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Bilanci di fine anno: il pagellino del 2019 del nostro rugby

L’anno sta per andare in soffitta, le non molte partite che vanno ancora giocate non andranno a modificare la situazione che si è delineata negli 11 mesi abbondanti che ci siamo già messi alle spalle. Ho stilato una personalissima (e quindi discutibile) pagella per il rugby italiano, prendendo in considerazione non singole persone ma le formazioni più importanti e i tornei principali. 

Nazionale: voto 4
Cinque sconfitte in 5 gare del Sei Nazioni (come i due anni precedenti: un tris che avremmo evitato volentieri), l’ampia vittoria ferragostana sulla Russia in mezzo al sandwich dei netti ko con Francia e Inghilterra. Poi un Mondiale da minimo sindacale con le affermazioni su Canada e Namibia (vado a memoria: le due formazioni arrivati al torneo iridato con il ranking peggiore) e il match con gli Springboks praticamente senza storia, a prescindere dai cartellini). La partita non disputata con gli All Blacks da un lato non può che migliorare il nostro score e fornisce all’assist alla battuta – involontariamente? – comica dell’anno (“Siamo stata la migliore delle terze, chiudendo in nona posizione”). C’è poco e nulla da discutere.

Nazionale U20: voto 6
Nel Sei Nazioni passo indietro rispetto al torneo del 2018, Mondiale di categoria in sostanziale equilibrio se paragonato a quello precedente. Non era scontato. E’ una nazionale inevitabilmente di passaggio, che soffre più di quella maggiore le storture e le difficoltà della nostra filiera. I tecnici su questo possono poco e nulla. Il vero problema, come più volte scritto da queste parti, è il passo successivo a questa selezione: il gap con le nostre avversarie diventa enorme proprio in quel punto, quando i nodi arrivano al pettine.

Nazionale femminile: voto 9
Brave, bravissime. Un risultato raggiunto alla perseveranza senza fine di coach Di Giandomenico e – soprattutto – di Maria Cristina Tonna (oltre che delle giocatrici, ovviamente), capaci di fare le nozze con i fichi secchi, di tenere in vita e far crescere un movimento ai margini degli interessi di chi lo gestisce. Tutto questo senza mai una parola fuori posto, senza una polemica e cercando di utilizzare sempre al meglio la situazione e le risorse date. Un appello a chiunque vincerà le elezioni federali del prossimo anno: quei due teneteveli stretti.

Nazionale Seven: voto boh
La selezione azzurra per cui il rapporto tra cose che vengono dette e cose che vengono fatte è inversamente proporzionale. E’ quella che ci garantisce i finanziamenti del CONI per l’attività olimpica, ma che poi tutti quei soldi vengano usati proprio per il rugby a 7 è cosa da dimostrare. Si era parlato di un’accademia specifica con atleti dedicati ormai in dirittura d’arrivo ma ovviamente tutto è finito in un cassetto, ad andare bene. Non esiste un campionato specifico, l’attività è ridotta all’osso e alle volte (spesso?) pure i club si mettono di traverso, ché vedono gli stage e i ritiri come un intralcio alla propria programmazione e un inutile rischio-infortuni. In questo panorama riuscire ad ottenere qualsiasi risultato importante è proibitivo.
Qualcuno faccia un monumento a Andy Vilk e allo staff tecnico.

Benetton Treviso: voto 8
Lo storico approdo ai play-off del Pro14 sarebbe da 9, ma il più che balbettante inizio della stagione in corso toglio un voto ai biancoverdi che in queste settimane sono alle prese con problemi (soprattutto, ma non solo) di approccio mentale. Treviso ha comunque le frecce e le spalle larghe per fare una netta inversione di marcia. Formazione che ha nella pattuglia straniera – di qualità, va detto – il suo vero punto di forza. La vera sfida è dar vita a uno “zoccolo duro” italiano altrettanto decisivo. La strada è quella giusta, ma il cammino non è certo terminato.

