
Anni di sconfitte ci hanno spinto ad aggrapparci a qualunque appiglio pur di sperare in un futuro migliore, ma finora non è servito a granché. Domani però potrebbe essere diverso. O forse no.
Ci sono le cose oggettive come i risultati e i numeri. Ci sono poi le nostre legittime aspirazioni, i desideri, le preferenze. La dinamica delle relazioni che abbiamo con i primi, ovvero i freddi dati numerici, è fortemente influenzata dalle seconde, più sfuggenti e che cambiano anche in maniera radicale a seconda del singolo soggetto.
Ci sono poi altri fattori che influenzano questo rapporto: ad esempio, se si parla di sport, il fatto di vincere poco o tanto. Non solo, la frequenza delle vittorie (o delle sconfitte) va messa in relazione anche con il livello di attesa che si ha verso quegli stessi risultati. Va da sé che vincere poco o nulla per diversi anni non può non portare ad un approccio troppo – come dire – emozionale, ci porta a valutare e a dare peso ad aspetti e dettagli che potrebbero dare risultati concreti magari un punto discretamente lontano nel futuro. Forse. Potrebbero, condizionale d’obbligo. Sono cioè opinioni in quel momento, solo opinioni alle quali ci si aggrappa nella speranza di un futuro migliore. Legittime, ma tutte da concretizzare.
Chi gestisce un movimento ha l’onore e l’onere di scegliere, decidere ed organizzare quegli aspetti e dettagli dal risultato futuribile. L’unico modo per poi giudicarli in maniera distaccata è legarli in un secondo momento a un risultato concreto sul medio-lungo periodo, quello del campo, che prima o poi arriva. Sempre.
Quest’anno Benetton Treviso e Zebre sono partite bene e noi da bravi tifosi e appassionati ci siamo subito fatti travolgere da un’ondata di ottimismo che nel giro di qualche mese inizia però a mostrare un po’ la corda. Passi avanti ci sono stati, indubbiamente: c’è un piglio che nel complesso è diverso, ci sono classifiche relative ad alcuni aspetti specifici del gioco che vedono le nostre squadre svettare, cosa inusuale in effetti. Tutto vero e tutto concreto, ma l’intensità di quell’ondata di ottimismo è stata molto probabilmente eccessiva, anche rispetto ai risultati finora ottenuti.
Gli stessi test-match della nazionale hanno lasciato un po’ di amaro in bocca, perché ci si aspettava qualcosa di più e di meglio, soprattutto in virtù di quell’ottimismo. Magari non nei risultati, ma nelle prestazioni sì. Perché se in tre gare marchi solo una meta, vuol dire che di problemi ne hai parecchi, per rimanere solo a uno dei dati più evidenti.
Il ct Conor O’Shea prima delle tre gare azzurre ha detto – testuale – che vede finalmente una luce in fondo al tunnel. In pochi (nessuno?) hanno sottolineato un passaggio che doveva essere consequenziale per logica a quella dichiarazione: ovvero che un tunnel quindi esisteva ed esiste tuttora. Cosa che in realtà un po’ tutti noi abbiamo nascosto dietro al paravento di qualche exploit isolato, scoglio a cui aggrapparsi in mezzo al mare agitato delle tante, troppe sconfitte. Provate a pensarci un po’: negli ultimi 15 anni quando siamo riusciti a darci un minimo di continuità nei risultati? La mia risposta è il Sei Nazioni 2013. Ma è davvero troppo poco.
Al cuor non si comanda, si dice. Per fortuna o purtroppo. L’importante è far sì che il cuore non ci faccia sragionare, altrimenti non e se ne uscirà mai.




