Tra campo e soldi: Zambelli medita l’addio e – senza volerlo – ci dice che il nostro rugby non è sexy

Dal profilo twitter della Rugby Rovigo

Il presidente del Rovigo ha ribadito in una intervista che probabilmente a fine stagione lascerà. E i motivi addotti devono far pensare, perché in realtà riguardano un panorama che abbraccia uno spazio molto più ampio del solo Polesine

Un paio di giorni fa il presidente del Rovigo Francesco Zambelli ha rilasciato al Gazzettino una intervista in cui diceva “C’è da decidere quale sarà il futuro della Rugby Rovigo nel nostro piccolo Polesine, perché qui siamo relegati. Sto riflettendo molto (…) ll mio ruolo non mi sta più bene, c’è qualcosa che non quadra più. Non ho rimpianti, anche se gli scudetti potevano essere due o tre. Ora, però, ci sono tante cose che vanno valutate. Con un po’ di buona volontà credo si possa ancora puntare a un buon futuro rugbistico per il Polesine, ma non penso sarà un futuro con me. Far parte di un rugby di basso livello non mi piace“. Poi una battuta su un comitato a cui i presidenti dei club vorrebbero dar vita per dialogare con la FIR in maniera unitaria, una sorta di Lega in versione parecchio ridotta, minimale a essere buoni. Una idea che non piace a Zambelli: “Avrà l’ardire di proporre e chiedere cose che la Fir non potrà o non vorrà fare. Tutto si risolverà in un attivismo di facciata, è un organismo che non fa parte della Federazione. Forse qualcosa in futuro si potrà ottenere. Ma ormai la cosa non mi riguarda”.

L’intervista non ha avuto una grande eco, a mio personalissimo parere per due motivi: non è la prima volta che Zambelli parla di lasciare il suo attuale ruolo e poi perché è stata pubblicata il primo di aprile, giorno dei “pesci”. Probabilmente qualcuno si è pure chiesto se fosse vera o finta (tranquilli, ho verificato: è vera, non era un pesce).
Le parole del presidente dei Bersaglieri però dovrebbero stimolare una qualche riflessione e non tanto sul fatto se e come Zambelli sarà ancora il più alto dirigente dei rossoblu. Quello, può sembrare un paradosso, è secondario. Perché a me la figura di Zambelli sembra paradigmatica del momento (sì, vabbé, un luuuuuungo momento) di difficoltà del nostro rugby: un imprenditore che in questi anni ha versato nella palla ovale una quantità non indifferente di risorse finanziarie e che ora vuole togliersi dal giro che conta. O che dovrebbe contare. Magari mi sbaglio, ma probabilmente Zambelli è l’uomo che più ha investito nel rugby italiano dopo Luciano Benetton in queste ultime stagioni, e il nostro rugby lo sta per perdere.

Intendiamoci, a me qui non interessa Francesco Zambelli in sé, ma la figura che rappresenta. Il presidente del Rovigo probabilmente lascerà – lo dice da almeno un anno – perché “far parte di un rugby di basso livello non mi piace”. Parole che sono il proverbiale dito nella piaga: a parlare infatti è il presidente della società campione d’Italia, una delle più prestigiose per storia e tradizione del nostro rugby. Rovigo oggi è la terza/quarta squadra del nostro movimento, nazionale esclusa. L’uomo che ha messo tempo e denaro negli ultimi anni ora vuole farsi da parte perché non ci sono prospettive di crescita, sportiva ed economica. Ed è davvero difficile dargli torto.
Zambelli parla di un problema che tutto sommato è privato, personale, ma facendolo in realtà scatta una fotografia delle tare della nostra Ovalia. Una fotografia davanti alla quale ci si chiede: “perché un qualsiasi imprenditore, o un’azienda, dovrebbero destinare le proprie risorse al rugby?”. Quali sono oggi, concretamente, i più e i meno in una ipotetica lista?
Le Zebre in un lustro non sono riuscite a trovare sponsor in grado di garantir loro l’autonomia finanziaria. Ma che dico, la sopravvivenza. A Parma, una delle città con il tenore di vita più elevato d’Italia. Le nostre squadre perdono troppo, quasi sempre, la copertura mediatica è quella che è e normalmente se sugli spalti ci sono duemila persone (cifra che per il nostro massimo campionato nazionale va dimezzata) dobbiamo essere contenti. Molto contenti.

Per come sono messe le cose e per le attuali prospettive a media scadenza Zambelli a Rovigo non può ottenere molto di più di quello che ha oggi. Dice: sì, ma lo sapeva anche prima. Vero, però forse sperava in un miglioramento. Da anni si dice che l’Eccellenza langue, ma finora di proposte concrete per farla davvero salire di livello non ne ho viste. Da parte di nessuno. E allora uno si fa i conti in tasca e scopre che no, probabilmente il gioco non vale la candela, nonostante la passione.
Il rugby italiano deve darsi una prospettiva di crescita, a tutti i livelli: cosa vogliamo essere tra 5 anni? E tra 10? E poi verificare quegli obiettivi con step intermedi. L’alto livello deve iniziare a produrre risultati, leggi vittorie, perché quelle portano interesse mediatico, nuovi sponsor e gente sulle tribune. E bisogna far sì che non si proceda per compartimenti stagni, che ci sia una qualche mobilità o prospettiva di crescita per chiunque. Perché altrimenti oggi succede che Zambelli se ne va e non è affatto detto che se ne trovi un altro che investa le stesse cifre.

