Ci sono una texana, due sudafricane e una tedesca. Il futuro del Pro12 come una barzelletta?

Il miliardario Hans Peter Wild

Il torneo celtico pensa da tempo a un allargamento e dopo le varie sirene nordamericane (si era parlato anche di Canada) e le indiscrezioni su Cheetahs e Southern Kings l’ultimo rumors riguarda la nazionale tedesca, ma solo dopo il 2020

Prima l’attenzione era tutta rivolta agli Stati Uniti, costa est. Città come Boston, Philadelphia, New York che negli ultimi anni sono state sempre più coinvolte nel rugby europeo e che possono garantire una immigrazione “celtica” – leggi: irlandese, gallese e scozzese, nonché italiana – su cui poter lavorare. Il board del Pro12 guardava a quelle latitudini per i suoi mai smentiti progetti di allargamento. Poi la east coast è sparita dal tavolo, dove è arrivato il dossier su Houston, Texas, non prima però di alcuni rumors che davano qualche chance anche a Toronto. La città che fa da sede alla NASA sembrava avere quella con le carte più in regola da un punto di vista strutturale-societario anche se chi governa il Pro12 qualche dubbio sull’interesse del pubblico non lo ha mai nascosto. In più c’è la grana trasferte, con voli da oltre una decine di ore partendo da Londra. Alla fine anche l’opzione a stelle e strisce sembra essere tornata in frigorifero, e sicuramente pesa anche la promessa di battaglia in ogni tribunale possibile annunciata da Doug Schoninger, l’imprenditore che ha dato vita al Pro Rugby USA, il campionato del quale si è giocato una sola edizione e che ha in mano a suo dire un contratto di esclusiva con la federazione statunitense e – tramite quest’ultima – con World Rugby per la formazione di una squadra professionistica di rugby a 15 per quel paese.

Ecco quindi che nelle ultime due settimane salta fuori il Sudafrica, o meglio, i Cheetahs e i Southern Kings. Secondo la BBC ci sarebbe già un invito formale per le due franchigie che stanno per essere tagliate dal Super Rugby, cosa quest’ultima non ufficiale ma che viene data per sicura. Il Sudafrica è lontano? Sì, ma il fuso orario è quello europeo ed è un paese rugbistico, cosa che faciliterebbe non poco l’aspetto business a partire dai diritti televisivi.
Però fermi, aspettate un attimo: secondo i media inglesi il board celtico ha iniziato discussioni preliminari anche con la federazione tedesca, cosa confermata al sito irlandese the42.ie da Klaus Blank, presidente della Deutschen Rugby-Verbandes. Qui ad essere interessato non sarebbe un club ma la nazionale germanica e si andrebbe a dopo il 2020, più in là rispetto all’allargamento che interesserebbe Sudafrica (o USA) e che partirebbe dalla stagione 2018/2019. Il progetto tedesco avrebbe l’appoggio del miliardario Hans Peter Wild, proprietario di una compagnia che vende heath drinks in tutto il mondo talmente appassionato di rugby che è l’uomo che tutti indicano come prossimo proprietario dello Stade Francais…
Ricordo che il contratto che lega il Pro12 alla FIR scade proprio nel 2020.

Nel titolo parlo di barzelletta ma non volevo essere sarcastico (non più di tanto, almeno), era più un “aggancio” per le diverse provenienze geografiche dei protagonisti che potrebbero essere coinvolti in questo allargamento di cui potremmo sapere già molto di più entro la fine del mese.
In realtà siamo di fronte a un torneo che sta cercando disperatamente un modo di crescere sotto l’aspetto del giro di affari più che in quello meramente sportivo. Destinazioni come USA e Sudafrica vanno in questa direzione, l’opzione tedesca è la più debole oggi ma sul lungo periodo potrebbe anche rivelarsi interessante. D’altronde (molto) interessanti lo eravamo pure noi, ma in sette anni di esperienza celtica quella che era l’iniziale promessa italiana non è mai stata mantenuta, sotto un po’ tutti gli aspetti. Almeno finora.

Lo sguardo lontano e poco italiano di Conor O’Shea: può diventare il suo tallone d’Achille?

