
Il Benetton ha piegato i gallesi al termine di una gara intensa, lucida e grintosa. Ci sono ancora tante cose da sistemare, tanta strada da percorrere ma da qui a fine stagione c’è la possibilità di dimostrare che il sentiero imboccato è quello giusto per diventare “la squadra che nessuno vuole incontrare”, come dice Conor O’Shea
Una vittoria non fa certo primavera, tanto più alle nostre latitudini ovali, dove siamo – purtroppo – abituati ad affermazioni sul campo che lasciano un po’ il tempo che trovano: magari belle, persino esaltanti, ma picchi isolati in una lunga serie di sconfitte nette, che spesso arrivano al termine di prestazioni incolore. Quando va bene.
Qualcuno dirà che in un movimento che vince pochissimo – a quando risaliva l’ultima vittoria italiana? Al derby celtico di Natale? – si corre il rischio di esaltarsi con pochissimo. Vero, ma ciò non toglie che la vittoria del Benetton Treviso è importante. E’ importante per il “chi” si è battuto, ovvero quegli Ospreys che bazzicano da inizio stagione nella parte altissima della classifica del Pro12 e che il prossimo fine settimana si giocheranno i quarti di finale di Challenge Cup contro lo Stade Francais di Sergio Parisse. Ma soprattutto è importante il “come” si è arrivati alla vittoria di ieri sera al Monigo: Treviso ha giocato in maniera molto attenta, con una disciplina quasi perfetta (mai una punizione concessa a distanza di pali, diciamo così), impedendo ai gallesi di sviluppare il loro gioco e costruendone da sé ogni volta che si presentava l’occasione. Difesa aggressiva e capacità di far ripartire subito l’azione. Determinazione, lucidità e quando hanno commesso degli errori i biancoverdi non hanno mai perso la tranquillità.
Federico Zani al Gazzettino ha detto che “se giochiamo così siamo competitivi contro chiunque”. Ha ragione. Da qui a fine stagione ci sono ancora 4 gare, non tante ma abbastanza per lanciare il messaggio che quello con gli Ospreys è stato un exploit. Non significa che contro Scarlets, Edimburgo, Munster e Zebre devono arrivare altrettante vittori (che pure non farebbero schifo a nessuno, dai giocatori agli appassionati, ça va sans dire) ma altrettante prestazioni intense, determinate e propositive.
Un filotto del genere significherebbe che a Treviso si è voltata davvero pagina: un anno fa il ds Antonio Pavanello mi aveva detto che questa stagione sarebbe stata molto difficile, con tante sconfitte, perché c’è un nuovo percorso da iniziare con un nuovo coach (a proposito: le condoglianze del Grillotalpa a Crowley, che ieri ha perso il padre), un ciclo a cui dare inizio. Tutti parlano del “miracolo” Connacht, che però di miracoloso ha poco perché la squadra irlandese ha raggiunto quei risultati con il lavoro, la programmazione e la capacità di incassare colpi: in troppi dimenticano che Pat Lam prima di far spiccare il volo alla sua squadra la scorsa stagione ha passato un paio d’annate piuttosto difficili a traccheggiare a metà classifica.
Non sappiamo se Treviso ha imboccato quella strada, è davvero troppo presto, il filotto di buone prestazioni di cui sopra sarebbe solo il primo vero segnale tangibile. Ma la cosa è nelle corde dei biancoverdi, che ieri hanno dato la dimostrazione pratica delle parole che il ct Conor O’Shea ha usato per la nazionale: “Vogliamo diventare la squadra che nessuno vuole incontrare”. Determinazione, cuore e la giusta cattiveria. La prestazione del Benetton non è stata una meraviglia tecnico-tattica, una roba da far strabuzzare gli occhi, ma aveva tutti gli ingredienti necessari per poter arrivare un giorno anche a quello. Chissà. Ora viene la parte più difficile ma necessaria: ripetersi.




