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Dalla Champions Cup fino al presente, passato e futuro del torneo celtico: un Tinello di Vittorio Munari imperdibile

Le semifinali della massima competizione europea che i giocano questo fine settimana danno il “la” a Vittorio per addentrarsi nei meandri del Pro14, del Pro12 e della fu Celtic League. Per parlare di Irlanda, Galles, Scozia ma soprattutto di Italia e dei suoi problemi.
Palla a Vittorio!

IN AVANTI POPOLO! – Un po’ di cose sulla vicenda Zebre, partendo da lontano per guardare oltre domani

Sulla vicenda Zebre le reazioni di tifosi e appassionati sono state le più diverse, si è letto un po’ di tutto, ma l’indignazione – merce piuttosto diffusa in questi tempi – è forse il sentimento più comune. Piccolo passo indietro: poco meno di una settimana fa la FIR ha comunicato che la società bianconera “sarà interamente partecipata dalla Federazione stessa con l’obiettivo di rispettare gli accordi vigenti e garantire la partecipazione di due squadre italiane al Guinness PRO12 sino al 2020”. Le Zebre così come le conoscevamo sono morte, fallite, ne nasceranno altre con una denominazione probabilmente molto simile a quella attuale, che rimarranno a Parma di sicuro la prossima stagione e poi si vedrà.
Indignazione dicevamo, ma alla fine quella che è successa è la cosa più sensata che poteva accadere. Intendiamoci, e non è un dettaglio, sensata per come si erano messe le cose.

Nel corso degli anni ho più volte scritto che uno dei deficit più pesanti del nostro movimento è quello dirigenziale. E’ un problema che riguarda la FIR, dove è ovviamente più visibile data la specificità di quella realtà nel panorama rugbistico italiano, ma che fatte le debite proporzioni interessa la maggior parte di club e società di ogni dove e di ogni livello. La vicenda Zebre, pardon, la vicenda Aironi/Zebre è paradigmatica, quasi un caso da laboratorio. Un po’ tutta la vicenda celtica lo è.
Inevitabilmente salterò un po’ di cose, il mio vuole essere un riassunto per sommi capi, ma a grandi linee sono successe queste cose: a metà del decennio scorso tra i principali sostenitori dell’avventura in Celtic si annovera Alfredo Gavazzi che tanto fa e tanto disfa e che a un certo punto riesce a strappare una bozza di accordo con il board per l’iscrizione italiana a costo zero. Chi gestisce però il rugby italiano in quel momento (Giancarlo Dondi) dice di no, ma la questione rimane comunque per aria per alcuni anni in cui aperture e chiusure verso quel torneo si susseguono. Alla fine arriva il via libero definitivo al costo però di 3 milioni di euro l’anno (la famosa “tassa di iscrizione” che paghiamo tuttora, anche se diminuita a un milione e 250mila euro l’anno) e non senza aver prima vissuto un vero e proprio dramma ovale con la vicenda dei Pretoriani prima indicati al posto del Benetton Treviso e poi messi alla porta perché dossier e candidatura presentata dalla franchigia romana vengono considerati ben al di sotto dei requisiti richiesti.

Si parte quindi con Aironi e Benetton: Treviso viaggia da sola (se bene o male è un discorso che oggi qui non ci interessa) grazie a una struttura ben oliata nel tempo e la presenza di uno sponsor padronale che mette soldi veri da tanti anni e che continua a farlo tutt’ora. Magari meno di un tempo, ma lo fa e in giro non ce n’è molti altri. Anzi.
Gli Aironi incontrano difficoltà tecniche – assolutamente prevedibili, quasi normali verrebbe da dire – e altre economico/societarie: i conti non tornano, alcuni soci smettono di versare i finanziamenti promessi e il presidente Melegari chiede aiuto alla FIR, un sostegno temporaneo di una stagione per superare il momento difficile. Dalla federazione arriva un no, gli Aironi collassano e falliscono, nascono le Zebre che vengono portate a Parma (strano eh?) e tra i soci ci sono anche quelli che hanno fatto saltare la baracca in quel di Viadana.
Le Zebre però sono totalmente federali, chi paga la qualunque è il presidente della federazione, che ora è anche cambiato: non c’è più Dondi, che si sente costretto a ritirarsi dalla corsa di settembre 2012 e che si appoggia Gavazzi, che viene eletto quale suo successore. Tra i due i rapporti sono quantomeno altalenanti, non si piacciono, nelle club house tra una birra e l’altra si raccontano anche di scontri durissimi ma entrambi i diretti interessati sanno che possono aiutarsi a vicenda. Non è una vera alleanza, è più una concomitanza di fattori e di convenienze.

