Tra Top 14 e Italia montagne di milioni di differenza, ma il vero gap è dietro la scrivania

In Francia sono stati diffusi gli importi dei budget dei club del massimo campionato nazionale. Cifre enormi che però non sono piovute dal cielo, ma sono “figlie” di capacità e preparazione

Da un lato è un “gioco” fin troppo facile, dall’altro però ci consente di fare qualche ragionamento su aspetti che possono anche non sembrare immediati.
Andiamo con ordine: qualche giorno fa L’Equipe ha svelato i budget per la stagione in corso delle squadre del Top 14. Ecco le cifre, in milioni di euro:
1/ Tolosa 31,5
2/ Clermont 30,5
3/ Stade-Français 27,5
4/ Tolone 25,5
5/ Racing92 25,4
6/ Lione 24,6
7/ Bordeaux 24,2
8/ Montpellier 24,2
9/ Grenoble 21,7
10/ Castres 20,6
11/ Pau 19,6
12/ La Rochelle 18,2
13/ Bayonne 16,8
14/ Brive 16,4

Dieci squadre su 14 sopra i 20 milioni di euro, le altre quattro che sono immediatamente vicine a quella cifra o comunque non molto sotto. Questa è la parte facile del giochino, di cui parlavamo prima: se pensiamo che il bilancio dell’intera FIR viaggio sui 45 milioni di euro… Però appunto è una cosa molto semplice, che non tiene conto delle differenze di storia e tradizione che pesano moltissimo, ci si limita alle differenze quantitative di budget. Buone per farci un titolo, forse, ma lasciano davvero il tempo che trovano… Basti pensare che otto delle 16 squadre del Pro D2 della stagione in corso hanno budget pari o superiori a quelle di Zebre e Benetton Treviso (l’Oyonnax nei bilanci previsionali diffusi lo scorso agosto supera gli 11 milioni, Perpignan ne ha quasi 10, Biarritz oltre i 9 e così via), e stiamo parlando della seconda divisione. Il nostro domestic per mettere assieme 7-8 milioni di budget deve riunire tutte e dieci le squadre partecipanti.

Quali sono allora quegli aspetti su cui si possono fare alcuni ragionamenti meno immediati e che hanno però più costrutto di una semplice giustapposizione di numeri? E’ un discorso che riguarda i dirigenti. Perché è vero che la Francia ha storia, tradizione e un bacino importante di tifosi su cui lavorare, ma bisogna anche sottolineare che quella storia, quella tradizione, quel bacino danno i risultati di interesse mediatico e di successo economico che conosciamo perché nel complesso c’è una classe dirigente che ha saputo ben lavorare e sviluppare le specificità e i punti di forza di quel movimento. Solo ieri ho parlato della vicenda San Donà sottolineando come quel caso fosse una cartina al tornasole anche della formazione della nostra classe dirigente, i numeri dei budget delle squadre del Top 14 ci raccontano una storia diversa, quella cioè di club capaci di attirare soldi, finanziamenti, sponsor e un numero molto largo di tifosi, che a loro volta consentono ormai una vendita di diritti tv da centinaia di milioni di euro.
In Francia c’è una base importante da cui partire, ma c’è stato e c’è ancora oggi un gruppo di dirigenti capaci di sfruttare al meglio quella base e tutte le opportunità offerte dal professionismo.

Non che al di là delle Alpi manchino magagne, problemi, comportamenti discutibili e autentici filibustieri, anzi, però forse sarebbe corretto che in Francia ci sono ANCHE quelle cose. Perché accanto alle difficoltà troviamo il dinamismo, la creatività e una capacità che dalle nostre parti vediamo in maniera davvero molto saltuaria, ad essere buoni. Certo che una situazione con tanti vantaggi come quella francese spinge in maniera costante verso un miglioramento delle condizioni, è più difficile far partire un circuito virtuoso in un movimento come quello italiano che ha difficoltà ad attirare capitali e interesse, ma le due situazioni sono anche figlie del livello qualitativo delle rispettive classi dirigenti. Il salto di qualità tecnico che abbiamo mancato una volta entrati nel Sei Nazioni lo abbiamo mancato anche a livello dirigenziale: siamo entrati nella stanza dei bottoni ma il nostro approccio è rimasto quello del rugby pane e salame. Gli altri viaggiano ad altre velocità. Sì, ok, la metto giù un po’ grossa, però quello che voglio dire credo sia chiaro.
Parliamo spesso di migliorare la nostra filiera, di aumentare la preparazione di tecnici o il numero e le capacità dei nostri giocatori, ma senza una classe dirigenti di livello anche quel tipo di carburanti potrebbero non dare risultati duraturi. I dirigenti sono la conditio sine qua non del successo nel tempo di una singola società. O di un intero movimento.

