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IN AVANTI POPOLO! – Un po’ di cose sulla vicenda Zebre, partendo da lontano per guardare oltre domani

Sulla vicenda Zebre le reazioni di tifosi e appassionati sono state le più diverse, si è letto un po’ di tutto, ma l’indignazione – merce piuttosto diffusa in questi tempi – è forse il sentimento più comune. Piccolo passo indietro: poco meno di una settimana fa la FIR ha comunicato che la società bianconera “sarà interamente partecipata dalla Federazione stessa con l’obiettivo di rispettare gli accordi vigenti e garantire la partecipazione di due squadre italiane al Guinness PRO12 sino al 2020”. Le Zebre così come le conoscevamo sono morte, fallite, ne nasceranno altre con una denominazione probabilmente molto simile a quella attuale, che rimarranno a Parma di sicuro la prossima stagione e poi si vedrà.
Indignazione dicevamo, ma alla fine quella che è successa è la cosa più sensata che poteva accadere. Intendiamoci, e non è un dettaglio, sensata per come si erano messe le cose.

Nel corso degli anni ho più volte scritto che uno dei deficit più pesanti del nostro movimento è quello dirigenziale. E’ un problema che riguarda la FIR, dove è ovviamente più visibile data la specificità di quella realtà nel panorama rugbistico italiano, ma che fatte le debite proporzioni interessa la maggior parte di club e società di ogni dove e di ogni livello. La vicenda Zebre, pardon, la vicenda Aironi/Zebre è paradigmatica, quasi un caso da laboratorio. Un po’ tutta la vicenda celtica lo è.
Inevitabilmente salterò un po’ di cose, il mio vuole essere un riassunto per sommi capi, ma a grandi linee sono successe queste cose: a metà del decennio scorso tra i principali sostenitori dell’avventura in Celtic si annovera Alfredo Gavazzi che tanto fa e tanto disfa e che a un certo punto riesce a strappare una bozza di accordo con il board per l’iscrizione italiana a costo zero. Chi gestisce però il rugby italiano in quel momento (Giancarlo Dondi) dice di no, ma la questione rimane comunque per aria per alcuni anni in cui aperture e chiusure verso quel torneo si susseguono. Alla fine arriva il via libero definitivo al costo però di 3 milioni di euro l’anno (la famosa “tassa di iscrizione” che paghiamo tuttora, anche se diminuita a un milione e 250mila euro l’anno) e non senza aver prima vissuto un vero e proprio dramma ovale con la vicenda dei Pretoriani prima indicati al posto del Benetton Treviso e poi messi alla porta perché dossier e candidatura presentata dalla franchigia romana vengono considerati ben al di sotto dei requisiti richiesti.

Si parte quindi con Aironi e Benetton: Treviso viaggia da sola (se bene o male è un discorso che oggi qui non ci interessa) grazie a una struttura ben oliata nel tempo e la presenza di uno sponsor padronale che mette soldi veri da tanti anni e che continua a farlo tutt’ora. Magari meno di un tempo, ma lo fa e in giro non ce n’è molti altri. Anzi.
Gli Aironi incontrano difficoltà tecniche – assolutamente prevedibili, quasi normali verrebbe da dire – e altre economico/societarie: i conti non tornano, alcuni soci smettono di versare i finanziamenti promessi e il presidente Melegari chiede aiuto alla FIR, un sostegno temporaneo di una stagione per superare il momento difficile. Dalla federazione arriva un no, gli Aironi collassano e falliscono, nascono le Zebre che vengono portate a Parma (strano eh?) e tra i soci ci sono anche quelli che hanno fatto saltare la baracca in quel di Viadana.
Le Zebre però sono totalmente federali, chi paga la qualunque è il presidente della federazione, che ora è anche cambiato: non c’è più Dondi, che si sente costretto a ritirarsi dalla corsa di settembre 2012 e che si appoggia Gavazzi, che viene eletto quale suo successore. Tra i due i rapporti sono quantomeno altalenanti, non si piacciono, nelle club house tra una birra e l’altra si raccontano anche di scontri durissimi ma entrambi i diretti interessati sanno che possono aiutarsi a vicenda. Non è una vera alleanza, è più una concomitanza di fattori e di convenienze.