Il ct azzurro parla spesso – a ragione – di cambiamenti non più derogabili in chiave futura ma necessita di qualche risultato anche nel breve e brevissimo termine. O la nostra (mancanza di?) cultura rischia di schiacciarlo

Conor O’Shea, 31 maggio 2017: “Abbiamo apportato e stiamo apportando i cambiamenti di cui il rugby italiano ha bisogno, consapevoli che non tutto possa essere cambiato dall’oggi al domani. Ma abbiamo imboccato la giusta via e nelle settimane che ci aspettano voglio concretizzare le opportunità che ci si pareranno di fronte. Al 6 Nazioni in quattro delle cinque partite non sempre ci siamo riusciti”.

Sempre Conor O’Shea, 5 giugno 2017: “Stiamo apportando i cambiamenti necessari per il futuro, come il recente inserimento di Pete Atkinson come responsabile della performance della FIR, che adesso è in tour con noi, sta incontrando e conoscendo tutti per la prima volta e sarà fondamentale per il futuro. Il nostro obiettivo non è vincere il Mondiale, ma cambiare il rugby italiano per gli anni a venire. La Scozia – ha detto O’Shea – ha dimostrato che cambiando in modo efficace i miglioramenti possono avvenire velocemente. Per questo fine settimana l’obiettivo, rispetto alla sconfitta di Edimburgo nel Torneo, è di mettere maggiormente sotto pressione la Scozia e finalizzare le opportunità per segnare che riusciremo a creare, invece di sprecarle tutte come avvenuto a marzo”.

Sabato a Singapore inizia la campagna di giugno della nostra nazionale contro la Scozia, poi ci sarà la trasferta nelle Fiji e infine il test con l’Australia. Il ct azzurro ripete come un mantra il tema del cambiamento sin da quando è arrivato e – intendiamoci – ha tutte le ragioni del mondo. Le due dichiarazioni che ho riportato non sono diverse da molte altre degli scorsi mesi, che hanno come panorama un futuro non vicinissimo. Non potrebbe essere altrimenti, visto lo stato quasi catatonico in cui si trovava (trova) il nostro movimento nel momento della sua investitura, poco più di un anno fa.

I cambiamenti di cui necessitiamo hanno bisogno di tempo, di aggiustamenti in corsa, di continue revisioni, nessuno ha la bacchetta magica. Continuo a pensare che in giro non ci siano poi molte figure migliori di quella dell’irlandese per affrontare questo compito ma ho qualche dubbio su questo suo continuo rimarcare un lavoro che avrà una sua naturale conclusione nel medio-lungo periodo. Ho dei dubbi per colpa esclusivamente nostra: non siamo anglosassoni, non abbiamo quella cultura del lavoro e/o del risultato. Dei piccoli passi ci stanchiamo presto e indicare un obiettivo lontano per la mentalità media italica equivale a metterlo in una posizione tale da non raggiungerlo mai. Noi italiani vogliamo tutto e subito, senza fare troppa fatica. 

Il problema non è l’indicare un traguardo lontano, ma la mancanza di risultati nel breve e brevissimo periodo. Lo è stata la vittoria con il Sudafrica, subito però messa in media con il brutto ko con Tonga. Il Sei Nazioni è stato probabilmente peggiore nel suo complesso rispetto a quello già negativo del 2016, i tre test-match di questo giugno si annunciano parecchio difficili: vincerne uno sarebbe vitale ma la possibilità di perderli tutti non è affatto ipotesi così lontana.
Il punto è che uno come O’Shea è un mezzo alieno per la nostra mentalità e tradizione, in assenza di un qualche risultato dal campo la nostra opinione pubblica, la stampa meno attenta alle cose ovali e – a cascata – anche le stesse persone che lo hanno scelto e portato in Italia quanto ci metteranno a trasformarlo da salvatore della patria a capro espiatorio?

