Tag: Murrayfield

Se il Sei Nazioni diventa una corsa all’alibi dopo soli 80 minuti di gioco

L’Italia debutta nel torneo con l’ennesima sconfitta: a Edimburgo gara a senso unico con gli azzurri che marcano tre mete solo nel finale a partita già mandata in archivio (e negli ultimi 10 minuti avversari pure con un uomo in meno). Ma stavolta a fare discutere sono le parole post-match… Bene ragazze e U20, ma non diventino una foglia di fico

“Dobbiamo ripartire da quanto abbiamo fatto di buono”. “Dobbiamo salvare gli aspetti positivi e lavorare sugli altri”. “L’aspetto mentale è stato positivo, dobbiamo migliorare quello fisico”. “L’aspetto fisico è stato positivo, dobbiamo migliorare quello mentale”, “Dobbiamo guardare avanti”. E chi più ne ha, più ne metta.
Il fatto che la nazionale di rugby vinca poco o nulla (nel Sei Nazioni siamo arrivati a 18 sconfitte consecutive: un record. All’Olimpico non si vince dal marzo 2013, fate voi) nel corso degli anni ci ha esposti a tutta una serie di “perché” che spesso si ripetono in loop e di cui ho fornito in apertura di questo articolo un breve compendio. Parole che abbiamo sentito davvero tante volte ma che – evidentemente – sono rimaste lettera morta, che l’andazzo non accenna a cambiare. Una sorta di salvare il salvabile anche quando c’è davvero poco  nulla da salvare.
Dopo il 33 a 20 di sabato pomeriggio a Murrayfield contro la Scozia il ct Conor O’Shea ha detto “Non voglio pacche sulle spalle per gli ultimi dieci minuti. Quando giochiamo al nostro livello siamo competitivi e pericolosi”. Parole a cui qualcuno potrebbe anche finire con il crederci se non avesse visto la partita, però a quella affermazione andrebbero giusto aggiunte un paio di cose: che al minuto 70 la Scozia vinceva 33 a 3 – quindi: partita finita, 5 mete a 0 per i padroni di casa –  e che gli ultimi dieci minuti ha giocato con un uomo in meno per il cartellino giallo comminato a Berghan. Chiamiamoli dettagli, se proprio volete.

Metto subito in chiaro una cosa. Non sto criticando il ct azzurro per la formazione o il lato brutalmente tecnico, ma proprio per le sue parole perché rappresentano bene una corsa all’alibi di cui francamente ne ho fin qui. Un andazzo simile a chi lo ha preceduto, una sorta di ritirata nell’ultima casamatta verbale dopo un avvio di grandi speranze poi disattese.
Il tecnico può essere criticato per la scelta degli uomini, della disposizione in campo, del game plan e di tutto quello che volete (e ci mancherebbe) ma due cose devono essere dette a priori e non possono essere messe in discussione: O’Shea non ha lasciato a casa nessun fenomeno e il nostro migliore parco giocatori è quello che era in ritiro a Roma nei giorni scorsi, lista infortunati compresa. Detta facile: siamo molto più deboli di tutte le nostre avversarie, o meno forti se preferite giocare con le parole. Per battere la Scozia, il Galles, la Francia, l’Inghilterra e l’Irlanda sono necessarie due condizioni: che gli avversari abbiano uno spirito diciamo rilassato e che noi si giochi al 120% delle nostre possibilità. Tertium non daturOppure possiamo fare finta di nulla e raccontarcela, che è quello che facciamo da qualche anno in qua. E i risultati si vedono.

Dice: però la nazionale femminile e quella U20 hanno vinto. Vero, e sono stati bravissimi sia i putei che le ragazze. Però non usiamoli come foglia di fico. Delle azzurre ci si rammenta solo saltuariamente, quando “servono” per coprire altri disastri e vorrei sommessamente ricordare che a un gruppo di ragazze che si stavano comportando molto bene sono stati imposti tre anni “sabbatici” in cui hanno giocato solo nel Sei nazioni e senza neppure un test-match. Succedeva giusto l’altro ieri. Perciò gli applausi che l’Italdonne si merita (e dio solo sa quanti sono) vanno indirizzati alla responsabile del rugby femminile Maria Cristina Tonna, allo staff tecnico guidato da Andrea Di Giandomenico e alle atlete tutte, ovvero a gente che da anni fa le nozze con i fichi secchi e le cui richieste non vengono quasi mai ascoltate. Non meritano di essere “usate” per tappare altri buchi alla bisogna.