Zebre: voto 4,5
Una lunghissima e ininterrotta sequela di sconfitte da ottobre 2018, poi le vittorie consecutive nelle ultime due uscite danno ora una speranza ma è presto per dire che la squadra di Parma sia definitivamente uscita dal tunnel. Fondamentali in questo senso le gare da qui a inizio gennaio. Rimangono i dubbi sulla gestione della franchigia: se sul lato economico-amministrativo si fanno lenti ma non discutibili passi avanti (siamo però ancora lontanissimi da un ancorché soltanto vagamente possibile approdo “privato”) lo stesso non si può dire del lato tecnico, con l’ingaggio di davvero troppi stranieri che – cosa più grave – non lasciano traccia. Le Zebre oggi come oggi possono e devono essere soprattutto una franchigia di formazione e crescita per i giovani che hanno ambizioni azzurre, non di chi potrebbe (forse, un giorno) venire equiparato. Senza essere un fenomeno.

Calvisano: voto 7,5
La società bresciana si conferma la squadra di club del decennio tra quelle che prendono parte ai campionati nazionali. I 5 scudetti (l’ultimo nel maggio scorso) dal 2011/2012 a oggi sono lì a dimostrarlo. Società ben organizzata, ben guidata e che sfrutta al meglio le “spinte” extra-campo (inequivocabili: possiamo discutere sulla loro quantità, non sulla loro presenza o meno). Cosa quest’ultima che non viene mai sottolineata: saper approfittare di condizioni ambientali favorevoli non è affatto automatico, bisogna saperlo fare. E un “bravo” al Calvisano va dato anche in questo 2019.
Ps. Massimo Brunello relegato al Top12 è un delitto vero.

Petrarca: voto 7
Padova vuole rompere lo status quo tra federazione-franchigie. La squadra veneta presenta un piano concreto e solido per diventare “celtica”. Per know-how, strutture e garanzie economiche è la proverbiale proposta a cui è difficilissimo dire di no. Ma il nostro è un paese incredibile ed è capace di soluzioni davvero fantasiose, alle volte. Io mi prendo i popcorn e mi siedo sulla poltrona…

Top 12: voto 5
“Il Peroni Top12 rappresenta una tappa centrale della crescita dei giocatori italiani. Questo campionato aiuta a far crescere il bacino dei giovani giocatori da cui potranno attingere le franchigie di Pro14 e la Nazionale Maggiore”. Così il presidente federale Alfredo Gavazzi alla presentazione del campionato ora in corso, solo qualche settimana fa. Stesse parole dell’anno prima, e di quello prima ancora e di quello che l’ha proceduto. E così via.
L’unica cosa che è cambiata in questi anni, in maniera schizofrenica, è il numero delle squadre partecipanti, ma la ciccia è sempre quella. Purtroppo.

Coppa Italia: vabbé, questa voleva essere una battuta. Tipo la Lega delle Società. Ah ah. Che ridere. Già.

Movimento Italia: voto 5
Voto un po’ abbondante. Dobbiamo prendere gli ingredienti sopra descritti e mixarli, tenendo presente che i pesi tra quegli stessi ingredienti non sono ovviamente equivalenti. Esempio: la nazionale maggiore per importanza, attrattiva e costi vale da sola più della metà del tutto.
I risultati del campo sono quelli che conosciamo tutti, a questo aggiungiamo il limbo (voluto?) organizzativo e normativo con prassi che vengono permesse o accettate senza che siano ufficializzate con regole chiare, pubbliche, condivise e note a tutti. Tipo i permit players, come ho scritto svariate volte. Questa latitanza va comunque condivisa con i club, ai quali evidentemente va bene così. Contenti loro.

Non può piovere per sempre e le Zebre, intanto, delocalizzano. Nessun arbitro italiano nel Sei Nazioni 2020

Sabato i bianconeri affronteranno il Brive (Challenge Cup) a Calvisano per “l’impraticabilità del campo dello Stadio Lanfranchi di Parma a causa delle eccezionali precipitazioni delle ultime settimane”. Però nella città emiliana non piove ormai da parecchi giorni. Per qualcuno è una specie di un biscottone, ma se fosse una scelta dettata dalla fretta o da una gestione non ottimale del campo?
Ufficializzati i fischietti del Sei nazioni che scatta a febbraio. Indovinate un po’? Tra arbitri, assistenti e TMO non c’è nemmeno un italiano. E – purtroppo – non è più una notizia

