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Eccellenza o Top 12, cambia il nome ma da anni è sempre la stessa storia

Questo fine settimana parte il nostro massimo torneo nazionale. Da anni ci viene presentato con parole praticamente sempre uguali ma risultati, interesse dei media e del pubblico rimangono bassissimi. Quest’anno si invertirà la rotta?

Perché una cosa viene ripetuta più volte e sempre con formule molto simili tra loro, quando non addirittura identiche? I motivi possono essere diversi: perché si crede fermamente in quello che si sta dicendo, perché si cerca di convincere gli altri della bontà delle proprie parole, perché forse nemmeno noi stessi siamo molto sicuri che quanto si sta dicendo sia la realtà, oppure perché in certe occasioni ufficiali le frasi di rito sono tutto sommato quelle lì e alla fine poco conta il vero senso di quelle parole.
Le presentazione del campionato d’Eccellenza – pardon: Top 12 – sono un cocktail di tutti questi elementi. Ognuno di noi sente un sapore predominante, un accento magari diverso, ma stringi stringi è quella roba lì: campionato importantissimo, centrale nella formazione dei nostri giocatori, bla bla bla bla.

Non voglio mancare di rispetto a nessuno, sia esso dirigente, tecnico e men che meno ai giocatori, ma la storiella ci viene riproposta pari pari ogni anno senza che in realtà nulla cambi davvero (tranne il numero delle squadre partecipanti, che invece…). L’interesse mediatico è quasi inesistente al di fuori dello zoccolo duro e il pubblico medio sfiora le mille persone a gara. Da anni.
I risultati che arrivano dal campo per il nostro movimento li conosciamo tutti e sfido chiunque a sostenere che a oggi le cose siano nel complesso così diverse – non voglio dire migliori o peggiori, semplicemente diverse – rispetto a 3 o 4 anni fa. Forse a maggio/giugno potremmo raccontarci finalmente una storia un po’ diversa, io me lo auguro, ma questo è un qualcosa che oggi non si può sostenere perché si tratta di una speranza e gli indicatori oggettivi, ovvero i risultati di cui sopra, ci dicono altro.
Di seguito le dichiarazioni del presidente federale Alfredo Gavazzi in occasione della presentazione ufficiale del nostro massimo campionato nazionale dal 2013 a oggi. Come scriveva la Settimana Enigmistica: trovate le differenze.

18 settembre 2013: “Come tutti sapete sono un uomo di club e conosco perfettamente le dinamiche e le esigenze di questo campionato che reputo importantissimo per la crescita del movimento. La competizione di quest’anno sarà ancora più avvincente ed equilibrata grazie all’allargamento a 12 squadre. Reputo il campionato d’Eccellenza una risorsa strategica importantissima per il rugby italiano perché permette ai nostri giovani di completare la loro formazione garantendo così anche un brillante futuro alla nazionale maggiore”.

1 ottobre 2014: “Il Campionato Italiano d’Eccellenza rappresenta un momento fondamentale nel percorso di formazione dei giovani atleti italiani, che costituiscono una percentuale sensibile delle dieci rose al via e che, attraverso il massimo campionato, hanno l’opportunità di proseguire nel proprio sviluppo verso i livelli di gioco successivi o di consolidare la propria crescita. L’Eccellenza è un torneo in crescita, al quale confidiamo di poter garantire una copertura televisiva a partire dalla terza giornata di questa stagione. E’ un campionato giovane che stimola la crescita del nostro vivaio in preparazione alla più importante competizione del Pro12″

6 ottobre 2015: “Il campionato è sempre più interessante e importante, completamento di una filiera di formazione che parte dai Centri di Formazione e Accademie. Dall’anno scorso il parco pretendenti al titolo si è allargato, significa che il rugby italiano sta crescendo. L’Eccellenza è e rimane centrale nei piani di Fir, l’ultima tappa di un percorso formativo che parte dai Centri di Formazione e passa per le Accademie”.

28 settembre 2016: “L’Eccellenza rappresenta la storia della nostra Federazione ed è al tempo stesso centrale nello sviluppo del nostro futuro. Nel progetto tecnico della Federazione il campionato riveste un ruolo centrale, costituisce l’ultimo passo del processo formativo che Fir ha posto in atto a partire dai Centri di Formazione U16″

13 settembre 2017: “L’Eccellenza è l’ultimo stadio della formazione dei giocatori italiani. Quest’anno noto con piacere che sono sempre più le squadre che punteranno ai primi 4 posti. Sarà l’ultima Eccellenza a 10 squadre perché dal prossimo anno le squadre che parteciperanno al massimo campionato saranno 12, scelta voluta per dare un equilibrio maggiore e maggiore competizione nel torneo”.