L’U20? Sono molto felice per la vittoria di venerdì sera in Scozia: non era affatto scontata ed era la prima uscita del nuovo gruppo dopo un biennio che ha fatto davvero bene e che ci ha dato grandi speranze. Quei ragazzi sono importanti, dovrebbero essere il futuro del nostri rugby d’elite. Sì, ho usato il condizionale, perché i fatti del presente e la storia degli anni passati ci dice che il 90% abbondante di quei giovani lo perdiamo proprio nel momento in cui dovrebbero fare il salto di qualità. Quindi non “usiamo” neppure loro, che non se lo meritano, esattamente quanto le ragazze.
E comunque, per quanto bene facciano azzurre e azzurrini non sara mai abbastanza per coprire i tanti passaggi a vuoto della nostra nazionale maggiore, che lo ricordo è unanimemente riconosciuta come la locomotiva del nostro movimento. E io non ho mai visto un convoglio sostituire una locomotiva.

ps: pare che il gruppo azzurro negli ultimi giorni sia stato colpito da un attacco febbrille gastro-intestinale e che non si sia potuto preparare al meglio. Cosa che di sicuro non ha aiutato, però va pure detto che uno dei pochissimi aspetti positivi della gara con la Scozia è stata la tenuta fisica. Quindi boh, non darei un grosso peso alla cosa.

Annunci

Sei Nazioni, chi ha spazio (e chi no) sul treno azzurro. In attesa delle decisioni “che daranno fastidio”

Conor O'Shea

ph. Fotosportit/FIR

Le convocazioni del ct fanno chiarezza tra azzurri e azzurrabili, con alcuni nomi importanti che adesso devono rincorrere un posto in nazionale. Un anno dopo un torneo molto negativo le parole inequivocabili di Conor O’Shea di Edimburgo dello scorso marzo sono però rimaste sulla carta. Almeno per il  momento

Campagnaro, Esposito, Gega e Zani (in rigoroso ordine alfabetico) sono gli unici che possono dire “non ci siamo solo perché siamo infortunati”, gli altri invece sono fuori dal giro che conta della nazionale. Perché magari giocano poco, o perché è già da un po’ che non sono chiamati in nazionale, perché la qualità delle loro prestazioni non è considerata all’altezza o perché dopo aver avuto problemi fisici importanti stanno faticando a tornare ai livelli precedenti. Stiamo parlando di Minto, Lazzaroni, Venditti, Morisi, Favaro, Chistolini. Mettiamoci pure Barbieri. Quale che sia la ragione oggi sono fuori. Frase che se vogliamo è un po’ brutale, ma la sostanza è quella.
Non che lo staff tecnico azzurro abbia disegnato sui loro petti una “A” scarlatta che li mette al limite della società ovale, ma ora sono tutti nella condizione di dover rincorrere un posto che fino a poco tempo fa sembrava essere al sicuro o quasi. Invece. Se dovessero tornare a giocare ai loro livelli siamo sicuri che O’Shea sarà il primo ad accorgersene, ma oggi hanno perso posizioni. Poi va da sé che se qualcuno dovesse farsi male (il fato non voglia, ma può capitare) sarebbero i primi a rientrare in gioco, che non è che il nostro movimento possa contare su chissà quanti giocatori che possono essere presi in considerazione per un torneo così importante.

Il messaggio principale lanciato dalle convocazioni per il gruppone di 34 giocatori per il Sei Nazioni è un po’ questo. Sorprese vere non ce ne sono, non può essere considerata tale nemmeno l’aver messo in lista Jake Polledri, una novità in qualche modo annunciata.
Il ct Conor O’Shea parla di un maggior numero “di opzioni che stiamo sviluppando” e di scelte “che ora abbiamo a disposizione. Dobbiamo continuare a costruire la profondità e siamo consapevoli di dover migliorare, ma abbiamo compiuto progressi importanti rispetto a un anno fa”.
Poi fa una promessa: “Sono consapevole che saremo giudicati sulla base dei risultati ma sappiamo bene tutti del livello di gioco con cui andremo a confrontarci e delle sfide che ci attendono in ogni partita, a cominciare dall’affrontare la seconda e la terza squadra del ranking mondiale nell’arco di sei giorni nelle prime due giornate. Se come Federazione continueremo a crescere e sviluppare i nostri giocatori, il sistema ed i processi come stiamo facendo continueremo a ridurre il gap con le altre Nazioni”.
Il tecnico irlandese si dice sicuro del fatto che “un paio di veterani sono dispiaciuti per non essere stati selezionati, ma potranno rientrare più avanti” e poi sottolinea che ci sono “alcuni giovani di particolare talento e ci prepareremo a prendere qualche rischio, nei mesi a venire, per trasformare il possesso in punti”.

