Italia Anno Zero: numeri del Sei Nazioni impietosi. O’Shea avvisa: “Non sono qui a perdere tempo, qualcuno deve mettere l’ego da parte”

O'Shea e Parisse
ph. Fotosportit/FIR

Il torneo di quest’anno si chiude con dati anche peggiori rispetto al già disastroso 2016. Il ct chiede uno scatto a tutto il movimento, decisive le prossime settimane. Gavazzi “vede” le Zebre a Roma o a Milano: nel capoluogo lombardo eventualmente coinvolta anche l’ASR?

Finalmente è finito. Opinione personalissima, ma quest’anno il Sei Nazioni è stato una vera sofferenza, e sì che noi appassionati italiani un certo callo dovremmo avercelo fatto…
Il torneo 2016 era stato definito praticamente da tutti come il nostro peggior Sei Nazioni di sempre, ma il 2017 non è così da meno: ultimi, nemmeno un punto fatto nonostante l’introduzione dei punti di bonus che 12 mesi fa non c’erano, 6 mete fatte contro le 8 della scorsa edizione quando però ne avevamo incassate anche tre in più: 29 allora, 26 oggi. Differenza punti? Meglio un anno fa: -145 contro gli attuali -151, ma è roba da discussione sul sesso degli angeli. Un senso generale e pressoché continuo di impotenza.
Quando l’Italia se l’è veramente giocata? Nel primo tempo della partita con il Galles e nella partita di Twickenham, quando abbiamo tirato fuori quell’autentico coniglio dal cilindro – non replicabile, tra l’altro – che è stata la “no ruck”, che comunque non ci ha impedito di uscire sconfitti e di perdere in maniera netta 36-15: un risultato maturato negli ultimi 10 minuti (al 69′ stavamo ancora 17-15), verissimo, ma i punti fatti dopo il 70′ valgono uguale a quelli prima. Vogliamo metterci i primi 15′ di Italia-Francia? Mettiamoceli. Rimane un panorama spoglio, deprimente. La ciliegina sulla torta sono i quasi 20mila spettatori in meno in media all’Olimpico.

La fotografia è questa, qua e là qualcuno potrebbe infilarci un mezzo alibi o una parziale scusante, ma quello rimangono: alibi e scusanti.
Nel quadro complessivo bisogna pure aggiungerci la nazionale U20 e quella femminile: anche per loro nemmeno una vittoria in 5 partite, due punti di bonus per gli azzurrini e uno per le ragazze. Tre cucchiai di legno assieme non ci capitavano dal 2009.
Brutto il torneo delle azzurre, soprattutto se paragonato agli ultimi due. Le nostre giocatrici sono apparse spesso contratte e con grosse difficoltà in fase realizzativa, ma va pure detto che tra tutte le nostre selezioni sono quelle che più se la sono giocata con le squadre avversarie. Per loro comunque il peggior torneo degli ultimi anni, non un buon viatico in vista del Mondiale di agosto in Irlanda. Certo, avessero giocato qualche test a novembre… Il ct Di Giandomenico non ha potuto vedere la sua squadra all’opera praticamente per un anno.
Lo stesso non si può dire dell’U20, squadra per la quale il refrain del “miglior gruppo degli ultimi anni” comincia un po’ a stancare: perché da un lato è vero, ma dall’altro in 4 gare su 5 non hanno mai dato l’impressione di poter davvero vincere (il primo tempo con il Galles, toh) e hanno buttato via una occasione gigantesca contro l’Irlanda. Alla fine i numeri di questi ragazzi se confrontati con l’edizione 2016 non sono affatto diversi: un anno fa i punti di bonus non c’erano, il numero di mete subite è assolutamente identico (21) ma quest’anno ne sono state incassate il doppio (8 contro 4) mentre migliore è la differenza punti (-95 a fronte di -117 di un anno fa).

