Sulla necessità del rischiare: l’Italia del rugby “prigioniera” di una comfort zone?

Dentro il Sei Nazioni senza però rischiare di uscirne, dentro il torneo celtico che non prevede retrocessioni. Un dubbio/provocazione: se la nostra posizione necessitasse di “conferme” il movimento non ne guadagnerebbe?

La domanda in realtà è da più psicologo che non da appassionato di uno sport, ma l’impressione è che sia uno di quei quesiti che il Movimento Italia dovrebbe farsi. Certo, io non sono uno psicologo e la laurea che mi sono portato a casa pochi anni prima dell’ingresso nel nuovo millennio (minchia, sto invecchiando. Scusate il francesismo) è lontana da quel campo di studi. Le materie che più le si avvicinavano le ho sempre studiate – e superate – con grande fatica e con molta poca passione.
Ad ogni modo non bisogna essere dei novelli Freud per rendersi conto che con l’ingresso nel Sei Nazioni l’Italia l’Italia è entrata in un club che per noi doveva essere una palestra per crescere e fare ulteriori salti di qualità ma che invece è diventata in pochi anni una sorta di “comfort zone” in cui abbiamo magari la poltrona più scomoda, però la sala è di quelle arredate con mobili antichi e di valore e dove abbiamo anche a disposizione tutti i migliori gingilli offerti dalla tecnologia. Senza correre il rischio serio di dover abbandonare tutto questo. Insomma, una pacchia.

Detto meglio: l’Italia anni fa ha fatto uno sforzo enorme e grazie ai risultati conquistati sul campo è entrata con merito nel torneo più antico, prestigioso, affascinante e ricco di tutta Ovalia ma poi da allora non ha mai dovuto preoccuparsi o lottare per mantenere quello status. Una volta entrati non si esce più, si è sempre pensato. Chiariamo subito: si tratta di un approccio inconscio, non credo che qualcuno da Dondi a Gavazzi, da Ascione a un qualunque dirigente FIR dal 1998 a oggi abbia mai pensato nemmeno per un secondo a una sorta di “adesso siamo qui, possiamo tirare i remi in barca”.
Però il fatto di non dover lottare per la propria permanenza in quel prestigioso club di cui anche noi abbiamo una copia delle chiavi della porta d’ingresso può aver “lavorato” sottotraccia, inconsciamente appunto, una specie di perenne “possiamo sbagliare e perdere tutto il tempo che ci pare, non c’è fretta e non rischiamo nulla”.
Un atteggiamento mentale che non riguarda gli staff tecnici e gli atleti che si sono susseguiti in questi anni: potevano fare meglio o peggio, questo è un altro paio di maniche, ma hanno sempre dato il massimo o comunque cercato di farlo. A lavorare in loro favore, se così si può dire, anche il fattore tempo: la permanenza di un allenatore su una panchina è limitata, così come la possibilità per un atleta di arrivare alla maglia della nazionale. Tempo da perdere non ce n’è.

Il discorso cambia invece per i quadri, i dirigenti. La spina dorsale della FIR è sostanzialmente la stessa dei primissimi anni duemila. Non identica, non potrebbe esserlo, ma il ricambio nei posti chiave è stato molto limitato. E’ chiaro che Dondi, Gavazzi o Ascione (per tornare a esempi concreti fatti già prima) avrebbero voluto e vogliono risultati migliori, non va nemmeno sottolineata questa cosa, ma il loro orizzonte temporale è diverso e quella sicurezza – o meglio, quella mancanza di rischi – di cui sopra può aver lavorato e reso meno pressante e incombente la necessità percepita di ottenere vittorie. Le polemiche sui giornali finché rimangono sulla carta rappresentano un fastidio, non un problema reale.
Non solo il Sei Nazioni ha agito, o può aver agito, in tal senso: anche l’avventura celtica vive la stessa dinamica e al pari del torneo più importante non prevede retrocessioni di sorta. Una volta che ci sei rimani, quali che siano i risultati del campo.
Risultati che possono diventare il primo stimolo a fare meglio, ma non bisogna dimenticare che nel caso del Sei Nazioni non ci sono alternative se non quello chiamato Sei Nazioni B, nel caso del Pro14 invece c’è l’Eccellenza, che oggi è davvero tanti piani più sotto. Un ritorno al passato che è considerato fantascienza, quella di serie Z.