11 settembre 2018: “La direzione intrapresa dal TOP 12 dal punto di vista sportivo  rappresenta per noi un cambiamento strategico. L’ampliamento del Campionato a dodici squadre e la contestuale modifica della denominazione sono fattori volti a dare una precisa identità a una competizione che vuole e deve mantenere un ruolo centrale nelle progettualità federali, costituendo l’ultima, importantissima fase del progetto di formazione della FIR”.

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Da qui al Mondiale, via a una lunghissima stagione ovale. Calda soprattutto per l’Italia

Saranno mesi importanti, forse determinanti per il nostro movimento: per la nazionale maggiore, per quella delle ragazze, per l’U20, per le formazioni celtiche e per il nostro campionato. Si aspettano risposte, interventi e (almeno) un po’ di risultati dal campo. A partire da Italia-Georgia

Metto subito le mani avanti, giusto per chiarire i termini della questione: negli ultimi 20 giorni (più o meno) di rugby ho letto poco e non ho visto nulla. Ero in ferie, con un fuso orario di parecchie ore. Non so nemmeno se DAZN ha un sistema di geolocalizzazione che blocca la visione quando sei all’estero, ché a dirla tutto non ci ho nemmeno provato. Ma ero in vacanza, eccheccazzo (si può dire, vero?). Le partite del Rugby Championship, le amichevoli celtiche e la prima giornata del Pro14 sono per me solo una serie di risultati, nulla di più. Premessa terminata.

La stagione 2018/2019 sarà molto importante. Intanto sarà lunghissima e si chiuderà di fatto con un epilogo che si chiama Mondiale, e scusate se è poco. Sarà però soprattutto un’annata decisiva per il nostro movimento: la nazionale a novembre sarà impegnata in quattro test-match di livello: l’Irlanda a Chicago e poi – sul suolo italiano – Georgia, Australia e Nuova Zelanda. Quella con gli All Blacks è di sicuro la più mediatica ma a dispetto del ranking mondiale quella più importante è senza dubbio quella con la Georgia. Importante e rischiosa. Sono anni che i risultati mediocri della nostra nazionale – quando non palesemente negativi – alimentano il fuoco delle polemiche sulla nostra presenza nel Sei Nazioni, con la federazione di Tbilisi che le cavalca per ritagliarsi un qualche spazio su quel palcoscenico. Ora le due formazioni si troveranno di fronte per una sfida che come dicevo per noi è molto rischiosa: in caso di vittoria avremmo semplicemente fatto il nostro dovere, una sconfitta sarebbe invece un vero disastro.

Il XV azzurri arriva poi da tre anni che definire complicati è un complimento: dopo la RWC in terra inglese la nostra nazionale ha giocato 29 partite, ne ha vinte solo 5 e perse ben 24. L’ultima nostra affermazione nel Sei Nazioni risale al 2015… Urge una inversione di rotta. Sullo sfondo c’è pure la questione del rinnovo contrattuale dello staff tecnico, cosa che mi auguro non sia messa in discussione.
E mentre anche la compagine femminile sta cercando di rimettersi in carreggiata dopo almeno un paio di stagioni al di sotto delle attese è la nazionale U20 che negli ultimi mesi ha portato sorrisi e speranze: ci si augura che le cose possano rinsaldarsi per proseguire sul cammino intrapreso nell’ultimo biennio per dimostrare che i risultati ottenuti in quel lasso di tempo siano un qualcosa di strutturale e non legate a una più o meno fortuita nascita e/o concentrazione di talenti. Staremo a vedere, ma la parola “conferme” dalle nostre parti è quella che più ha latitato nelle ultime due decadi. Speriamo.

C’è il Pro14: Treviso e Zebre hanno iniziato con il piede giusto la stagione battendo rispettivamente Newport Dragons e Southern Kings, ma non va dimenticato che sono state le due formazioni che nell’ultima annata hanno raccolto (di gran lunga) meno punti: 20 per i gallesi e addirittura solo 11 per i sudafricani. Le stesse Zebre, terz’ultime, hanno raccolto 36 punti vincendo 7 gare, ovvero più del doppio di quelle vinte dalle altre due messe assieme.
Si dice che chi ben comincia è a metà dell’opera, speriamo sia così: Treviso ha le carte in regola per fare un salto di qualità, la formazione di Parma deve proseguire un cammino inevitabilmente accidentato ma che sembra essere quello giusto. Però di promesse e speranze abbiamo fatto il pieno in questi anni, servono risultati e perciò ne riparliamo a maggio.