In questo quadro arrivano le parole di Conor O’Shea al termine della partita di Murrayfield: “Sono un positivo, vedo sempre il bicchiere mezzo pieno. Ma non sono uno stupido, non sto qui a prendere tempo. Ho fiducia in questo gruppo, resto convinto che possiamo diventare un’ottima squadra. Ma gli investimenti devono essere fatti nell’interesse esclusivo della Nazionale. E’ l’Italia l’unica cosa che conta. Le decisioni che dovremo prendere faranno male a qualcuno, ma Irlanda, Galles, Scozia hanno fatto scelte difficili per il rugby di club, investito sulle franchigie. E’ facile fare questi cambiamenti, a patto di volerlo. Sarà difficile? Sì, ma è fattibile e deve essere fatto. Qualcuno dovrà mettere il proprio ego da parte nell’interesse della maglia azzurra. Vogliamo cambiare molte cose e ci sarà gente che ci resterà male, ma i cambiamenti non possono essere indolore. Ripeto, non si pensi al proprio ego”.
Un mezzo ultimatum? Non so, di sicuro un messaggio chiaro e inequivocabile. Per settimane il ct azzurro ha detto che profondi cambiamenti erano necessari, ieri ha messo in chiaro le cose usando un linguaggio che non necessita di interpretazioni.
A chi erano dirette le sue parole? Un po’ a tutti: dirigenti di club, quelle delle franchigie e ovviamente in federazione.

Le carte sono sul tavolo, che un incontro con il presidente Gavazzi sia già avvenuto o meno. Ma non credo che il presidente federale fosse all’oscuro delle idee di O’Shea. Le richieste le tecnico irlandese? Staff tecnici numericamente e qualitativamente all’altezza, accademie legate alle celtiche, una definitiva e sensata sistemazione del “su e giù” dei giocatori tra Eccellenza e Benetton e Zebre sono i primi fondamentali passi. Idee che dalle nostre parti circolano già da diversi anni, qualcuno le ha messe nero su bianco già all’alba dell’avventura celtica, ma che finora sono state osteggiate o tenute in un cassetto della FIR.
Cambiare idea non è un delitto, anzi (se poi lo si fa in senso migliorativo…) e in federazione non è una novità: solo un paio di anni fa o giù di lì si diceva che le due franchigie dovevano avere uno staff completamente italiano e che pure la nazionale avrebbe dovuto averlo, anche se in una seconda fase. Oggi abbiamo uno staff azzurro che è al 90% composto da stranieri, head coach a Treviso è un neozelandese e pare che pure le Zebre finiranno a un irlandese la prossima stagione (rugbymercato.it parla di apertamente di Michael Bradley). Zebre che nel loro staff hanno da tempo De Marigny, che è in Italia da tanti anni ma certo italiano non è, mentre a Treviso venne negato il tesseramento di Corniel Van Zyl, abbastanza italiano per giocare in nazionale ma non abbastanza per allenare.

Anche sulle accademie c’è stata una bella rivoluzione copernicana: dalla prossima stagione saranno dimezzate quando solo 7-8 mesi fa il presidente Gavazzi girava tutta l’Italia proponendo un programma elettorale nel quale uno dei punti fondamentali era il loro aumento numerico. Non lo dico io, basta leggersi il programma. Ora, per ragioni economiche, si progetta il loro taglio, ma i guai di bilancio erano già sicuramente noti anche la scorsa estate.
Ma al di là di tutto quello che manca al nostro movimento è quell’unità di intenti che traspare dalle parole di O’Shea. Sabato lo ha spiegato Domenico Calcagno dalle pagine del Corriere della Sera: il claim della federazione scozzese è “As One”, espressione che non ha bisogno di traduzione. Da noi si va avanti in ordine sparso, ognuno guarda al suo giardinetto in una continua esibizione di muscoli dal panorama davvero ridotto e che coinvolge tutti, dalla federazione ai club. Un ordine sparso che non dà risultati per nessuno: le nazionali vanno come vanno, le franchigie sono sempre nelle ultime posizioni del Pro12 e l’Eccellenza langue da tanti anni nel disinteresse di pubblico, media e sponsor.
Non conosco bene l’ambiente scozzese ma sono sicuro che pure lì gli interessi particolari non mancano, eppure…

