Pro14: una stagione celtica importante ma con tanti punti interrogativi

Guinness Pro14

Facciamo il punto della situazione a pochi giorni dal via del torneo: come sono messe le nostre squadre? Cosa dobbiamo aspettarci? L’Italia ci arriva forse con la migliore struttura da quando è nell’avventura celtica, ma i temi fondamentali li abbiamo davvero affrontati? Intanto, come ormai purtroppo da tradizione, la copertura tv ancora non c’è

Pochi giorni, pochissimi, è il torneo celtico darà il via all’edizione 2017/2018, una edizione a suo modo storica perché vede il numero delle sue squadre passare da 12 a 14 grazie all’ingresso di due franchigie sudafricane, i Kings e i Cheetahs.
Che torneo andremo a vedere? Difficile dirlo, molto difficile. Un po’ perché sono almeno tre anni che alla fine ad alzare il trofeo è una squadra che alla vigilia della competizione non era certo la più quotata nei pronostici: Glasgow Warriors, Connacht e – lo scorso maggio – gli Scarlets, formazioni che oltretutto hanno meritato la vittoria finale superando nella sfida conclusiva Munster (due volte) e Leinster, ovvero le due realtà che possono contare su una storia e una tradizione che nel torneo celtico probabilmente non hanno pari.
Poi bisogna considerare la presenza – appunto – delle due squadre sudafricane attorno alle quali c’è grande curiosità e che, non dimentichiamolo, fino a qualche mese fa militavano nel Super Rugby, non esattamente l’ultimo dei tornei.
Infine bisognerà tenere conto anche dell’effetto British & Irish Lions, che ha sicuramente fiaccato le energie fisiche e soprattutto nervose di molti protagonisti importanti che potrebbero vivere momenti di difficoltà soprattutto nei primi mesi di competizione. Sotto quest’ultimo aspetto le due scozzesi partono avvantaggiate, ma si tratta comunque di opinioni che probabilmente lasciano un po’ il tempo che trovano.

Irlandesi, scozzesi, gallesi e sudafricane. Bene, ma le italiane? Oggi, martedì 29 agosto, un discorso che abbia un minimo di senso lo si può fare solo sul Benetton Treviso perché la situazione in casa Zebre è rimasta piuttosto caotica per gran parte dell’estate ed è andata chiarendosi solo nelle ultime settimane. A Parma c’è una rosa ancora non definitiva e un nuovo staff tecnico che ha iniziato a lavorare da troppo poco tempo, ma a volte le difficoltà esterne sono quelle che meglio compattano i giocatori che trovano in queste situazioni complicate ulteriori stimoli. Speriamo. Alle Zebre quest’anno non si può chiedere nulla di più di metterci tutto l’impegno possibile in ogni partita e di iniziare un percorso che inevitabilmente sarà lungo e accidentato. Tutto quello che verrà sarà guadagnato.

Il discorso cambia non poco per il Benetton Treviso, chiamato quest’anno invece a dare un segnale importante. Non si chiedono risultati eclatanti, ma una crescita netta e indiscutibile, un approccio alle partite che non sia discontinuo come quello messo in mostra nelle ultime stagioni. La rosa biancoverde sulla carta è migliorata (dall’infermeria sono arrivate ieri però brutte notizie per Quaglio e Gega: lesione al legamento collaterale del ginocchio destro per il primo, rottura del legamento crociato e del collaterale mediale del ginocchio destro per il secondo) ed è più completa rispetto alla scorsa stagione, lo staff tecnico è ora nel pieno di una cammino che – parere personalissimo – dovrebbe dare i suoi frutti migliori l’anno prossimo, ma già nei prossimi mesi i veneti potrebbero portarsi a casa scalpi importanti e togliersi delle belle soddisfazioni. Almeno sulla carta.