Forse un rischio concreto ci spingerebbe a fare meglio e a farlo più in fretta. Certo la posta in gioco sarebbe molto alta, elevatissima, ma è anche vero che spesso gli italiani – in un po’ tutti i campi – danno il meglio quando sono costretti con le spalle al muro. Ad esempio io sono pronto a scommettere che a novembre l’Italia batterà la Georgia in maniera netta perché sappiamo che un ko ci avvicinerebbe a un buco nero pericolosissimo. Forse dovremmo liberarci di tutte le nostre sicurezze e delle nostre certezze per acquisirne di nuove e più solide. E la strada è solo una: vincere per avvicinarci alle nostre avversarie. Se stiamo attaccati a Scozia, Galles e Francia (oggi lasciamo stare Inghilterra e Irlanda) i rischi li possiamo rimettere in un cassetto. Basta non far finta che non esistano.

Ci si ribecca dopo Pasqua

Le Tre di R1823: parla Maria Beatrice Benvenuti, la FIR dà i numeri e la Romania si preoccupa

Ecco le tre notizie di cronaca ovale più importanti della giornata. I link rimandano agli articoli pubblicati da R1823 di Duccio Fumero. Queste le news, cliccate sui titoli per leggerle interamente

Intervista: Maria Beatrice Benvenuti tra rugby rosa in crescita e hater imbecilli
Ieri a Milano R1823 ha incontrato l’arbitro internazionale e abbiamo parlato di presente, futuro e (ahimè) passato

Sei Nazioni: la Fir dà i numeri organizzativi
Comunicato ricco di numeri positivi quello mandato ieri dalla Federazione a conclusione del Torneo

RWC 2019: Romania, altro scandalo alle porte?
I romeni, qualificati a Giappone 2019, potrebbero venir squalificati e perdere tutto

Movimento italia, riforme e aggiustamenti non si possono più rimandare. Anche perché c’è chi si muove…

Ci sono cose che necessitano di tempistiche medio-lunghe perché diano risultati, altre invece sarebbero molto più veloci. Ma la precondizione necessaria è farle, renderle concrete. Invece non si fa nulla e allora…

Secondo Sei Nazioni senza vittorie, numeri nel complesso un po’ migliori (o meno peggiori?) rispetto al 2017 ma da essere soddisfatti c’è davvero molto poco. Anche perché quello di un anno fa (ma pure il 2016 non scherzava affatto…) è stato il peggiore per la nostra nazionale da quando è stata fatta entrare nel torneo più antico e affascinante di tutta Ovalia, quindi fare meglio non era poi così difficile/impossibile.
Sì, lo so che in realtà i Sei Nazioni senza vittorie sono addirittura tre (e quelli in cui non si vince in casa ancora di più), ma qui si parla della sola gestione O’Shea. Perché quello che addetti ai lavori, media e anche gli appassionati si attendono ora sono un po’ di cambiamenti e aggiustamenti nella struttura e nella filiera.
A dirla tutta se li aspetta lo stesso ct azzurro, se le parole valgono ancora qualcosa. Il 19 marzo 2017, appena terminato il Sei Nazioni, il tecnico irlandese rilasciava dichiarazioni che non avevano bisogno di spiegazioni:

“(…) gli investimenti devono essere fatti nell’interesse esclusivo della Nazionale. E’ l’Italia l’unica cosa che conta. Le decisioni che dovremo prendere faranno male a qualcuno, ma Irlanda, Galles, Scozia hanno fatto scelte difficili per il rugby di club, investito sulle franchigie. E’ facile fare questi cambiamenti, a patto di volerlo. Sarà difficile? Sì, ma è fattibile e deve essere fatto. Qualcuno dovrà mettere il proprio ego da parte nell’interesse della maglia azzurra. Vogliamo cambiare molte cose e ci sarà gente che ci resterà male, ma i cambiamenti non possono essere indolore. Ripeto, non si pensi al proprio ego”.