“Sabato 7 dicembre 2019 sarà il Pata Stadium di Calvisano (BS) ad ospitare il 3° turno del girone 4 della coppa europea Challenge Cup tra le Zebre ed e francesi del CA Brive.
La decisione si è resa necessaria data l’impraticabilità del campo dello Stadio Lanfranchi di Parma a causa delle eccezionali precipitazioni delle ultime settimane abbattutasi su tutto il Nord Italia. Nonostante tutti gli sforzi messi in campo da parte dello staff di manutentori, il manto erboso dell’impianto in gestione alla Federazione Italiana Rugby non era nelle condizioni ottimali per garantire il miglior svolgimento di una partita di rugby internazionale, oltre che l’incolumità stessa degli atleti”.
Così le Zebre hanno comunicato nel pomeriggio di martedì 3 dicembre la decisione di giocare sul campo dei bresciani il match europeo contro i transalpini, e lo stesso club bianconero ricorda che Calvisano “è stato designato come campo di riserva nell’accordo di partecipazione alla competizione europea della stagione 2019/20”. La sede alternativa non è una decisione dell’ultima ora.

Che in Emilia abbia piovuto molto è indubbio, però la storia è comunque buffa, diciamo così. Mettiamo in fila un po’ di cose:
– l’ultima partita giocata su quel prato risale al 23 novembre, avversario lo Stade Francais
– nei giorni successivi ha piovuto molto, vero, ma sbirciando tra i vari siti di meteo risulta che a Parma l’ultima giornata di pioggia vera e propria è stata il 27 novembre (tra l’alto, quel giorno, nemmeno molta)
– è vero anche che aveva piovuto, e molto, pure prima della partita contro lo Stade Francais
– la partita tra Zebre e Brive è in programma il 7 dicembre, cioè praticamente 10 giorni o quasi dall’ultimo giorno di precipitazioni, a due settimane dall’ultimo match interno
– la programmazione delle altre discipline sportive non risulta modificata per quegli stessi giorni
– mi dicono che dopo il match contro lo Stade non sono stati tesi i teloni. Ok, ma 10 giorni non bastano per tornare a condizioni ottimali/dignitose?
– dice: non volevamo peggiorare le condizioni del campo. D’accordo. Mi chiedo però come facciano in Galles, Scozia o Irlanda, paesi dove piove pochissimo. Già.

Siccome in ballo ci sono le Zebre e Calvisano la reazione pavloviana di molti è stata quella di un biscottone. Io sono molto più terra-terra e trovo che più prosaicamente i casi sono due: o la decisione di giocare a Brescia è stata presa con un po’ troppa fretta oppure a Parma la gestione materiale del campo non è delle migliori. Non credo esista una terza opzione. Il tutto lascia comunque l’amaro in bocca.

GLI ARBITRI DEL SEI NAZIONI 2020
Annunciati i fischietti, gli assistenti e i TMO del torneo più importante. Guardate lo specchietto. Trovate inglesi, francesi, gallesi, scozzesi (solo uno, ma c’è), neozelandesi, sudafricani, australiani, argentini. Indovinate chi manca? Esattamente. Ancora una volta.

L’elemento mancante nella strana equazione tra lo Zatta furioso e il pubblico di Treviso

Sugli spalti per assistere alla partita con i Saints (dati ufficiali) c’erano quasi 4mila persone e se facciamo il raffronto con le gare dello stesso periodo di un anno fa tutte le partite interne dei biancoverdi contano oltre un migliaio di persone in più. E allora vuoi vedere che…

“Chi ha avuto la fortuna di esserci capisce che la sconfitta è immeritata, ma la mia amarezza è un’altra: vedere poco più di 3 mila spettatori per una partita contro la squadra in testa alla classifica di uno dei campionati più importanti al mondo è uno scandalo. E dire che di sforzi la società e il Comune ne hanno fatti, mi pare. Ma non è possibile vedere una risposta talmente inesistente del pubblico trevigiano”.
Così parlò Amerino Zatta qualche giorno fa, dopo l’amarissimo ko interno con i Saints di Nothampton in Champions Cup. Le parole sono state rilasciate in una intervista con La Tribuna di Treviso del 24 novembre, e ovviamente hanno fatto molto rumore. Nella Marca ma non solo, anche perché il presidente biancoverde ha poi ribadito che “vorrei un Benetton itinerante. E non necessariamente nel Veneto, in qualsiasi altra parte dove ci vorranno”.
Qualche giorno dopo è tornato sull’argomento, stavolta dalle pagine del Gazzettino (il 26 novembre): “L’esternazione di sabato era un atto dovuto. É giusto iniziare a riflettere sull’opportunità di scegliere altri lidi per questa squadra. Quali? Nel caso, metropolitani: Treviso è una città di 80mila abitanti. Porta allo stadio il 3%. In un ambito metropolitano da uno o due milioni di residenti lo stesso 3% si traduce in cifre di ben altra portata”.

