Una passione che non sa e non può garantire il futuro: cosa fare quando il rugby finisce?

Nelle ultime settimane quattro giocatori tra i 24 e i 32 anni hanno annunciato il loro ritiro immediato e improvviso per intraprendere una carriera in altri ambiti. Un problema non da poco e dalla soluzione complessa, forse impossibile

In questi giorni si discute parecchio dell’immediato futuro dei giocatori delle Zebre. Una cosa normale vista l’importanza di quella squadra nel nostro panorama ovale, ma spesso dimentichiamo che chi veste la maglia bianconera della franchigia di Parma o del Benetton Treviso è solo l’elite, quelli che possono correttamente autodefinirsi (ed essere definiti) professionisti. Lo sono nei fatti.
Atleti che guadagnano abbastanza bene, che mettendo assieme i bonus e i gettoni della nazionale si portano a casa un bel gruzzolo che comunque non è nulla di trascendentale. La domanda è: quando smettono di giocare? Che cosa possono fare? Diversi rimangono nel rugby, spesso fanno gli allenatori, ma vivere di palla ovale in Italia è complicato, un “piano b” è necessario.

D’altronde nel rugby ingaggi e stipendi sono quello che sono e le realtà che possono garantire certe cifre sono pochissime e la principale rimane la federazione. Quindi pochi posti disponibili a fronte di una platea di pretendenti (o potenzialmente tali) molto più numerosa.
E questo se rimaniamo a livello delle due franchigie, che se si scende e si passa all’Eccellenza o la Serie A le cifre sui contratti si abbassano ulteriormente. Certo, la situazione è un po’ a macchia di leopardo, con realtà che vivono condizioni molto diverse anche all’interno di un medesimo ambito territoriale, ma sostanzialmente la fotografia è questa.

D’altronde Sergio Parisse, vale a dire il nostro giocatore più forte e rappresentativo e che milita da anni nel campionato più ricco di tutta Ovalia si porta a casa cifre che in Italia guadagna un panchinaro di una formazione di Serie A (di calcio) di medio-bassa classifica. Probabilmente anche nella serie cadetta della palla tonda c’è gente che guadagna più di lui.
E allora quella domanda – cosa faccio quando smetto di giocare? – nel rugby se la pongono in tanti anche quando la carta di identità dice che di primavere uno ne ha viste 25 o 26. Anzi, la domanda può cambiare in un meno poetico “ne vale davvero la pena”? Perché la passione non si discute, ma con quella non ci paghi le bollette, non ci compri da mangiare o non puoi accendere un mutuo o andare al supermercato per acquistare i pannolini dei tuoi figli.

Quindi succede che nel giro di un paio di settimane giocatori di buon livello come Enrico Targa, Giovanni Benvenuti, Nicola Belardo e Marco Frati decidono di appendere gli scarpini al chiodo e di dedicarsi ad altro, vanno a fare un vero lavoro, verrebbe da dire. Quest’ultima è una battuta – ovviamente – ma non vado poi così lontano dalla realtà. Hanno storie diverse, età e vissuti differenti, ma tutti e quattro scelgono di mettere fine anzitempo alla loro carriera, perché “non sono un campione e con questo sport non riesco a mantenermi” come dice candidamente Targa, uno che ha annusato anche il Pro12 e che uno scudetto con il Petrarca lo ha vinto. Ma a 27 anni ha detto stop. Ha deciso di finire prima Benvenuti (24 anni, Mogliano) e un po’ dopo Frati (Viadana, 32 anni) mentre Belardo lascia a 27 anni dopo quattro stagioni al Calvisano.