Per dimostrare di non essere venuto in Italia solo per il sole, la pizza e la pasta – se mai ce ne fosse bisogno – O’Shea è stato più esplicito a novembre, quando ha ribadito e spiegato il concetto:

Il fatto di dover tornare sull’argomento significa che niente era è stato fatto. Anzi: niente è stato fatto, ancora ad oggi. La cosa diventa – se vogliamo – anche tragicomica se teniamo conto che a gennaio, cioè due soli mesi fa, il presidente FIR Alfredo Gavazzi diceva questa cosa qui:

“E comunque resto convinto che non tutti a vent’anni siano pronti: Lazzaroni adesso è un giocatore internazionale, ma a Treviso i primi due anni ha giocato pochissimo. Sarebbe stato meglio che avesse fatto più partite, magari giocando anche in campionato”.

Ovvero dire le stesse cose e non fare nulla, anche se si hanno in mano leve e bottoni del comando. Sarò anche prevenuto e un po’ all’antica, però se si gestisce un movimento le cose si possono anche dire/annunciare, basta poi metterle in pratica. Altrimenti un bel silenzio non fu mai scritto.
Anche perché poi le cose si muovono da sole: lo scorso fine settembre ho riportato la notizia di un accordo tra Benetton Treviso e Petrarca riguardante Filippo Filippetto, con i biancoverdi che hanno ceduto in prestito il giocatore ai padovani, che però si allena in Ghirada e nel caso di un suo non utilizzo nel Pro14 va a giocare in Eccellenza. Di volta in volta i due club decidono il da farsi.

Si mormora che di contratti così ce ne siano altri. Giusto per chiarire: se la FIR non si muove bene fanno franchigie e club ad accordarsi per una gestione sensata degli atleti, ma una normativa comune e riconosciuta da tutti sarebbe indubbiamente la soluzione migliore. Indiscrezioni raccolte da più fonti raccontano infatti anche di qualche malumore da parte dei club al momento “esclusi” da questo genere di contratti mentre chi ne beneficia frenerebbe una soluzione più generale, perché al momento la situazione lo favorirebbe.
Il Grillotalpa ha provato a raccogliere dichiarazioni ufficiali ma nessuno parla, quello che è certo è che le società hanno il tema sul tavolo (incontri in tal senso ce ne sarebbero già stati) e la sensazione è che presto si giungerà a una qualche soluzione, che sarà comunque migliore della situazione attuale. Comunque dai, ci si è (forse) arrivati dopo solo 8 anni di richieste in tal senso. Cosa volete che siano 8 anni?

Sei Nazioni: i tifosi italiani tornano allo stadio e mettono alle spalle un 2017 davvero nero

ph. Fotosportit/FIR

Oltre 61mila presenze all’Olimpico per la sfida all’Inghilterra, più di 60mila per la Scozia: un anno fa al massimo eravamo arrivati a 51.770 per Italia-Francia. Una netta inversione di tendenza quindi, ma i numeri del 2016 sono ancora lontani. E la nostra ultima vittoria interna risale a marzo 2013…