Dall’U20 al Seven senza dimenticare Lions, Top 14 e le ragazze: tiriamo le fila di un lungo week-end

Per gli azzurrini ko netto contro i Baby Blacks ma anche la conquista di un importantissimo punto di bonus offensivo. Le ragazze del Valsugana conquistano lo scudetto per la terza volta consecutiva mentre in Russia ottimo 4° posto della nazionale seven. I Lions stentano ma vincono contro i New Zealand Barbarians, a Parigi il Clermont batte Tolone e conquista il titolo di campione di Francia

Come (forse) sapete ho staccato la spina per qualche giorno, ma di cose ovali ne sono successe un po’ nel fine settimana. Eccole, in ordine sparso.

NAZIONALE U20
Dopo la sofferta ma bella vittoria sull’Irlanda gli azzurrini hanno affrontato la Nuova Zelanda al Mondiale di categoria che si sta svolgendo in Georgia. Gara ovviamente fuori dalla nostra portata ma in cui i ragazzi di Troncon e Orlandi si sono comportati comunque bene, offrendo una prova gagliarda anche se non sempre affrontata con la giusta fredezza mentale (ma è facile dirlo se ti trovi dietro a una tastiera, un po’ meno farlo sul campo…). A Kutaisi è finita 68 a 26 per i Baby Blacks, tanto a poco insomma, ma l’Italia ha conquistato un punto di bonus offensivo importantissimo e che dà grande morale in vista della partita di giovedì (ore 11 del mattino) contro la Scozia, match in cui i nostri ragazzi si giocheranno il secondo posto nel girone: vado a memoria e potrei sbagliarmi ma credo sarebbe un risultato storico, finora mai raggiunto in questa manifestazione.
La Scozia ha battuto l’Irlanda 32-28, con un gap quindi appena superiore a quello che ha assicurato l’affermazione all’Italia ma è riuscita a contenere un po’ di più i neozelandesi nella partita inaugurale, persa dal XV del cardo 42-20. All’ultimo Sei Nazioni di categoria la Scozia ci ha battuto 38-17 però l’Italia vista finora in Georgia ha dimostrato di avere cuore e determinazione, con un pizzico di ordine e fortuna superare la Scozia non è una missione impossibile.

BRITISH & IRISH LIONS
La serie vera e propria con gli All Blacks inizierà solo il 24 giugno ma la selezione formata da giocatori di Inghilterra, Galles, Irlanda e Scozia ha già “assaggiato” i campi della terra dei Maori: all’Okara Park di Whangarei i Lions hanno superato i New Zealand Barbarians 13 a 7 al termine di una gara davvero tosta in cui i padroni di casa hanno messo a dura prova le ancora inevitabilmente labili alchimie di una squadra che per quanto fortissima nei singoli ha bisogno di tempo per conoscersi. Sotto di 4 punti alla fine del primo tempo (7-3) i Lions ribaltano nel secondo tempo il risultato con la meta di Watson trasformata da Farrell e a un piazzato di Laidlaw.
Squadra che ha bisogno di giocare per crescere e che ha subito l’occasione per farlo: il 7 giugno appuntamento all’Eden Park di Auckland contro i Blues.

SERIE A FEMMINILE
Valsugana ancora campione d’Italia. Nella finale di Calvisano le venete hanno battuto Colorno con un 32 a 0 che non lascia spazio a molte discussioni. Per le biancocelesti, che in regular season erano state battute ben due volte dalle emiliane, è il terzo scudetto consecutivo: cinque le mete marcate, due – quella in apertura e quella in chiusura – portano il nome di Valentina Ruzza, sorella del nazionale azzurro Federico.

NAZIONALE MASCHILE SEVEN
Buone notizie da Mosca, dove si è giocata la prima tappa delle Men’s Sevens Grand Prix Series organizzate da Rugby Europe. Per gli azzurri allenati da Vilk nella giornata di sabato due vittorie contro Spagna (14-0) e Polonia (31-10) e una sconfitta contro la Russia (27 a 0). Un tabellino di marcia che ha spalancato le porte dei quarti all’Italia, che domenica ha affrontato la Francia, superandola 28-19. In semifinale troviamo di nuovo la Spagna che però stavolta ci supera nettamente: 26 a 0. Azzurri che poi perdono la finale per il terzo posto contro i padroni di casa, che si impongono 31 a 12.
Italia che chiude con un ottimo quarto posto: chissà dove potremmo arrivare con un vero e proprio torneo nazionale di rugby a 7…

