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Mettere in archivio la Georgia, prendere di petto l’Australia. E poi All Blacks e ct azzurri: il Tinello di Vittorio Munari

Si parte da Italia-Georgia, si passa alla sfida con l’Australia, ci si ferma per un po’ su Inghilterra-All Blacks e su Irlanda-Nuova Zelanda per poi chiudere sul futuro di Conor O’Shea… Palla a Vittorio!

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Italia-Georgia: obiettivo raggiunto, anche se dovevamo farlo parecchio meglio

Pensieri sparsi sulla partita di Firenze. E sugli altri test-match, guardando con invidia la Scozia…

Nel tinello di Vittorio Munari arrivano l’Italia, la Georgia, le due Irlande e… Marco Barbini

A pochi giorni dal test-match di Firenze che mette di fronte Italia e Georgia con Vittorio Munari si chiacchiera di azzurri ma non solo: a Londra – sempre sabato – c’è una attesissima Inghilterra-All Blacks.
Palla a Vittorio!

Verso i test-match: Georgia, l’ostacolo che non si può proprio saltare male

Un match di cui si parla da mesi, che potrebbe avere strascichi importanti e potenzialmente dannosissimi se le cose non dovessero andare per il meglio per i nostri colori. E che in caso di vittoria, invece, non porta quasi nulla. Il 10 novembre a Firenze si gioca la partita più importante di tutto il nostro 2018 (almeno). E la più “stronza”.

La Georgia si trova nell’area caucasica dell’Asia. Confina a nord con la Russia, a sud con Turchia, Armenia e Azerbaigian. Con quest’ultimo condivide anche i suoi confini più orientali. A ovest è bagnata dal Mar Nero. La capitale è Tbilisi mentre gli abitanti sono poco meno di 4 milioni.
Un qualsiasi libro delle elementari che si avventurasse in una qualche descrizione della repubblica ex sovietica che diede i natali a Stalin direbbe più o meno queste cose. Ma a noi frega abbastanza poco di dove si trova, delle sue città e delle sue montagne, perché il nostro interesse per la Georgia è esclusivamente rugbistico e – più precisamente – per la sfida che ci metterà davanti ai Lelos (questo il soprannome della nazionale in maglia biancorossa. Deriva dal lelo, una disciplina sportiva caratteristica di quelle parti che assomiglia al rugby ma dove ci si mena molto di più. E con la parola lelo i georgiani indicano la meta) il 10 di novembre.

La faccenda la conosciamo tutti a menadito: noi siamo nel Sei Nazioni dal 2000 ma i risultati latitano (è un eufemismo eh. Anzi: non vinciamo una partita nel torneo dal 2015, quindi è un gigantesco eufemismo), la Georgia – e pure la Romania, ma con minore convinzione, vigore e continuità – bussa invece alle porte del massimo e più antico (e prestigioso, e ricco) torneo continentale nella speranza di entrarvi in qualche maniera. Che sia un allargamento o una sorta di sfida da dentro-fuori con l’ultima classificata dell’anno precedente a Tbilisi non è che facciano grande differenza, l’importante è avere una chance.
Su questa cosa soffiano spesso anche i media europei, soprattutto inglesi, e da un punto di vista brutalmente sportivo non è che ci sia da dar loro poi così grande torto. Ma il Sei Nazioni è un torneo privato e quindi le cose non si muovono. Non ancora, per nostra fortuna.

L’Italia negli anni ’90 riusci a sfondare quella porta con merito, a forza di risultati sportivi. Risultati che – va detto – la Georgia non può vantare. Ma come sottolineavo su questo blog ormai diversi mesi fa bisognerebbe essere altrettanti onesti e dire che ai Lelos non sono state nemmeno date le opportunità che noi abbiamo avuto ai tempi di Giovanelli e Dominguez.
Ora World Rugby ha deciso di dare qualche chance in più alle nazionali del Tier 2 e quindi la Georgia giocherà questo novembre contro l’Italia e due volte la prossima estate contro la Scozia, come match di preparazione alla RWC 2019 (dove è inserita nella Pool D con Australia, Galles, Fiji e Uruguay): tre sfide importanti in 8-9 mesi, prima per mettere assieme tre match del genere i georgiani dovevano aspettare anni.