Infine due riflessioni su questo Pro14. La prima è più generale, ovvero sul cosa vuole diventare questo torneo che si è proiettato verso un allargamento (che potrebbe non essere terminato) dovuto più a ragioni di sopravvivenza economica che non di necessità tecnico-agonistica. Il rischio di implosione nel medio periodo c’è, inutile far finta di nulla, ma chissà l’arrivo delle sudafricane potrebbe portare anche dei vantaggi, molto dipenderà anche dall’atteggiamento mentale di Cheetahs e Kings. A fine stagione potremo trarre un primo vero bilancio.
La seconda riflessione riguarda la nostra partecipazione al Pro14: l’edizione 2017/2018 è forse quella che ci vede ai nastri di partenza in maniera più strutturata e coerente da quando prendiamo parte all’avventura celtica grazie soprattutto all’arrivo di Conor O’Shea, sempre più al centro dell’Alto Livello del nostro movimento. Il preparatore fisico in comune, le accademie collegate alle due selezioni celtiche sono segnali importanti e sensati (per i quali non è che bisognava poi avere chissà quale lampo di genio, O’Shea ha semplicemente usato il buon senso che per troppi anni è stato lasciato in un cassetto). Ancora per quest’anno però nessun doppio tesseramento con i club dell’Eccellenza, un tema che solleva sicuramente alcuni problemi che però sono tutt’altro che irrisolvibili. Basterebbe volerlo da parte di tutti.
A fronte di questa (finalmente!) preparazione rimane comunque sul tavolo il tema di sempre, ovvero quanto davvero convenga la partecipazione a un torneo sotto il profilo del rapporto tra costi e benefici. La domanda è sempre quella: a fronte degli esborsi e dell’impoverimento del nostro domestic abbiamo avuto dei vantaggi economici o tecnico/agonistici tali da giustificare le spese sostenute?

Ps: a oggi il Pro14 non ha una copertura televisiva, ma pure questa non è una novità. Purtroppo.

Il programma della prima giornata del torneo:
1 settembre
Cardiff Blues – Edimburgo
Munster – Benetton Treviso
Ulster – Cheetahs
2 settembre
Ospreys – Zebre
Dragons – Leinster
Scarlets – Kings
Connacht – Glasgow Warriors

Da Roselli a Pistore, chi guiderà selezioni azzurre e accademie nel 2017/2018

E’ arrivata la conferma ufficiale della composizione degli staff di tutte le nazionali italiane, ovviamente quella di O’Shea esclusa. Qui i nomi dei ct e degli assistenti di U20 (l’unica che cambia: dentro Roselli e Moretti, Troncon e Orlandi andranno alle Zebre), U18, U17, Femminile e Seven nonché di tutte le Accademie

Ora ci sono i nomi e le composizioni degli staff della nazionale U20, di quelle U18 e U17, di quella femminile e di quella di rugby a 7 per la stagione che scatta a settembre. Non c’è nessuna novità rispetto all’annata appena conclusa con la sola importante esclusione dell’U20: Carlo Orlandi e Alessandro Troncon come è infatti noto da tempo lasciano per approdare alle Zebre e vengono sostituiti da Fabio Roselli e Andrea Moretti. Rimane fuori, al momento, l’Emergenti, che però fa attività solo a fine stagione. Insomma, c’è tempo.
Da notare che nella neonata Accademia di Treviso fanno parte dello staff anche Fabio Ongaro e Marco Bortolami.
Il comunicato FIR:

Roma – Il Consiglio Federale, riunitosi venerdì scorso a Bologna, ha ufficializzato la composizione dei quadri tecnici delle Squadre Nazionali, dell’Accademia Nazionale “Ivan Francescato”, dei Centri di Formazione Permanente U18 ed i Tecnici Regionali in occasione della riunione di Bologna di sabato 21 luglio.

Confermati pressoché integralmente gli staff tecnici delle Squadre Nazionali, con la sola eccezione dell’Italia U20 che – concluso il ciclo della coppia composta da Carlo Orlandi e Alessandro Troncon – è stata affidata a Fabio Roselli, che abbandona la guida tecnica dell’Accademia “Ivan Francescato”, ed Andrea Moretti che guiderà la struttura federale di Parma assistito da Giovanni Raineri.