Il nuovo numero uno del nostro rugby dice quasi fin da subito che vuole privatizzare le Zebre, questione di soldi e conti (la franchigia bianconera costa molto, parecchio di più dell’aiuto che Melegari aveva richiesto a Dondi), ci mette un paio di anni abbondanti in cui nessuna grossa azienda e/o sponsor si fa avanti per aprire i cordoni della borsa, soprattutto in maniera continuata, ma alla fine un nutrito gruppo di soci del territorio ducale ed emiliano messi assieme un po’ alla bell’e meglio raccolgono una cifra che serve quantomeno per coprire il capitale sociale (300mila euro circa). Gli attori coinvolti sono tanti, troppi, quelli che hanno più peso specifico sono di fatto gli stessi che hanno fatto andare a gambe all’aria gli Aironi e soprattutto non mettono e non metteranno mai i soldi per fare delle Zebre una vera e propria società privata: i bianconeri vanno avanti esclusivamente grazie ai soldi della FIR, il resto sono chiacchiere.
La situazione, alla lunga, non può che implodere e arrivare esattamente al punto in cui si trova oggi. Quel comunicato federale dell’altro giorno è la naturale conclusione di questa vicenda. E lo ripeto: data la situazione è anche la più sensata.

Il problema però non è l’oggi, ma il domani. E con domani non intendo nemmeno la stagione a venire o quella dopo, il problema è cosa succederà alla scadenza del contratto con il board. Perché l’obiettivo, carta canta, è quello di “rispettare gli accordi vigenti e garantire la partecipazione di due squadre italiane al Guinness PRO12 sino al 2020”. Oggi, martedì 27 giugno 2017, l’odore è quello del tiriamo a campare, del vediamo che succede. Ci sono degli accordi, li devo rispettare e oltretutto la credibilità internazionale italiana che già non è altissima (giratela come volte: due fallimenti in sette stagioni sono un cv che nessuno vorrebbe avere) ne uscirebbe a pezzi. Bisogna arrivare al 2020, cercare di coinvolgere sponsor, amministrazioni comunali e istituzioni in un’avventura che finora non ha portato né risultati sportivi e nemmeno soldi. Mettiamoci una pezza fino al 2020 e poi vedremo. Nel frattempo cerchiamo di farci male il meno possibile e tutto quello che verrà lo avremo guadagnato. Tanto più che ormai l’ingresso di un paio di franchigie sudafricane ormai sembra certo e dopo il 2020 (guarda le coincidenze) le opzioni USA/Canada se non addirittura Germania potrebbero diventare concrete.

Personalmente – per quello che può valere – trovo che il nocciolo della questione oggi sia questo. E lo capisco anche, è un ragionamento coerente. Ma può bastare per il momento, al massimo qualche mese, poi bisogna decidere cosa vogliamo fare da grandi, una volta per tutte. Se essere ancora celtici oppure no, con tutto quello che ne consegue. Progettando piani alternativi che siano comunque compatibili con un sistema e una struttura che va migliorata in più punti, a partire dal nodo-Eccellenza.
La vicenda Zebre oggi ci dice tutto questo. Ho sempre pensato che Alfredo Gavazzi sia una persona molto abile nel momento in cui lo metti con le spalle al muro, lo è meno nella fase della progettazione e della visione a medio-lungo termine (opinione personale, ça va sans dire). Oggi è costretto a farlo. E’ simpatico? Antipatico? E’ la persona adatta alla bisogna oppure no? Sono domande inutili, aleatorie e tutto sommato fuori luogo. Finora ha dovuto gestire una situazione creata da altri, ora la palla ce l’ha lui. Punto. Qualcosa deve combinare. La FIR deve smettere di traccheggiare e prendere una decisione chiara, possibilmente la più condivisa possibile e poi perseguirla con forza. Lo hanno fatto in Scozia, possiamo farlo pure noi. Alternative non ne abbiamo più.