TOP 14
Quante finali ha pero il Clermont in questi anni? Tante, tantissime (e non raccontatelo a me che sono pure simpatizzante juventino…), l’ultima è stata quella di Champions Cup lo scorso 13 maggio contro i Saracens. Ieri sera allo Stade de France però i giallo blu hanno domato il Tolone alla fine di una partita tirata e molto bella, una battaglia finita 22 a 16 e che ha consegnato il titolo di campione di Francia proprio al Clermont che conquista così il suo secondo “scudetto” dopo quello del 2010. Una meta per parte – Raka e Tuisova – entrambe nel primo tempo e poi il 100% sui calci da fermo per i vincitori.
Tolone che si inchina al termine di una partita intensissima ma che arriva comunque seconda al termine di una stagione strana e tormentata.

Di sconfitte personali, mancanze di rispetto e stupidità: una lettera aperta

Lo scorso lunedì ho pubblicato un articolo sul rapporto tra vertice e base del nostro movimento. A un certo punto ho scritto questa frase:

Colpa anche nostra, intendiamoci, di chi bene o male parla comunque di rugby tutti i giorni o quasi, e vi assicuro che non è per nulla semplice farlo. Intendo occuparsi di rugby in Italia.

I motivi per cui occuparsi di rugby in Italia è complicato sono diversi ma ve li riassumo in un esempio molto pratico: provate a scrivere di una disciplina dove tutto è fermo o quasi, dove non si vince praticamente mai, dove i problemi e le magagne del 2017 sono sostanzialmente quelle del 2005. Dove ci si perde dei meandri del proprio ombelico ma guai a guardare al di là del proprio naso. E fatelo tutti i giorni. Insomma, ci siamo capiti.
E questa immobilità – di cui tutti sono almeno in parte responsabili, sottoscritto incluso – è un problema soprattutto per chi agisce sul web: i quotidiani nazionali hanno smesso di interessarsi alla palla ovale se non quando c’è in ballo la nazionale. Oppure parlano solo dei soliti giocatori, prima due (Castro e Parisse) ora solo di uno (Parisse). In tutte le loro forme, anche quelle meno sportive, ma sono gli unici atleti riconoscibili anche da chi non segue il rugby quindi gli altri di fatto non esistono o quasi. Su un quotidiano nazionale, anche tra quelli sportivi, troverete più facilmente Parisse che parla del suo matrimonio o Castro di celiachia che non Massimo Brunello che racconta le difficoltà dell’allenare una squadra di vertice come il Calvisano che pure negli ultimi anni ha vinto una valanga di scudetti.
I giornali locali sono legati al territorio e se questo è ad alta passione rugbistica allora quella disciplina trova spesso spazio, altrimenti meno di zero.

Poi ci siamo noi operatori del web, non voglio fare l’elenco perché tanto ci conoscete tutti e non vorrei dimenticarmi di qualcuno. Noi siamo gli unici – lo ripeto: GLI UNICI – a parlare sempre e comunque di questo sport, tutto l’anno. Non lo fa nessun altro.
Il 10/20% di chi scrive di rugby sul web lo fa per lavoro vero e proprio, ovvero vive di quella cosa lì e credetemi non viene pagato molto, anzi. Il restante 80% lo fa sostanzialmente per passione, magari si mette in tasca qualcosa ma non ci può certo pagare le bollette. Però lo fa lo stesso: passione, appunto, anche se poi i pezzi grossi della FIR – e non solo loro – ti guardano sempre un po’ così perché “sei uno dei blog” (chissà poi cosa diavolo vorrà dire) come se la merda girasse solo in Rete mentre sui quotidiani…
E stiamo parlando di gente che in alcuni casi si fa stampare gli articoli perché non è in grado di trovare un qualunque sito o di usare un computer. Potete non crederci ma è davvero così, nel 2017. E no, il fatto di non essere più degli under 50 non è una scusa.
Certo le cose sono migliorate negli ultimi anni (e di questo voglio ringraziare pubblicamente chi dall’interno della FIR conosce le nostre difficoltà, le nostre esigenze e cerca di venirci incontro. Se mi stai leggendo – come credo – sai che sto parlando di te) ma ancora non basta.

