Categoria: Cose da tifosi

Quella spocchia da “This is not soccer”: qualcosa di impopolare sul rugby

ph. Fotosportit/FIR

ph. Fotosportit/FIR

Il nostro sport è differente. Pensateci un po’ e provate a fare un conto di quante volte avete sentito pronunciare questa frase, quante volte l’avete letta su qualche social network o quante volte magari l’avete detta voi stessi.
Davanti alle immagini di qualche “impresa” degli ultras, quando vedete centinaia di agenti in tenuta antisommossa chiamati a mantenere l’ordine per una qualsiasi partita di calcio, quando sentite Nigel Owens riprendere un giocatore dicendo “this is not soccer!”, davanti a simulazioni tanto plateali quanto patetiche, quando vi tocca assistere a proteste nei confronti di una decisione arbitrale che il campetto con le H dove vi allenate o dove sgambettano i vostri figli non ha mai visto nemmeno di striscio. Ecco in tutte queste occasioni o in molte altre gonfiate il petto e dite “il mio sport è differente”. Pardon, gonfiamo il petto e diciamo “il mio sport è differente”.
Tutte quelle situazioni sopra descritte sono vere e si ripetono spesso, certe cose le vediamo continuamente sui campi di calcio e raramente su quelli da rugby. Il nostro orgoglio, il nostro senso di appartenenza, il nostro sentirsi “altro” non è inventato.

Però ci sono dei però, ovviamente. Questo atteggiamento ci fa apparire spocchiosi a chi non segue le cose ovali. Chi se ne frega, direte voi: sì e no, rispondo modestamente io. Perché è vero che da una parte c’è una situazione oggettiva – quelle cose sopra descritte succedono – ma il modo con cui la nostra “diversità” viene raccontata e proposta a chi sta fuori da Ovalia conta, è importante.
Soprattutto se si parla di media: se qualcuno di voi un giorno avesse la possibilità di farsi un giro in una qualche redazione, non necessariamente sportiva, e provasse a chiedere a un qualsiasi giornalista di definire i rugbisti nel 95% dei casi si sentirebbe dire “quelli che se la menano e che perdono sempre”. O comunque qualcosa di molto simile.
E i giornalisti sono poi quelli che “vendono” il rugby e il suo mondo attraverso i quotidiani, i siti, i magazine in cui lavorano. La percezione che i non rugbisti (ovvero la quasi totalità della popolazione) hanno della palla ovale dipende in buona parte da loro. Nel 2017 il modo in cui uno sport nel suo complesso viene comunicato al resto del mondo è importantissimo, ne va della sua capacità di ingrandirsi, allargarsi, di trovare nuove risorse e di aumentare il numero dei suoi praticanti. Non decide magari la sua sopravvivenza, quello no, ma lo stile di vita che si può permettere di sicuro sì.

Un piccolo esempio, che può sembrare stupido, ma non lo è: fino a 10, massimo 15 anni fa il golf era considerato uno sport da classi agiate, da ricchi. Oggi non è più così e la federazione di quella disciplina si è trovata a gestire una crescita imponente. E ora pensate alla frequenza con cui il maggior quotidiano sportivo di questo paese – che è anche il più diffuso tout court – propone intere paginate dedicate al golf, pensate a quante ne proponeva una decina di anni fa e fate un raffronto con quelle dedicate al rugby. Non ho numeri certi sottomano, ma tutto sommato siamo lì, anzi, oggi forse su quel quotidiano è più facile trovare pagine dove si parla di birdie che non di drop e touche.
Potreste sentire dei giornalisti che dicono che il golf è noioso, ma non che “i golfisti se la menano e perdono sempre”. Un dettaglio insignificante? No, credetemi, se non c’è una notizia oggettivamente importante da dare e bisogna scegliere se dare più spazio a uno dei due sport in questione secondo voi chi ha più probabilità di essere premiato? Al tipo noioso magari non do le pacche sulle spalle ma la faccio passare liscia, non dà comunque fastidio, a quello spocchioso se posso rompergli le palle…

E poi diciamocelo, ci piace vincere facile: il calcio tra simulazioni plateali, proteste tanto smisurate quanto incomprensibili, sceneggiate per qualunque decisione avversa e problemi di ordine pubblico è un bersaglio fin troppo semplice. Vero che è la disciplina che da noi monopolizza tutte le attenzioni (e gran parte delle risorse finanziarie) però il rugby non è certo l’unico sport dove si rispetta l’avversario e il direttore di gara e dove non si va a vedere le partite in un clima di guerriglia incipiente. 
Senza dimenticare che gente che simula, si dopa, che cerca di scappare con la cassa sotto le braccia ce n’è in giro anche per Ovalia. Parole come Bloodgate non dovremmo mai dimenticarcele, invece tendiamo un po’ a farlo.