Un derby celtico tutto da seguire, ma Zebre e Benetton ci racconteranno 7 anni di vacche magrissime

Sabato a Parma le due franchigie chiudono la propria stagione con una sfida che deciderà chi giocherà la Champions Cup e chi la Challenge. L’altra faccia della medaglia è già ora la certezza matematica dell’ennesima ultima posizione per una squadra italiana, un en plein dal 2010/2011.

Un derby atteso, un derby che chiude la stagione. Un derby che – perdonatemi – ha poco da dire. Ancora meglio: la partita che si giocherà sabato pomeriggio a Parma e che chiude la stagione 2016/2017 di Zebre e Benetton Treviso certifica, ancora una volta lo stato del rugby italiano. Se mai ce ne fosse bisogno.
Nella stagione 2010/2011 gli Aironi arrivarono ultimi, un paio di gradini sopra si piazzò il Benetton e l’anno dopo le cose sono andate esattamente nel medesimo modo. Il 2012/2013 è l’anno di debutto delle Zebre (ultime) e della miglior performance del Benetton Treviso che finisce settimo. Poi un triennio di abbonamenti tricolori alle ultime due posizioni della classifica, con le Zebre in coda due volte su tre e i biancoverdi a chiudere la fila un anno fa.

E quest’anno? Le nostre due formazioni partono appaiate in ultima posizione, entrambe a 19 punti, tre lunghezze sopra ci sono i Dragons di Newport. In teoria la matematica ci lascia la porta aperta per non vedere ancora una volta tutte e due le squadre italiane in fondo alla classifica, ma dipende molto dalla squadra gallese impegnata sempre sabato nel derby casalingo contro i Cardiff Blues: Benetton o Zebre potrebbero finire anche terzultime. Non scomponetevi per l’entusiasmo, please. Quello che è certo è che una italiana finirà ancora una volta ultima, per la settima volta consecutiva in 7 anni.
Va da sé che tutti i tifosi italiani, compreso il sottoscritto, seguiranno con immutata passione la partita di Parma e i suoi protagonisti, non c’è nemmeno bisogno di dirlo. Lo farebbero (e lo farei) anche dopo altri 7 anni di vacche magre. Spero però di non essere preso in parola… Che ci piacerebbe un casino – care Zebre e cari Leoni – vedere un derby che sappia volare ad altre altezze.

Soldi e rugby italiano: memorie di un marketing perduto. Anzi, proprio mai visto

Trovarsi casualmente in mano un libro del 2010 con spunti e indicazioni suggeriti per sfruttare al meglio l’ingresso nella Celtic League. Rendersi conto che il nostro movimento ha seguito strade molto diverse. Strade poco fortunate. E quel volume aveva anche il patrocinio FIR…