Nessuna sorpresa nelle convocazioni e nessuna sorpresa neppure nelle parole del ct. Che, lo ricordiamo, il 18 marzo scorso dopo il pesantissimo 29 a 0 che la Scozia ci rifilò a Murrayfield nell’ultima giornata del Sei Nazioni 2017 rilasciò in conferenza stampa alcune dichiarazioni molto nette, inequivocabili: “Non sono uno stupido, non sto qui a prendere tempo. Ho fiducia in questo gruppo, resto convito che possiamo diventare un’ottima squadra. Ma gli investimenti devono essere fatti nell’interesse esclusivo della Nazionale. Tutti, in Italia, devono mettersi l’ego in tasca e capire che la Nazionale è la cosa più importante in assoluto. Perché le decisioni che prenderemo daranno fastidio a qualcuno, ma sono da prendere. Irlanda, Galles, Scozia hanno fatto scelte difficili per il rugby di club, investito sulle franchigie. E’ facile fare questi cambiamenti, a patto di volerlo. Sarà difficile? Sì, ma è fattibile e deve essere fatto”.
Parole del ct, non di qualche giornalista arrabbiato per la brutta prestazione. Non penso che nessuno lo abbia obbligato a dire quelle cose. Ne abbiamo preso atto allora, qualche mese fa,, così come oggi prendiamo atto del fatto che dallo scorso marzo non è stata presa nessuna di quelle decisioni che “daranno fastidio a qualcuno”. Al momento è così, piaccia o meno.
E i numeri dell’ultimo Sei Nazioni sono chiarissimi, purtroppo: 5 ko in 5 gare e una differenza di 151 tra punti subiti e punti marcati. Si (ri)parte da lì, più o meno. Forza ragazzi.

Tu vuò fa’ lo scozzese, ma senza un progetto che guarda lontano dove credi di andare?

Tifosi scozzesi

Dal sito ufficiale della federazione scozzese

Avete visto come stanno correndo gli highlanders? Qualche anno fa hanno disegnato un piano a lungo termine e ora iniziano a raccoglierne i frutti. Noi invece non lo abbiamo mai fatto e andiamo avanti a fari spenti o a tentativi poco convinti. E le differenze si vedono

Succede sempre, dopo ogni tornata negativa della nazionale, sia essa il Sei Nazioni, un Mondiale o un mese di test-match (autunnale oppure estivo). Ormai è un riflesso quasi pavloviano, anche perché – diciamolo – di tornate negative ne abbiamo lo zaino pieno. La domanda che si pongono tifosi, appassionati e diversi addetti ai lavori è: perché non facciamo come il Galles/Irlanda/Scozia? Le tre opzioni divergono e vengono quindi scelte in base alle singole opinioni o allo stato di salute del momento delle tre nazionali.
Il pensiero alla base non è peregrino: l’Irlanda corre fortissimo, la Scozia è cresciuta paurosamente in una manciata di anni, il Galles sta un po’ vivacchiando ma è squadra capace di battere chiunque, quindi perché non copiare da uno di questi movimenti per rimettere in carreggiata il nostro?
Come dicevo poco fa ognuno ha la sua ricetta, la sua preferenza e ha al contempo bella pronta una serie di controindicazioni relative alle opzioni che non gli piacciono.

