Panorami futuribili: l’Abruzzo pensa a un mercato senza vincoli per il rugby giovanile

Una sorta di mercato libero per i giovani giocatori di rugby abruzzesi, in cui gli atleti non siano vincolati ai club e con trasferimenti che non prevedono nessun tipo di compensazione. La proposta è di quelle che possono davvero far cambiare un panorama e – inevitabilmente – fanno e faranno discutere parecchio tra i pro e i contro sia sulla fotografia attuale che quella futuribile si portano dietro.
L’iniziativa è del neopresidente del Comitato Regionale Abruzzo, Giorgio Morelli, che ha inviato una lettera a tutte le società della sua regione e che riporto integralmente in calce a questo articolo. Una proposta che non è dettagliata nei meccanismi e che ha il valore gettato in uno stagno con l’intenzione di andare a migliorare l’esistente, e Morelli è perfettamente cosciente che “un tale sistema andrebbe a rivoluzionare i meccanismi finora vigenti e gli equilibri economici a cui, pure, ogni società deve porre attenzione”.
Pesare positività e criticità non è semplice, tanto più che bisognerebbe tener conto di quello che potrebbe succedere anche nel medio-lungo periodo, non solo nell’immediato.
Vi propongo prima il comunicato stampa e poi la lettera.

IL COMUNICATO STAMPA
Si chiama “Patto per il rugby abruzzese” la proposta elaborata dal presidente del Comitato regionale della Federazione Italiana Rugby, Giorgio Morelli, e inviata a tutti i club della palla ovale abruzzese.

Quella di Morelli, eletto lo scorso febbraio presidente di FIR Abruzzo, è una riflessione coraggiosa e destinata a far discutere. La proposta si basa sostanzialmente sulla liberalizzazione, nell’ambito regionale, dei cartellini dei giovani atleti militanti nei club abruzzesi. Senza i parametri e le diverse difficoltà che i giocatori U18 incontrano nel trasferirsi da una società all’altra, si valorizzerebbe dunque la carriera dell’atleta, permettendo allo stesso di tornare a fine carriera nel club di appartenenza, e quindi di contribuire alla crescita della società e del movimento rugbistico regionale.

“Dobbiamo essere consapevoli – afferma Morelli nella missiva inviata ai club – che l’alto livello già da oggi, ma ancor di più nel prossimo futuro, vedrà i migliori talenti, pochi, dirigersi in ambiti di professionismo quali PRO12, club esteri e Nazionali, mentre gli altri, pur meritevoli, vedranno svolgere la loro vita sportiva nel Campionato d’Eccellenza, in Serie A o nelle serie minori”.

“Qui dobbiamo essere tutti consapevoli che se da un lato i percorsi di ogni atleta sono a doppio binario verso l’alto e verso il basso, dall’altro i livelli, qualsiasi essi siano, devono restituire ai giocatori il massimo della soddisfazione e gratificazione”, aggiunge il presidente.

In questo modo il “fare squadra” di cui si parla da sempre nel rugby non rimarrebbe solo un concetto vago e retorico, se tutti i club abruzzesi prendessero un formale impegno affinché gli atleti da loro formati e cresciuti nelle varie categorie giovanili fossero liberi, senza compensazioni di nessuna natura, di scegliere la squadra più adeguata alle loro competenze ed esigenze. La crescita dei talenti, specie delle categorie U16 e U18, troverebbe in Abruzzo un binario complementare e parallelo a quello determinato dai centri di formazione permanenti e alle accademie.

Il “Patto per il rugby abruzzese” potrebbe dare inoltre dei concreti ritorni da parte dei club, basati sulla possibilità di presentarsi alle istituzioni ed agli operatori economici con un piano chiaro, condiviso e forte nei suoi principi e valori. Un’unità d’intenti, quindi, in cui ogni società potrebbe riconoscersi come se l’Abruzzo fosse un unico grande club.

Della proposta per il “Patto per il rugby abruzzese” si parlerà nelle prossime settimane tra i club e gli organi del rugby regionale, per favorire uno spazio di maggiore confronto e condivisione. Per una crescita comune.