Ma occuparsi di rugby in Italia è difficile anche per colpa di quelli che dovrebbero essere i primi a beneficiare dell’attenzione che siti e blog come questo cercano di dare alla palla ovale, ovvero voi lettori. Non tutti, va da sé, ma appassionati e tifosi diventano a volte i primi “nemici”. Perché se scrivi bene della federazione sei un venduto, se ne parli male si foraggiato dai Benetton. L’ipotesi che uno possa essere d’accordo con una parte o con l’altra a seconda di uno specifico argomento non è contemplata. O di qua o di là, come gli ultras.
Un clima di guerra religiosa costante che francamente ha frantumato i coglioni, almeno a me. Ma questo è ancora l’aspetto più tollerabile della questione (anche se a ben vedere essere considerati dei prezzolati a prescindere proprio bello non è): nessuno vi sta dicendo che dovete astenervi dalla critica, quello che si chiede è “solo” di rispettare il lavoro altrui, di chi vi mette a disposizione uno spazio di cui abusate grazie al suo tempo e ai suoi sforzi. Che possono dare risultati buoni, meno buoni o pessimi, ma che vanno comunque rispettati. Rispetto, cazzo.

E invece uno si trova ad assistere a degli show come quelli degli ultimi giorni. Io qui devo scusarmi con chi mi ha contattato privatamente: non vi ho risposto perché non volevo dare una risposta di pancia, ma alla fine anche quella più meditata non è molto diversa. Purtroppo.
Io lo so che la gestione dei commenti è uno dei grandi problemi del web, nessuno ha la soluzione corretta che va bene per tutte le situazioni, però quello che so è che ormai da diverso tempo mi sto chiedendo: perché? Perché continuare a fare quello che sto facendo, perché continuare a rubare tempo a figli e famiglia? Poco o tanto che sia.
Perché forse non vi siete accorti che i vostri insulti da bambini dell’asilo che vogliono avere l’ultima parola su tutto abbassano anche la qualità del lavoro di chi mette in piedi un qualsiasi sito web. E trovo tutto questo dannatamente irrispettoso. Però capisco che insultare è più semplice che argomentare.
Ma forse sono stupido io. Forse vi ho sopravvalutati e mi sono sopravvalutato. Potrei togliere i commenti, soluzione semplice, ma è una cosa che comunque vivrei come una sconfitta. Allora forse è meglio chiedersi se vale la pena continuare e poi darsi una risposta.

Per qualche giorno questo sito non pubblicherà nulla perché il sottoscritto è al mare, una “pausa” che avevo già previsto e che quindi non è collegata a questa mia lettera aperta ma che arriva davvero come meglio non avrebbe potuto. Perché se inizi a vivere come un obbligo uno spazio che hai creato per dar vita a una tua passione e a cui vuoi bene, beh, vuol dire che c’è un problema.

Quello step tra U20 e nazionale maggiore che è troppo lento e troppo alto

Ieri gli azzurrini hanno colto alla giornata inaugurale del Mondiale Juniores che si sta giocando in Georgia una bella e importante vittoria sull’Irlanda che era sfuggita di nulla all’ultimo Sei Nazioni di categoria. Per cancellare i “ma” un’affermazione non basta

Oggi lo spunto me lo avete dato voi, con un commento all’articolo di ieri (a proposito: ragazzi, fate i bravi…). Un lettore ha infatti postato le formazioni delle finaliste dell’edizione 2001, che si tenne qui in Italia. Ad affrontarsi a Padova furono Inghilterra e Baby Blacks, con questi ultimi che si imposero 22-33.
Ve le riporto così come sono state postate dal lettore:

Inghilterra: 1 Mako Vunipola 2 Mikey Haywood 3 Henry Thomas 4 Joe Launchbury 5 Charlie Matthews 6 Sam Jones 7 Matt Kvesic 8 Alex Gray (C) 9 Chris Cook 10 George Ford 11 Christian Wade 12 Owen Farrell 13 Elliot Daly 14 Andy Short 15 Ben Ransom.
A disposizione: 16 Rob Buchanan 17 Will Collier 18 Sam Twomey 19 Matt Everard 20 Dan Robson 21 Ryan Mills 22 Marland Yarde.