Ieri vi ho parlato dell’andamento del Sei Nazioni azzurro davanti alla televisione. Un bilancio forzatamente parziale perché in tutto il torneo sono stati distribuiti in via ufficiale solo i dati delle due gare interne, ovvero Italia-Inghilterra e Italia-Scozia, ma per quest’ultima si è parlato esplicitamente di “match più visto di questa edizione del NatWest 6 Nazioni”, quindi il punto più alto in cui è stata messa l’asticella quest’anno è stato quello. Ed è un punto che registra un forte calo rispetto al 2017, perché la sfida con la Scozia sabato scorso ha richiamato mezzo milione di spettatori davanti a DMAX e uno share del 2,7%, mentre nell’edizione dell’anno precedente Italia-Galles era stata seguita da una media di 868mila telespettatori con il 4,7% di share, numeri che facevano di quel match il “miglior risultato di sempre per Dmax che durante la messa in onda del match si è classificato 4° canale nazionale”. Nel giro di un anno si è quindi passati da quel record a una perdita secca di quasi 400mila telespettatori e due punti di share. Sui numeri possono aver influito anche fatti contingenti (Italia-Scozia si è giocata all’ora di pranzo), ma la sfida con gli inglesi all’inizio del torneo ha raccolto praticamente le stesse cifre. Insomma, il nostro “valore” televisivo quest’anno è quello.

Come è andata invece allo stadio? Meglio. Meglio di un 2017 che invece era stato davvero negativo. Ecco le cifre:
Italia – Inghilterra, 4 febbraio 2018: 61.464 spettatori presenti all’Olimpico
Italia – Scozia, 17 marzo 2018: 60.412 spettatori presenti all’Olimpico
Un totale di 121.576 presenze che rappresenta una ripresa netta rispetto ai dati del 2017 quando in tre gare (non due come quest’anno) nello stadio della capitale si erano presentato 142.953 tifosi così suddivisi:
Italia-Galles 40.986 presenze
Italia-Irlanda 50.197 presenze
Italia-Francia 51.770 presenze
Un anno fa la media era stata di 47.651 spettatori a partita, la più bassa di sempre da quando si gioca all’Olimpico dove in occasione delle edizioni con tre gare casalinghe non si era mai scesi sotto quota 150mila tifosi complessivi.

Questo 2018 ci riporta invece alle medie tradizionali di oltre 60mila presenze a partita. Un segno positivo e un sorriso in un’annata – l’ennesima – molto difficile per la nostra nazionale. Bisogna però ricordare che le cifre di quest’anno sono comunque nettamente più basse dell’edizione del 2016, ovvero in quella precedente in cui si sono giocate solo due gare interne. Allora la partita con l’Inghilterra (11 febbraio di quell’anno) aveva richiamato 71.700 tifosi, quella con la Scozia (il 27 dello stesso mese) 67.721.
Ricordo infine che l’ultima vittoria della nazionale azzurra davanti al pubblico amico risale al 16 marzo 2013, quando l’Italia si impose sull’Irlanda 22-15 (la stessa edizione in cui, sempre a Roma, battemmo anche la Francia. Il nostro miglior Sei Nazioni di sempre). Un tempo di attesa davvero troppo lungo anche per i pazientissimi tifosi italiani.

Sei Nazioni, l’onda lunga dei ko arriva anche in tv: calano telespettatori e share

©INPHO/Morgan Treacy

Dati ufficiali per tutte e cinque le partite non sono stati resi noti, ma sappiamo comunque che il “record” del 2018 è di mezzo milione raccolto contro la Scozia. Un numero in forte calo rispetto alle annate precedenti

Poi c’è anche il Sei Nazioni dei media, che dalle nostre parti diventa parecchio importante vista la lunga latitanza di vittorie. Giornali, siti, magazine, radio, riviste e (in parte) le televisioni accendono i loro fare sulla palla ovale soprattutto a ridosso del via del torneo. Parlo ovviamente della stampa non specializzata, che il ristretto (ristrettissimo) ambito di quella che si occupa di cose ovali per 365 giorni all’anno non fa testo.
Quantificare il numero di articoli, approfondimenti, pagine web viste è sinceramente operazione impossibile, quello che invece si può fare è rilevare quante persone si sono messe davanti alla televisione per vedere le partite del torneo, tanto più se si siamo di fronte a un canale tv che ormai trasmette il Sei Nazioni da diversi anni: la prima edizione targata DMAX è infatti quella del 2014.