Metto in fila: gioco contro una squadra importantissima e di grande tradizione, e oltre a perderla per il rotto della cuffia sugli spalti ci sono poche persone. Mi fermo su quest’ultimo aspetto: c’erano davvero così poche persone? Zatta parla di “poco più di tremila persone”, i dati ufficiali del sito della competizione riferiscono però di 3.845 presenze sugli spalti, che quindi sarebbe stato forse meglio definirli “quasi quattro mila”. La sostanza non cambia poi molto, ma come dobbiamo davvero leggere quel numero? Detto più chiaro: quei quattromila per il nostro movimento sono pochi, tanti o sono in linea? Zatta ha ragione quando dice che i Saints sono una delle squadre più forti d’Europa, ma questo basta a richiamare gente allo stadio?

Per uscire dal gioco di sponda delle opinioni – tutte legittime – sono andato a rivedere i dati di affluenza al Monigo dai siti ufficiali di Pro14 e coppe europee delle ultime due stagioni, limitando il raffronto al segmento stagionale settembre-novembre, così da non avere (eventualmente) dati “drogati” da condizioni climatiche troppo diverse tra loro.
Cosa esce? Che la tanto criticata partita con Northampton è la seconda più affollata, superata solo dai 4.600 accorsi per la sfida di Challenge Cup con gli Harlequins dell’anno scorso.
Tra l’altro il raffronto tra i primi due scorci della stagione 2018/2019 e quella attuale, escludendo la sfida con i Quins, è nettamente a favore per quella in corso: se un anno fa le partite celtiche con Cardfiff Blues, Kings, Leinster e Ulster avevano richiamato un minimo di 2.200 appassionati e un massimo di 2.487, quest’anno per Leinster, Kings ed Edimburgo abbiamo tre valori pressocché identici (e nettamente superiori): 3.695, 3.694 e 3.676). E ricordo che tra settembre e ottobre c’è stata pure la concorrenza dei Mondiali in Giappone. Per togliermi lo scrupolo sono anche andato a rivedermi i dati dell’ultima Champions Cup giocata dal Benetton prima di quella di quest’anno, nel 2017/2018: è vero che la sfida con il Tolone portò 5mila persone al Monigo ma l’affluenza per Scarlets (2.600) e Bath (3.300) fu inferiore alla sfida con i Saints di pochi giorni fa.

Quindi cosa dobbiamo pensare dello sfogo di Zatta? Forse il presidente si attendeva numeri più alti, può essere, ma diciamo che sul fronte pubblico la stagione a Treviso sta andando bene e decisamente meglio di un anno fa. Uno sfogo così clamoroso non si spiega. Anche il richiamo alle metropoli lascia il tempo che trova: città che possono essere così definite in Italia ce n’è pochissime e nessuna ha strutture adeguate e che rispondono ai criteri richiesti. Che Treviso possa davvero andare a giocare – esempio – a Roma o Milano in tempi brevi è fantascienza.
Quindi? Possiamo fare solo supposizioni ma la tempistica ci dice che forse – ribadisco: forse – l’entrata in scena del Petrarca come possibile nuova franchigia celtica abbia creato qualche nervosismo a Treviso. Io i miei proverbiali due cent me li gioco qui. Magari sbaglio, ma se così non fosse?

Celtici o non celtici? Il Petrarca mette sul tavolo del rugby italiano il tema “concretezza”

Ph. FOTOVALE – Dal sito ufficiale dell’Argos Petrarca Rugby

Intorno alla richiesta del club veneto di entrare nel Pro14 si sono dette parecchie cose, ma ci sono dei convitati di pietra da affrontare e prendere davvero di petto