La radio presso cui lavoro sta per cambiare sede. Sono giorni piuttosto incasinati da un punto di vista logistico, come potete immaginare, tra macchinari che vengono spostati da una parte all’altra e con tonnellate di scatoloni da riempire. Svuotando un mio cassetto ho ritrovato un libro che avevo letto anni fa, “Marketing ovale – Punti, appunti e spunti di marketing applicati al rugby”. A scriverlo Antonio Pagano, avvocato che ha un “background in management e marketing sportivi oltre che in diritto sportivo”, come racconta il suo sito. Dopo alcune importanti esperienze con il Viadana e il Rovigo ha preso un aereo ed è volato negli USA, dove vive tuttora e dove insegna alla University of California Riverside. Nel mezzo, era il 2010, ha pubblicato il libro di cui sopra, con la prefazione scritta da William A. Sutton, uno che tra le tante cose è stato consulente per diverse franchigie NBA ed NFL, ex vicepresidente del Team Marketing NBA, attuale direttore del dipartimento Sport Marketing & Entertainment alla University of South Florida. Non uno qualunque.
Sfogliando quel volume mi sono ritrovato a rileggere due paginette (pag. 162 e 163) sul come l’Italia avrebbe dovuto affrontare l’ingresso nell’allora Celtic League da un punto di vista del marketing. Uso il condizionale perché… beh, leggete e vedete voi se qualcuno dei consigli suggeriti è stato seguito, anche solo vagamente. E visti i risultati…
La cosa buffa (o forse no) è che “Marketing ovale” era patrocinato dalla FIR e aveva una introduzione firmata dall’allora presidente federale Giancarlo Dondi. Non aggiungo altro, che tanto non serve, e poi dicono che i blogger rompono le scatole. Buona lettura.

Pagano pag 1

Pagano pag 2

Alessandro Zanni, 7 anni da senatore celtico: “Il Pro12 è la strada giusta, nonostante tutto”

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ph. Marco Sartori

A fine mese Alessandro Zanni compirà 33 anni. E’ al Benetton Treviso dal 2009 e forse mi sbaglio, ma si tratta del senatore italiano per quanto riguarda l’avventura celtica: presente e protagonista (64 partite finora giocate, 6 mete realizzate) sin dalla prima edizione dell’allora Celtic League.
Per riaprire in maniera ufficiale questo blog ho scelto di intervistarlo perché la presenza o meno delle squadre italiane nella Guinness Pro12 è determinante per l’intero movimento. Per motivi brutalmente economici, di struttura e di filiera: esserci o non esserci in quel torneo cambia profondamente la nostra natura, più di qualsiasi altra cosa.
Io sono un laico dubbioso sulla partecipazione di Benetton e Zebre o di qualunque altra nostra formazione al Pro12. Non sono mai stato un detrattore ma nemmeno un entusiasta. A rigor di logica quella di partecipare a un torneo con le più forti compagini scozzesi, gallesi e irlandesi non sembra avere grosse controindicazioni ma quello che è mancato dalle nostre parti (a mio personalissimo parere, s’intende) è stata una serie riflessione dopo 2/3 stagioni, un attento esame della situazione che poi non è stato fatto nemmeno negli anni a seguire: l’impressione è che chi avrebbe dovuto non si è fatto grandi domande e si è “accontentato” di rimanere dove si trovava. E forse nemmeno la stampa specializzata – sottoscritto compreso – lo ha spinto più di tanto. Perché quello celtico è un salotto indubbiamente importante, una specie di scala ridotta di quello del Sei Nazioni, ma forse forse…
Non ho certezze in merito, intendiamoci, ma qualche domanda forse andava messa sul tavolo. Tipo: cosa ci porta questo torneo? Cosa ci toglie? I tanti, tantissimi, soldi investiti hanno dato un ritorno adeguato sotto i più diversi aspetti? Siamo davvero sicuri che un campionato italiano di livello non possa dare risultati simili e magari nel tempo anche superiori? Che una Eccellenza con un livello di gioco come quello di un po’ di anni fa non porterebbe anche a una visibilità mediatica (e di conseguenza: maggiori sponsor) superiore a quella che finora ha dato il Pro12?
Domande a cui Alessandro Zanni può rispondere solo parzialmente, non è compito suo farlo, ma con lui ho provato a tracciare un bilancio di questa esperienza giunta ormai alla sua settima stagione. E il capitano del Benetton Treviso sembra avere idee molto chiare in merito.

