Nazionali U20, minutaggi e step di crescita: se a dire che c’è un problema è il ct…

Il responsabile tecnico degli azzurrini Fabio Roselli in una intervista dice quello che qui (e altrove) viene sostenuto da anni, ma noi si passa da portatori di sventure. Sarà un gufo pure lui?

Per molti sono uno di quelli che il bicchiere del rugby italiano lo vede sempre mezzo vuoto, che non tiene mai presente quanto di buono viene fatto. Insomma, un gufo. Già. Sarà così.
E allora ho pensato di pubblicare alcune dichiarazioni rilasciate dal ct della nazionale U20 Fabio Roselli in una intervista pubblicata ieri (lunedì 27 maggio) dal Gazzettino.
Sono tesi che sostengo da anni e che ho scritto più volte qui e quando stavo a OnRugby. Se non sono nuove significa che nessuno è mai intervenuto fino ad oggi e che quindi il problema c’è, visto che lo dice anche il responsabile tecnico della nostra seconda nazionale più importante. Insomma, non sono un visionario. Almeno parrebbe.
Siccome per alcuni sono un gufo vi propongo una scommessa: tra un anno saremo ancora qua a discutere/parlare di questa cosa, perché nessuno ci avrà messo mano. Spero di perderla, ma non sarà così.
Ecco lo stralcio con le frasi di Roselli:

“(uno degli obiettivi in questa categoria, ndr) Allargare il numero di giocatori, oltre quelli a dell’Accademia. L’anno scorso abbiamo coinvolto circa 70 giocatori, monitorandoli costantemente nei club. Quest’anno sono un po’ meno. Il tutto per arrivare ai 28 convocati perla World Cup, più 2-3 in stand by, se capiteranno infortuni».
Che risultati avete ottenuto? «Buoni nella sensibilizzazione degli staff dei club. Ancora bassi nei minutaggio di gioco, perché le società hanno comprensibilmente i loro obiettivi. Negli under 20 in Top 12 l’ideale per la crescita sarebbe un media di circa 800′ in campo prima del Sei Nazioni e oltre 1000′ stagionali. Solo 4-5 giocatori li raggiungono». Ciò contribuisce in Nazionale a fare la differenza con Inghilterra, Francia, Irlanda e le altre. «Sì perché dall’altra parte ti trovi ventenni con 800′-1300′ in Top 14, Premiership e Pro 14, che tra l’altro sono campionati di livello superiore al nostro».

Il circolino dei 77mila: il rugby ormai sa parlare solo a se stesso?

Tanti sono stati i telespettatori della finale del Top 12. Come valutare quel numero? La pancia dice immediatamente una cosa mentre la testa… Ma ormai siamo impelagati in una battaglia di retroguardia che non può vedere vincitori, solo sconfitti. A meno di non invertire la rotta

Settantasette. Un bel numero. E poi ve lo ricordate Mike Bongiorno che in televisione ripeteva ogni volta possibile “77, le gambe delle donne!”? Oppure il punk del ’77, quello dei Sex Pistols, un po’ più accessibile di quello di qualche anno prima degli Stooges di Iggy Pop. Per molti il numero 77 ricorda gli anni di piombo. A me invece quel numero porta soprattutto alla mente i miei amatissimi CCCP-Fedeli alla Linea, con quel verso di “Emilia Paranoica” che dice “chiedi a 77 se non sai come si fa”. Vabbé.
77(mila) è anche il numero di spettatori che hanno visto in televisione la finale del massimo campionato nazionale tra Calvisano e Rovigo, vinta dai bresciani. Come valutare quella cifra? Il primo impulso sarebbe di dire che proprio tantissimi non sono, anzi, però se si tiene presente che il Top 12 è un torneo che conta su pochissima – se non nulla – pubblicità, conosciuto praticamente solo da chi ha già una qualche confidenza con la palla ovale, beh allora quei 77mila non sono proprio da buttare via. Per carità, non c’è nemmeno da stappare bottiglie di champagne, ma neanche da strapparsi i capelli. Va da sé che se facciamo il paragone con certi finali del passato…

Però c’è da ragionarci un po’. Perché da questo numero, assieme al mezzo milione di persone circa che vede in tivvù i match del Sei Nazioni, dice parecchio del rallentamento del nostro movimento rugbistico. Stavolta non parliamo del lato tecnico o dei risultati del campo, ma di uno degli inevitabili effetti che discendono da quei due aspetti: la capacità del rugby di “parlare” con chi segue poco questa disciplina.
E’ vero: è uno sport complesso, non immediato e bla bla bla. La nazionale non vince quasi mai, i nostri club sono riusciti ad alzare la testa solo questa stagione (anche se sarebbe più onesto e corretto parlare di una singola squadra, sperando che si confermi in futuro): in questa situazione nel corso degli anni è stato quasi obbligatorio puntare la comunicazione sui “valori” e sul terzo tempo, ma anche qui il gioco sta mostrando la corda da parecchio.