Una soluzione, va da sé, non esiste. Viviamo in un paese in cui c’è uno sport che letteralmente fagocita tutti gli altri per interessi mediatici e sponsorizzazioni, invertire in pianta stabile questo panorama è impensabile, anche se va detto che se le nostre formazioni (club e nazionali) iniziassero a vincere e a ottenere risultati in maniera continuativa le cose un po’ migliorerebbero. Però bisogna ricordarsi che il problema del “cosa fare dopo il rugby” è un tema di cui si occupano anche in realtà molto più ricche e strutturate della nostra, parlo di Francia e Inghilterra.
E’ un problema vasto, che affonda le radici nel tessuto economico e sociale del nostro paese, che ha motivazioni anche culturali. Insomma, nessuno ha la bacchetta magica, ma qualcosa va fatto soprattutto per quei ragazzi che in una età molto delicata entrano nel giro delle Accademie e che senza una testa abbastanza solida e piedi ben piantati per terra possono sentirsi già “arrivati”. Devono capire che il rugby non può garantire loro un futuro certo. Che tra la palla ovale e una laurea, beh, in Italia oggi qualche garanzia in più te la dà ancora la seconda.
Ben vengano perciò quei programmi e quelle borse di studio che possono garantire la coesistenza delle due cose, di uno ne ho parlato anche io su queste pagine. Certo non può essere questa la soluzione, non l’unica, ma è comunque un qualcosa di concreto.

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29 thoughts on “Una passione che non sa e non può garantire il futuro: cosa fare quando il rugby finisce?

  1. Gysie

    Ho fatto bene a non scrivere di Frati e Targa a caldo… dai dati di cui dispongo, anche nella serie B di calcio non si percepiscono stipendi come una volta. Quanto ai quattro nomi menzionati, la cosa da sottolineare è che tutti e quattro appartengono a squadre di alta classifica (tre semifinaliste e Mogliano appena dietro). Per quanto Belardo sia un caso a sé (per l’età), è evidente che per quasi tutti il rugby può essere solo una parentesi della vita e che solo un ristrettissimo numero arriverà a “vivere” di rugby anche dopo avere smesso.
    Il motivo per cui volevo commentare le affermazioni di Frati e Targa era però un altro. Se due giocatori delle due semifinaliste sono disposti a smettere ben prima della fine naturale, vuol dire che il livello economico dei due club è quello che è (e del resto lo sappiamo, solo Calvisano e Rovigo hanno budget di un certo tenore). Con queste premesse, anche ad eliminare le due franchigie, di che numeri ci illudiamo che un campionato di Eccellenza possa portare al cosiddetto “alto livello”? E che interesse possa destare al di là dei giornali veneti, che obbligano il patron del Calvisano ad andarseli a comprare a Rovigo? Ecco, forse più che pensare al modello Scozia o Irlanda, potremmo pensare solo al modello Georgia, dove i migliori se ne vanno in Francia e il resto rimane a scozzonarsi le corna fra le ristrette mura di casa.

    1. Hrothepert

      @Gysie, i modelli scozzese e irlandese sono stati creati proprio per ovviare allo stesso problema che, anche loro, avevano in passato, cioè un domestic che non poteva avere risorse per un livello professionistico, che era essenziale per rimanere agganciati al livello dei loro competitors.
      Ti quoto al 100% quando scrivi che alcuni si illudono che, eliminando le franchigie, sia possibile creare un domestic di alto livello, perchè, oltre a quelle umane, in termini di giocatori e tecnici di livello, mancherebbero le risorse economiche.