La Scozia è quella che va per la maggiore negli ultimi mesi, d’altronde i risultati ottenuti da quelle parti sono sotto gli occhi di tutti: fino a pochissimi anni fa era assieme all’Italia la squadra considerata meno forte e completa tra quelle del mazzo del Sei Nazioni. Poi il cambiamento. Nel 2015 si è vista sfuggire di mano una semifinale mondiale per un nulla, nel torneo continentale più importante è tornata a fare la voce davvero grossa con tutti, in questo novembre quasi batte gli All Blacks e rifila oltre 50 punti all’Australia. Non solo, le sue franchigie sono diventate competitive e negli ultimi anni hanno vinto un torneo celtico e si sono giocate una finale di Challenge Cup. Tutta roba che noi oggi possiamo sognarci. Ah, altra cosa che possiamo sognarci: il pubblico/seguito. In questo mese di novembre contro Samoa, All Blacks e Australia a Murrayfield si sono registrati tre sold-out (67.144 spettatori a match) per un totale di oltre 200mila biglietti staccati mentre noi tra Fiji, Argentina e Sudafrica non tocchiamo quota 58mila. Qui si parla non solo di spalti pieni o vuoti o di interesse mediatico, ma di soldi veri tra ticketing, sponsor e merchandising. Qualcuno può dire: facile fare i sold-out con gli All Blacks e l’Australia. Vero, ma noi con i wallabies non abbiamo riempito nemmeno il Franchi di Firenze. E a Edimburgo c’erano quasi 70mila persone pure per vedere la partita con Samoa. Non l’Inghilterra. Samoa.

Ma dicevamo della domanda, perché non fare come loro? Ecco, secondo me è malposta. Non conosco così ebene i dettagli del movimento scozzese (o gallese, o irlandese) per poter dire se davvero da noi potrebbe funzionare, perché alla fine gli aspetti da tenere presente sono tanti e diversi: i rapporti club-federazione, come funzionano i finanziamenti, le strutture dei campionati nazionali e regionali, il sistema di reclutamento, le academy, il ruolo della scuola e della cultura sportiva.
La domanda è malposta perché ritengo che bisognerebbe fare un passo ancora più indietro e capire una cosa: in Irlanda, in Galles o in Scozia a un certo punto si sono seduti a un tavolino e hanno stabilito un piano, un progetto operativo a media-lunga scadenza. Noi no. Possiamo star qui a discutere fino allo sfinimento se il sistema del draft da noi può funzionare o meno ma ci sfugge sempre questo dettaglio: noi un piano a lunga scadenza non lo abbiamo mai fatto. In Scozia sì (ma anche altrove) e una volta stabilito si sono messi al lavoro per concretizzarlo. Il draft è solo un aspetto di quel progetto.
Da noi si va avanti da tanti anni a spanne, a tentativi spesso poco convinti, si fanno due passi avanti poi uno a destra, uno indietro, tre a sinistra e due in diagonale. Si annuncia una cosa e poi alla fine se ne fa un’altra. Si dice che le franchigie devono avere tecnici italiani e nel giro di un paio di stagioni gli head coach sono di nuovo stranieri; che nell’arco di qualche anno l’obiettivo è di avere un ct italiano e oggi abbiamo una struttura che nei ruoli chiave è in gran parte composta da tecnici stranieri; abbiamo un campionato nazionale su cui le idee sono così chiare da aver cambiato il numero delle squadre partecipanti praticamente ogni anno nelle ultime 5 o 6 stagioni; si mette in piedi un sistema elefantiaco di accademie e centri di formazione e poi viene drasticamente ridotto dall’oggi al domani per motivi economici. E sono solo alcuni esempi. 
Il movimento italiano dovrebbe farsi una sola domanda, ovvero cosa vuole fare da grande e dotarsi di un piano conseguente, a cui devono partecipare tutte le anime, dall’elite alla base, ovviamente sotto la guida della federazione. Copiare la Scozia, il Galles o i marziani deve venire dopo. Altrimenti è come costruire una casa partendo dal primo piano.

Finale di Champions Cup: Saracens e Clermont, chi sarà la regina d’Europa?

A Edimburgo alle ore 18, in diretta su Sky Sport 1, l’atto finale della massima competizione europea per club. Londinesi che sembrano avere qualcosa in più ma i francesi…

Dopo la vittoria dello Stade Francais in Challenge Cup oggi a Murrayfield si sceglie la regina d’Europa. Da una parte quel Clermont alla ricerca del primo sigillo tanto agognato: quante volte abbiamo detto/scritto che “è l’anno buono” per i francesi? Fofana e Nakaitaci sono in infermeria da un po’ e vi rimarranno anche quest’oggi ma il XV dei transalpini è comunque di quelli importanti. Di fonte i Saracens campioni in carica, un vero monumento alla concretezza, alla determinazione e al cinismo. Squadra che bada molto alla sostanza e che può schierare ben sei Lions. Inglesi che partono favoriti ma il Clermont ha carte e armi per imbrigliare l’avversario.