LA LETTERA DEL PRESIDENTE MORELLI ALLE SOCIETA’
Nel pieno rispetto delle libere ed autonome determinazioni di ogni società lo scrivente in sintonia con il programma esposto nelle recenti elezioni ritiene sia opportuno invitare ad una riflessione su una proposta di lavoro che andrebbe ad interessare tutte le società di rugby del territorio abruzzese.
Richiamo la filosofia di fondo che ha ispirato sia il programma esposto durante le elezioni sia le motivazioni che mi hanno spinto a propormi come Presidente del Comitato Regionale.
In estrema sintesi i valori fondamentali del rugby si vogliono tradurre in concreta esperienza di lavoro e come base per lo sviluppo del nostro movimento.
Fare squadra, rispetto delle regole, rispetto dell’avversario, amicizia e lealtà devono trovare una applicazione pratica negli atti e nei rapporti tra i club ed i propri giocatori genitori e sostenitori, oltre che nei rapporti tra le varie realtà del territorio.
Vorrei sottolineare come questi valori, da concretizzare in comportamenti e scelte operative di gestione quotidiana e di programmazione, devono declinarsi anche, in modo fondamentale, verso la crescita globale del territorio per alimentare il senso d’appartenenza e di legame dei ragazzi con le proprie radici.
In questo senso non può sfuggire come le giuste aspirazioni di ogni ragazzo siano verso l’alto livello e verso le massime espressioni del rugby.
Dobbiamo essere consapevoli che l’alto livello già da oggi, ma ancor di più nel prossimo futuro, vedrà i migliori talenti, pochi, dirigersi in ambiti di professionismo quali PRO12, club esteri e Nazionali, mentre gli altri, pur meritevoli, vedranno svolgere la loro vita sportiva nel Campionato d’Eccellenza, in Serie A o nelle serie minori.
Qui dobbiamo essere tutti consapevoli che se da un lato i percorsi di ogni atleta sono a doppio binario verso l’alto e verso il basso in relazione alle prestazioni ed al processo evolutivo dell’individuo, dall’altro i livelli, qualunque essi siano, devono restituire ai giocatori il massimo della soddisfazione e gratificazione.
Legare gli atleti alla regione d’appartenenza significa poter loro offrire facilmente accesso al livello che solo “il campo” deve stabilire.
Sono sicuro che il legame forte con le radici e l’invincibile spirito d’appartenenza che si vuole creare porterebbero i migliori talenti che dall’Abruzzo spiccano il volo per la loro carriera di professionisti d’alto livello a desiderare un ritorno per mettere a disposizione del territorio l’esperienza acquisita, contribuendo così a consolidare l’orgoglio e lo spirito d’appartenenza dei giovani che li consacrerebbero come loro riferimenti e modelli positivi.
Altresì per gli altri giocatori che svolgono la loro vita sportiva nel Campionato d’Eccellenza, in Serie A o nelle serie minori si vuole generare un meccanismo di riconoscenza verso i club che hanno loro consentito liberamente di poter avere le massime soddisfazioni cui ognuno poteva aspirare nell’ambito della regione Abruzzo.
Allora “FARE SQUADRA” non resterebbe solo un’allocuzione retorica se tutte le società della regione Abruzzo prendessero un formale impegno affinché gli atleti da loro formati e cresciuti nelle varie categorie giovanili fossero liberi, senza compensazioni di nessuna natura, di scegliere la squadra più adeguata alle loro competenze ed esigenze.
Lo scopo è quello di liberalizzare i movimenti con particolare attenzione a quelli dal basso verso l’alto nella scala dei valori sportivi.
In Regione Abruzzo abbiamo due squadre di Serie A, che si spera possano ulteriormente migliorare il loro livello, oltre che squadre di Serie B, C1 e C2.
Dunque in concreto propongo che ogni Società sia disponibile a consentire il passaggio di un atleta ad un Club a lui interessato o viceversa ad un club cui l’atleta ambisce a giocare.
Mi rendo perfettamente conto che un tale sistema andrebbe a rivoluzionare i meccanismi finora vigenti e gli equilibri economici a cui, pure, ogni società deve porre attenzione, tuttavia vorrei sottolineare come le economie non si possono fare a discapito degli interessi ed aspirazioni degli atleti.
Un impegno di tal genere, che potremmo chiamare “Patto per il Rugby Abruzzese” potrebbe dare, invece, dei concreti ritorni basati sulla possibilità di presentarsi alle Istituzioni ed agli operatori economici con un piano chiaro, condiviso e forte nei suoi principi e valori.
È vero che le società sportive devono essere gestite come delle Aziende, ma non dimentichiamo che mentre la mission di queste è il mero profitto, altra e più alta è la mission dello sport.
Gli investimenti dei club sui ragazzi, coinvolti nel gioco del rugby anche in tenera età, fatti crescere con fatica ed impegno non possono essere finalizzati al ritorno economico, ma alla creazione di un ciclo virtuoso per il quale il club vede un ritorno dei propri ragazzi a fine carriera per una continua e sostenibile crescita della società.