Ripartire con un programma comune a cui tutti partecipino e che veda tutti fare qualche passo indietro sotto un aspetto o un altro è l’unico modo per invertire la rotta, l’alternativa è il nostro quotidiano attuale, che credo non piaccia a nessuno. Ma magari mi sbaglio.
Prima di salutarvi due dichiarazioni, la prima è di Sergio Parisse che in conferenza stampa ha parlato dei suoi compagni di squadra, senza mandarle a dire: “Sono un giocatore che si interroga sempre sulla propria performance, sui propri errori, sugli aspetti del gioco da migliorare. Mi auguro tutti lo facciano, perché uscire dal campo oggi sconfitti per 29-0 è dura. Ora Conor ed il suo staff si incontreranno, faranno le loro valutazioni. Tanti giocatori hanno avuto le loro opportunità, starà ai tecnici valutare con chi continuare a lavorare e chi merita ulteriori opportunità a questo livello“. Chi vuole capire capisca, insomma.
La seconda e ultima è di Alfredo Gavazzi, che sul Messaggero Veneto parla prima di quell’U20 cui ancora solo pochi mesi fa si diceva sicuro dei risultati già quest’anno: “C’è qualcosa che non va se sei una buona squadra, se potresti batterle tutte, meno l’Inghilterra che è di un altro pianeta”. Poi, dopo aver criticato la scelta di Riccioni di firmare per il Benetton Treviso affronta il tema franchigie: “Sono andato a Parma ogni lunedì per un anno, mi sarebbe piaciuto creare una mentalità nella gestione del club. Ora è tanto che non ci tomo. Non so cosa accadrà. So che a Milano c’è un campo che possono rimettere a posto, 5mila posti, poi c’è il Flaminio a Roma che potrebbe essere il campo di una franchigia se andassimo lì. E’ improponibile pensare a una terza franchigia perché non abbiamo i giocatori per alimentarla (anche qui: fino a pochi mesi fa si sosteneva il contrario: ma meglio così, ndr). Saranno due fino al 2020 perché questo è l’accordo con il Pro12. Dico che Milano mi piacerebbe perché farebbe da riferimento al bacino del Nord, ma Roma potrebbe essere il traino per il Sei Nazioni a livello di pubblico”. A Milano nell’eventuale progetto celtico potrebbe essere coinvolta l’ASR che a fari spenti starebbe muovendosi in questa direzione. Pare. Vedremo, le prossime settimane saranno le più importanti per il nostro movimento da tanti anni a questa parte.

In avanti popolo! – Nuove accademie, più che i risultati (negativi) del campo poté la spending review

Stadio Olimpico
©INPHO/Donall Farmer

Il presidente Gavazzi manda in archivio il pilastro del suo programma elettorale 2012 e 2016: dalla prossima stagione le due franchigie avranno una struttura U18 legata a loro, le accademie saranno solo 4, mannaia anche sui Centri di Formazione. Ma i motivi che hanno portato a questo ribaltone sono quelli sbagliati. E la cosa non è un dettaglio. Qui un paio di domande/dubbi su un tema su cui si gioca buona parte del futuro del nostro movimento. E di quello di Conor O’Shea

La notizia circolava da un paio di settimane sotto forma di rumors e indicrezioni ma in maniera strutturata l’hanno data per primi Rugby 1823 e La Tribuna: dalla prossima stagione le Accademie Under 18 dovrebbero scendere a 4 dalle 10 attuali. Cancelli che rimarranno aperti solo a Milano, Treviso, Prato, Roma, con la struttura veneta legata al Benetton Treviso mentre per le Zebre decisiva sarà la collocazione geografica della franchigia bianconera. Comunque ci sarà un’accademia U18 per ogni celtica. E l’U20? Al momento nulla, con la “Ivan Francescato” che dovrebbe essere smezzata tra le due franchigie a partire dalla stagione 2018/2019.
Questo il piano per cercare di snellire e rendere un po’ più funzionale una struttura finora pachidermica, non ben tarata rispetto alla piramide del nostro movimento e soprattutto costosissima. Uso la parola “soprattutto” perché anche questo blog può confermare che il via a questa ristrutturazione ha origine in primis per motivazioni economiche: com’è noto le casse della FIR non se la stanno passando un granché bene e bisogna tagliare un po’ di costi. Spending review quindi e non una sorta di mutamento di indirizzo “politico” dopo una evidente mancanza di risultati anche (ma non solo) rispetto ai capitali investiti. Il fatto che si parta legando una U18 alle franchigie ne è una sorta di prova: legare una accademia U20 avrebbe dato risultati più veloci, ma ha vinto la vil pecunia.