Vogliamo dire come stanno le cose senza girarci attorno? La chiacchiera che gira da tempo è che ci sarebbe l’intenzione di spostare le Zebre da Parma a Brescia: la franchigia federale giocherebbe nel capoluogo lombardo e ovviamente nemmeno vi sto a dire quale sarebbe il luogo in cui i bianconeri si allenerebbero quotidianamente. Quando? Tra un anno, massimo due.
Sì, certo, è solo una indiscrezione ma probabilmente chi frequenta club e campi questa cosa l’ha sicuramente già sentita diverse volte. Qui e là ha fatto pure capolino su qualche media ovali, anche se non in maniera palese. Dice: perché non chiedere qualche conferma ufficiale? Perché nessuno la darebbe, i tempi non sono maturi. Chi potrebbe mettere qualche timbro anche solo ufficioso rimane in silenzio.
Anche perché, è questa è la seconda parte della chiacchiera che circola, la cosa sarebbe oggetto di trattative tra alcuni candidati alle prossime elezioni presidenziali. Un tema che è stato messo sul tavolo e su cui alcune parti starebbero cercando una quadra e che farebbe da base per patti di alleanze e/o desistenze. Rumors su trattative ancora aperte, va da sé, la situazione è molto fluida.

Su questa cosa bisogna però essere onesti e smettere di raccontarsela. Dopo diversi anni si può dire senza tema di essere smentiti che il progetto-Parma non è mai decollato, fallito, spostare le Zebre da lì non sarebbe certo uno scandalo. La cittadina emiliana, che pure vanta un ragguardevole background rugbistico ha sempre vissuto i bianconeri come un corpo esterno ed estraneo. Probabilmente il fatto di aver vinto poco (se non pochissimo) non ha mai scaldato davvero gli animi ma non basta a spiegare un atteggiamento che può essere ben riassunto da una frase che diverse persone che abitano in quella zona mi hanno più volte detto in questi anni: “A Parma se c’è il dubbio tra andare a vedere le giovanili del proprio club e una partita di Pro14 o Champions Cup quasi tutti scelgono la prima”. L’Italia (del rugby) dei campanili all’ennesima potenza.
Magari è una battuta, una forzatura, però i risultati alla fine sono quelli che sono…
Ma qui non si vuole discutere del rapporto tra Parma e le Zebre, quanto semplicemente sottolineare che – come dicevo prima – se la FIR decidesse di traslocarle non bisognerebbe poi stupirsi più di tanto. Certo: le Zebre arrivarono a Parma per l’anagrafica di un presidente, spostarle – guarda il caso – per lo stesso motivo da un’altra parte non sarebbe poi il massimo, per usare un gigantesco eufemismo. Sarebbe un conflitto di interessi? Sì, enorme, molto più di quanto avvenuto qualche anno fa. Poi possiamo raccontarcela quanto vogliamo eh. Vedremo che succederà. Però nelle ultime settimane sono successe cose, che hanno cambiato di parecchio le carte in tavola.

Come ben sapete lo scorso settembre il Petrarca ha presentato una richiesta scritta di poter prendere parte al Pro14. Un dossier completo, con tanto di solide garanzie economiche e bancarie. E’ lì, scritto tutto nero su bianco, la federazione non può non tenerne conto e un “no” stavolta andrebbe spiegato con dovizia di particolari.
Perché il club di Padova darebbe una bella boccata d’ossigeno alle casse FIR (solo dio sa quanto ne abbiano bisogno), ha strutture già pronte, campi da gioco e di allenamento già funzionanti. C’è un know-how di base notevole e una lunga storia di “produzione di giocatori”, senza dimenticare l’esistenza di una seconda squadra che potrebbe rivelarsi utilissima. Certo il tutto andrebbe migliorato e potenziato, ma di fatto il Petrarca è già pronto oggi. Davanti a una proposta del genere si possono fare spallucce o cercare di rimandare una decisione a chissà quando? No, sarebbe folle.
Folle anche perché il patron della società veneta Alessandro Banzato è uno di quei personaggi che nell’angusto mondo del rugby italico non irrompono da decenni. Giusto per non nascondersi dietro a un dito: trattasi di imprenditore ricchissimo, dalle enormi disponibilità economiche, a capo di un solido gruppo industriale (Acciaierie Venete) e presidente nazionale dell’associazione di categoria. Uno così dalle nostre parti non lo vedevamo da quando la famiglia Benetton ha deciso di prendere una palla ovale in mano. E spiace dirlo, ma Luciano Benetton, unico vero appassionato di rugby di quella dinastia, non è eterno e le primavere che si è già messo alle spalle non sono esattamente poche.
Chiudete gli occhi e cercate di pensare a un imprenditore, un’azienda o un gruppo economico che ha investito notevoli quantità di soldi nel rugby italiano (no, non parlo della nazionale, quello è un discorso diverso) in maniera costante. Bene, riaprite gli occhi: quanti sono i nomi? Uno: Luciano Benetton. Poi sarà forse la persona più antipatica del mondo (ripeto: forse) e si mette le dita del naso, ma è l’unico che ha investito letteralmente milioni di euro nel nostro amato sport. Per un sacco di anni. Siccome credo che nessuno di noi va in vacanza con lui è l’unica cosa che conta.