Il nuovo numero uno del nostro rugby dice quasi fin da subito che vuole privatizzare le Zebre, questione di soldi e conti (la franchigia bianconera costa molto, parecchio di più dell’aiuto che Melegari aveva richiesto a Dondi), ci mette un paio di anni abbondanti in cui nessuna grossa azienda e/o sponsor si fa avanti per aprire i cordoni della borsa, soprattutto in maniera continuata, ma alla fine un nutrito gruppo di soci del territorio ducale ed emiliano messi assieme un po’ alla bell’e meglio raccolgono una cifra che serve quantomeno per coprire il capitale sociale (300mila euro circa). Gli attori coinvolti sono tanti, troppi, quelli che hanno più peso specifico sono di fatto gli stessi che hanno fatto andare a gambe all’aria gli Aironi e soprattutto non mettono e non metteranno mai i soldi per fare delle Zebre una vera e propria società privata: i bianconeri vanno avanti esclusivamente grazie ai soldi della FIR, il resto sono chiacchiere.
La situazione, alla lunga, non può che implodere e arrivare esattamente al punto in cui si trova oggi. Quel comunicato federale dell’altro giorno è la naturale conclusione di questa vicenda. E lo ripeto: data la situazione è anche la più sensata.

Il problema però non è l’oggi, ma il domani. E con domani non intendo nemmeno la stagione a venire o quella dopo, il problema è cosa succederà alla scadenza del contratto con il board. Perché l’obiettivo, carta canta, è quello di “rispettare gli accordi vigenti e garantire la partecipazione di due squadre italiane al Guinness PRO12 sino al 2020”. Oggi, martedì 27 giugno 2017, l’odore è quello del tiriamo a campare, del vediamo che succede. Ci sono degli accordi, li devo rispettare e oltretutto la credibilità internazionale italiana che già non è altissima (giratela come volte: due fallimenti in sette stagioni sono un cv che nessuno vorrebbe avere) ne uscirebbe a pezzi. Bisogna arrivare al 2020, cercare di coinvolgere sponsor, amministrazioni comunali e istituzioni in un’avventura che finora non ha portato né risultati sportivi e nemmeno soldi. Mettiamoci una pezza fino al 2020 e poi vedremo. Nel frattempo cerchiamo di farci male il meno possibile e tutto quello che verrà lo avremo guadagnato. Tanto più che ormai l’ingresso di un paio di franchigie sudafricane ormai sembra certo e dopo il 2020 (guarda le coincidenze) le opzioni USA/Canada se non addirittura Germania potrebbero diventare concrete.

Personalmente – per quello che può valere – trovo che il nocciolo della questione oggi sia questo. E lo capisco anche, è un ragionamento coerente. Ma può bastare per il momento, al massimo qualche mese, poi bisogna decidere cosa vogliamo fare da grandi, una volta per tutte. Se essere ancora celtici oppure no, con tutto quello che ne consegue. Progettando piani alternativi che siano comunque compatibili con un sistema e una struttura che va migliorata in più punti, a partire dal nodo-Eccellenza.
La vicenda Zebre oggi ci dice tutto questo. Ho sempre pensato che Alfredo Gavazzi sia una persona molto abile nel momento in cui lo metti con le spalle al muro, lo è meno nella fase della progettazione e della visione a medio-lungo termine (opinione personale, ça va sans dire). Oggi è costretto a farlo. E’ simpatico? Antipatico? E’ la persona adatta alla bisogna oppure no? Sono domande inutili, aleatorie e tutto sommato fuori luogo. Finora ha dovuto gestire una situazione creata da altri, ora la palla ce l’ha lui. Punto. Qualcosa deve combinare. La FIR deve smettere di traccheggiare e prendere una decisione chiara, possibilmente la più condivisa possibile e poi perseguirla con forza. Lo hanno fatto in Scozia, possiamo farlo pure noi. Alternative non ne abbiamo più.

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Un derby celtico tutto da seguire, ma Zebre e Benetton ci racconteranno 7 anni di vacche magrissime

Sabato a Parma le due franchigie chiudono la propria stagione con una sfida che deciderà chi giocherà la Champions Cup e chi la Challenge. L’altra faccia della medaglia è già ora la certezza matematica dell’ennesima ultima posizione per una squadra italiana, un en plein dal 2010/2011.