Dal Sei Nazioni al caso Zebre, le ragazze e Treviso: il cocktail dei Friends of Rugby

Il Grillotalpa, Duccio Fumero (Rugby 1823) e Marco Turchetto (RugbytoItaly e Rugby Banzai) si ritrovano ancora al The Friends Pub di Milano per disquisire di cose ovali, nonostante qualche distrazione di troppo… Dietro la macchina da presa – sì, insomma, un telefonino – la Ragazza Regista (che può fare meglio). Buon divertimento!

Treviso ha firmato per il Pro12 fino al 2020. Ecco le novità su Accademie e permit players

 

Maglia benetton

Il presidente Zatta rende pubblici i dettagli del nuovo accordo con la FIR, fa un endorsement per il ct Conor O’Shea e annuncia tre arrivi tra gli avanti dall’emisfero sud

Le premesse perché le novità richieste ci sono, il Benetton Treviso ha quindi firmato l’accordo con la FIR che prevede la partecipazione della squadra veneta alla Guinness Pro12 per altre du stagioni, fino a giugno 2020. lo fa sapere il presidente Amerino Zatta in una intervista al Gazzettino.
“Verificheremo l’attuazione degli impegni da qui al 2020 e poi trarremo le conclusioni. Perché resta il fatto che non intendiamo più ripetere l’esperienza delle ultime due stagioni” avverte il presidente biancoverde, che poi va nel dettaglio delle novità, a iniziare dai permit players: “Abbiamo in sostanza ottenuto il via libera a replicare con tutti i club quanto fatto la scorsa stagione col Mogliano e in parte col Petrarca. Sette-otto giocatori si alleneranno con noi fino al mercoledì e se non utilizzati rientreranno nella loro società di Eccellenza per la seconda parte della settimana. Così saranno più pronti per l’alto livello”.

Capitolo Accademie: “Secondo le indicazioni l’accademia under 18 di Mogliano da settembre si dovrebbe trasferire a Treviso. La sede sarà in Ghirada e i tecnici federali lavoreranno fianco a fianco con i nostri. Questo gruppo di giocatori diventerà il nucleo dell’accademia under 21 che poi dovrebbe disputare il campionato di Serie A come l’accademia di Parma”. I ragazzi non vivranno in Accademia, a meno che non vengano da troppo lontano, in quel caso saranno “residenziali”. L’intenzione è quella di non sradicarli da famiglia e ambiente.
Altra novità: “Il nuovo responsabile della preparazione atletica della Fir seguirà principalmente la nostra franchigia e sarà affiancato da un consulente fisioterapista di fiducia. Dovrebbe prendere casa a Treviso. Quella di investire sulla preparazione atletica era una delle condizioni poste alla Fir per continuare. Ne avevamo parlato col ct O’Shea e abbiamo sposato in pieno il suo progetto“.
Aspetto finanziario: la FIR continuerà a versare 4 milioni a stagione visto che Treviso aveva chiesto “parità di trattamento con le Zebre, a cominciare dai contributi federali”.
Zatta fa poi sapere che la nuova rosa è pronta ormai al 90% e che dall’emisfero sud, oltre a Marty Banks, arriveranno tre avanti “di scuola neozelandese”, giocatori conosciuti bene da Kieran Crowley.

L’altra Eccellenza, quella dal basso, e il futuribile (e probabile) campionato U20: intervista a Roberto Manghi

Del nostro massimo campionato non si parla molto spesso e quando lo si fa il tema sul tavolo è quello dell’alta classifica: le posizioni di testa e i play-off. La stagione in corso ci sta regalando però anche una lotta per non retrocedere avvincente. Tre squadre coinvolte raccolte in un fazzoletto di punti: Rugby Reggio 23 punti, Lazio 21, Lyons Piacenza 17.
Ne ho parlato con il direttore generale ed head coach della Rugby Reggio Roberto Manghi, che ho intercettato all’uscita dalla riunione dei club con la FIR circa la possibile creazione di un campionato U20, ipotesi che non trova il plauso di tutte le società ma che probabilmente si farà, almeno secondo il tecnico dei diavoli emiliani. Sentitelo!