La verità, alla fine, è che come in ogni altro gruppo di persone pure nel rugby ci sono i furbi, quelli che se ne fregano delle regole. E’ inevitabile. Quello che la palla ovale ha e che deve coltivare e tenersi stretta è la riprovazione sociale: per chi infrange norme e codici di comportamento le sanzioni sono chiare e mediamente pesanti, ed è una cosa importante, ma quello che più conta e che fa da sostegno determinante a quelle stesse punizioni è che quegli atteggiamenti, quei comportamenti sono ritenuti sbagliati da chi gioca, da chi pratica e da chi segue quella palla che rimbalza dove e come gli pare. Se fai il furbo vieni messo in un angolo. Questa cosa pesa, molto. Nel calcio se fai il furbo per portare un vantaggio alla tua squadra diventi un mezzo eroe, un atleta “astuto”, nel rugby non è così. Non ancora. E quella riprovazione sociale, unita a una cultura sportiva sicuramente più diffusa e radicata che in altri ambiti, ha un peso determinante.
Chi se ne frega di dire che il nostro sport è differente, non facciamo gli spacconi: non serve a nulla e può anzi diventare un boomerang. Vogliamo mettere a tacere chi critica il nostro pezzettino di Ovalia? Chiudiamo in un cassetto il “this is not soccer” e cominciamo a vincere.

Annunci

La foto del giorno: Francia, All Blacks, Adidas e “i quasi”…

Proseguono le polemiche in Nuova Zelanda sulle nuove divise della Francia, come già vi avevo raccontato qualche giorno fa. Sui blog down-under circolano anche cose divertenti e decisamente ironiche. Come questa…

E’ ancora Nuova Zelanda vs Francia. Per colpa di un colletto bianco

La rivalità tra galletti e tuttineri è in assoluto tra le più forti e sentite degli ultimi anni. “Colpa” delle sconfitte che i francesi hanno saputo rifilare ai neozelandesi negli ultimi anni. Ovviamente la finale iridata dello scorso ottobre non ha fatto che acuire la cosa.
Ora a rinfocolare le polemiche a distanza tra tifosi ci si mette l’Adidas. Perché come tutti saprete anche la Francia dal primo luglio ha cambiato sponsor tecnico lasciando la Nike ed entrando nella stessa famiglia di cui ora fa parte anche l’Italrugby. Però a differenza di quando avviene dalle nostre parti, i cugini transalpini hanno già presentato le nuove divise (da noi la presentazione delle maglie avverrà a metà settembre). E qui casca l’asino.
In Nuova Zelanda infatti infuriano polemiche e critiche. Per due motivi:
– il colletto bianco
– il claim della campagna pubblicitaria, quello che dice “all bleus”
Andiamo al punto numero uno. Il colletto bianco, identico poi anche nelle forme a quello che gli All Blacks sfoggiano dallo scorso luglio, nella terra dei Maori è ritenuto una sorta di marchio aggiunto. Insomma, è roba loro e guai a chi la tocca. Se poi sono i francesi a farlo…
Punto numero due: in tanti neozelandesi su siti, blog, social network hanno accusato l’Adidas di essere stata poco fantasiosa per il claim, altri di aver spudoratamente copiato il nickname con cui la nazionale campione del mondo in carica è conosciuta ovunque. Però in questo caso si sbagliano gli uni e gli altri. Adidas infatti da qualche mese ha dato il via alla sua campagna “all in”: video, cartellonistica, spot tv e marketing virale che riguarda tutte le discipline. Quel claim, “all bleus”, rientra in quel calderone. A naso dovremo aspettarci qualcosa di simile anche da noi, magari “all azzurri”…

Un “logo” creato dai tifosi e circolato sul web già ai tempi della finale della RWC 2011

La Tessera del Tifoso, ma declinata in forma ovale

dall’ufficio stampa FIR

Parte il progetto “carta ufficiale” per i tifosi dell’ Italrugby, che assumerà la denominazione  “Azzurro XV” a sottolineare l’intento di costruire e privilegiare  una comunità legata dalla passione comune per il rugby.

Tutti coloro che acquistano via internet abbonamenti o singoli biglietti per le partite allo Stadio Olimpico di Roma (Cariparma Test Match di novembre con gli All Blacks ed RBS 6 Nazioni 2013) riceveranno gratuitamente a casa la nuova tessera magnetica “Azzurro XV”, che in futuro potrà essere utilizzata al momento dell’acquisto di nuovi eventi organizzati da FIR,  sia via internet che nelle ricevitorie LIS (elenco su listicket.it), per farvi caricare i titoli d’accesso agli stadi.

Nell’area  dedicata ad “Azzurro XV”, che verrà presto lanciata sul sito ufficiale della FIR http://www.federugby.it, verranno sistematicamente comunicate le iniziative intraprese a favore dei possessori della carta.