Aboud si veste da papa straniero e (con O’Shea) prende in mano le redini della carrozza Italia

In una intervista l’irlandese chiarisce nel dettaglio la nuova struttura del nostro movimento, conferma le accademie legate alle franchigie e parla apertamente di doppio contratto per i permit. Idee che dalle nostre parti non sono una novità ma che trovano solo ora una concretizzazione. Finalmente. In attesa delle “regole d’attuazione” vere e proprie

“Uno dei principi fondamentali dell’alto livello è che eccellenza e formazione di massa non vanno d’accordo. L’eccellenza è tale perché si riferisce ad un qualcosa di ristretto, ad un sistema in cui è difficile e selettivo entrare. Quando riduci i numeri, il livello naturalmente si filtra verso l’alto: meno posizioni per migliori giocatori. Oggi stiamo spalmando le nostre risorse in modo troppo ampio, lavorando con troppi giocatori. O meglio, troppi in base al loro potenziale: nei Centri di Formazione Permanente ci sono giocatori con forte potenziale, con ragionevole potenziale e senza potenziale”.
A parlare così è Stephen Aboud, l’uomo che dallo scorso primo di agosto lavora, alla struttura e alla filiera del nostro movimento. Il suo ruolo esatto all’interno della FIR è quello di Responsabile della Formazione dei Giocatori di Alto Livello Giovanile sino all’Under 20 e delle Accademie e a intervistarlo è stato OnRugby (piccolo OT: il portale ha davvero incontrato Aboud, di persona, nonostante qualcuno dica il contrario. Questa cosa del denigrare il lavoro altrui è davvero fastidiosa: un articolo, una intervista si può criticare per forma e contenuto, ci mancherebbe, ma il rispetto del lavoro svolto da chicchessia è davvero il minimo sindacale. Chiuso l’OT, mi auguro per sempre) e l’irlandese spiega nel dettaglio come cambia la struttura italiana a partire da questa estate. Per sommi capi:
– due accademie U20 legate alle franchigie
– i Centri di Formazione Permanente U18 rimarranno in attività solo a Roma, Prato, Milano e Mogliano. Le strutture di Catania, Benevento, Torino, Padova e Remedello chiudono a giugno
– creazione di 58 aree territoriali dove troveremo le “Aree di Formazione, che coinvolgeranno le categorie Under 16 e Under 18, e avranno l’obiettivo di innalzare il livello medio della competizione nei club”. In ognuna di questa quasi 60 aree territoriali “verranno organizzati interventi dei tecnici federali e che saranno tra loro coinvolte in momenti di incontro/verifica per valutare il lavoro fatto”.

Aboud dice che la filosofia che sta alla base della riorganizzazione è stata una sorta di work-in-progress perché quando è arrivato in Italia ha deciso di non affrontare il suo lavoro in base a una qualche “ideologia” precostituita: “Non parlerei di riforma – dice l’irlandese –  piuttosto di riallineamento del progetto tecnico al termine della sua prima fase. (…) sintetizzando vi sarà una parte del progetto orientata all’elite con i Centri di Formazione Permanente, una ai Club ed alla base con le Aree di Formazione. Non due rette parallele, ma due vasi comunicanti. Assieme a me in questi mesi ha lavorato un professionista eccellente, Andrea Di Giandomenico: lui ha visitato i Centri di Formazione Permanente ogni settimana, assieme abbiamo valutato gli specifici report”.
Poi specifica: “Il progetto prevede l’identificazione di 58 aree di formazione a livello Under 14 per l’attività regionale ed Under 16/Under 18 per quanto riguarda l’attività di base, e il lavoro con i quattro Centri di Formazione Permanente Under 18 per quanto riguarda il piano più alto. Vogliamo arrivare ad avere maggiore influenza con il messaggio tecnico federale sulla formazione di livello più alto, senza però perdere influenza sulla base. (…) Non si può pensare di arrivare all’Alto Livello con un sistema di formazione a comparti stagni”.

