Categoria: In avanti popolo!

IN AVANTI POPOLO! – Sentieri celtici, palestre che non lo sono e (troppe) parole in circolo

I momenti e i percorsi che stanno prendendo Benetton Treviso e Zebre, i tanti (troppi?) stranieri arrivati alle Zebre, i giocatori dell’U20 che trovano poco spazio, un massimo campionato nazionale che nonostante i proclami continua a non essere una palestra “vera” per atleti, allenatori, arbitri e dirigenti. E poi le dichiarazioni del presidente federale Gavazzi sul futuro di Conor O’Shea e del suo staff e l’annuncio di Marzio Innocenti sulla sua candidatura alla corsa presidenziale 2020….

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Italia-Georgia: obiettivo raggiunto, anche se dovevamo farlo parecchio meglio

Pensieri sparsi sulla partita di Firenze. E sugli altri test-match, guardando con invidia la Scozia…

Treviso, Zebre, un po’ di azzurro e quel passo in più che ora dovrebbe fare Pronti al Cambiamento

Dove si parla delle partite delle nostre due formazioni celtiche in Challenge Cup, della terza coppa europea, del ritiro della nazionale azzurra in vista dei test-match. E dove si parla anche delle accuse di “magheggio” (questa la parola usata nella loro newsletter) contabile rivolte alla FIR da Pronti al Cambiamento, che però a questo punto dovrebbe fare un passo in più, altrimenti…

Di valori e giornalismi, di All Blacks ed equilibri (forse) al ribasso

Parlare del caso Sami Panico senza parlare troppo di Sami Panico è possibile? Forse, qui almeno ci si prova. E poi quelli che non aspettano altro che attaccare il rugby e i rugbisti che stanno sempre con il ditino alzato a dare lezioni di morale al mondo. Quindi il Rugby Championship e lo stato delle cose nel Pro14 e nel nostro massimo campionato nazionale

DELLA VICENDA DI SAMI PANICO PARLA ANCHE R1823. CLICCATE QUI

Pichot gioca la carta della Nations League e spariglia il futuro del rugby. Italia compresa

Il vicepresidente di World Rugby propone un torneo che andrebbe a sostituire i test-match. Una competizione che ha pro e contro e che cambierebbe la faccia di Ovalia. L’Inghilterra si dice “perplessa” ma se i conti economici tornassero…

Se dovessimo cercare una parola-guida per definire (molto velocemente) la strada intrapresa dal rugby negli ultimi anni quella più adatta potrebbe essere attractive. La palla ovale deve essere sempre più attraente, sexy, in grado di aumentare il suo bacino di giocatori, tifosi, appassionati e sponsor. Soprattutto questi ultimi. Qualcuno storcerà il naso, ma è il professionismo bellezza.
Negli ultimi anni Vittorio Munari con il suo Tinello ha più volte messo sul tavolo una domanda semplice e brutale: dove sta andando il rugby? Qualcuno sta davvero governando Ovalia oppure World Rugby si trova a cercare di tenere una qualche posizione su una corrente che però non ha deciso?
Domande semplici ma dalle risposte complicate.

Tra i più attivi a cercare di imprimere una rotta ragionata – che non vuol dire necessariamente quella giusta – c’è il vicepresidente di World Rugby, l’argentino Augustin Pichot. Tutto di lui si può dire tranne che se ne stia a scaldare la poltrona che occupa. Tra i principali sostenitori di un restringimento delle maglie dell’eleggibilità dei giocatori per poter giocare in nazionali diverse dai paesi natii, ha più volte sottolineato e sostenuto la necessità di un calendario internazionale che tenesse in conto anche la salute dei giocatori.
Solo qualche settimana fa non si è nascosto dietro a un dito e ha detto apertamente che il rugby internazionale così come è oggi non è più sostenibile, né tecnicamente né finanziariamente.
Alla riunione di World Rugby che si è tenuta a Sydney ha proposto l’introduzione di una Nations League al posto degli attuali e tradizionali test-match. Ecco come la descrive la Gazzetta dello Sport, il media che ha dato più dettagli:
Una World League ovale da giocare a novembre, a partire dal 2020, con le 12 migliori squadre del mondo — sei dell’Emisfero Nord, sei dell’Emisfero Sud — divise in quattro poule da tre. Un calendario che cancellerebbe i test match di giugno e quelli d’autunno — una tradizione secolare del rugby — e che introdurrebbe un format nuovo, simile a quello del volley o del calcio, una specie di «mondialino» da giocare una volta a Nord e una volta a Sud, ogni anno. Si pensa a un sistema di promozioni e retrocessioni — l’Italia, sul piano puramente ipotetico, in questo momento non sarebbe qualificata essendo 14esima nel ranking —. Si giocherebbe su cinque date, le prime tre dedicate alle sfide di poule (potrebbero essere disputate in quattro diverse nazioni), le altre due per semifinali e finali. Il format attrarrebbe nuovi sponsor e ridurrebbe da 6/7 a 5 il numero di partite internazionali a cui sono sottoposti i giocatori, senza toccare i totem stagionali: il Sei Nazioni per l’Europa, il Rugby Championship per l’Emisfero Sud, la Coppa del Mondo e la tournée dei Lions britannici ogni quattro anni.

Meno partite nel complesso e una (probabilissima) maggiore attenzione mediatica: un colpo al cerchio degli interessi finanziari e uno alla botte della salute degli atleti. Una novità che il vulcanico Pichot vorrebbe introdurre dall’autunno 2020. Una proposta che fa molto rumore e che incontra – al momento – la risposta decisamente fredda di una delle federazioni più importanti, quella inglese. Un portavoce della RFU, dopo aver sottolineato che quella di Pichot è una proposta a di cui a Londra e dintorni nessuno sapeva nulla, ha detto “siamo perplessi”.
Non c’è da stupirsi: gli interessi economici al di là della Manica sono enormi e quelli della nazionale non coincidono con quelli dei club, pur essendo tra loro strettamente legati. Senza dimenticare che una riforma del calendario internazionale è già stata stabilita ed entrerà in vigore proprio dopo il Mondiale del 2019, con uno slittamento delle gare estive e un numero più elevato di match tra squadre del Tier 1 e Tier 2.
Cosa succederà? Difficile dirlo. Pichot ha gettato il sasso nello stagno, ha posto un problema oggettivo e una sua possibile soluzione, che ovviamente non fa felici tutti e che al momento viene guardata con un mix di incertezza e sospetto. La data del 2020 pare eccessivamente vicina, ma non si può escludere davvero nulla, soprattutto se riuscirà a dimostrare la convenienza economica della cosa.

E l’Italia? La Gazzetta riporta un virgolettato attribuito al presidente della FIR Alfredo Gavazzi: “L’Emisfero Sud vuole cambiare la stagione globale al di là dell’accordo dell’anno scorso, il Nord non lo vuole e alla fine la maggioranza ce l’ha il Nord. Al Sei Nazioni si è già detto che non siamo in grado di affrontare una riforma del genere”. Un no quindi, e non poteva essere altrimenti vista la nostra situazione tecnico/finanziaria. Il calendario così come è strutturato oggi (e come è previsto a partire dal dopo RWC 2019) garantisce una rendita certa al nostro movimento, la riforma Pichot è oggi per noi un mezzo salto nel buio. Ma il nostro peso non è tale da poter essere determinanti né in un senso e neppure nell’altro, a meno di non ritrovarsi in una situazione di stallo tale da poter diventare l’ago della bilancia. Nostro malgrado.