  2. Hrothepert

    Come ho commentato l’ altro giorno, riguardo a questa notizia, Targa si è dimostrato veramente intelligente, ha preso atto che non aveva le qualità per essere un giocatore professionista, non poteva più permettersi di continuare, con un impegno abbastanza gravoso, a giocare in Eccellenza e ha optato per il piano B.
    Anche la scelta di Frati è stata inelligente, anche era arrivato dove poteva, inizia ad avere un’ età in cui un atleta, almeno per quanto riguarda lo sport agonistico di buon livello, va verso la fine della carriera e ha optato per una scelta intelligente, andra a lavorare nella club house del club di Serie A, dove contemporaneamente giocherà, i due mi ricordano un mio amico, mio coetaneo, che giocava nell’ allora Serie C2, dove era uno dei giocatori più apprezzati nel suo ruolo, ma che non aveva le qualità per salire nelle categorie superiori, il suo stipendio era quello sindacale (quanto un normale operaio/impiegato.), così, appena raggiunti gli anni minimi per la pensione erogata dall’ ENPALS, è sceso tra i semi pro, dove lo pagavano al nero e prendeva di più e dopo un paio d’ anni è sceso ulteriormente tra i dilettanti, perchè un club, per ingaggiarlo, gli offriva un posto in uno studio odontotecnico, lavoro per il quale il mio amico è diplomato.
    Concordo che la sperequazione con il calcio sia eccessiva, soprattutto in questi anni; ho un amico che, negli anni ’90, ha giocato per varie stagioni da titolare in Serie A, tra Lazio, Torino e Verona, e Serie B, all’ Arezzo, dove ha chiuso la carriera e si è fermato a vivere, aprendo una scuola calcio, e mi ricordo che guadagnava si molto bene, ma non le cifre che prendono ora; e penso che sia giusto che un atleta faccia il suo percorso e che, quando capisce di non avere le qualità per poter ambire al mondo pro, ripieghi e lasci il posto a qualcun altro, più giovane, che possa provare a giocarsi le proprie carte, l’ importante, come ha sottolineato Paolo nell’ articolo, è che ai ragazzi venga inculcato che (per dirla alla Gianni Morandi.) “Uno su mille ce la fa.” e che prepararsi un piano B è essenziale, per questo la presenza nelle accademie dovrebbe essere una borsa di studio che tenga conto dei risultati in ambedue gli ambiti, quello sportivo e quello di studio.

  3. a.d.g.

    “cosa fare dopo il rugby”?
    Più che altro, ciò che riguarda la stragrande maggioranza dei giocatori italiani é ” cosa fare durante il rugby”, dal momento che non più di 10/15 giocatori all’anno diventano professionisti. ( includendo FF.OO)
    Stabilito che Frati e Belardo sono tutto fuorchè un “caso” e che di sport attivo ( full time o partime )si può vivere per circa 1/3 della propria vita lavorativa, cosa fare durante o dopo riguarda le capacità, l’intelligenza e le opportunità di ogni singolo atleta. Che tutto mi sentirei di definire fuorchè di persone sfortunate e bisognose di “attenzioni” sociali.

    1. piacenza

      haha, da quandoe é uscito che Frati (quello che avrá passato una vita e millexmille€ dal tatuatore) “deve” andare a fare il barista a Noceto per fare un lavoro “vero” é scoppiata la crisi della vita dopo il rugby sui giornali… siamo proprio un popolo di asini

  4. Mez10

    Qualcosa va fatto in che senso?
    Faranno come fanno tutti, nel rugby e in altri sport..
    E non esiste solo il rugby pro per coltivare la propria passione..
    Quanto a studio e sport, come detto tempo fa, con la giusta volontà si possono fare ambi..
    Soprattutto nel rugby, anche quello pro, abbiamo tantissimi esempi!

  5. libeccio

    buongiorno, sono da sempre un grandissimo appassionato di rugby….
    Il nostro sport vanta una delle più alte percentuali di atleti laureati tra i professionisti
    come esempio vedi:
    http://www.lettera43.it/it/foto/2011/09/30/laureati-alla-meta/1418/
    non voglio fare il menagramo, ma questo articolo mi sembra veramente al di sotto degli standard del grillotalpa….in Italia, nel rugby e nel lavoro, i problemi sono decisamente altri…se una persona decide di lasciare ben venga, ma non facciamo del pietismo

    1. davide p.