Banzato ha quella stessa passione (non è e non sarebbe quindi un novello Silvio Berlusconi, che travolse e abbandonò velocemente il movimento negli anni ’90), talmente forte che fino ad ora è bastata a tenere lontane le lusinghe del calcio, che lo corteggia da un po’. Fino a ora. Tutto questo per dire che come ha scritto Antonio Liviero sul Gazzettino qualche giorno fa, il nostro rugby a uno così dovrebbe stendere un tappeto rosso.
Altro personaggio simile – anche se su scala più ridotta – è Enrico Grassi, attuale proprietario del Valorugby, che da tempo ha fatto capire che un’avventura celtica certo non troverebbe una sua opposizione di principio, ma finora non ha mai fatto nessun passo ufficiale, di nero su bianco non c’è nulla. E quel club non può oggi contare sulle strutture e la tradizione del Petrarca.

Una delle maggiori critiche finora rivolte alla opzione Petrarca è quella della contiguità territoriale con il Benetton Treviso, il nostro rugby diventerebbe definitivamente Veneto-centrico. Beh, non so se ve ne siete accorti, ma praticamente lo è già. Pure da un pezzo.
Primo: è vero, le Zebre giocano in Emilia, ma il Veneto è davvero a uno sputo.
Secondo: Brescia è in Lombardia e si trova a molto meno di uno sputo dal Veneto.
Terzo: 9 squadre su 12 del nostro massimo campionato nazionale sono raccolte in un fazzoletto che comprende Veneto, est della Lombardia e nord dell’Emilia.
Insomma, esattamente di cosa staremmo parlando?
Anche a me piacerebbe vedere una franchigia di stanza a Firenze, Roma, o altrove. Il Sud sarebbe fighissimo, lo dico dal profondo del cuore. Mi piacerebbe davvero tanto. Però oggi quali sono le possibilità che davvero accada? Nulle. Sono anni che ce lo si dice e non si va oltre qualche chiacchiera esplorativa (quando va favvero molto, molto bene), nessun imprenditore si è mai davvero interessato o esposto. Strutture? Da costruire ex-novo, se non addirittura da progettare. Quindi mi ripeto: di cosa staremmo parlando? Il nostro rugby è questo. Non sto dicendo che deve piacerci per forza sta cosa, ma è così. Non si scappa: o un territorio riesce a trovare la forza di proporsi e di sostenere un progetto simile oppure deve pensarci la FIR in tutto e per tutto. Chissà con quali speranze oggettive di successo e in quali tempi. La federazione nicchia? Beh, dai, chi non lo farebbe? Un po’ di onestà intellettuale.
O si riparte da qui, dalle cose concrete, oppure possiamo continuare a raccontarci delle belle favolette su crescita, diffusione ed espansione del movimento. Discipline queste che abbiamo ampiamente praticato e che negli ultimi venti anni e che si continua a fare. Direi che finora è andata benissimo, no?

Ps. Un’alternativa a tutto questo ci sarebbe: rilanciare il nostro massimo campionato nazionale. Ma farlo sul serio per avere un torneo DAVVERO credibile, ma in quel caso dobbiamo darci tempi medio-lunghi. Ma questa è un’altra storia.

Stadi e strutture del rugby in Italia: la teoria dei quanti applicata alla palla ovale

La meccanica e la fisica quantistica si occupano dell’infinitamente piccolo e studiano un mondo all’apparenza bizzarro, che va in modo “altro” rispetto quella che è la nostra comune esperienza quotidiana. E forse non ci crederete, ma il nostro rugby sembra adattarsi bene…

Quando qualche giorno fa ho scritto e pubblicato un articolo relativo al pubblico televisivo della finale del nostro massimo campionato nazionale qualcuno ha sottolineato che dall’alto livello della palla ovale italiana sono tagliate fuori tutte le grandi città, e che quindi inevitabilmente anche la capacità mediatica e attrattiva della palla ovale ne risente. Poca attenzione uguale a poco pubblico, sugli spalti e davanti alla tivvù.
Cosa vera per quanto riguarda le squadre partecipanti ai play-off, un po’ meno per l’intero panorama del Top 12 dove comunque Firenze e Roma sono rappresentate ma dove i risultati in termini di pubblico, capacità di richiamare sponsor e interesse mediatico non è diversa da quella di altre piazze. Purtroppo.