Chi si accontenta gode, dice l’antico adagio. Vero. Però qualche domanda rimane, anche di fronte a una razionalizzazione di questo tipo, che male non farà di certo.
La prima: chi sceglierà i giocatori che entreranno nelle Accademie? A quanto risulta a Il Grillotalpa sarà sempre la FIR, con le franchigie che non verranno coinvolte. E’ un bene o un male? Dipende. Le Zebre sono una entità di fatto slegata dal territorio, sia che rimangano a Parma o – a maggior ragione – se dovessero trasferirsi, con una situazione del genere quella delle scelte federali sembra la soluzione più logica, sensata. Il Benetton è una società vera e propria, con storia e tradizione, ha squadre giovanili e rapporti strettissimi con diversi club del suo territorio. Qui una collaborazione anche per quanto riguarda la scelta degli accademici sarebbe la cosa più razionale.
Razionalità vorrebbe anche un sistema più permeabile e meno categorico. Oggi chi rimane fuori dal circuito accademico non ha praticamente possibilità di rientrarci, bisognerebbe invece dare la possibilità a chi effettua le selezioni di poter rivedere in un secondo momento le proprie decisioni. E tenere una porta mezza aperta anche per i giovani atleti rimasti inizialmente fuori sarebbe un grosso stimolo a migliorarsi.

E questo ci porta alla seconda domanda/dubbio che riguarda il “chi” in campo federale farà quelle scelte. Detto in maniera brutale: quanto peseranno le indicazioni e le volontà di chi per oltre 15 anni ha guidato il settore tecnico del rugby italiano e quanto invece peseranno quelle di O’Shea/Aboud? La vera partita si gioca qui.
Non è questione di simpatia o antipatia, sinceramente non me ne frega nulla visto che non devo andare in vacanza con Ascione, Checchinato oppure con O’Shea. Però i risultati negli anni parlano chiaro, chiarissimo. Piaccia o meno. Mallett e Brunel a un certo punto, quando hanno capito che non avrebbero potuto incidere si sono seduti, adeguati all’andazzo. Ma erano due tecnici con una carriera importante alle loro spalle, con risultati importanti già raggiunti. Conor O’Shea non ha questo tipo di identikit: è giovane, ha vinto trofei importanti con gli Harlequins ma sulla ribalta internazionale deve ancora dimostrare molto. Traduco: non rimarrà qui a farsi rosolare a fuoco lento. Perderlo sarebbe un disastro.

Sono settimane che ogni sua dichiarazione pubblica è corredata da espressioni come “c’è molto da cambiare”, “il movimento ha bisogno di cambiamenti”. Le sue ricette non sono verosimilmente molto diverse da quelle proposte da anni da alcune voci – non molte e tenute isolate – del nostro rugby, ma questo è un qualcosa di secondario. Oggi c’è la possibilità di concretizzarle, l’obiettivo importante è quello. Qualche giorno fa Ivan Malfatto su Il Gazzettino ha scritto un articolo, “O’Shea vuole cambiare il sistema italiano con chi l’ha affossato”. Ecco, magari un titolo che non sarà stato scritto in punta di fioretto, ma sicuramente efficace. E il succo alla fine è quello. Lo faranno lavorare? La prossima stagione è forse la più importante e gravida di conseguenze per il futuro da molti anni a questa parte. A partire dalle accademie.

