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Il Tinello di Vittorio Munari: dove va il rugby? Il conducente se lo sta chiedendo?

Anni fa (troppi ormai) il mio amatissimo Nick Cave pubblicò assieme ai fidi Bad Seeds un disco che si intitolava The boatman’s call. Dentro c’era un pezzo che si chiamava Where do we go now but nowhere, non credo serva una traduzione.
Vittorio Munari torna sul dove ci eravamo lasciati nell’ultimo Tinello, ovvero alla domanda “dove sta andando il nostro rugby”? No, ancora meglio: “qualcuno si sta chiedendo dove sta andando il nostro rugby”?
Si parla di professionismo, nuovi mercati, Augustin Pichot, business e salute dei giocatori rimbalzando continuamente tra Nuova Zelanda, Francia, Inghilterra e Italia, tra federazioni e club… Palla a Vittorio!

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IN AVANTI POPOLO! – Cose che succedono a Ovalia: emisferi più vicini e Tier 2 in agguato

Le prime due settimane di test-match di questo mese di novembre hanno messo in evidenzia alcuni processi in atto già da tempo. Vediamo quali…

Italia e Inghilterra, i problemi di Emergenti e Saxons avvicinano (un po’) due mondi lontani

emergenti-2015-2016

ph. Fotosportit/FIR

L’Inghilterra è – ovalmente parlando – un’isola felice. Molto felice. Con i dovuti e inevitabili saliscendi lo è sempre stata ma da quando è arrivato Eddie Jones il sorriso sulle labbra non manca mai: il tecnico nato in Tasmania ha preso in mano una nazionale uscita con le ossa rotte dal Mondiale giocato in casa tra il settembre e l’ottobre 2015 e ha infilato una ininterrotta serie di vittorie per tutto il 2016. Sei Nazioni con Grande Slam, un trionfale tour in Australia e dei test-match autunnali senza macchie hanno regalato a Ovalia una Inghilterra di prim’ordine e con le idee molto chiare in testa. Oggi probabilmente è l’unica squadra in grado di mettere in difficoltà gli All Blacks su una distanza superiore ai singoli 80 minuti.

Ma anche al di là della Manica i problemi non mancano, magari sono di abbondanza però ci sono. Chi ha il dente particolarmente avvelenato è Jon Callard. L’ex estremo del Bath anni ’90 che fino a giugno scorso è stato il Performance Coach della RFU in una intervista rilasciata all’ultimo numero di The Rugby Paper non le manda a dire alla sua stessa federazione e se la prende per la mancata programmazione di gare per i Saxons, a partire dal periodo del Sei Nazioni: “Il tour che abbiamo fatto questa estate in Sudafrica (due vittorie in altrettante partite, ndr) è stato di primissimo livello, il programma ha bisogno di continuare ed è davvero un mistero che alte partite non siano state ancora fissate. Non possiamo dormire sugli allori. La nazionale maggiore sta facendo grandi cose con Eddie Jones e il suo staff ma noi dobbiamo assicurare un percorso ai ragazzi che escono dall’U20 e deve esserci sempre un programma in atto per i nostri migliori giocatori”.
Poi fa anche un esempio: “Charlie Ewels (seconda linea del Bath, ndr) ha fatto un ottimo tour con i Saxons a giugno e a novembre è stato chiamato nella nazionale maggiore ma ora dove sono le opportunità per questi giovani di giocare ad alto livello? Ragazzi come Joe Marchant, Will Evans, Harry Mallinder, Jack Walker e Jonny Williams hanno bisogno di opportunità. Spero si tratti solo di un contrattempo ma credo che in Inghilterra ci siano abbastanza giovani di qualità per organizzare un tour estivo nonostante ci siano i British & Irish Lions e porterei i Saxons a giocare in Argentina. Non credo che per la RFU i soldi possano essere un problema…”.

I Saxons sono la “nazionale A” della federazione inglese e sono la squadra che lega i giocatori alla maglia bianca con la rosa rossa sul petto, cosa che invece non fa la U20. Anche in un mondo ricco e sviluppato come quello dell’Inghilterra, dove ragazzi di 20-21 anni trovano minutaggi importanti nelle squadri di Premiership e dove le Accademie dei club sfornano talenti in grande quantità, esistono perciò dei problemi di spazi.
Da noi, come è noto, la situazione è un po’ diversa: il numero dei giocatori è molto più basso (ma l’Inghilterra, lo ricordiamo è il movimento più ricco di giocatori di tutto il mondo: un paragone su questo piano non può che essere impietoso praticamente per chiunque), la maturazione arriva con un po’ – troppi – di anni di ritardo e se è vero che l’Eccellenza fornisce discreti spazi per poter emergere va pure detto che il livello complessivo del nostro massimo campionato è troppo basso e il salto per chi riesce ad entrare nella rosa di una delle due squadre celtiche è davvero notevole (come spiega bene Alessandro Zanni nell’intervista che mi ha concesso e che ho pubblicato ieri).

Negli ultimi mesi alla nostra Nazionale Emergenti è stata data una identità e un compito un po’ più preciso che non in passato. Carlo Orlandi, Responsabile Tecnico della formazione in questione, in una intervista a OnRugby la scorsa estate diceva che “La volontà è quella di dare la possibilità agli atleti di essere coinvolti ad un livello più alto e ad un ritmo a cui non tutti sono abituati. Tra i 19 e i 23 anni dobbiamo trovare sinergie e creare momenti”.
Dalle pagine di Rugbymeet fa eco il presidente FIR Alfredo Gavazzi che sottolinea come “lo staff della nazionale maggiore si occuperà anche della Emergenti, il concetto è che non ci sono camere stagne ma camere intercomunicanti”.
Per questa selezione, che un po’ troppo a lungo è rimasta in una sorta di limbo assimilabile all’amletico “ma io da grande cosa voglio fare?”, è stato pensato un calendario un più fitto. Così lo scorso autunno la nostra federazione e quella scozzese hanno dato vita all’Italian-Scottish Challenge, che come recita il comunicato FIR è “una nuova serie di sfide mirate ad accrescere l’esperienza a livello internazionale dei più interessanti prospetti delle due federazioni”.

Due gare a novembre già giocate e altrettante ancora da confermare in via ufficiale (ma che si dovrebbero giocare il 31 gennaio la prima e nei primi 10 giorni di febbraio la seconda) sempre contro gli Heriot’s Scotland. Poi, a giugno, la tradizionale Nations Cup.
Bene, masi deve e si può fare di più, bisogna incrementare quantitativamente e qualitativamente le partite per questi ragazzi. La Nations Cup è oggettivamente l’unico impegno davvero di livello che l’Emergenti affronta nel corso di un intero anno. Le frequentissime pause del Campionato d’Eccellenza rendono possibile l’organizzazione di match lungo un po’ tutta la stagione e trovare avversari di rango superiore, beh, certo male non farebbe, magari andando a pescare anche tra quelle nazionali di Tier 2 che smaniano di giocare contro squadre che arrivano da paesi rugbisticamente più evoluti: una Georgia-Emergenti? E perché no…