Stephen Aboud, responsabile tecnico della formazione di giocatori e allenatori FIR, ha dichiarato: “Siamo entusiasti di poter annunciare un panel di tecnici e di specialisti di altissimo profilo, in coerenza con la decisione di riallineare il progetto tecnico federale per ottimizzarlo e renderlo più efficace per una formazione di alto livello. L’obiettivo del progetto elite è di identificare e lavorare con i giovani giocatori di maggior talento, allenati dai più efficaci allenatori, con il miglior supporto possibile e con il più alto livello di competizione. Non abbiamo dubbi circa il fatto che le risorse umane a disposizione oggi, inclusi ex atleti di straordinaria esperienza internazionale come Marco Bortolami e Fabio Ongaro (rispettivamente specialisti di rimesse laterali e mischia nello staff tecnico di Benetton Rugby, dove proseguiranno regolarmente il proprio impegno ndr) che entrano a far parte del nostro progetto, siano quelle necessarie a far sì che l’intero sistema lavori nella stessa direzione, seguendo la stessa rotta e gli stessi obiettivi”.

Questa la composizione degli staff:

Nazionale Italiana U20
Fabio Roselli – allenatore
Andrea Moretti – allenatore
Massimo Zaghini – preparatore
Massimo Lombardo – video analyst

Nazionale Italiana Femminile
Andrea Di Giandomenico – capo allenatore
Tito Cicciò – allenatore
Elena Chiarella – preparatore
Matteo Mizzon – video analyst

Nazionale Italiana 7s Maschile
Andy Vilk – allenatore
Riccardo Di Maio – preparatore

Nazionale Italiana U18
Mattia Dolcetto – allenatore
Pierosario Giuliano – preparatore
Simonluca Pistore – video analyst

Nazionale Italiana U17
Paolo Grassi – allenatore
Paul Griffen – allenatore
Stefano Gelsi – preparatore
Marco Natale – video analyst

Accademia Nazionale U20 “Ivan Francescato”
Francesco Cavatorti – Manager
Andrea Moretti – tecnico
Giovanni Raineri – tecnico
Alessandro Apa – fisioterapista
Andrea Evangelista – medico
Ilaria Spartà – medico
Massimo Zaghini – preparatore
Massimo Lombardo – video analyst

Centro di Formazione Permanente U18 di Milano
Roberto Fulgoni – Manager
Paul Griffen – allenatore
Massimo Mamo – allenatore
Lorenzo Privitera – fisioterapista
Pierosario Giuliano – preparatore
Vincenzo Guarrella – medico
Matteo Mizzon – video analyst

Centro di Formazione Permanente U18 di Prato
Valerio Bardi – Manager
Paolo Grassi – allenatore
Carlo Pratichetti – assistente specialista
Barbara Guastini – assistente specialista
Niccolò Gori – medico
Riccardo Lenzi – fisioterapista
Stefano Gelsi – preparatore
Marco Natale – video analyst

Centro di Formazione Permanente U18 “Lorenzo Sebastiani” di Roma
Cesare Marrucci – allenatore
Stefano Marzani – medico
Alessandro Castagna – allenatore
Giulio Casaril – fisioterapista
Filippo Gargaglia – preparatore
Giovanni Marco Suaria – video analyst

Centro di Formazione Permanente U18 di Treviso
Federico Angeloni – Manager
Mattia Dolcetto – allenatore
Corrado Pilat – assistente allenatore
Marco Bortolami – assistente specialista
Fabio Ongaro – assistente specialista
Francesca Foresto – medico
Andrea Frassinella – fisioterapista
Giacomo Vigna – preparatore
Simonluca Pistore – video analyst

Una passione che non sa e non può garantire il futuro: cosa fare quando il rugby finisce?

Nelle ultime settimane quattro giocatori tra i 24 e i 32 anni hanno annunciato il loro ritiro immediato e improvviso per intraprendere una carriera in altri ambiti. Un problema non da poco e dalla soluzione complessa, forse impossibile

In questi giorni si discute parecchio dell’immediato futuro dei giocatori delle Zebre. Una cosa normale vista l’importanza di quella squadra nel nostro panorama ovale, ma spesso dimentichiamo che chi veste la maglia bianconera della franchigia di Parma o del Benetton Treviso è solo l’elite, quelli che possono correttamente autodefinirsi (ed essere definiti) professionisti. Lo sono nei fatti.
Atleti che guadagnano abbastanza bene, che mettendo assieme i bonus e i gettoni della nazionale si portano a casa un bel gruzzolo che comunque non è nulla di trascendentale. La domanda è: quando smettono di giocare? Che cosa possono fare? Diversi rimangono nel rugby, spesso fanno gli allenatori, ma vivere di palla ovale in Italia è complicato, un “piano b” è necessario.