Sei Nazioni 2017, fuga dall’Olimpico. E quella paura ad usare la parola “disaffezione”

Tifoso Italia
ph. Fotosportit/FIR

Le tre gare interne contro Galles, Irlanda e Francia hanno richiamato per la prima volta meno di 150mila persone, la media è stata di 47mila contro quella abituale di 60mila. Prezzi più alti? Sì, ma non tali da giustificare questo calo. E allora dobbiamo prendere di petto un problema, senza nasconderci dietro alibi di comodo. Mettere la polvere sotto il tappeto non serve a nulla

Mentre a Parigi cercano di riprendersi dallo choc dell’annuncio della fusione tra Racing 92 e Stade Francais tra tifosi – di entrambe le squadre – che protestano, giocatori che minacciano lo sciopero e dubbi/domande sul “chi ha comprato chi” perché è evidente che almeno uno dei due attori di questa storia navigava in brutte acque altrimenti questa fusione non sarebbe mai avvenuta. Mentre nella capitale succede tutto questo, dicevamo, qui in Italia sembrano non essere molti quelli che si fanno domande su uno dei primi effetti concreti e verificabili del Sei Nazioni 2017: il calo netto e pesante del pubblico accorso all’Olimpico.
I numeri sono inequivocabili: 40.986 presenze all’Olimpico per Italia-Galles, 50.197 per Italia-Irlanda, 51.770 per Italia-Francia. E in quest’ultimo caso nei giorni immediatamente precedenti parte della stampa aveva preannunciato un “pienone” e oltre 60mila presenze. In totale 142.953 persone sugli spalti (importante la quota tifosi ospiti), una media di 47.651 a partita.
Numeri comunque importanti, si dirà. Certo. Però da quando si gioca all’Olimpico in occasione delle edizioni con tre gare casalinghe non si era mai scesi sotto quota 150mila tifosi complessivi e la media-partita è sempre stata superiore alle 60mila unità.
Ripeto: il calo è netto, inequivocabile e preoccupante.

Motivi a discolpa, diciamo così, ce n’è un po’ e lo avevo scritto già qualche settimana fa. Il 28 febbraio su questo blog si leggeva che questo Sei Nazioni si porta dietro alcune “tare” che hanno influito sulle vendite dei biglietti: gli All Blacks a Roma a novembre non hanno aiutato, perché se la Nuova Zelanda da un lato garantisce il sold-out dall’altro ha portato al congestionamento del cartellone sulla capitale, e in federazione non per nulla avrebbero gradito organizzare quella partita a Milano, ma poi un club di calcio con le strisce rosse e nere ha detto di no. Poi le prime due gare interne si sono giocate a solo sei giorni l’una dall’altra, e quella con il Galles era di domenica, quindi un po’ meno appetibile per chi viene da fuori rispetto a una gara giocata di sabato”.

E poi c’è il capitolo costo dei biglietti. Le immagini sottostanti sono state prese dal sito ufficiale FIR e ci dicono quali erano i prezzi un anno fa e quelle del torneo di quest’anno, ovviamente per le gare interne.
Per quanto riguarda gli abbonamenti gli aumenti variano tra i 20 e i 50 euro a seconda dei settori, ma va ricordato che nel 2016 si sono giocate due sole gare all’Olimpico, quest’anno tre. Quindi quest’anno i prezzi magari non sono esattamente in linea con quelli di 12 mesi prima, ma gli aumenti non sono nemmeno esagerati.
E i biglietti singoli? Anche qui ci sono stati aumenti, ma forse sarebbe meglio definirli ritocchi verso l’alto, soprattutto per i settori dai prezzi più popolari: per curve e distinti la crescita è di 5 euro, non molto diversa la situazione per la Tribuna Tevere. Cinque euro sono una cifra tale da giustificare un calo così netto nel numero delle presenze allo stadio? Non voglio mettermi a fare i conti in tasca a nessuno, ma direi che la risposta più sensata non può essere che un “no”. Ci sono anche i costi di trasferta: treni, magari un albergo, il mangiare e il bere. Verissimo. Ma ci sono sempre stati. Anche perché se ci atteniamo ai dati macroeconomici la crisi mordeva di più qualche anno fa, quando però l’Olimpico era sempre pieno o quasi. E allora usiamola quella parola, senza averne paura. E affrontiamola: disaffezione.