Il fatto è che ormai il rugby italiano parla solo a se stesso, ha perso qualsiasi capacità espansiva verso i mondi esterni. Fermiamoci a pensare un attimo e facciamoci una semplice domanda: perché qualcuno dovrebbe appassionarsi al rugby e nello specifico al rugby giocato in Italia a qualsiasi livello? Se uno non capisce nulla di questa disciplina e incrocia per caso in televisione una partita degli All Blacks, dell’Inghilterra, del Galles o dell’Irlanda le possibilità che si fermi a guardarla sono quantomeno buone, perché sono squadre che praticano spesso un gioco spettacolare, capace di attirare anche un profano. Quantomeno incuriosirlo. Chiunque si rende immediatamente conto della qualità sportiva che ha di fronte. E’ come vedere una partita di NBA.
Il nostro rugby non è così, ahimè, e le poche eccezioni sono appunto tali: eccezioni. Quindi finiamo per accontentarci di quel 77mila. Ma è una battaglia di retroguardia persa in partenza, a meno che non si voglia raccontarsela sempre e soltanto tra di noi.

Un applauso a Treviso, irlandesi col fiato corto e un problema chiamato Top 12: il Tinello di Vittorio Munari

Con Vittorio Munari ripercorriamo i risultati delle ultime settimane, partendo dalla squadra veneta, passando per le Zebre, i Saracens e molte altre cose che riguardano l’Italia…
Palla a Vittorio!

O’Shea, la FIR e i permit players: un altro giro di parole e basta?

C’è un nuovo capitolo nella questione permit players. No, non fatevi film strani, nulla di definitivo o che dia finalmente una normativa chiara e condivisa all’ascensore tra franchigie e club di Top 12, ma una dichiarazione di Conor O’Shea che sembra farlo presagire. Ripetiamolo ad alta voce: SEMBRA. Il ct della nazionale azzurra l’ha rilasciata nel corso di una intervista davvero chilometrica a OnRugby e ve la propongo qui:

Facciamo un veloce recap? Il 18 marzo 2017, subito dopo il 29 a 0 subito dalla Scozia nell’ultima giornata di quel Sei Nazioni, Conor O’Shea dice che “sono un positivo, vedo sempre il bicchiere mezzo pieno. Ma non sono uno stupido, non sto qui a prendere tempo. Ho fiducia in questo gruppo, resto convito che possiamo diventare un’ottima squadra. Ma gli investimenti devono essere fatti nell’interesse esclusivo della Nazionale. E’ l’Italia l’unica cosa che conta. Le decisioni che dovremo prendere faranno male a qualcuno, ma Irlanda, Galles, Scozia hanno fatto scelte difficili per il rugby di club, investito sulle franchigie. E’ facile fare questi cambiamenti, a patto di volerlo. Sarà difficile? Sì, ma è fattibile e deve essere fatto. Qualcuno dovrà mettere il proprio ego da parte nell’interesse della maglia azzurra”.
Il 14 novembre dello stesso anno questo blog pubblica un articolo dove il ct chiede apertamente un ascensore tra le due squadre celtiche e le formazioni del massimo campionato nazionale, un sistema che vada in entrambi i sensi e non solo dal basso verso l’alto in maniera saltuaria. Ovviamente non succede nulla.

A fine gennaio del 2018 il colpo (involontariamente) comico: chi si lamenta del fatto che i giocatori di Treviso e Zebre che giocano poco in Pro14 non possano mettere un po’ di minuti nelle gambe in quella che allora si chiamava Eccellenza? Ma il presidente della FIR Alfredo Galeazzi, ovvero l’uomo che può decidere e rendere operativa una cosa simile. Parla come se fosse capitato lì per caso. Fantastico.
Maggio 2018, la proposta di O’Shea riceve il sostegno pubblico di Stephen Aboud, ovvero il responsabile della formazioni di tecnici e giocatori per l’Alto Livello della FIR. E indovinate un po’? Continua a non succedere nulla.
Beh, quasi nulla. Perché il Benetton Treviso proprio tra la fine della stagione del 2018 e l’inizio di quella in corso decide che è ora di basta e si muove in autonomia: fa contratti con alcune società venete secondo i quali alcuni giocatori si allenano con i biancoverdi al Monigo e in caso di mancato utilizzo possono rientrare nelle loro società per giocare in Top 12. Una situazione che conoscono tutti, compresi i muri di ogni club house italiana ma in FIR si fa finta di nulla. Per carità, meglio così che mettere paletti stupidi, ma che modo è di gestire uno dei passaggi più delicati e importanti della nostra già non estremamente produttiva filiera?

Una situazione talmente “normale” che due mesi fa è stato il Benetton Treviso ad annunciare l’infortunio che chiudeva anzitempo la stagione di Michele Lamaro, un giocatore che sulla era “solo” un permit player proveniente dal Petrarca. Ma di fatto già allora Lamaro era un atleta Benetton.
Ora le nuove parole di Conor O’Shea, che al momento sono solo quello: parole. Purtroppo per lui, s’intende. Perché il Consiglio Federale FIR non ha ancora deliberato nulla anche se i contratti si fanno in queste settimane e non a fine luglio. Ammesso e non concesso che poi a fine luglio qualcosa si muoverà davvero. Perché nel rugby italiano anche San Tommaso avrebbe perso la sua proverbiale pazienza.

Dal Galles all’Italia: il Sei Nazioni servito a freddo nel Tinello di Vittorio Munari

Le protagoniste del torneo appena concluso analizzate da un Vittorio Munari davvero senza peli sulla lingua. Con particolare attenzione al caso-Italia…
Palla a Vittorio!
NB:il file audio si interrompe al termine di una domanda. Non è un taglio brutale o una censura, è che domani c’è la seconda parte del Tinello su un argomento specifico non trattato oggi