D’altronde nel rugby ingaggi e stipendi sono quello che sono e le realtà che possono garantire certe cifre sono pochissime e la principale rimane la federazione. Quindi pochi posti disponibili a fronte di una platea di pretendenti (o potenzialmente tali) molto più numerosa.
E questo se rimaniamo a livello delle due franchigie, che se si scende e si passa all’Eccellenza o la Serie A le cifre sui contratti si abbassano ulteriormente. Certo, la situazione è un po’ a macchia di leopardo, con realtà che vivono condizioni molto diverse anche all’interno di un medesimo ambito territoriale, ma sostanzialmente la fotografia è questa.

D’altronde Sergio Parisse, vale a dire il nostro giocatore più forte e rappresentativo e che milita da anni nel campionato più ricco di tutta Ovalia si porta a casa cifre che in Italia guadagna un panchinaro di una formazione di Serie A (di calcio) di medio-bassa classifica. Probabilmente anche nella serie cadetta della palla tonda c’è gente che guadagna più di lui.
E allora quella domanda – cosa faccio quando smetto di giocare? – nel rugby se la pongono in tanti anche quando la carta di identità dice che di primavere uno ne ha viste 25 o 26. Anzi, la domanda può cambiare in un meno poetico “ne vale davvero la pena”? Perché la passione non si discute, ma con quella non ci paghi le bollette, non ci compri da mangiare o non puoi accendere un mutuo o andare al supermercato per acquistare i pannolini dei tuoi figli.

Quindi succede che nel giro di un paio di settimane giocatori di buon livello come Enrico Targa, Giovanni Benvenuti, Nicola Belardo e Marco Frati decidono di appendere gli scarpini al chiodo e di dedicarsi ad altro, vanno a fare un vero lavoro, verrebbe da dire. Quest’ultima è una battuta – ovviamente – ma non vado poi così lontano dalla realtà. Hanno storie diverse, età e vissuti differenti, ma tutti e quattro scelgono di mettere fine anzitempo alla loro carriera, perché “non sono un campione e con questo sport non riesco a mantenermi” come dice candidamente Targa, uno che ha annusato anche il Pro12 e che uno scudetto con il Petrarca lo ha vinto. Ma a 27 anni ha detto stop. Ha deciso di finire prima Benvenuti (24 anni, Mogliano) e un po’ dopo Frati (Viadana, 32 anni) mentre Belardo lascia a 27 anni dopo quattro stagioni al Calvisano.

Una soluzione, va da sé, non esiste. Viviamo in un paese in cui c’è uno sport che letteralmente fagocita tutti gli altri per interessi mediatici e sponsorizzazioni, invertire in pianta stabile questo panorama è impensabile, anche se va detto che se le nostre formazioni (club e nazionali) iniziassero a vincere e a ottenere risultati in maniera continuativa le cose un po’ migliorerebbero. Però bisogna ricordarsi che il problema del “cosa fare dopo il rugby” è un tema di cui si occupano anche in realtà molto più ricche e strutturate della nostra, parlo di Francia e Inghilterra.
E’ un problema vasto, che affonda le radici nel tessuto economico e sociale del nostro paese, che ha motivazioni anche culturali. Insomma, nessuno ha la bacchetta magica, ma qualcosa va fatto soprattutto per quei ragazzi che in una età molto delicata entrano nel giro delle Accademie e che senza una testa abbastanza solida e piedi ben piantati per terra possono sentirsi già “arrivati”. Devono capire che il rugby non può garantire loro un futuro certo. Che tra la palla ovale e una laurea, beh, in Italia oggi qualche garanzia in più te la dà ancora la seconda.
Ben vengano perciò quei programmi e quelle borse di studio che possono garantire la coesistenza delle due cose, di uno ne ho parlato anche io su queste pagine. Certo non può essere questa la soluzione, non l’unica, ma è comunque un qualcosa di concreto.