Italia-Georgia del prossimo 10 novembre in quel di Firenze diventa una partita molto importante, più per quello a cui può dare vita fuori dal campo che non per quello che può succedere sul rettangolo verde. Che oggi forse la nostra arma più forte contro le rimostranze georgiane verso il Sei Nazioni è che “ventimila inglesi non andranno mai in febbraio a Tbilisi ma a Roma ci vengono di corsa”. E sinceramente mi sembra una difesa un po’ deboluccia.
Qualche giorno fa l’ho definita una “partita stronza”, ho usato le stesse parole in un mio recente incontro con Sergio Parisse: il fatto è che penso che l’Italia sia più forte e più esperta, quindi se batte la Georgia fa “solo” il suo. Se la perde invece è un disastro mediatico (e non solo). Per come si sono messe le cose oltretutto non è che possiamo poi permetterci di vincerla con fatica sta benedetta gara… Una vittoria netta, chiara, indiscutibile forse non è la nostra unica opzione (quel “forse” è da sottolineare con la penna rossa) ma è di sicuro è quello che serve. Per tacere tutto.
Noi, per facilitarci le cose, abbiamo anche inserito un test fuori dalla finestra internazionale contro l’Irlanda. E’ solo 7 giorni prima, ma tranquilli, si gioca in posto comodo: Chicago…

Mentre scrivo questo articolo il ct neozelandese dei Lelos, Milton Haig, non ha ancora diramato i nomi dei convocati. Tanti arriveranno dall’estero, soprattutto dalla Francia, molti faranno parte di quei Locomotive Tbilisi sconfitti un paio di settimane fa dal Calvisano nella Continental Shield.
Intanto nello staff tecnico nelle ultime settimane è stato inserito un certo Graham Rowntree, che si occuperà degli avanti fino alla fine del 2019, ovvero fino al termine del Mondiale nipponico.
Di seguito le ultime convocazioni fatte da Haig, quelle per il tour estivo dello scorso giugno (a questo link trovate anche dettagli e statistiche di questi nomi)

Novembre scatta la foto di un’Italia che ha cuore, ma impotente e con poche idee

ph. Fotosportit/FIR

Tre partite, una vittoria, una sola meta marcata, tanta volontà e la capacità di non andare quasi mai in ansia, ma anche poche opzioni e alternative. E una sterilità offensiva davvero preoccupante. Un momento per nulla facile del nostro rugby, l’ennesimo, ma forse ancora più difficile di altri

Che non ha la forza, la possibilità o i mezzi necessari al compimento di una data azione o funzione. Questa la definizione che la Treccani dà della parola “impotente”, perfetta fotografia dell’Italia vista sabato a Padova. Nulla da dire sulla voglia di ben fare messa in campo dagli azzurri, sulla grinta, sul cuore: la prova – se mai ce ne fosse bisogno – è in quel quarto d’ora passato in maniera continuativa nel secondo tempo dentro o appena fuori la linea dei 22 metri springboks a prendere a capocciate i sudafricani nel tentativo di piegarne la difesa e fare punti, ma senza ottenere nulla.
La partita era già chiusa, il sigillo lo aveva messo Kitshoff ad inizio ripresa con una meta che fermava il risultato sul 28 a 6, ma l’Italia non ha mai smesso di provarci. Il fatto è che quel quarto d’ora di azione insistita e inefficace è la fotografia dei nostri pregi e dei nostri limiti, evidenti gli uni e gli altri. Cuore? Sì. Grinta? A valanga, Voglia? Quanta ne volete. Ma anche incapacità di variare il piano tattico, pochi uomini in grado di vincere l’uno contro uno, la lentezza nei breakdown, una sterilità offensiva che è davvero allarmante.

Noi siamo questa cosa, piaccia o non piaccia, da tanti anni ormai. Qua e là troviamo delle pezze, otteniamo dei risultati che sono una panacea ma non servono a curare i mali di cui soffriamo, sono un oppiaceo buono per aiutarci a tirare avanti e a farci credere che davvero abbiamo svoltato, almeno per un po’. Però la realtà – prima o poi – si ripresenta nella sua crudezza.
Se segni una sola meta in tre gare non è che puoi sperare di ottenere un granché
: puoi vincerne una e non di molto, puoi limitare i danni in un’altra e non puoi fare nulla o quasi nella terza. Abbiamo giocato contro tre squadre che ci sono avanti nel ranking? Vero. Però ci sono dei però. Tipo che se viaggi intorno alla 13a-15a posizione di quella classifica e vuoi/devi giocare con le più forti non sono poi tante le formazioni che ti stanno dietro. Poi abbiamo affrontato Fiji che è squadra dalle grande individualità ma che si era ritrovata dopo mesi solo 4 giorni prima della partita: niente stage o raduni per i pacifici, niente preparazione monitorata, i giocatori che vengono utilizzati tanto/tantissimo nel campionato inglese o francese senza che lo staff tecnico della nazionale possa metter becco. Li abbiamo battuti, certo, ma non dominati. Le Fiji viste all’opera una settimana dopo erano già un’altra cosa.
L’Argentina è squadra forte, molto forte, ma indubitabilmente con parecchi problemi e protagonista della sua peggior stagione in termini di risultati da parecchi anni in qua. Il Sudafrica? Ha fatto il suo, non ha entusiasmato, non ha fatto certo stropicciare gli occhi, ci ha preso le misure e poi colpito facendo punti ogni volta che si avvicinava alla nostra area di meta. Un Sudafrica così così nel complesso e che ci ha battuto nettamente.