D’altra parte il meccanismo di valorizzazione del capitale umano preso da bambino, cresciuto sportivamente, dunque monetizzato al pari di un investimento in borsa, seppur del tutto legittimo, comporta, spesso, un senso di ribellione e di allontanamento dal club che lo ha visto crescere da parte degli atleti e delle famiglie che subiscono sulla loro pelle il condizionamento dello scambio monetario pur di veder sodisfatte le proprie aspirazioni.
Con il Patto che propongo, che dovrebbe vedere interessate tutte le società abruzzesi, si costituirebbe un’unità d’intenti in cui ogni club potrebbe riconoscersi come se l’Abruzzo fosse un unico grande CLUB.
Come rispettare la diversità delle realtà, i diversi metodi di lavoro, di reclutamento e di sviluppo nei diversi territori che se esistono evidentemente hanno tutte le loro ragioni?
In effetti con questo “Patto” non si vuole creare nessuna omogeneizzazione, ma esclusivamente riconoscersi in un progetto comune di crescita, in cui ogni società al contrario deve vedere il lavoro della società vicina come una concorrenza che impone a se stessa la necessità di essere allo stesso livello, per un offerta sempre più interessante.
Riconoscersi in un progetto comune in cui alla fine gli atleti in uscita dall’under 18 non siano oggetto di scambio eviterebbe quei tristi fenomeni di “cannibalismo” per cui si crede che la crescita del proprio club avvenga più facilmente se si creano difficoltà al club concorrente, come se le difficoltà del vicino si traducano automaticamente in benefici per se stessi.
I rapporti con le Istituzioni pubbliche oggi sono calibrati attraverso le iniziative di ogni società che si propone per ottenere benefici, per risolvere problemi e per definire l’uso degli impianti sportivi.
Un “patto” chiaro e riconoscibile anche dall’opinione pubblica, consentirebbe invece una razionalizzazione ed ottimizzazione degli impianti al fine di permettere ad ogni club di poter contare su un campo, degli spogliatoi, di impianto d’illuminazione e club house.
A mero titolo d’esempio, per la sola città dell’Aquila, che, ovviamente, è il faro di riferimento per l’intera regione, troviamo situazioni consolidate come l’impianto “Enrico Iovenitti” di Paganica, “Centi Colella” dell’Aquila, mentre vi sono situazioni da definire per migliorarne sia i termini di utilizzazione, manutenzione e di completamento di strutture e servizi come lo Stadio “Tommaso Fattori”, il campo da rugby di Piazza d’Armi ed il “Comunale di Villa S. Angelo”.
Ebbene sono sicuro che le Amministrazioni Comunali sarebbero molto più sensibili e facilitate nelle proprie scelte se si trovassero di fronte l’insieme delle Società Aquilane che condividendo la finalizzazione del proprio lavoro chiedono il miglioramento delle condizioni.
Deve valere il principio che le difficoltà di una crea problemi anche alle altre società e viceversa il beneficio di una si tramette pure alle altre.
Ciò comporta che se oggi abbiamo alcuni club che hanno la forza di molti ragazzi per tutte le categorie, questi sono una risorsa per tutti noi ed uno stimolo per gli altri club a seguirne le tracce utilizzando le stesse strategie che facilmente possono essere condivise.
Altresì la chiarezza dei rapporti e degli impegni, che di sicuro andranno a beneficio delle massime espressioni del rugby in Abruzzo, consentirà di utilizzare quei meccanismi, che già esistono, per permettere ai migliori giocatori U18 di fare qualche esperienza, cioè qualche partita, nelle squadre di serie A continuando a giocare normalmente con il proprio club il campionato di categoria.
Questa fluidità arricchisce tutti, i giocatori vedono concretamente che la realizzazione dei propri desideri dipende esclusivamente da loro stessi senza barriere tra club, distanze tra allenatori, o, addirittura, scambi economici.
La crescita dei talenti, specie U16 ed U18, troverebbe in Abruzzo un binario parallelo a quello determinato dai centri di formazione permanenti ed accademie ed anzi con questi potrebbero molto più facilmente avvenire quegli scambi nelle due direzioni senza che chi esce dai centri federali debba sentirsi un frustrato ed uno sconfitto e viceversa chi entra, anche a 16 anni, sentirsi arrivato, perché troverebbero un’alternativa che consentirebbe sia di tornare in accademia in quanto valorizzato sia di scegliere di restare nel territorio perché qui viene comunque garantita la sua crescita senza il distacco e la perdita del senso e dell’orgoglio dell’appartenenza.
Come vedete gli spunti per discutere e per riflettere sono molti, la mia infatti è un’iniziativa che vuole spingere al confronto ed alla condivisione uscendo anche dagli schemi precostituiti perché sono sicuro che l’interesse di tutti voi è lo stesso ed è il bene del rugby.
Nel ribadire che ognuno deve sentirsi libero di fare le scelte che ritiene migliori per se stesso e per il proprio club, vi invio i miei più cordiali saluti ed augurio di buon lavoro.
Giorgio Morelli
Presidente CRA