Clermont: 15 Scott Spedding, 14 David Strettle, 13 Aurélien Rougerie, 12 Rémi Lamerat, 11 Nick Abendanon, 10 Camille Lopez, 9 Morgan Parra, 8 Fritz Lee, 7 Peceli Yato, 6 Damien Chouly (c), 5 Sébastien Vahaamahina, 4 Arthur Iturria, 3 Davit Zirakashvili, 2 Benjamin Kayser, 1 Raphael Chaume
Riserve: 16 John Ulugia, 17 Etienne Falgoux, 18 Aaron Jarvis, 19 Paul Jedrasiak, 20 Alexandre Lapandry, 21 Ludovic Radosavljevic, 22 Pato Fernandez, 23 Damien Penaud 

Saracens: 15 Alex Goode, 14 Chris Ashton, 13 Marcelo Bosch, 12 Brad Barritt (c), 11 Chris Wyles, 10 Owen Farrell, 9 Richard Wigglesworth, 8 Billy Vunipola, 7 Jackson Wray, 6 Michael Rhodes, 5 George Kruis, 4 Maro Itoje, 3 Vincent Koch, 2 Jamie George, 1 Mako Vunipola
Riserve: 16 Schalk Brits, 17 Titi Lamositele, 18 Petrus du Plessis, 19 Jim Hamilton, 20 Schalk Burger, 21 Ben Spencer, 22 Alex Lozowski, 23 Duncan Taylor

Le mani di Sergio Parisse sulla Challenge Cup: lo Stade Francais batte Gloucester 25-17

A Edimburgo è andata in scena la prima gara della due giorni di finali europee con Murrayfield quale palcoscenico. A trionfare è lo Stade Francais che batte un Gloucester che parte bene ma poi si ferma: al 14′ la meta di May con la conseguente trasformazione, al 22′ la punizione di Burns che porta i cherry & white sul 10 a 0, ma poi basta, il club inglese non fa più un punto sino al 79′ quando però la gara è scappata via, e i parigini spronati dalla marcatura di Parisse poco dopo la mezz’ora portano a casa con merito una vittoria costruita soprattutto nel secondo tempo (la prima frazione si chiude sul 10-10). Una vittoria che spazza via una sorta di tabù per i transalpini, al primo trionfo dopo quattro finali perse. A scavare il solco sono le mete di Danty e Doumayrou, arrotondate da un piazzato si Steyn, non precisissimo nel complesso della serata. Man of the match un grande Sergio Parisse, anima e motore dello Stade.

Gloucester: 15 Tom Marshall, 14 Charlie Sharples, 13 Matt Scott, 12 Mark Atkinson, 11 Jonny May, 10 Billy Burns, 9 Willi Heinz (c), 8 Ben Morgan, 7 Lewis Ludlow, 6 Ross Moriarty, 5 Jeremy Thrush, 4 Tom Savage, 3 John Afoa, 2 Richard Hibbard, 1 Josh Hohneck
Riserve: 16 Darren Dawidiuk, 17 Yann Thomas, 18 Paddy McAllister, 19 Mariano Galarza, 20 Freddie Clarke, 21 Greig Laidlaw, 22 Billy Twelvetrees, 23 Henry Trinder
Mete: May (14′), Moriarty (79′)
Conversioni: Burns (15′, 79′)
Punizioni: Burns (22′)

Stade Français: 15 Hugo Bonneval, 14 Waisea Vuidarvuwalu, 13 Geoffrey Doumayrou, 12 Jonathan Danty, 11 Djibril Camara, 10 Jules Plisson, 9 Will Genia, 8 Sergio Parisse, 7 Jonathan Ross, 6 Antoine Burban, 5 Paul Gabrillagues, 4 Hugh Pyle, 3 Rabah Slimani, 2 Remi Bonfils, 1 Heinke van der Merwe
Riserve: 16 Laurent Panis, 17 Zurabi Zhvania, 18 Paul Alo Emile, 19 Willem Alberts, 20 Raphael Lakafia, 21 Julien Dupuy, 22 Morné Steyn, 23 Jérémy Sinzelle
Mete: Parisse (32′), Danty (57′), Doumayrou (71′)
Conversioni: Plisson (33′), Steyn (72′)
Punizioni: Plisson (27′), Steyn (75′)