Sei presente e protagonista dell’avventura celtica sin dall’inizio. Anzi, probabilmente sei il senatore italiano in quello che oggi è il Pro12. La domanda è secca: questa esperienza è servita e serve ancora?
Sì. E’ servita: ha senza dubbio migliorato diversi giocatori che magari in un campionato come quello che è oggi quello dell’Eccellenza avrebbero avuto una crescita molto più limitata. Il livello del Pro12 a livello tecnico e fisico è indubbiamente più alto. Se mi chiedi se in questi anni ho visto dei cambiamenti la risposta non può essere che sì, sicuramente. Certo non è facile perché come miglioriamo e cresciamo noi lo stesso fanno anche i nostri avversari che già partono da un livello più alto.

C’è qualche “però”?
Siamo cresciuti, ma forse non nel modo che magari ci si attendeva: probabilmente ci si aspettava che dopo tutti questi anni Benetton e Zebre potessero lottare per il vertice o comunque giocare per vincere più partite. Finora è successo solo una volta, ormai 4 anni fa, quando qui a Treviso abbiamo vinto 10 gare, ce la siamo giocata davvero con tutti ma rimanendo comunque lontano dalle parti alte della classifica.
Non mi nascondo, possiamo e dobbiamo fare meglio ma il Pro12 è indispensabile, ti confronti ogni settimana con le migliori realtà e i giocatori più forti di Irlanda, Scozia e Galles: alla fine per la crescita del movimento è veramente importante, nonostante le tante sconfitte.

Quando siamo entrati nell’allora Celtic League c’è stata una crescita fisica immediata e innegabile: prima le partite della nostra nazionale duravano 40/60 minuti, poi andavamo in apnea, questa cosa ce la siamo messa alle spalle nel giro di qualche mese. E’ però pur vero che dopo dei passi avanti anche sul fronte dei risultati nelle prime edizioni poi ci siamo fermati: Treviso nei primi anni non è mai arrivata ultima o penultima, dopo quel settimo posto però la storia è purtroppo cambiata. E va detto che il Benetton che è arrivato ad annusare, diciamo così, le posizioni di testa del Pro12 era “figlio” di quel campionato italiano di cui abbiamo parlato poco fa...
E’ vero, però è stato anche un momento in cui diversi aspetti positivi sono andati a sommarsi: un gruppo di giocatori importanti e di livello, un tecnico come Franco Smith capace di guidare e motivare quegli stessi atleti, ci siamo trovati a giocare nel contesto giusto. Quel gruppo era forte sotto tanti aspetti, un gruppo – è vero quello che dici – partito dal campionato italiano e giunto alla sua maturazione e in cui c’erano molti dei giocatori migliori del nostro movimento.
Non va nemmeno sottovalutato il fattore novità che c’è stato nelle prime edizioni che ha spinto un po’ tutto l’ambiente a una crescita importante. C’era l’entusiasmo di iniziare una nuova esperienza.

E’ però innegabile che questa crescita a un certo punto si è fermata. Anche a Treviso dopo quel settimo posto lo stesso ambiente ha perso serenità: prima la vicenda Franco smith, gli scontri con la federazione, l’addio di Vittorio Munari, quel 9 febbraio 2014 quando il club annunciava il suo addio alla Celtic poco dopo la fine di Francia-Italia del Sei Nazioni. Si è un po’ rotto tutto.
Quell’anno avevamo vinto 10 partite, non è stato certo un caso. Anche quando abbiamo perso spesso abbiamo giocato bene e questo si era riflesso sulle prestazioni della nazionale che ha giocato quello che è stato forse il suo miglior Sei Nazioni di sempre in termini di risultati e di qualità del gioco. Poi, sì, qualcosa si è rotto e il processo di rinnovamento è stato molto difficile, i risultati non sono più arrivati fino alla scorsa stagione con il nostro ultimo posto in Pro12.
Questo però non va a toccare quella che è l’importanza di avere due squadre italiane in quella competizione, nonostante tutte le difficoltà. In questi anni ho visto giovani giocatori maturare comunque più rapidamente rispetto a quello che succedeva prima: non succede sempre, ci sono fattori personali che incidono, ma tendenzialmente oggi crescono prima di quanto non sia capitato anche a me.