Infine c’è l’Eccellenza, pardon, Top12. Qui il “boh” è di quelli davvero grossi: il nostro massimo campionato nazionale è la cartina al tornasole di quello che non ha funzionato a livello strutturale dell’inizio dell’avventura celtica. Un torneo depauperato e lasciato a languire in un limbo che non è di aiuto a nessuno. Da quest’anno si torna a 12 formazioni, la Lega dei Club è ancora una discussione filosofica e l’interesse economico-mediatico è quello che è, ad essere buoni. I piani alti della FIR continuano a definire il nostro domestic come la “palestra” in cui si formano i nostri giocatori. Pure i nostri arbitri e i nostri dirigenti, aggiungo io. Forse è il caso di farsi qualche domanda e di darsi qualche risposta. E magari pure di intervenire. Discorso che vale per tutte le parti in causa, non solo per la federazione.
Buon rugby a tutti.

L’Aquila, il giorno dell’addio: una lettera (d’amore) aperta per “La Rugby”

L’Aquila Rugby Club ha messo la parola “fine” sulla sua saracinesca.
Come si fa a parlare, occuparsi, scrivere di una cosa del genere? Perché per chi ama il rugby L’Aquila non è un posto come un altro e quindi non puoi non parlarne, non occupartene, non scriverne. Però il rischio di scadere nell’ovvio, nel banale, nel trito e ritrito, nel “lutto d’ufficio” (passatemi la brutta espressione) è un rischio enorme. Basta davvero un attimo.
E la colpa – sempre che di colpa si possa parlare – non sta nel fatto che uno abbia o meno il cuore di pietra e/o sia insensibile. No. Il fatto è che uno per quanto possa essere un appassionato ovale, per quanto si abbia avuto la fortuna o meno di conoscere quella città e i suoi abitanti, non potrà mai vivere questi difficilissimi momenti come qualcuno che aquilano lo è per davvero, per nascita o vissuto quotidiano.
Ho quindi chiesto a Christian Marchetti – collega, romano d’adozione ma aquilano doc (e che ringrazio infinitamente) – di scrivere una lettera aperta per Il Grillotalpa. Eccola.

Non è facile commentare la sparizione dell’Aquila Rugby Club, custode sul piano formale della Grande L’Aquila dei cinque scudetti, di una tradizione lunga 82 anni e di un simbolo dentro e fuori dal campo per il capoluogo abruzzese. Non lo è per un aquilano né per chi aquilano non è e tra gli anni ’80 e i primi ’90 del secolo scorso ha spesso assistito, magari con un pizzico d’invidia, a qualcosa di inimmaginabile nel rugby italiano.
Storicamente, i rugbisti aquilani sono sempre stati visti come componenti di una sorta di “enclave maori”. Gente di granito e con lo sguardo “paragulo” (citando Pasolini) in grado di sovvertire qualsiasi pronostico, spinto sugli spalti da un pubblico sempre numeroso e caldissimo. “Benvenuti al Tommaso Fattori”, scrissero su un mitico striscione che fece capolino il 22 aprile 1994 sugli spalti del Plebiscito di Padova. L’occasione era la finale scudetto contro la corazzata Milan della polisportiva di Berlusconi. La partita, quella del prima e dopo. Quella che consegnò il quinto scudetto ai neroverdi nonostante Caione e compagni fossero già dati per spacciati. Era la truppa di Massimo Mascioletti, un gruppo tecnicamente imperfetto al cospetto di una schiacciasassi ma in grado di vincere gettando il cuore ben oltre il proverbiale ostacolo.

Ieri, per motivare la mancata iscrizione in campionato, L’Aquila Rugby Club ha parlato di ben altri ostacoli. Ha parlato di soldi che mai e poi mai erano stati da ostacolo, appunto, a una passione immensa.
Provate a chiedere a Viadana, che anche ai tempi d’oro e con L’Aquila in picchiata, ha sempre tentennato ai piedi del Gran Sasso. Provate a chiedere ai team veneti, che in Abruzzo hanno sempre trovato sfide durissime. Talvolta impossibili. Provate a chiedere a chi ha sempre ammirato quelle mischie rocciose plasmate a pane e frittata e a trequarti imprevedibili. In tutti i sensi. Come definire, altrimenti, il Serafino Ghizzoni scudettato in quella finale del ’94 a quarant’anni?
E vogliamo parlare, ancora, di cosa sia “La Rugby” (viene chiamata così da una vita) per L’Aquila? Della straordinaria accoglienza che la città ha sempre tributato alla Nazionale? Della festa “fac simile” del Sei Nazioni messa in piedi in occasione di quel match delle Zebre sul prato del Fattori? Tra le tante missioni impossibili, La Rugby è riuscita persino a unire in maniera impensabile due mondi agli antipodi come la pallovale e il calcio. Prendete gli ultrà dell’Atalanta, che nel 2009 raccolsero fondi per la squadra per poi spuntare sugli spalti del Fattori. Semplicemente a fare il tifo. Bergamo-L’Aquila: 635 km…