Nuova Zelanda: 1 Solomona Sakalia 2 Codie Taylor 3 Ben Tameifuna 4 Steven Luatua 5 Brodie Retallick 6 Brad Shields 7 Sam Cane 8 Luke Whitelock (C) 9 TJ Perenara 10 Gareth Anscombe 11 Charles Piutau 12 Lima Sopoaga 13 Francis Saili 14 Mitchell Scott 15 Beauden Barrett.
A disposizione: 16 Sefo Setefano 17 Michael Kainga 18 Dominic Bird 19 Carl Axtens 20 Brad Weber 21 Rhys Llewellyn 22 Waisake Naholo

Due squadre di altissimo livello allora, due squadre che sarebbero di altissimo livello ancora oggi. Anzi, con molti dei protagonisti sul campo nel 2011 che oggi lo sono a livelli ben più alti, con gente che ha vinto anche dei titoli mondiali…
Il punto del mio articolo di oggi è proprio questo. No, non la qualità di cui parlavo un attimo fa. No, il punto è che in quelle due squadre U20 era presente una quantità importante (eufemismo) di giocatori che in maniera rapida o molto rapida è passata alla nazionale maggiore.
Di seguito trovate l’elenco dei convocati azzurri dall’allora ct Andrea Cavinato. Quanti di loro sono sbarcati nella nazionale maggiore? E dopo quanto tempo? E quanti hanno un ruolo importante paragonabile a quello di un Beauden Barret, di un Retallick o di un Farrell? Avete presente quando diciamo che i nostri ventenni sono meno pronti dei loro coetanei delle altre nazionali? Questo ne è un esempio lampante, tanto più che da quel torneo sono ormai passati sei anni.
Che Inghilterra e Nuova Zelanda producano così tanti talenti è una non-notizia, ma noi siamo davvero troppo indietro anche nel passaggio dalle nazionali giovanili a quella più importante. Un passaggio che dovrebbe essere più immediato e naturale.

Piloni sinistri
Nicola QUAGLIO (Femi-CZ Rovigo)*
Alessandro FURIA (Petrarca Padova)*
Tallonatori
Andrea LUPETTI (Estra I Cavalieri Prato)*
Giovanni MAISTRI (Cammi Calvisano)*
Piloni destri
Riccardo CAGNA (MPS Viadana)
Piermaria LESO (Petrarca Padova)* – capitano
Seconde linee
Marco FUSER (Benetton Treviso)*
Marco GEROSA (BancaMonteParma Crociati)*
Alfio MAMMANA (Amatori Catania)*
Flanker/n.8
Andrea BALSEMIN (HBS GranDucato Parma)*
Jacopo BOCCHI (Benetton Treviso)*
Ruben RICCIOLI (Mantovani Lazio)*
Giacomo BRANCOLI (Livorno Rugby)*
Edoardo GHIRALDINI (Petrarca Padova)*
Mediani di mischia
Vittorio CALLORI DI VIGNALE (Estra I Cavalieri Prato)*
Guglielmo PALAZZANI (Cammi Calvisano)
Mediani d’apertura
Saverio BRUNI (Mantovani Lazio)
Luca MORISI (Rugby Grande Milano)*
Centri/Ali/Estremi
Tommaso CASTELLO (Banco di San Giorgio Cus Genova)
Augusto COSULICH (Benetton Treviso)*
Marco GENNARI (BancaMonteParma Crociati)
Francesco MENON (Consiel Firenze 1931)*
Alex MORSELLINO (Petrarca Padova)*
Michele VISENTIN (Benetton Treviso)*
Utility backs
Giovanni ALBERGHINI (HBS GranDucato Parma)*
Guido CALABRESE (Gladiatori Sanniti)*

DA NOTARE: Fuser e Campagnaro si infortunarono prima dell’inizio del torneo e vennero sostituiti da Campagnaro e Ruffolo mentre alla vigilia della semifinale del play-out Leonardo Sarto venne chiamato al posto di Marco Gennari.