Qualche giorno fa ho scritto che “l’Italia è in quella fase in cui per vincere una partita del genere tutto deve andare alla perfezione e contemporaneamente dall’altra parte tante cose non devono funzionare a dovere”. Se qualcuno avesse dubbi basta buttare un occhio sul nostro score di un intero anno in cui abbiamo battuto proprio gli springboks a Firenze (nella loro versione peggiore da tanti anni in qua), in cui abbiamo messo in difficoltà l’Inghilterra grazie a uno stratagemma tanto intelligente quanto non ripetibile come la cosiddetta “fox”prendendo alla fine comunque 36 punti, in cui abbiamo perso di poco contro un’Australia che non ci ha affrontato certo con la bava alla bocca (intendiamoci: errore loro), in cui ci siamo fatti beffare da Fiji. In mezzo tanti ko pesanti e incolori.
Possiamo decidere di vedere il bicchiere sempre mezzo pieno, ma non lo è. E non lo è da tanto. Troppo. Il trend dell’ultima annata è purtroppo ampiamente negativo, le vittorie sono spesso exploit isolati e ogni passo avanti sembra se ne si faccia poi due indietro. Oh, lo ripeto, succede almeno dal Mondiale 2007, non da oggi. Il fatto è che siamo tifosi e appassionati, vogliamo bene ai nostri colori e quindi concediamo alibi, giustificazioni e “perché” che ad altri non concederemmo. E’ umano, ma non ci aiuta.

Penso che Conor O’Shea sia un bravo tecnico, la persona giusta per il nostro movimento, gli si sta (finalmente!) permettendo di costruire una struttura che se darà o meno risultati lo scopriremo con il senno del poi ma di sicuro è di buon senso. Sarebbe bello che le idee che sostiene trovassero concretezza, come quell’ascensore tra Eccellenza e franchigie che per qualche misterioso motivo rimane sempre in un cassetto. Detto questo non possiamo accontentarci delle parole del ct nel post partita: “Sono sicuro che rispetto al gruppo di un anno fa abbiamo fatto dei grandi passi in avanti, ma dobbiamo ricordarci che continuiamo a giocare ad alto livello contro grandi squadre. In questo momento la parola chiave deve essere resilienza davanti alla sconfitta. Con questo gruppo stiamo percorrendo un viaggio incredibile e vogliamo fare la differenza in futuro con una profondità di squadra sempre maggiore”.

Spero vivamente che il ct abbia ragione, sono il suo primo tifoso, però sono anni che sentiamo frasi consolatorie di questo genere e ne abbiamo fatto il pieno. Ci si racconta che la nostra è una squadra molto giovane (ma anche no: gli unici veramente giovani sono Licata e Minozzi, gli altri viaggiano dai 23/24 anni in su, la media delle formazioni schierate è attorno ai 27/28 anni), che la concorrenza interna sia aumentata ma alla fine in un mese abbiamo visto praticamente sempre la stessa formazione, che il fit è migliorato e lo è davvero, ma perché è tornato ai livelli di tre anni fa.
Bisognerebbe farsi domande serie sul reale livello tecnico complessivo del Pro14 e sui costi connessi alla nostra partecipazione: è sicuro che oggi il torneo celtico non ha alternative per noi, contro l’Eccellenza attuale ha gioco facile, ma a un’alternativa seria da iniziare a preparare nemmeno ci si pensa. E avere un domestic di livello più alto farebbe comunque comodo a tutto il movimento, sia che il Pro14 sia un’opzione o meno.

Abbiamo una montagna di problemi, una strada lunghissima da percorrere e il rischio che O’Shea diventi il parafulmine su cui scaricarli è alto: si sta esponendo, se i risultati non arrivano il conto verrà presentato soltanto a lui. E non se lo merita. tanto per dire: il presidente federale Gavazzi già dopo il Sei Nazioni aveva parlato di un torneo che lo aveva “lasciato perplesso”.
L’irlandese deve essere messo nelle condizioni di lavorare al meglio: sempre dopo il Sei Nazioni aveva detto che sarebbero state prese decisioni che “avrebbero dato fastidio a qualcuno”, quali siano però non si sa. Ad ogni nodo, per quanto possa magari sembrare paradossale in un momento certo non entusiasmante io gli rinnoverei il contratto già oggi.
Il mese di novembre ha sottolineato quante siano le problematiche che dobbiamo affrontare con armi che non sono al momento sufficienti e il Sei Nazioni è dietro l’angolo e partirà con l’Italia che sarà ancora una volta – l’ennesima – il vaso di coccio in mezzo ad anfore più robuste. Tempo non ce n’è molto e invece ne avremmo bisogno davvero tanto.