Dal Pro12 un giro di carte inevitabile: per l’Italia l’ora di riprendere in mano il suo destino

Nella capitale il summit tra il boss operativo del torneo celtico e Alfredo Gavazzi è andato nell’unico modo in cui poteva andare, con la conferma della pattuglia italiana fino al 2020. Ma bisogna lo stesso muoversi. Mitrea escluso dal panel degli arbitri di Champions Cup e Sei Nazioni?

Ieri l’incontro a Roma tra il Managing Director del Pro12 Martin Anayi e il presidente federale Alfredo Gavazzi. Dopo il vertice non è stato emesso nessun comunicato ufficiale ma sul tavolo c’erano l’ingresso di due franchigie sudafricane nel torneo e la situazione delle Zebre. Per quanto riguarda la prima questione i dettagli verranno resi noti tra una settimana, dopo l’incontro in programma a Dublino del board della competizione, e non è matematico che Kings e Cheetahs entrino a far parte del torneo già dal prossimo settembre. Dettagli ancora non conosciuti nemmeno sulla vicenda Zebre che preoccupa non poco i dirigenti del Pro12 che – lo ricordiamo – hanno affrontato solo una manciata di anni fa un altro crack italiano, quello degli Aironi.
L’incontro ha stabilito che le squadre italiane nel torneo rimarranno due fino al 2020, così come prevede il contratto sottoscritto dalla FIR. Poi si vedrà.

La stampa veneta nei giorni scorsi aveva paventato una possibile esclusione dei bianconeri con il conseguente dimezzamento della pattuglia italiana. Due però le spinte che portavano verso il mantenimento dello status quo: il primo di natura contrattuale ed economica, con la prevedibile penale che la FIR avrebbe dovuto pagato in caso di inadempimento dei termini previsti dall’accordo tutt’ora in essere (ma, rimanendo legati ai biechi numeri: siamo sicuri che i costi di due anni di torneo celtico sarebbero stati superiori alla sanzione?), il secondo di natura politica con la nostra federazione che non poteva permettersi un simile fallimento, con l’estromissione di una sua squadra dopo aver vagheggiato fino a pochi mesi fa la costituzione di una terza franchigia. Lasciando tra l’altro sullo sfondo la questione di una trentina di giocatori a quel punto da piazzare da qualche parte a metà luglio… Come quasi sempre accade in queste cose (quasi, eh) tutto è andato nell’unico modo in cui poteva andare.

Nei prossimi giorni un po’ di nebbia sulle Zebre verrà diradata per forza di cose, ma quello che personalmente trovo più importante è l’atteggiamento nella gestione dei due anni di contratto celtico. Finora l’Italia è rimasta in mezzo al guado, tenuta in quella posizione anche dagli scarsi risultati del campo e da quelli nulli sul fronte economico, ma servono un cambio di marcia e idee chiare su cosa fare oggi, su cosa fare tra due anni e su come armonizzare il resto del movimento meglio di quanto non si è fatto finora (e su questo aspetto ottenere risultati più positivi non dovrebbe essere complicatissimo). E soprattutto l’Italia deve tornare ad essere padrona del suo destino, non solo accontentarsi di essere socio 1minoritario nella stanza dei bottoni in balia delle volontà altrui.

Intanto Rugbymeet racconta di una esclusione ancora non uffiiciale ma che sembra ormai certa di Marius Mitrea dal panel di arbitri della prossima Champions Cup, e di quello conseguente dal Sei Nazioni. Nell’articolo si legge che “(…) qualcuno si era addirittura sbilanciato prevedendo che sarebbe stata quella 2018 l’edizione storica del Sei Nazioni che avrebbe visto la direzione di gara affidata a un membro del CNAr. Invece niente. Pare che il nome di Mitrea non compaia nemmeno nella lista dei primi e dei secondi assistenti. Un’altra versione della sua eliminazione parla più semplicemente di “parabola in ascesa giunta al massimo della sua salita” e di “posti da lasciare ad altri e più giovani pretendenti”. Comunque la si voglia intendere, se confermata, la notizia dice che dal 2000 (anno di ingresso al Sei Nazioni) a oggi l’Italia non è riuscita a esprimere un direttore di gara degno di operare ad alto livello”.