Un derby atteso, un derby che chiude la stagione. Un derby che – perdonatemi – ha poco da dire. Ancora meglio: la partita che si giocherà sabato pomeriggio a Parma e che chiude la stagione 2016/2017 di Zebre e Benetton Treviso certifica, ancora una volta lo stato del rugby italiano. Se mai ce ne fosse bisogno.
Nella stagione 2010/2011 gli Aironi arrivarono ultimi, un paio di gradini sopra si piazzò il Benetton e l’anno dopo le cose sono andate esattamente nel medesimo modo. Il 2012/2013 è l’anno di debutto delle Zebre (ultime) e della miglior performance del Benetton Treviso che finisce settimo. Poi un triennio di abbonamenti tricolori alle ultime due posizioni della classifica, con le Zebre in coda due volte su tre e i biancoverdi a chiudere la fila un anno fa.

E quest’anno? Le nostre due formazioni partono appaiate in ultima posizione, entrambe a 19 punti, tre lunghezze sopra ci sono i Dragons di Newport. In teoria la matematica ci lascia la porta aperta per non vedere ancora una volta tutte e due le squadre italiane in fondo alla classifica, ma dipende molto dalla squadra gallese impegnata sempre sabato nel derby casalingo contro i Cardiff Blues: Benetton o Zebre potrebbero finire anche terzultime. Non scomponetevi per l’entusiasmo, please. Quello che è certo è che una italiana finirà ancora una volta ultima, per la settima volta consecutiva in 7 anni.
Va da sé che tutti i tifosi italiani, compreso il sottoscritto, seguiranno con immutata passione la partita di Parma e i suoi protagonisti, non c’è nemmeno bisogno di dirlo. Lo farebbero (e lo farei) anche dopo altri 7 anni di vacche magre. Spero però di non essere preso in parola… Che ci piacerebbe un casino – care Zebre e cari Leoni – vedere un derby che sappia volare ad altre altezze.

Soldi e rugby italiano: memorie di un marketing perduto. Anzi, proprio mai visto

Trovarsi casualmente in mano un libro del 2010 con spunti e indicazioni suggeriti per sfruttare al meglio l’ingresso nella Celtic League. Rendersi conto che il nostro movimento ha seguito strade molto diverse. Strade poco fortunate. E quel volume aveva anche il patrocinio FIR…

La radio presso cui lavoro sta per cambiare sede. Sono giorni piuttosto incasinati da un punto di vista logistico, come potete immaginare, tra macchinari che vengono spostati da una parte all’altra e con tonnellate di scatoloni da riempire. Svuotando un mio cassetto ho ritrovato un libro che avevo letto anni fa, “Marketing ovale – Punti, appunti e spunti di marketing applicati al rugby”. A scriverlo Antonio Pagano, avvocato che ha un “background in management e marketing sportivi oltre che in diritto sportivo”, come racconta il suo sito. Dopo alcune importanti esperienze con il Viadana e il Rovigo ha preso un aereo ed è volato negli USA, dove vive tuttora e dove insegna alla University of California Riverside. Nel mezzo, era il 2010, ha pubblicato il libro di cui sopra, con la prefazione scritta da William A. Sutton, uno che tra le tante cose è stato consulente per diverse franchigie NBA ed NFL, ex vicepresidente del Team Marketing NBA, attuale direttore del dipartimento Sport Marketing & Entertainment alla University of South Florida. Non uno qualunque.
Sfogliando quel volume mi sono ritrovato a rileggere due paginette (pag. 162 e 163) sul come l’Italia avrebbe dovuto affrontare l’ingresso nell’allora Celtic League da un punto di vista del marketing. Uso il condizionale perché… beh, leggete e vedete voi se qualcuno dei consigli suggeriti è stato seguito, anche solo vagamente. E visti i risultati…
La cosa buffa (o forse no) è che “Marketing ovale” era patrocinato dalla FIR e aveva una introduzione firmata dall’allora presidente federale Giancarlo Dondi. Non aggiungo altro, che tanto non serve, e poi dicono che i blogger rompono le scatole. Buona lettura.