Nota: FIR precisa che “Azzuro XV” non è una carta di debito o credito e non è legata ad alcun istituto bancario

Maurizio Martucci per IlFatto.it

(…)  non c’entra col proibizionismo da stadio e le misure anti-degenerazioni calcistiche. Niente black list, niente filtro preventivo in Questura, niente obbligatorietà per abbonamenti e biglietti in trasferta. E nessun vincolo con capziosi circuiti di credito al consumo. Perché è semplice, gratuita, indolore. Si mettano subito l’animo in pace Tar, Antitrust e Garante della Privacy, non dovranno deliberare accertamenti né correttivi: il rugby non è il football, c’è il terzo tempo e i tifosi non sono al microchip, con servizi bancari venduti per colorita passione di curva e tribuna.

Autonomamente, senza scomodare l’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, la Federazione Italiana Rugby ha creato il fan-club Azzurro XV+ con omonima fidelity card, strumento (facoltativo) per fidelizzare i rugbisti in una comunità d’intenti a palla ovale. In sostanza, un restyling della tessera del tifoso: “vuol rappresentare – dicono i promotori – la moltitudine dei tifosi, il sedicesimo giocatore che, dagli spalti, col proprio incitamento, contribuisce allo sforzo dei quindici in campo, unendo giocatori e tifosi di tutto il Paese”. Se la vuoi, la sottoscrivi, altrimenti niente. E fa lo stesso. Perché allo stadio, sempre se vuoi, c’entri comunque, in ogni settore, senza barriere, né gabbie: è la sintesi più facile (e felice) tra liberismo, etica sportiva e libertarismo.

La carta Azzurro XV+ funziona sul canale Listicket (Lottomatica, anche on-line) già per le sfide agli All Blacks della Nuova Zelanda (stadio Olimpico a novembre) e del 6 Nazioni (sempre a Roma, nel 2013 contro Francia, Galles e Irlanda). Previste azioni di comunicazione e marketing (priorità e agevolazioni su biglietti, merchandising e alberghi) con accesso nell’area ospitalità per brindare (a birra) nel third time. In pratica, una carta fedeltà simile alle membership dei football club di Premier inglese e Liga spagnola (cioè senza finalità di ordine pubblico e interposizione del Ministero). E per questo, lontanissima dalla nostrana tessera del tifoso di calcio. (…)
Altro che governance di sistema: il calcio (italiano) è lontano pure dalla cultura inclusiva e partecipativa del rugby (italiano), dove tutto è più naturale, vero e spontaneo. E dove persino i giocatori, lontani dall’abbaglio star system, senza temerlo cercano il contatto con avversari e tifosi, sia in campo, che dentro e fuori gli spalti. Perché “chi gioca in prima linea (dice il motto), si guadagna un posto in paradiso“.

Tonni a Il Grillotalpa: “Ci hanno voluto far fuori”. E Viadana presenta ricorso contro l’esclusione dal Pro12