Come scrivevo poco fa bisogna invertire la rotta di questa lenta deriva iniziata 3-4 anni dopo l’ingresso nel Sei Nazioni. E bisogna farlo con i fatti e i risultati in primis sul campo e poi anche nella capacità di generare fatturato (è il professionismo bellezza), lasciando da parte l’orgoglio nazionalista ferito che va forse bene per conquistarsi qualche titolo sui giornali e un po’ di spazio effimero sui social, ma lascia davvero il tempo che trova.

Il vento del Sudafrica sul Pro12 non spazza via le nostre sofferenze celtiche

Le franchigie sudafricane alla porta, un po’ più lontana – ma comunque incombente – pare ci sia anche una selezione statunitense e i colloqui con la federazione tedesca. Ma, cosa più preoccupante per noi, è che tra le mura di casa c’è un gran marasma. Perché siamo all’11 luglio e sulla vicenda Zebre ci sono ancora banchi di nebbia parecchio fitti, tanto che secondo alcuni organi di stampa la corsa dei bianconeri potrebbe essere arrivata davvero alla fine con la non iscrizione al prossimo torneo celtico. Una indiscrezione al momento, ma cerchiamo di essere onesti: se davvero accadesse avremmo di che essere stupiti? Arrabbiati, contrariati, polemici, soddisfatti… tutto quello che volete, ma forse stupiti no.
A Treviso la situazione è decisamente più tranquilla ma anche qui si tengono gli occhi bene aperti con il club ha annunciato il rinvio dell’inizio della campagna abbonamenti per la stagione 2017/2018. Perché? Beh, perché del calendario del prossimo anno ancora non si vede traccia e finché non verrà risolta la questione delle franchigie sudafricane non potrebbe essere altrimenti. Ma in Veneto preoccupa di più quello che succede – o quello che NON succede – a Parma e lanciano un segnale. D’altronde nella Marca la partecipazione all’avventura celtica non è mai stata vissuta come una questione di vita o di morte.

La verità è che dopo 7 anni possiamo dire in maniera inoppugnabile o quasi che il Pro12 è economicamente insostenibile per il nostro movimento. Per parteciparvi abbiamo impoverito il resto della piramide e non siamo mai riusciti a dare una qualche raddrizzata, a metterci anche delle semplici pezze. Allestire le franchigie costa moltissimo, la famigerata tassa d’ingresso è ancora tutta lì nonostante annunci e promesse, non più 3 milioni d’accordo, ma ogni anno paghiamo un milione e 250mila euro per partecipare a un torneo che non porta sponsor o soldi dai diritti televisivi. E’ vero che nella relazione allegata all’ultimo Bilancio Preventivo FIR il presidente Gavazzi parla di trattative per portare le partite del torneo celtico su Eurosport per 400mila euro l’anno, ma si tratta di cifre fantascientifiche per quanto abbiamo visto finora, con incassi bassissimi per la federazione che in gran parte delle scorse annate si è pure accollata i costi della produzione. Credo che nessun gruppo tv sia oggi disposto a sborsare quella cifra per il Pro12, tanto più che non è in corso nessuna asta per vincere la corsa a quei diritti, che infatti sono stati spesso assegnati a campionato già iniziato da diverse settimane. Perdonatemi, ma finché non lo vedo non ci credo.