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La sede nuova della FIR finisce nel cassetto, il coniglio dal cappello ora è il Flaminio

Il presidente Alfredo Gavazzi mette la parola fine all’acquisto della nuova sede per la federazione che tanto aveva fatto discutere ma che per lui sembrava un passaggio tanto fondamentale quanto ormai praticamente concluso. E invece. Il numero uno del rugby italiano apre poi all’acquisto del Flaminio, ora in rovina, ma non per farci giocare la Nazionale…

Quindi, oggi par di capire che le cose vanno così: la sede nuova della FIR che sembrava cosa fatta evapora in un nonnulla, però si pensa ad acquistare il Flaminio, ma non per giocarci il Sei Nazioni. Di più, la nazionale maggiore proprio non ci giocherà. Il Flaminio per le Zebre o come si chiameranno? Forse, però uno stadio da 25mila posti… Boh.
Forse il bilancio in rosso e i problemi economici conseguenti hanno fatto mettere la parola “fine” alla vicenda della nuova sede che fino a qualche mese fa sembrava essere un punto fondamentale e no discutibile per chi gestisce la federazione. Forse. Le parole di Alfredo Gavazzi, dichiarazioni confermate da fonti federali anche a questo blog:

Da Rugby 1823: “Pensiamo di poter acquisire lo stadio entro la fine dell’anno. Ma Roma è Roma. Ci vuole tempo” dice Alfredo Gavazzi. Lo dice oggi sulle pagine de L’Equipe e lo stadio di cui parla è il Flaminio. Secondo il numero 1 della Fir, da quel che riporta il giornale francese, l’idea è di rendere il Flaminio il proprio centro nazionale di rugby con uffici, palestre o cura. Lo stadio sarà, inoltre, rinnovato senza aumentare la capacità (25.000 posti). L’acquisto e la modernizzazione Flaminio avrà un costo di circa 40 milioni di euro”.

Da Repubblica.it: “Funzionerà per la squadra femminile, il rugby a 7 o le squadre giovanili. Ma la Nazionale non ci giocherà. Abbiamo bisogno di almeno 50.000 posti. La Nazionale per il Torneo (delle Sei Nazioni) giocherà all’Olimpico”.

Rugby e marketing: la novità (e la speranza di una via diversa) ora si chiama Macron

macron

Dal primo di luglio cambierà la griffe sulle divise delle nazionali azzurre, un cambiamento annunciato che potrebbe diventare anche un momento a suo modo simbolico. Potrebbe. Intanto la FIR fa sapere che Italia-Francia del Sei Nazioni U20 sarà visibile in diretta streaming su The Rugby Channel.

Il prossimo sponsor tecnico della nazionale italiano sarà Macron, azienda di Bologna entrata pochi anni fa nel mondo della palla ovale dove sta lavorando benissimo e che in un lasso di tempo molto limitato ha scalato posizioni davvero importanti anche nel calcio, ambito in cui la concorrenza è tanto agguerrita quanto ricca.
La voce circolava già da alcuni mesi e a metà gennaio a scriverlo in maniera praticamente ufficiale è stato Rugby 1823 che in un documento FIR aveva trovato una frase in cui si diceva chiaro e tondo che il presidente Alfredo Gavazzi aveva fatto sapere al Consiglio Federale che l’accordo con Macron era stato raggiunto. Inutile che la cerchiate, quella frase è stata tolta per ragioni di opportunità: il contratto con Adidas è in vigore fino al termine del mese di giugno e per l’annuncio del nuovo arrivo in pompa magna probabilmente si attende la fine del Sei Nazioni.
Ieri poi l’amministratore delegato del gruppo, Gianluca Pavanello, sulle pagine Imprese del Corriere di Bologna ha dichiarato che presto nel mondo Macron entrerà “una nazionale prestigiosa di rugby, sport nel quale siamo secondo brand al mondo”. Quella nazionale è la nostra.