Si può dire che il gruppo di cui tu facevi parte e di cui abbiamo parlato prima era figlio di un campionato italiano di livello maggiore e che quindi ha potuto beneficiare al meglio del salto di qualità offerto della Celtic mentre oggi con una Eccellenza di livello più basso è tutto più complicato perché il gap tra le due competizioni è cresciuto rispetto al 2010?
Sì, direi proprio di sì. Passare dall’Eccellenza al Pro12 è davvero un passo lungo, è sicuramente più complesso che non averlo fatto dall’allora Top 10 italiana alla Celtic league. Va pure detto che i buget del nostro massimo campionato oggi non sono certo quelli su cui Calvisano o la stessa Treviso potevano contare qualche anno fa e che la qualità dei giocatori stranieri era più elevata: allora c’era gente come Alesana Tuilagi, Sireli Bobo, Brendan Williams…
Oggi il percorso dall’Eccellenza al Pro12 è generalmente più lungo, anche se c’è chi già alla sua prima stagione sembra soffrire meno. Qui a Treviso posso ad esempio farti il nome di Luca Sperandio, che deve ancora migliorare molto ma ci ha messo davvero poco ad adattarsi.

Torniamo a quel 9 febbraio 2014. Nel comunicato con cui il Benetton Treviso faceva sapere che non c’erano le condizioni per il rinnovo della partecipazione al Pro12 si parlava di mancanza di progettualità. Si può dire che ancora oggi quella è un po’ la vera tara di questa avventura? Ovvero che siamo in quel torneo non perché ci si creda davvero poi tanto ma perché alla fine – vista la situazione data – oggi sembra essere l’unica opzione. Non siamo per nulla convinti della cosa. Forse.
Bisogna avere pazienza. Lo so che è un ritornello che sentiamo dire spesso e da un po’ di anni, ma è così. Sicuramente avremmo potuto ambire a risultati migliori, questo è indubbio: le squadre italiane non sono finora mai riuscite ad essere completamente competitive, ovvero giocare con alto profilo per tutta la stagione e aspirare ai primi posti.
Però come ci siamo evoluti noi, anche se a piccoli passi, lo stesso hanno fatto anche le altre squadre che già erano più strutturate e attrezzate. Che avevano e hanno una tradizione che noi non abbiamo. Loro hanno una progettualità rodata, noi no.

Questo è indubbio. Spesso viene fatto l’esempio del Connacht come quello della “Cenerentola” che è diventata grande, che è vero ma si dimentica forse di sottolineare che la squadra di Galway è cresciuta in un ambiente che è più attrezzato e performante di quanto non sia il nostro, un ambiente che sa da tempo che cosa significa essere nell’alto livello…
Infatti. Non va dimenticato che quello è un ambiente che in generale conosce e respira il rugby, da noi non è così. E’ un incontro di vari fattori quello che ti porta ad avere risultati, gli aspetti sono davvero tanti: ci devono essere i giocatori, ci deve essere uno staff all’altezza, il management…
Io penso che siamo andando nella giusta direzione. Noi a Treviso abbiamo avuto difficoltà ma già quest’anno sotto l’aspetto tecnico siamo cresciuti molto, la società si è strutturata e si è articolata in maniera interessante. Abbiamo allenatori giovani ma con grandi competenze e un vissuto importante. Parlo di gente come Galon, Bortolami e Ongaro che sono comunque ai primi passi e anche loro come noi devono crescere. Serve tempo e pazienza, ma la strada è giusta. Poi è vero che i risultati latitano, questo oggi è innegabile.

Parlando di Treviso non si può sottolineare comunque la difficoltà di riprendere una corsa dopo quello che è successo due o tre anni fa. La nuova struttura tecnica necessita di tempo per ottenere risultati, lo stesso Pat Lam a Connacht ha raccolto i frutti alla sua terza stagione, non prima.
Sì, abbiamo cambiato sempre tanti giocatori. Tre anni fa abbiamo praticamente smobilitato, con i nostri atleti più importanti che sono andati all’estero, sono cambiati gli stranieri… Si è fatto un lavoro di prospettiva e oggi abbiamo qui un gruppo di ventenni che fanno ben sperare per il futuro. Bisogna lavorare su quello e farli crescere in maniera tale che possano arrivare a giocare per traguardi più importanti.