E sotto l’aspetto tecnico? Qui la questione si fa più dibattuta, con la gran parte di giocatori e tecnici sottolineano l’importanza di prendere parte al campionato celtico. Certo oggi un’alternativa vera non si è voluta/potuta costruire, con l’Eccellenza che è stata prima degradata e poi tenuta a languire in una sorta di limbo che non soddisfa nessuno. Una Eccellenza competitiva probabilmente cambierebbe le carte in tavole, e nemmeno di poco.
Ad ogni modo le nostre due formazioni hanno un gap non indifferente, con una struttura del torneo che oggi penalizza Benetton e Zebre, costrette a continue lunghissime trasferte che di fatto impediscono ai giocatori di allenarsi adeguatamente per buona parte dell’anno. Non lo dice Paolo Wilhelm, ma è una tesi sostenuta da tutti – ribadisco: tutti – i tecnici e i team manager che si sono finora avvicendati sia in campo biancoverde che in quello bianconero. Scozzesi, irlandesi e gallesi hanno trasferte molto più brevi e comode. Certo la geografia li aiuta, ma va anche detto che molte delle formazioni che vengono in Italia accorpano le trasferte a Parma e Treviso in modo da poterle affrontare nell’arco di una settimana. A Zebre e Benetton succede molto più raramente e qui la geografia c’entra pochissimo, ma è il peso politico a contare, la forza di cui disponi per avanzare richieste che sai i tuoi partner non gradiranno perché cambieranno in peggio la loro vita. Ma la scorsa settimana il presidente federale Gavazzi ha detto che “il primo luglio dovevamo diventare soci del Pro12, ma non abbiamo risposte”. Oggi a Roma incontro tra il vertice FIR e quello del board celtico.

Tutte le nazionali maggiori e le due celtiche: come è andato il 2016/2017 del nostro Alto Livello

I ragazzi di Conor O’Shea, gli azzurrini, il gruppo degli Emergenti e le ragazze. In più le due celtiche, Benetton e Zebre. Ovvero il meglio che produce il nostro rugby: l’Alto livello e le sue propaggini più vicine. Quante partite sono state giocate dallo scorso settembre a questo giugno? Quante vinte? Quante perse? E le mete? Qui tutte le risposte…

Ieri mattina l’ufficio stampa FIR ha inviato una mail con l’aggiornamento delle statistiche della nazionale, una comunicazione abituale che avviene dopo ogni incontro degli azzurri. Questa mail era però accompagnata da una sorta di mini-riassunto della stagione 2016/2017. Un bigino per sommi capi delle partite di novembre, del Sei Nazioni e del tour estivo appena concluso. Eccolo:

Nel corso della stagione l’Italia ha disputato 11 test-match, ottenendo una vittoria e dieci sconfitte segnando diciassette mete e concedendone cinquanta.
Dieci giocatori (Bronzini, Ferrari, Quaglio, Sperandio, Ruzza, Bigi, Budd, Zani, Pasquali e Lazzaroni ) hanno fatto il proprio esordio in Nazionale.
Il giocatore più utilizzato è stato l’estremo Edoardo Padovani, sceso in campo in tutti gli undici test-match per un totale di 895 minuti giocati. L’atleta con il minor numero di minuti giocati è stato il pilone destro Tiziano Pasquali, che ha disputato quattordici minuti a Suva contro Fiji.
Il mediano d’apertura Tommaso Allan è stato il miglior marcatore dell’Italia con 43 punti realizzati, il miglior metaman Michele Campagnaro con tre mete.

Perché non fare un riassunto anche delle altre nostre nazionali più importanti – U20,  Emergenti e femminile – e delle nostre due franchigie? Pochi dati di quello che è il meglio del nostro rugby, numeri che certo non possono raccontare tutto ma comunque dire diverse cose e soprattutto rilevare un andamento dell’Alto Livello in senso lato. Qualcuno dirà che sto mettendo assieme mele e pere. Forse, io non credo, ma non sto paragonando l’Eccellenza e il Pro12, o i test match di novembre con il Sei Nazioni femminile: raccolgo solo i risultati e alcuni macro-dati statistici relativi a uno specifico arco temporale, da settembre 2016 a giugno 2017. Poi ognuno ci legga quello che preferisce in quello che potrebbe essere definito una specie di PIL del rugby (giocato) al vertice del movimento italiano, ovvero le principali nazionali e le due squadre celtiche. Poi va da sé che ogni gara è una storia a parte, che puoi vincere o perdere per un dettaglio. Che ci sono alcune vittorie che hanno un peso specifico maggiore rispetto magari anche a 5 sconfitte (e viceversa). Qui però troverete un indicatore comunque oggettivo ma che non ha la pretesa della Verità Assoluta, quella che molti sembrano mettersi tutte le mattine nello zainetto. Sono solo numeri, bruti, così come verranno archiviati negli annuali. Senza commenti.
E comunque nella formazione del PIL, quello vero, vengono giustapposte mele e pere. E pure molto altro.