      Egr. Sig. libeccio,
      lei ha ragione quando parla di pietismo o di piangersi addosso, meglio tirare fuori i coglioni, giustissimo.
      Però vede, con un giusto paio di occhiali, potrebbe accorgersi che i giovani d’oggi stanno pagando (se lavorano) la pensione alla generazione del boom economico, quella della 500, dei frigo classe D, dell’olivetti ad inchiostro, la generazione che con la 5 elementare trovavi un lavoro impiegatizio e con 30 anni di contributi eri in vacanza a vita all’eta di 50-55 anni e molti anche meno; detto questo Lei riuscirebbe a capire che se un 26enne di oggi, italiano, lascia il rugby per dedicarsi ad un lavoro, non lo fa per sfizio, ma per necessità, che magari si deve fare una vita, una famiglia e che non avrà il culo parato della pensione, anzi scusi, il privilegio di una pensione?
      se non lo riesce a capire mi vengono dubbi sulla sua capacità di intendere e di volere, ma non si preoccupi ai giovani d’oggi non frega niente dei ‘reduci degli anni 50-60’, anche se il sottoscritto, come spesso esterna ai colleghi di lavoro, gli augura di prendere una zattera, perdersi nel pacifico, che tanto la settimana enigmistica, il polident, il bianchino verrano al seguito.

      1. a.d.g

        Scusa Davide p. ma questo pistolotto per dire cosa? Che Belardo era meglio se non fosse diventato ingegnere e che Frati era meglio avesse fatto il ristoratore a 20 amni invece che il MM?
        Oppure che Susio smetta subito di giocare così si laurea più in fretta?

      2. libeccio

        Gentile Davide, il pietismo era riferito ad una condizione di atleti e che purtroppo, anche in realtà molto più blasonate della nostra, non dura tutta la vita. Per inciso ho 40anni, sono un laureato,laurea presa mentre giocavo a rugby, ho dovuto lavorare in gran bretagna per trovare un minimo di considerazione, libero professionista (con partita IVA) che si arrabatta per arrivare a fine mese e le pensioni, che penso non vedrò mai, le sto pagando anche io ai nostri cari predecessori. quindi se giudico “legittimo e normale” che un ragazzo, ad un certo punto si faccia delle domande sulla propria vita (non fatta solo di turn over e chiamate in touche) e che i problemi siano altri, rispetto a garantire un futuro in ambito rugbystico ad un mediano o un terza linea di eccellenza sia nel rugby, che nel paese non penso di avere dei problemi di comprendonio….
        non dubiti delle mie capacità di intendere, semmai la invito ad essere più rispettoso

    2. Mamo

      Per scrupolo ho riletto ora l’articolo di Wilhelm per individuare da dove tu, @Libeccio, abbia tratto la conclusione che è stato “fatto del pietismo”.
      Sinceramente non ho trovato nulla da cui si possa percepire un senso di commiserazione verso i rugbisti mentre rimane, in forma che definirei persino asciutta, l’esposizione di un problema che diviene concreto quando si tratta di sport che ormai ha degli sbocchi professionistici e di conseguenza può provocare illusioni nei nostri giovani talenti.
      Riprendendo il tuo post, annoto solo che è verissimo che in Italia e nel rugby italiano ce ne sono di ben più gravi ma resta il fatto che anche questo, pur se diverso, è un problema e non capisco perché non se ne debba parlare soprattutto se il fine è quello di indicare una possibile soluzione come la segnalata iniziativa dell’Università di Torino.

      1. libeccio

        @ Mamo ritratto il termine “pietismo”, ma che il “professionismo” nel rugby italiano, salvo rarissime eccezioni, sia una cosa surreale penso che sia sotto gli occhi di tutti e aggiungo che se un ragazzo, facendo ciò che gli piace per 10-15 anni, riesce a pagarsi il mutuo di un appartamento non la vedo così tragica. Purtroppo per la maggior parte dei giocatori non è possibile campare di rugby tutta la vita e, se woodward è stato dirigente alla xerox, o contepomi fa il medico, non penso che sia un problema (opinione personalissima) che i nostri si preparino strade parallele ad Ovalia, se poi qualcuno avesse la fortuna di diventare allenatore del Tolone ne sarei soltanto felice. Altra mia opinione personale è che sport e studio si possano coniugare (potendo andare un po’ fuori corso) e, anzi siano valori formativi importantissimi
        Alla fine l’unico sport in Italia dove ancora puoi dormire sereno è il calcio (che non seguo) ed il “problema” riguarda anche atleti di altri sport con vari ori olimpici e primati mondiali nel palmares. quindi divertiamoci….. quel che viene dopo si vedrà
        P.S.
        Sono un follower entusiasta di Paolo Wilhelm , solo che preferisco articoli inerenti al rugby giocato o, al limite, qualche nota di colore. Lontano dai campi ognuno, per me, fa quello che vuole

    3. davide p.