Dicono “Vabbè, ma il rugby non è mica scomparso dalla città”. Certo, oggi c’è l’Unione Rugby L’Aquila, una “franchigia” che raccoglie diverse anime ovali. Ci sarà comunque una squadra aquilana in Serie A, ma quanto accaduto ieri è il funerale a una società che non meritava di morire.
Chi ha voluto tale morte? Sembrerà assurdo, ma neanche oggi avrebbe senso stilare un elenco dei presunti colpevoli. La Rugby, semplicemente, non c’è più, nonostante qualcuno parli soltanto di un cambio pelle.
La Rugby, semplicemente, è L’Aquila. Una città di 70.000 abitanti che vedeva in quella squadra non soltanto beniamini sportivi da sostenere. Vedeva la rivincita, un modo per dire all’Italia intera, sportiva e non: “Ci siamo anche noi”. E tutto questo prima dell’arrivo dei riflettori in occasione degli eventi drammatici che ben conosciamo. Tutto questo quando era conosciuta dai più per il freddo, dai tanti che hanno avuto l’onore di visitarla prima del 2009 come una perla con il Gran Sasso a farle da felice scenografia.
Qualcosa d’importante è morto. Per tutti. Anche se oggi siamo di memoria corta e ben più aridi di qualche anno fa. Ma senza punti di riferimento, senza quella memoria, c’è poco di cui essere orgogliosi. Orgoglio, già, passione, coraggio, spirito di rivincita. Non per vantarsi, non per giocare a fare i primi della classe, ma per seguire, semplicemente, la propria stessa, insostituibile natura. Per definire il rugbista vero non serve altro.

Christian Marchetti

Consiglio federale a Bologna: la speranza corre tra la via Emilia e il West?

Sul tavolo della riunione del 2 agosto diversi temi, uno dei quali attende una soluzione dal 2010. Anche se la risposta è bella che pronta proprio da quell’anno…

Il Gazzettino andato in edicola lunedì proponeva una intervista ad Alberto Marusso, presidente del San Donà e portavoce di quella che dovrebbe diventare la Lega dei Club. Uso il condizionale perché il 12 dicembre del 2017 le società avevano annunciato che entro “sei mesi, forti dell’esperienza che si auspica positiva, avverrà la nascita di una vera e propria Lega delle società d’Eccellenza del rugby italiano“: siamo al primo di agosto e ancora all’orizzonte non si vede nulla e lo stesso Marusso nell’intervista di due giorni fa dice che “stiamo valutando lo statuto. Alla riunione dopo le ferie discuteremo sul punto decisivo: darci identità giuridica e partita Iva. Tutti inoltre hanno già dato la disponibilità economica di metterci qualcosa. Prima facciamo il passo e prima cominciamo”. Con calma ragazzi, con grande calma, mi raccomando…

Nell’intervista si parla anche di permit player, questione che è in una fase di autogestione… Ecco lo stralcio (in neretto le domande del giornalista):

Altro tema i permit player con le franchigie di Pro 14. «Per quelli “a salire” i club sui propri tesserati trovano singoli accordi con Treviso o Zebre. Due le tipologie: i giocatori che si allenano in franchigia fino al mercoledì, poi se non utilizzati tornano per il campionato; quelli chiamati al bisogno nelle finestre internazionali. Fatto 100 il costo stagionale dell’atleta, franchigia e club si accordano sulla rispettiva percentuale di compenso da corrispondere». Nessuna regolamentazione centrale, quindi, ma permit “fai da te”. E per quelli “a scendere”, cioè i tesserati in Pro 14 di Treviso e Zebre da usare in Top 12? «Ancora nulla di fatto. Nel Munster quando uno non gioca in Pro 14 scende automaticamente nel club e lo fa in campionato. Da noi no, purtroppo c’è la barriera culturale del doppio tesseramento da abbattere. Noi abbiamo proposto di creare una lista stagionale di giocatori autorizzati a scendere dal Pro 14. Dare ai club di Top 12 la possibilità di chiederne due e di poterne mettere a referto uno a partita durante tutto il torneo, tranne le fasi finali. Ora la decisione spetta al consiglio federale

Nulla da aggiungere. Il Consiglio Federale si riunisce a Bologna tra poche ore, nel pomeriggio del 2 agosto: riusciranno i nostri eroi a partorire un qualche regolamento sulla questione mettendo finalmente una pezza a una tematica che necessita di una soluzione da quasi 10 anni e le cui riposte oggi sul tavolo sono esattamente le stesse che qualcuno suggeriva fin dall’inizio dell’avventura celtica?
Attendiamo e vediamo.