ITALIA
partite giocate: 11
partite vinte: 1
partite perse: 10
mete marcate: 17
mete incassate: 50

ITALIA U20
partite giocate: 10
partite vinte: 1
partite perse: 9
mete marcate: 20
mete incassate: 45

ITALIA EMERGENTI
partite giocate: 5
partite vinte: 2
partite perse: 3
mete marcate: 20
mete incassate: 17

ITALIA FEMMINILE
partite giocate: 5
partite vinte: 0
partite perse: 5
mete marcate: 7
mete incassate: 18

BENETTON TREVISO
Guinness Pro12
partite giocate: 22
partite vinte: 5
partite perse: 17
mete marcate: 35
mete incassate: 92
Challenge Cup
partite giocate: 6
partite vinte: 2
partite perse: 4
mete marcate: 9
mete incassate: 23

ZEBRE
Guinness Pro12
partite giocate: 22
partite vinte: 3
partite perse: 19
mete marcate: 38
mete incassate: 105
Champions Cup
partite giocate: 6
partite vinte: 0
partite perse: 6
mete marcate: 11
mete incassate: 49

DATI AGGREGATI
partite giocate: 87
partite vinte: 14
partite perse: 73
mete marcate: 156
mete incassate: 399

IN AVANTI POPOLO! – Un po’ di cose sulla vicenda Zebre, partendo da lontano per guardare oltre domani

Sulla vicenda Zebre le reazioni di tifosi e appassionati sono state le più diverse, si è letto un po’ di tutto, ma l’indignazione – merce piuttosto diffusa in questi tempi – è forse il sentimento più comune. Piccolo passo indietro: poco meno di una settimana fa la FIR ha comunicato che la società bianconera “sarà interamente partecipata dalla Federazione stessa con l’obiettivo di rispettare gli accordi vigenti e garantire la partecipazione di due squadre italiane al Guinness PRO12 sino al 2020”. Le Zebre così come le conoscevamo sono morte, fallite, ne nasceranno altre con una denominazione probabilmente molto simile a quella attuale, che rimarranno a Parma di sicuro la prossima stagione e poi si vedrà.
Indignazione dicevamo, ma alla fine quella che è successa è la cosa più sensata che poteva accadere. Intendiamoci, e non è un dettaglio, sensata per come si erano messe le cose.

Nel corso degli anni ho più volte scritto che uno dei deficit più pesanti del nostro movimento è quello dirigenziale. E’ un problema che riguarda la FIR, dove è ovviamente più visibile data la specificità di quella realtà nel panorama rugbistico italiano, ma che fatte le debite proporzioni interessa la maggior parte di club e società di ogni dove e di ogni livello. La vicenda Zebre, pardon, la vicenda Aironi/Zebre è paradigmatica, quasi un caso da laboratorio. Un po’ tutta la vicenda celtica lo è.
Inevitabilmente salterò un po’ di cose, il mio vuole essere un riassunto per sommi capi, ma a grandi linee sono successe queste cose: a metà del decennio scorso tra i principali sostenitori dell’avventura in Celtic si annovera Alfredo Gavazzi che tanto fa e tanto disfa e che a un certo punto riesce a strappare una bozza di accordo con il board per l’iscrizione italiana a costo zero. Chi gestisce però il rugby italiano in quel momento (Giancarlo Dondi) dice di no, ma la questione rimane comunque per aria per alcuni anni in cui aperture e chiusure verso quel torneo si susseguono. Alla fine arriva il via libero definitivo al costo però di 3 milioni di euro l’anno (la famosa “tassa di iscrizione” che paghiamo tuttora, anche se diminuita a un milione e 250mila euro l’anno) e non senza aver prima vissuto un vero e proprio dramma ovale con la vicenda dei Pretoriani prima indicati al posto del Benetton Treviso e poi messi alla porta perché dossier e candidatura presentata dalla franchigia romana vengono considerati ben al di sotto dei requisiti richiesti.

Si parte quindi con Aironi e Benetton: Treviso viaggia da sola (se bene o male è un discorso che oggi qui non ci interessa) grazie a una struttura ben oliata nel tempo e la presenza di uno sponsor padronale che mette soldi veri da tanti anni e che continua a farlo tutt’ora. Magari meno di un tempo, ma lo fa e in giro non ce n’è molti altri. Anzi.
Gli Aironi incontrano difficoltà tecniche – assolutamente prevedibili, quasi normali verrebbe da dire – e altre economico/societarie: i conti non tornano, alcuni soci smettono di versare i finanziamenti promessi e il presidente Melegari chiede aiuto alla FIR, un sostegno temporaneo di una stagione per superare il momento difficile. Dalla federazione arriva un no, gli Aironi collassano e falliscono, nascono le Zebre che vengono portate a Parma (strano eh?) e tra i soci ci sono anche quelli che hanno fatto saltare la baracca in quel di Viadana.
Le Zebre però sono totalmente federali, chi paga la qualunque è il presidente della federazione, che ora è anche cambiato: non c’è più Dondi, che si sente costretto a ritirarsi dalla corsa di settembre 2012 e che si appoggia Gavazzi, che viene eletto quale suo successore. Tra i due i rapporti sono quantomeno altalenanti, non si piacciono, nelle club house tra una birra e l’altra si raccontano anche di scontri durissimi ma entrambi i diretti interessati sanno che possono aiutarsi a vicenda. Non è una vera alleanza, è più una concomitanza di fattori e di convenienze.