E’ una buona notizia: un’azienda in forte ascesa, giovane e dinamica, che porta soldi freschi in un movimento che registra parecchie difficoltà attrattive non può non esserlo. Anzi, è un’ottima notizia.
Certo la voglia di incrociare le dita e fare gli scongiuri c’è: nel 2012 quando Adidas divenne sponsor tecnico delle nostre nazionali si registrò una ondata di entusiasmo e si sprecarono gli applausi a scena aperta, giunti da ogni dove. E in effetti il nome era di quelli grossissimi, ci si attendevano campagne di pubblicità importante, un merchandising all’altezza delle altri grande del rugby mondiale, una grande visibilità assieme a un sostegno economico non indifferente.
Niente di tutto questo è successo. C’è da dire che siamo stati sfigati, scusate il francesismo: entriamo in Adidas e un minuto dopo (si fa per dire, ma davvero tutto è successo nel breve spazio di qualche mese) cambia il management mondiale del gruppo che decide che il rugby verrà messo completamente da parte con la sola esclusione degli All Blacks e che la marca con le tre strisce si concentrerà soprattutto sul calcio. I budget calano e già nel 2014 iniziano a circolare notizie sul fatto che Adidas non rinnoverà i contratti con Italia e Francia al termine degli accordi in essere. Lo sponsor probabilmente giusto, ma al momento sbagliato.

Ecco, cara Macron, noi abbiamo bisogno di te, ma probabilmente pure tu hai bisogno di noi: dopo baseball e pallavolo hai l’opportunità di vestire una nazionale capace di richiamare anche oltre 70mila persone in uno stadio. Ammetterai che non è roba da tutti i giorni. Lavora bene, lavora a lungo con noi. Siamo dei tipacci un po’ rompipalle, ma simpatici alla fine. Fai in modo che quando la nazionale gioca in casa ci sia un fiume di maglie azzurre che cammina verso lo stadio, così come avviene praticamente ovunque in Ovalia, ma non ancora da noi: a Twickenham ci sono maglie bianche ovunque, a Parigi quelle blu, rosse a Cardiff e così via. E non è che le vendano a buon mercato. Fai delle belle maglie, delle belle felpe e tutto il resto. Aiutaci a cambiare la nostra mentalità, almeno un po’.
E apri una porta per altre aziende, altri marche, altri investimenti.
Sperando che al di là dell’uscio – da parte nostra – ci sia una dirigenza sufficientemente preparata per cogliere al volo le occasioni e sfruttarle al meglio. O comunque meglio di quanto non sia stato fatto finora.
E poi sostienici, che te l’ho già detto che ne abbiamo bisogno? Magari pure le celtiche. O solo quella (un po’ più) federale. Quello che vuoi, ma fallo. Aiuta le ragazze al Mondiale in Irlanda, le nostre nazionali giovanili e il Seven (probabilmente la nostra prima squadra a sfoggiare i tuoi prodotti il prossimo luglio).
Poi vedi mai che si cominci pure a vincere… Lo so, questo non dipende da te, però non sarebbe male: nell’immaginario collettivo la nazionale che è entrata nel Sei Nazioni è quella griffata Kappa, quella Adidas non ha lasciato tracce importanti, a parte un paio di exploit. Magari la tua ci racconterà una storia diversa. Speriamo. A presto.

SEI NAZIONI U20: ITALIA-FRANCIA IN DIRETTA STREAMING
La FIR fa sapere che “la partita contro i transalpini, in calendario venerdì alle 15 allo Stadio “Santa Rosa” di Capoterra, il XV guidato dal duo Orlandi-Troncon, come avvenuto per le altre due uscite interne contro Galles a Legnano e Irlanda a Prato, tornerà ad essere protagonista in diretta streaming sulla piattaforma The Rugby Channel (therugbychannel.it)”.