Bene, come è andata? Non bene, per nulla. Il primo indizio ce lo danno i comunicati ripresi dalle agenzie, quest’anno assenti su queste ultime in ben tre casi su cinque (e già la mancanza di questo tipo di comunicazioni è un segnale). Il ruolo delle agenzie è fondamentale visto che arrivano in ogni redazione del paese: nei giorni successivi alla partita con l’Irlanda, la Francia e il Galles – ovvero quando vengono diffusi i dati dell’Auditel delle 24 ore precedenti – non c’è menzione dei numeri del rugby.
Cifre che invece troviamo per la gara di debutto con l’Inghilterra e per quella conclusiva con la Scozia. Per il match contro la squadra di Eddie Jones DMAX ha raccolto 446mila spettatori con il 2,75% di share.
La partita di sabato scorso con il XV in maglia blu le agenzie parlano di “mezzo milione di spettatori” e di uno share del 2,7% e rilevano che è stato “il match più visto di questa edizione del NatWest 6 Nazioni”.
Anche se non conosciamo i dati delle gare con Irlanda, Francia e Galles quell’ultima frase ci dice che i 500mila (circa) di Italia-Scozia sono stati il risultato migliore di questa edizione 2018.

Il raffronto con il passato è presto fatto. Stralcio di un articolo di OnRugby del 15 febbraio 2016: “(…) Italia-Inghilterra è stata un successo anche per chi ha seguito la sfida da casa. Discovery ha infatti annunciato i dati di ascolto e le cifre sono da record. La partita ha infatti fatto registrare 824.000 telespettatori totali in simulcast su DMAX Canale 52 e DeejayTV Canale 9, cifra che rappresenta il record degli ultimi tre anni. Lo share è del 4,3% sul pubblico totale, con una crescita del 10% rispetto all’omologa partita dell’edizione 2015”.
Questo invece è un comunicato FIR del 5 febbraio 2017 (verosimilmente è quello della stessa DMAX, rilanciato anche dalla federazione), un anno fa o poco più: “(…) record storico per l’esordio dell’Italia all’RBS 6 NAZIONI: il match “ITALIA-GALLES” (punteggio finale 7-33) è stato seguito da una media di 868.000 telespettatori con il 4,7% di share. Risultato che sale all’8,8% di share sul pubblico Maschile 15-34 anni. Miglior risultato di sempre per Dmax che durante la messa in onda del match si è classificato 4° canale nazionale”.

Quest’anno quindi netto calo degli spettatori e dello share. Nessun record. La “colpa” non è certo di DMAX o del Gruppo Discovery, qui non si sta giudicando la bontà o la qualità del servizio messo a disposizione di appassionati, tifosi o semplici curiosi. Il fatto è che comunicare il rugby in assenza di vittorie diventa difficilissimo, inutile raccontarsela a lungo, tanto più se ti trovi a dover battagliare con le partite del campionato di Serie A (quest’anno due volte l’Italia ha giocato la domenica pomeriggio).
Tre edizioni del torneo senza vittorie, 17 ko consecutivi, una qualità del gioco che spesso latita lasciano i loro strascichi anche sui divani delle case degli italiani, e a quel punto o fai parte del ristretto numero dello zoccolo duro che una partita della nazionale la guardi sempre, comunque e a prescindere, oppure mettere le mani sul telecomando per cambiare canale è un attimo. E meno visibilità mediatica hai (televisione in primis) e più crescono le difficoltà nel reperire nuovi sponsor o di strappare contratti più ricchi – se non confermare le vecchie cifre – con le aziende che già ti sostengono.
Un serpente che si morde la coda e che alla lunga ti può stritolare.