Pagano pag 1

Pagano pag 2

Il futuro delle Zebre? Non è più così importante, purtroppo. Il “dopo” lo è di più

zebre-logo

Nel fine settimana un CdA probabilmente decisivo ma ormai il sentiero sembra già segnato. E per le prossime settimane/mesi a dominare è l’incertezza. In Galles i Dragons hanno problemi simili, ma soluzioni più definite

Che poi tutti si chiedono che cosa succederà alle Zebre. Ora, io non vorrei passare per l’uccello del malaugurio, però il destino della franchigia bianconera mi pare ormai segnato: la riunione del CdA dei prossimi giorni ci dirà se ci sono abbastanza soldi in cassa e forza nei muscoli (della società) per arrivare a fine stagione oppure no. Se la seconda ipotesi dovesse prevalere la FIR farà da garante per il disbrigo del minimo sindacale – leggasi allenamenti, partite e trasferte – così come prevede il contratto stipulato con il board celtico. E si tratta di 8 partite in tutto equamente divisi a metà tra gare casalinghe e lontane da Parma, comprese i due recuperi con Ulster (a Belfast) e Connacht (in casa).

Vorrei sbagliarmi, e mi piacerebbe essere smentito dai fatti delle prossime settimane, ma non scommetterei sul fatto che al via del prossimo torneo celtico ci saranno ancora le Zebre. Non queste Zebre almeno. La vera domanda non è perciò cosa succederà alle Zebre, ma cosa succederà dopo le Zebre. 
Il rischio di rivedere un film già trasmesso è elevato, d’altronde in una manciata d’anni abbiamo fatto da spettatori a due storie che pur con le loro differenze non sono poi così diversi. E soprattutto finiscono nel medesimo triste modo. Sì, l’altro film è ovviamente quello degli Aironi. Ah, anche buona parte degli attori è lo stesso. Strano. Un anno fa circa una cordata di nuovi imprenditori avrebbe voluto entrare e prendere in mano le Zebre per cercare di rilanciarle e soprattutto gestirle in proprio. Erano soldi veri, una privatizzazione vera: non sono stati praticamente ascoltati. Avrebbero avuto successo? Non lo sapremo mai, ma un tentativo andava fatto.

Vedremo un nuovo bando? Probabile. Ma chi può parteciparvi, o meglio: chi avrà voglia di partecipare? Il Pro12 non fa guadagnare valanghe di soldi, soprattutto se il campo non dà certi risultati, e l’attenzione mediatica non è certo di quelle spasmodiche. Purtroppo. Potremmo stare a qui a raccontarci tutta un’altra storia, ma la cruda realtà è questa. Quali sponsor, quali aziende possono aver voglia di intervenire? Quelle che fino ad oggi non si sono mai mostrate interessate alle cose ovali? Quando si sono portate le Zebre a Parma si parlava di Barilla e di altri grandi gruppi della zona. Mai pervenuti.
Gli investitori che hanno versato soldi veri nel nostro movimento in maniera continuativa negli anni sono due: Benetton e Cariparma, la seconda solo nel più ricco bacino della nazionale, ma non c’è certo da criticarla per questo.

Per alcuni la franchigia rimarrà comunque a Parma perché c’è già la Cittadella del rugby, per altri graviterà attorno a Calvisano-Brescia. Per altri ancora verrà spostata a Roma: città sicuramente più appetibile per i tifosi stranieri e sponsor, ma non è che anche qui l’interesse del pubblico sia travolgente nei confronti del rugby, Sei Nazioni a parte. Chiedere a Lazio e Fiamme Oro (anche se in questo secondo caso c’è la particolarità non secondaria di un campo da gioco in una caserma), o alla Capitolina. Certo il bacino su cui lavorare è enorme, 4 milioni di abitanti. Diciamo che in prospettiva le cose potrebbero funzionare, ma mettiamoci in testa che i primi anni saranno molto complicati anche nella capitale. Tralasciando poi il discorso infrastrutture, che i requisiti minimi richiesti agli stadi che ospitano le partite del torneo celtico al momento a Roma non ci sono.