      @ libeccio
      che il termine pietismo da lei usato è indirizzato all’autore dell’articolo si era capito; ma rimane il problema, se così si può dire, che si estende ai contenuti dell’articolo, che lei inquadra come ‘condizione di atleti’ o ‘professionismo del rugby in italia surreale’….
      io direi invece che il pietismo è una denuncia di una situazione e che il surreale in realtà è la normalità di tutti giorni, che tanto io quanto Lei conosciamo, e che forse abbiamo bisogno di ricordare.

      1. libeccio

        all’autore?? forse non mi sono spiegato bene, comunque nei confronti dell’autore nutro grande rispetto e ammirazione per quanto fa e ha fatto per raccontare il rugby italiano.” si era capito” pluralia maiestatis….
        semmai era rivolto a dei giovani che fanno ciò che vogliono fare e che non garantisce, nel 99% dei casi un futuro. se poi vogliamo dire che il rugby di eccellenza e, spesso, anche nelle franchigie è professionismo possiamo anche dire che i figli nascono sotto ai cavoli (mi limito all’ambito rugbystico perchè la situazione italiana è ben più incasinata e grave e non vorrei mettere troppa carne al fuoco
        professionismo?? assicurazioni non pagate, bilanci non pubblicati, contratti non rispettati, programmazioni assenti, incompetenti ripetutamente posizionati in ruoli chiave, pubblico e sponsor inferiori a quelli di un torneo di calcetto etc etc….comunque se la FIR dice che sono professionisti….
        @Paolo> benaltrismo: tendenza a spostare l’attenzione dal problema in discussione ad altro che si addita come più importante o più urgente….forse, ma senza voler offendere nessuno (mia personalissima opinione), certo non nel senso:”mal comune mezzo gaudio”

  6. rugbydinasty

    Si, ma questa non è una novità. E’ da quando abbiamo inserito questo semi professionismo (Primi anni 2000) che le cose stanno così. La differenza, è che noi arriviamo sempre tardi e senza avere uno straccio di idee per risolvere i problemi.
    Ad esempio, nessuno si è preso la briga, di informarsi di come funziona in Francia il Welfare applicato allo sport anche a giocatori stranieri.

  7. a.d.g

    Quindi il fatto di fare sport e lavorare o fare sport e studiare, non va più considerato un valore formativo aggiunto, ma un problema di cui preoccuparsi. Perfetto, mancava solo questa. Bisognerebbe spiegarlo alla NCAA che sono fuori strada.

  8. paredes

    Ai fini disquisitori proporrei un articolo al giorno sulle Zebre, così giusto per gradire, per polemiche che appaiano un po meno pretestuose.
    Stat sua cuique dies

  9. Superignazzio

    spesso mi ricapita di pensare a quando avevo 20 anni e alle possibilità di fare una “carriera” nella musica o nello sport… grossi sacrifici
    bisogna avere le palle per vivere delle proprie passioni perchè di garanzie non ce ne saranno mai… io non ho avuto il coraggio di farlo e rispetto profondamente chi ci è riuscito, e ancora di più chi ci ha provato ma poi si è reso conto che non avrebbe avuto una vita vera, stipendio casa e figli

    rimpianti a parte, un giovane i piani dalla A alla Z dovrebbe sempre averli, la semina si fa finchè si è giovani, da vecchi si raccoglie

    1. “Perchè a vent’ nni è tutto ancora intero, perchè a vent’anni è tutto chi lo sa,
      a vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età”

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