Il nuovo numero uno del nostro rugby dice quasi fin da subito che vuole privatizzare le Zebre, questione di soldi e conti (la franchigia bianconera costa molto, parecchio di più dell’aiuto che Melegari aveva richiesto a Dondi), ci mette un paio di anni abbondanti in cui nessuna grossa azienda e/o sponsor si fa avanti per aprire i cordoni della borsa, soprattutto in maniera continuata, ma alla fine un nutrito gruppo di soci del territorio ducale ed emiliano messi assieme un po’ alla bell’e meglio raccolgono una cifra che serve quantomeno per coprire il capitale sociale (300mila euro circa). Gli attori coinvolti sono tanti, troppi, quelli che hanno più peso specifico sono di fatto gli stessi che hanno fatto andare a gambe all’aria gli Aironi e soprattutto non mettono e non metteranno mai i soldi per fare delle Zebre una vera e propria società privata: i bianconeri vanno avanti esclusivamente grazie ai soldi della FIR, il resto sono chiacchiere.
La situazione, alla lunga, non può che implodere e arrivare esattamente al punto in cui si trova oggi. Quel comunicato federale dell’altro giorno è la naturale conclusione di questa vicenda. E lo ripeto: data la situazione è anche la più sensata.

Il problema però non è l’oggi, ma il domani. E con domani non intendo nemmeno la stagione a venire o quella dopo, il problema è cosa succederà alla scadenza del contratto con il board. Perché l’obiettivo, carta canta, è quello di “rispettare gli accordi vigenti e garantire la partecipazione di due squadre italiane al Guinness PRO12 sino al 2020”. Oggi, martedì 27 giugno 2017, l’odore è quello del tiriamo a campare, del vediamo che succede. Ci sono degli accordi, li devo rispettare e oltretutto la credibilità internazionale italiana che già non è altissima (giratela come volte: due fallimenti in sette stagioni sono un cv che nessuno vorrebbe avere) ne uscirebbe a pezzi. Bisogna arrivare al 2020, cercare di coinvolgere sponsor, amministrazioni comunali e istituzioni in un’avventura che finora non ha portato né risultati sportivi e nemmeno soldi. Mettiamoci una pezza fino al 2020 e poi vedremo. Nel frattempo cerchiamo di farci male il meno possibile e tutto quello che verrà lo avremo guadagnato. Tanto più che ormai l’ingresso di un paio di franchigie sudafricane ormai sembra certo e dopo il 2020 (guarda le coincidenze) le opzioni USA/Canada se non addirittura Germania potrebbero diventare concrete.

Personalmente – per quello che può valere – trovo che il nocciolo della questione oggi sia questo. E lo capisco anche, è un ragionamento coerente. Ma può bastare per il momento, al massimo qualche mese, poi bisogna decidere cosa vogliamo fare da grandi, una volta per tutte. Se essere ancora celtici oppure no, con tutto quello che ne consegue. Progettando piani alternativi che siano comunque compatibili con un sistema e una struttura che va migliorata in più punti, a partire dal nodo-Eccellenza.
La vicenda Zebre oggi ci dice tutto questo. Ho sempre pensato che Alfredo Gavazzi sia una persona molto abile nel momento in cui lo metti con le spalle al muro, lo è meno nella fase della progettazione e della visione a medio-lungo termine (opinione personale, ça va sans dire). Oggi è costretto a farlo. E’ simpatico? Antipatico? E’ la persona adatta alla bisogna oppure no? Sono domande inutili, aleatorie e tutto sommato fuori luogo. Finora ha dovuto gestire una situazione creata da altri, ora la palla ce l’ha lui. Punto. Qualcosa deve combinare. La FIR deve smettere di traccheggiare e prendere una decisione chiara, possibilmente la più condivisa possibile e poi perseguirla con forza. Lo hanno fatto in Scozia, possiamo farlo pure noi. Alternative non ne abbiamo più.