Ma questo è già un momento secondario, successivo al vero nocciolo della questione: chi ci mette i soldi per (ri)dare vita alla franchigia? Gli sponsor? E quali? O toccherà di nuovo alla FIR? Questa sembrerebbe la soluzione più semplice e di più lunga prospettiva stante il mesto panorama attuale, ma le casse della federazione non navigano certo in buone acque, per usare un eufemismo: il bilancio 2015 è stato chiuso pesantemente in rosso, quello 2016 non è stato ancora approvato e del preventivo 2017 non si hanno notizie. E in teoria andava licenziato qualche mese fa.
Mi ripeto: cosa succederà dopo le Zebre? 

PS: i Galles i Dragons di Newport stanno passando guai in qualche modo avvicinabili a quelli delle Zebre, ma il detto “mal comune mezzo gaudio” non vale proprio. Per nulla. Anche perché lì le opzioni sul tavolo sono chiare. Magari discutibili, ma chiare. E non è poco.

Zebre, il futuro è sempre nella nebbia: il precipizio non si allontana

zebre-nebbia

Dal profilo twitter delle Zebre: Zebre-Tolosa

Il Sei Nazioni ha tolto la franchigia dai riflettori dei media ma pare che la prossima, probabilmente decisiva, riunione del CdA si terrà il 25 di febbraio. E ottimismo se ne respira davvero poco. 

“Entro metà o fine febbraio la situazione sarà più definita. Speriamo a breve di riuscire a rendere pubblici nuovi partner, perché nella peggiore delle ipotesi si creerebbero grossi problemi”. Parole di Stefano Pagliarini, presidente delle Zebre, pronunciate il 10 gennaio scorso in un incontro aperto anche alla stampa in cui la franchigia e la locale provincia hanno lanciato un appello a istituzione e aziende per intervenire ed aiutare la società bianconera che naviga in pessime acque. Traduciamo: mettete mano al portafogli e salvateci.
Perché le Zebre (che ieri hanno annunciato l’arrivo del tallonatore sudafricano Sidney Tobias) sono molto, troppo, vicine alla fine che hanno fatto gli Aironi nella primavera del 2012. E due fallimenti così simili in 5 anni sono probabilmente una specie di record, purtroppo. Evidentemente a volte la storia non insegna molto, visto che alcuni dei protagonisti sono gli stessi in entrambe le vicende. Un caso, sicuramente.

Bene, a metà febbraio ci siamo arrivati: come siamo messi? Non bene. Le voci che arrivano da Parma si sprecano ma non vanno poi in direzioni tanto diverse tra loro. Comunque a oggi trovare qualche appiglio certo in tutta questa vicenda è complicato, comprese le date delle riunioni del CdA e ora sembra che una convocazione inizialmente prevista per ieri sera sia slittata a sabato 25. Pare. Una riunione che secondo alcune fonti era già pronta a chiudersi con le dimissioni di tutti i consiglieri: voci incontrollabili ma che probabilmente nessuno si sentirebbe di smentire categoricamente. Perché la franchigia di Parma è ormai in una specie di limbo in cui può succedere di tutto e ogni ipotesi è verosimile, così come il suo esatto opposto.

Le poche cose certe sono che la FIR ha cercato di privatizzare il club ma di fatto ha venduto il solo capitale sociale (300mila euro circa) a un consorzio di alcune decine di soci che in quanto a investimenti non sono andati poi molto oltre quella cifra. Nel frattempo la società si è come squagliata, ha la cassa vuota, ha perso pezzi importanti rendendo sempre più difficile il compito dei giocatori, già non semplice di suo. Che per coprire il buco la FIR ha dovuto metterci un milione di euro, maandando il suo di bilancio in rosso. Sarà stato solo un caso a cui non dare troppo peso, ma continuo a trovare disarmante la totale assenza di dirigenti alla presentazione del derby celtico che a dicembre si è tenuta a Milano, quando a fare capolino per i bianconeri – oltre al capitano, scusate, all’allora capitano George Biagi – c’erano solo il team manager De Rossi e l’addetto stampa. Treviso invece era al gran completo.
Tutti si chiedono come questa vicenda finirà, forse sarebbe meglio chiedersi come sia stato possibile arrivare a questo punto, quando la carcassa degli Aironi è ancora fumante.