Parole che creano muri e polemiche: Gavazzi, un presidente divisivo di lotta e di governo

Gavazzi
ph. Fotosportit/FIR

“Chi sarà? Non lo so, dal nome mi sembra inglese”. Così Alfredo Gavazzi risponde a Ivan Malfatto sul Gazzettino di venerdì circa l’incontro con Conor O’Shea – poi tenutosi sabato a Calvisano – durante il quale i due hanno parlato anche del preparatore atletico per nazionale e franchigie celtiche richiesto dal ct. Quella risposta mi ha colpito, parecchio. Perché è rivelatrice di un modo di approcciarsi al mondo. Non mi ha stupito, intendiamoci, ma colpito sì. Da quelle poche parole si intuisce il fastidio che il presidente FIR prova davanti alla questione. Non è dato sapere sia un fastidio dovuto alla domanda in sé o al fatto che il ct azzurro si presenti in un momento economicamente difficile a chiedere l’ingaggio di un nuovo profilo, o se a infastidirlo è il dettaglio – rivelato dallo stesso Gavazzi – che O’Shea ne ha parlato in precedenza con il Benetton:”Ha già fatto un incontro con il Treviso in proposito”, dice.
Però, quale che siano le ragioni, il fastidio è evidente, “non lo so, dal nome sembra inglese” vale più di mille parole. Tipo un gigantesco “sì, me lo ha accennato ma non è che ci abbia dato un gran peso”. Non so, tanto per dire, io mi chiamo Wilhelm ma sono italiano. Se la FIR un giorno o l’altro decidesse per qualche strana ragione di considerare l’ipotesi di assumermi presumo che qualche informazione su di me la prenderebbe, anche se a far il mio nome fosse stato un interno di grande importanza. O almeno voglio sperarlo.

Il fatto è che Alfredo Gavazzi ha un atteggiamento che è fortemente divisivo. Non lo fa apposta, è così da sempre, e sinceramente è una cosa a cui non darei peso se fosse ancora il presidente del Calvisano, sarebbero esclusivamente fatti suoi e di quel club. Però Alfredo Gavazzi da settembre 2012 è il numero uno del rugby italiano, presidente di quella FIR che rappresenta tutto quello che c’è di ovale dalle nostre parti, e questa cosa non è un dettaglio secondario. Se uno assume un ruolo simile dovrebbe fare un salto di qualità e diventare istituzionale, che significa forse essere un po’ “grigi”, più noiosi, mediaticamente poco (o meno?) protagonisti. Magari non essere “il presidente di tutti” come dice chiunque vinca una qualsivoglia elezione, ma provarci sì. Un po’, almeno. Gavazzi invece ha deciso di rimanere fedele a sé stesso, nonostante un cambio di ruolo notevole.
Intendiamoci, essere istituzionali non significa non fare quello che si ritiene giusto o non dire mai nulla che possa offendere qualcuno, bisogna però trovare altre vie più sottili. L’ho scritto altre volte: la forma, spesso, è sostanza.

Personalmente quella intervista non l’avrei nemmeno rilasciata: un giornalista ti chiama e tu suggerisci di risentirsi dopo l’incontro in programma. Prima si parla con il diretto interessato, poi con la stampa. Però io sono io e Gavazzi – evidentemente – la pensa diversamente. Così facendo ha (volutamente?) seminato qualche dubbio sulla serenità del rapporto con Conor O’Shea visto che sul Gazzettino si legge anche “Quell’ego da mettere da parte è riferito anche a lei? «Non credo. Non ho niente sulla coscienza con O’Shea. Tutto quanto concordato con lui l’ho mantenuto». Le domanderà carta bianca per la Nazionale? «Finora carta bianca l’ha sempre avuta»”. Punzecchiature non richieste, che io – ad esempio – non avrei esternato pubblicamente in un momento così delicato. Ma tant’è.
Va detto che Gavazzi è in buona compagnia, basta pensare a personaggi come il presidente della Federcalcio Tavecchio, o a livelli decisamente più importanti lo stesso Donald Trump. Personaggi fortemente divisivi, che fanno anzi di questo loro aspetto un aspetto di forza. La frase sulle Zebre, ad esempio, la leggo sotto questa particolare luce: “Sulle Zebre sa cosa mi era passato per la testa? Di dimettermi e prenderle in mano io, sono sicuro che con me vincerebbero”. Parole che un salto sulla sedia te lo fanno fare: meno sette di mesi fa sei stato rieletto per guidare l’intero movimento italiano e ti dici pronto a dimetterti per guidarne solo una sua parte, per quanto importante? Ma è solo una boutade, diranno molti di voi. D’accordo, ma il punto è che un presidente FIR – chiunque egli sia – non deve scendere così di livello.

Se sei in una campagna elettorale la cosa può essere comprensibile, in alcuni casi anche conveniente, ma se si tratta di governare… beh, la faccenda si fa un po’ diversa. Tanto più che Gavazzi ha sì vinto le elezioni in maniera inequivocabile ma non con numeri bulgari, quel 46% che ha scelto altre opzioni non deve sentirsi escluso. Ovvio che chi è uscito sconfitto dalla battaglia elettorale protesta e polemizza, fa parte della normale dinamica delle cose, ma un presidente federale dovrebbe fare il pompiere, non l’incendiario. Smussare gli angoli, non alzare muri.