Movimento Italia: tra elite e club, il nuovo ruolo di Maurizio Zaffiri

Intervista al nuovo Manager Operativo del Progetto Elite Giovanile della FIR. I suoi compiti, i suoi obiettivi, la collaborazione con Aboud e O’Shea. Senza dimenticare i club e la base del movimento

Poco più di una settimana fa la FIR ha annunciato che Maurizio Zaffiri diventerà “Manager Operativo del Progetto Elite Giovanile”. Nel comunicato federale si dice che l’ex giocatore de L’Aquila (ma anche di Parma e Calvisano) si dice che fungerà da “coordinamento logistico ed organizzativo di tutte le strutture che costituiscono il progetto tecnico federale, dall’Accademia Nazionale U20 ai Centri di Formazione Permanente U18 attivi a Milano, Roma, Treviso e  Prato, nonché l’interazione tra le strutture periferiche e gli staff delle Squadre Nazionali dalla Under 17 all’Under 20: il ruolo assorbe dunque le responsabilità precedentemente mantenute da Carlo Checchinato, passato alla Direzione Commerciale”.
Di fatto sarà il braccio operativo di Stephen Aboud, ma ho chiesto a Maurizio Zaffiri di spiegarmi nel dettaglio limiti e obiettivi di questa sua nuova avventura. E lui tiene a sottolineare l’importanza delle società, con i club che sono il cuore della struttura del nostro movimento.

Allan, Campagnaro, Mbandà e gli altri: i sorrisi azzurri del tour di giugno

Tommaso Allan

Dopo un tour con tre sconfitte è difficile trovare qualche aspetto positivo, tanto più se si arriva da una lunga serie di ko. Roba da rivedere, migliorare, sistemare quando non cambiare del tutto ne abbiamo una tonnellata. Ma qualcosa di positivo è arrivato anche da questo trittico di giugno, un qualcosa che è individuabile grazie a dei nomi e dei cognomi. Vediamoli, in rigoroso ordine alfabetico.

Tommaso Allan: sta trovando (finalmente) il suo equilibrio. Fa cose semplici ma al momento giusto, e per il ruolo che ricopre è un aspetto fondamentale. Una sicurezza soprattutto mentale confermata da una crescente sicurezza nel gioco al piede. Canna è più estroso, ha guizzi che che non appartengono al numero 10 del Benetton Treviso, ma è anche meno continuo, o un po’ più estemporaneo se preferite. Se Allan sta bene di testa la maglia è sua e – opinione personalissima – credo che O’Shea abbia preso la sua decisione.

Dean Budd: a fine luglio compirà 31 anni ma per il neozelandese al Benetton dal 2012/2013 era il debutto con la nostra nazionale. Molto positivo. Subito concreto e puntuale, fa un gran lavoro oscuro. Non un fenomeno ma uno che sa fare bene il suo e che può dare un contributo importante. L’impressione è che sia entrato nel gruppo e nei suoi meccanismi con grande velocità e naturalezza.

Michele Campagnaro: assente Parisse è il nostro giocatore di maggior classe. Non che prima ne fosse sprovvisto, il talento non è mai mancato, ma la sua crescita dopo il trasferimento in Inghilterra è evidente sotto ogni aspetto: fisico, tecnico, tattico. Quest’ultimo aspetto è forse quello che salta meno agli occhi ma alla lunga forse il più importante: mostra una intelligenza rugbistica che prima non gli conoscevamo. E dare a lui la palla vuol dire farla avanzare. Sempre.

Simone Ferrari: a giugno il migliore tra gli uomini di prima linea (o di tutto il pack tout court?), un giocatore cresciuto tantissimo e che ha ancora notevoli margini di miglioramento. Ne parleremo per diversi anni.

Maxime Mbandà: discorso non molto diverso rispetto a quello di Simone Ferrari, solo che il terza linea ha un surplus di innata leadership. Non quella “urlata” ma quella più silenziosa e – alla fine – più solida. Una certezza e una garanzia.

Edoardo Padovani: non è più una novità, ma dal tour di giugno arriva l’ennesima conferma. Giocatore ormai inamovibile finito nel mirino di grandi club europei. Come Ferrari e Mbandà ha ancora grandi margini di crescita.

Tito Tebaldi: ha limato gli eccessi degli anni passati, è più tranquillo e sereno e non ha più addosso la smania di dover sempre dimostrare qualcosa. Oggi probabilmente è il più produttivo dei mediani di mischia azzurri a fronte dell’involuzione di Gori e di un Violi che ha numeri molto interessanti ma che è ancora acerbo.