“Di errori ne abbiamo fatti, certo. Ne ho fatti personalmente, non mi tiro certo indietro. Però diciamo che eravamo in compagnia di chi oggi passa come un salvatore”. Franco Tonni  degli Aironi era il direttore sportivo e in questa intervista rilasciata a Il Grillotalpa si sbottona e dice la sua: “Quando sono iniziati i veri problemi? No, non quando MPS se ne va, come pensano in molti. Le cose sono iniziate a crollare quando il presidente Melegari è andato a chiedere aiuto alla FIR. Se fossimo rimasti zitti fino a maggio oggi le cose sarebbero molto diverse. Avrebbero magari sbuffato, ma tutto sarebbe andato a posto. Il debito vero lo stanno creando ora. Hanno voluto ammazzare gli Aironi”.
L’impressione che ho avuto, almeno da un certo punto in poi, è che si sia deciso di pilotare la crisi verso questo sbocco.
“E’ la verità. Avevamo dei problemi, sì, ma nulla di insormontabile. Leggo certe cifre sui nostri debiti  che sono fantasiose. E poi debiti, bisogna chiarirsi: se un socio decide autonomamente di andarsene quello non è un debito, non avevamo l’obbligo di ridare le quote versate. Se poi uno lo vuole definire debito, allora è un’altra storia”.
Capitolo stipendi, si mormora che siano stati pagati fino a marzo…
“Certo, ci hanno buttato fuori il 6 di aprile. E’ chiaro che aprile, maggio e giugno non sono stati pagati, ma lo saranno. Noi abbiamo fatto un accordo con i giocatori che in caso di difficoltà economiche gli ultimi stipendi sarebbero stati pagati spalmandoli su più mesi, mi pare fino al 15 ottobre o 15 novembre, ora non ricordo. Tanto è vero che nessuno si è rivolto alla federazione per lamentare il mancato pagamento. L’accordo l’abbiamo fatto con la GIRA e l’avvocato D’Amelio era molto soddisfatto”.
Parliamo dei rapporti con la FIR e della famosa fideiussione
“Parliamone. Il controllo sulla fideiussione chi l’ha fatto? La FIR prima e la Deloitte per conto del board celtico poi. La fideiussione era a regola ed escutibile. Certo il presidente Melegari non ne ha fatto un casus belli, ma quello è un altro discorso…
La FIR, che dire. In fretta e furia ci hanno buttato fuori e in fretta e furia ci voleva riportare dentro. Credo che ci si poca serenità e lungimiranza, ma vorrei che una cosa fosse chiara: tutta questa vicenda non è imputabile, almeno inizialmente, nella volontà di Dondi. Sono persone a lui molto vicine, vicinissime, che hanno spinto per questo tipo di soluzione, è stata una forzatura di alcune persone. Non dico altro”.
Una delle accuse che vi vengono rivolte è di aver accettato contratti troppo onerosi per giocatori non più di primo pelo
“Chi ci critica dovrebbe avere la possibilità di leggere il capitolato. Si, abbiamo agito con troppo zelo. Io ho agito con una dedizione fuoriluogo, seguendo però delle precise indicazioni  da parte della FIR e di Dondi. Per entrare in Celtic League il board ha fatto delle richieste alla federazione, che ha girato alle realtà che sarebbero poi state coinvolte. Il primo giocatore che abbiamo messo praticamente sotto contratto, un preaccordo più che altro, è stato Marco Bortolami. Sai quando è successo? Novembre 2009, prima di Italia-All Blacks, molto prima che l’ingresso dell’Italia tra i celti venisse ufficializzato. E chi ci chiedeva di fare di tutto per riportare al di qua delle Alpi il maggior numero possibile di giocatori? La federazione, perché sapevano che questo avrebbe facilitato il via libera del board internazionale. E’ stato un concorso di colpe. Ma certe cose devo dirle: prendete la mia storia professionale e non troverete mai un contratto triennale. Mai. Io non li facevo, ma qualcuno me lo ha chiesto. Il primo anno ho buttato giù un sacco di rospi: chiedevo ai miei referenti federali se erano davvero sicuri di quello che facevano e loro mi dicevano di sì. Salvo poi lamentarsi un anno dopo.  Come nel caso di Sole e Robertson, che sono due ragazzi a cui voglio un sacco di bene, intendiamoci. E poi…”
E poi?
“C’è stato il caso Gower. Aveva un sacco di problemi alle ginocchia ma volevano che lo prendessi. Un contratto da 240mila euro. Io ho detto di no, ne avevo abbastanza e quella roba lì non l’avrei fatta. E Gower non arrivò”.
Dopo Bortolami a chi toccò?
“A Carlos Nieto. Era primavera e trovai l’accordo con lui e con i Saracens, ma all’ultimo non se ne fece nulla perché a Londra avevano avuto una serie di infortuni e Nieto aveva ancora un anno di contratto con loro. Si scusarono ma il giocatore doveva rimanere in Inghilterra. Capita. Allora ho preso Aguero e Perugini. O forse prima Totò, non ricordo…
Comunque tutti i contratti più onerosi sono stati formalizzati dalla FIR, a sbagliare eravamo in due. Io parlavo con gli agenti dei giocatori assieme a Checchinato in rappresentanza della FIR. Se non avessero voluto farli quei contratti lo avrebbero detto. O no?”
Si parla di un contratto molto oneroso per Tyson Keats
“Ho letto. Due cose da dire: stiamo parlando di uno che comunque aveva giocato con Crusaders e Hurricanes. E le cifre circolate (180mila euro lordi) riguardavano i due anni di contratto, non uno. Non pochi soldi, lo so, ma un buon mediano di mischia quanto credete che costi?”.
Farete l’Eccellenza?
“Non credo, non c’è una grande volontà, anzi… Nella vita si vince e si perde, ma quando ti accorgi che c’è un disegno per farti fuori… Deciderà il presidente, ma siamo molto arrabbiati, molto”.
In conclusione…
“Ce l’avremmo fatta. Avremmo dovuto stringere la cinghia, risistemare il piano economico, avremmo ridotto il nostro budget, ma lo avremmo portato al punto in cui io volevo portarlo sin dal primo anno. Sarebbe stato un budget ridotto, molto semplice e lineare, ma totalmente coperto. Non hanno voluto, non ce lo hanno fatto fare”.

Questa la mia chiacchierata con Franco Tonni. Tutto qua? No, perché da Viadana arrivano rumors di un ricorso presentato alla FIR per impugnare l’esclusione dal torneo celtico. Il ricorso sarebbe stato inviato sabato. Nulla di ufficiale, ancora. Probabilmente è arrivato sui tavoli della federazione già ieri. Estate calda, caldissima…