia e Veneto. Vedremo.