Quando parli off record con chi ha preso parte finora all’avventura celtica c’è un argomento che salta sempre fuori ma che non conquista mai le prime pagine dei giornali e dei media: parlo della logistica e delle trasferte. Cavinato, Casellato, Guidi, De Rossi, Munari… tutti dicono la stessa cosa: le trasferte per Zebre e Benetton sono lunghe, complicate e non consentono di allenarsi adeguatamente. Le conseguenze non possono poi non vedersi in campo
E’ vero. Sembra un dettaglio ma non è così. Le nostre trasferte, derby italiano a parte sono tutte con l’aereo, spesso con aeroporti o scali non vicini ai luoghi delle partite. Sono lunghe e faticose. Per le altre squadre non è così: Galles, Scozia e Irlanda sono comunque più vicine tra loro, i tempi di volo ridotti. Le regions irlandesi e gallesi possono contare su un buon numero di trasferte che affrontano in bus. Il più delle volte quando i nostri avversari vengono in Italia rimangono tutta la settimana per affrontare in una volta sola le nostre due squadre, a noi capita raramente. E se anche non succede loro hanno due trasferte lunghe, noi una decina. Le assorbono molto meglio di quanto non possiamo fare noi, i viaggi compromettono la preparazione, non possiamo allenarci adeguatamente. Da un punto di vista logistico è difficile, nonostante l’ampiezza delle rose.

C’è qualcosa che non ti piace nel Pro12 e che tu cambieresti?
Non esiste la formula magica, la struttura non la cambierei. Ci sono dettagli da sistemare o che sono migliorabili, come appunto quello delle trasferte, ma mi ripeto: la strada è quella giusta.

La nazionale: l’arrivo di O’Shea ha decisamente cambiato l’atmosfera ma questa volta non ci si può fermare a questo perché ad essere rivoluzionata è stata la struttura, oggi molto più simile a quella dei nostri avversari. Con Mallett e Brunel si era detto che si sarebbero occupati anche del coordinamento con le celtiche ma la cosa è rimasta sulla carta, oggi non è così: il ct azzurro e i suoi collaboratori sono in costante contatto con Benetton e Zebre e la sua presenza alla Ghirada non fa più notizia.
E’ cambiato molto, indubbio. C’è un’atmosfera di maggiore professionalità, di alto livello. O’Shea sa molto bene come deve essere costruita una squadra e uno staff per poter performare. Bisogna comunque avere pazienza perché è arrivato da meno di 8 mesi e ogni realtà ha le sue caratteristiche, l’Italia non è certo l’Inghilterra ma il ct lo sa benissimo. Dopo un buon tour estivo e la vittoria sul Sudafrica arriva un Sei Nazioni importante, sarà un bel banco di prova: ci sono tutte le prospettive perché l’Italia possa far bene. Le competenze per far crescere la nostra nazionale le abbiamo

Chiudiamo con le Zebre. A Treviso avete vissuto un momento molto difficile tre anni fa, i bianconeri oggi non sono certi del loro futuro. Le situazioni sono diverse – se Treviso avesse lasciato il Pro12 sarebbe comunque andata in Eccellenza, a Parma questa opzione non c’è e in più la struttura dirigenziale biancoverde è sicuramente più solida – ma cosa ti senti di consigliare ai tuoi colleghi e ai tuoi compagni di nazionale che vivono un momento così complicato?
Le situazioni sono diverse ma per un giocatore è comunque difficile giocare quando non sei sereno. Lo so che in questi momenti è più facile a dirsi che a farsi, ma il consiglio che mi sento di dare è di stare il più sereni e tranquilli possibile. Devono rimanere concentrati sul campo. E’ chiaro che quando tutte le condizioni non ti sono favorevoli è complicato riuscire ad essere performanti ma George Biagi è un ottimo capitano e sono sicuro che saprà tenere il gruppo compatto. Però so che la situazione non è per niente facile.