Al di là di questo è comunque indubbio che se si riuscisse a coniugare una buona qualità tecnica del gioco in campo a delle città dai bacini numerosi ed economicamente interessanti il trend stagnante degli ultimi anni potrebbe essere quantomeno smosso, se non invertito, anche se i tempi sarebbero necessariamente medio-lunghi.
Però come dice l’antico adagio popolare chi ha il pane non ha i denti e viceversa. Così a città come – ad esempio – Genova che possono contare su una bella struttura come il Carlini non ci sono (a oggi, si intende) squadre che militano nel Top 12 si “contrappongono” metropoli come Roma che i club a quel livello li hanno ma di stadi adeguati nemmeno l’ombra.

Poi c’è il caso di Milano, che non ha né l’uno né l’altro. Anche se a dire il vero una struttura qualche anno fa era stata trovata e su questa avrebbero dovuto gravitare le Zebre (a proposito, nuovi rumors non confermati ma piuttosto sostenuti le vogliono in procinto di trasferirsi in Lombardia in tempi non lunghissimi. E non a Milano. Vedremo, non è la prima volta che voci così circolano con insistenza).
Forse non lo ricordate ma la giunta Pisapia tra il 2013 e il 2014 aveva approntato un piano per ristrutturare il Velodromo Vigorelli, ai tempi praticamente inutilizzato da tanti anni. L’idea era quella di una struttura polifunzionale in cui avrebbero trovato albergo diverse discipline, dal football americano al rugby, passando chiaramente per il ciclismo.
Qui però cascò l’asino: un comitato ciclistico presentò un ricorso al Ministero dei Beni Culturali che alla fine di una battaglia di carte bollate impose al Comune di Milano di non far partire i lavori perché l’impianto era di valore storico e questo lo rendeva praticamente intoccabile, una specie di Colosseo all’ombra della Madonnina. Quella pista non si poteva nemmeno sfiorare.

Tutto finì quasi un nulla. Dico quasi perché il Vigorelli ha comunque iniziato un lento processo di ristrutturazione ad uso e consumo soprattutto delle due ruote con qualche spazio per il football americano e (pare) nei prossimi mesi per allenamenti di calcio e minirugby.
Come direbbe il poeta il tutto è certamente meglio di un calcio nel culo, ma siamo molto lontani dalle potenzialità di una struttura che viene limitata da quella che non saprei come altro definire che ingerenza ideologica da parte di un comitato che tra il 2014 e oggi ha organizzato un numero tale di eventi che avrebbero potuto tranquillamente alternarsi anche al rugby più importante senza mai pestarsi i piedi. Ma che volete, gli stupidi sono gli inglesi che tirano giù una cattedrale come Wembley per costruire uno stadio ancora più bello e funzionale…

Momento bile passato, tranquilli, ma questo è lo stato dell’arte in Italia. A sud di Roma il processo di desertificazione è in atto da tempo, altrove le dimensioni dell’interesse mediatico si riducono rispetto a quelle che erano erano una ventina di anni fa o comunque non crescono nonostante la valanga di soldi e potenziale interesse creato dall’ingresso nel Sei Nazioni. Da altre parti ci si comporta come se si stesse discutendo di mettere mano alla Cappella Sistina (è il caso anche del Flaminio, proprio nella capitale).
E poi c’è il buffissimo caso caso di un piccolo borgo di 8mila abitanti nel mezzo della Pianura Padana il cui campo di rugby viene attrezzato per ospitare oltre 5mila persone in gran parte con interventi federali. Ripeto: ottomila abitanti, cinquemila posti allo stadio. Roba che seguendo queste proporzoni a Milano dovrebbero fare uno stadio di calcio da un milione di posti. Almeno.
Un borgo che non è particolarmente servito da grandi infrastrutture e si trova solo ad una ottantina di km da quella che oggi può essere considerata l’attrezzatissima Coverciano del rugby italiano (Parma). Ma tranquilli, non è uno spreco, e che siamo un paese bellissimo e spesso non ce lo ricordiamo.