Infine idee chiarissime su come risolvere la questione permit players: “Finito il percorso nelle Accademie Nazionali, dovremo identificare i giocatori con il miglior potenziale e che possono diventare professionisti. Questi avranno una connessione sia con le franchigie che con i club di Eccellenza: in un parola, anzi due, doppio tesseramento. Avranno il beneficio di allenarsi a tempo pieno con gli atleti delle franchigie, ma anche l’opportunità di fare esperienza in Eccellenza”. Forse mi sbaglio, ma mai prima d’ora era stata usata tanta chiarezza sul tema da parte di un rappresentante federale.
QUI POTETE LEGGERE L’INTERA INTERVISTA REALIZZATA DA ONRUGBY

Nei prossimi mesi e sul medio-lungo periodo vedremo i risultati concreti, tenendo conto che lo stesso Aboud ha tenuto a precisare che il progetto in essere non è un monolite intoccabile e che aggiustamenti potranno essere apportati.
L’impressione è che l’idea strategica di base sia molto chiara e in simbiosi con quello che ha finora sempre esternato il ct Conor O’Shea. Certo fa specie vedere passare per scontate idee come le accademie legate alle franchigie e il doppio tesseramento: intendiamoci, lo sono, sono talmente scontate e di buon senso che il Benetton Treviso le chiese subito agli albori dell’avventura celtica, inascoltato. Richieste più volte reiterate a voce più o meno alta dalle franchigie nel corso delle stagioni, anche da parte di diversi osservatori e addetti ai lavori, ma sulle quali la FIR ha sempre nicchiato, ad essere buoni. Oggi arriva il papa straniero che le ottiene: meglio tardi che mai.

La federazione in tutto questo sembra un po’ subire il dinamismo – diciamo così – della coppia Aboud e O’Shea. Chiariamo immediatamente: in FIR le idee dei due irlandesi non sorprendono nessuno, ma forse da quelle parti si aspettavano qualche passo intermedio in più rispetto a quello che si configura in tutto e per tutto un ribaltone rispetto anche a quanto lo stesso Gavazzi ha sostenuto nella sua recentissima campagna elettorale. Ma la prolungata crisi tecnico-agonistica accompagnata alle difficoltà economiche dovute anche alla elefantiaca e davvero molto onerosa struttura delle accademie (anche qui: cosa che non può sorprendere nessuno con warning arrivati da più parti negli ultimi anni) ha permesso ai due di agire più liberamente e dimenticarsi del pedale del freno.
Le mie sono ovviamente sensazioni che non hanno la pretesa di essere la Verità scolpita nella roccia e che magari lasciano un po’ il tempo che trovano, ma qui si discute, no? E poi alla fine contano solo i fatti e personalmente non posso che applaudire al nuovo corso. In attesa dei risultati, che però non possiamo pretendere che arrivino subito, dobbiamo essere pazienti: ci vorranno un po’ di anni, stagioni che non saranno semplici, ma sono pronto a scommettere che il cammino è quello giusto e che davvero non si poteva più aspettare.

Tra campo e soldi: Zambelli medita l’addio e – senza volerlo – ci dice che il nostro rugby non è sexy

Dal profilo twitter della Rugby Rovigo

Il presidente del Rovigo ha ribadito in una intervista che probabilmente a fine stagione lascerà. E i motivi addotti devono far pensare, perché in realtà riguardano un panorama che abbraccia uno spazio molto più ampio del solo Polesine

Un paio di giorni fa il presidente del Rovigo Francesco Zambelli ha rilasciato al Gazzettino una intervista in cui diceva “C’è da decidere quale sarà il futuro della Rugby Rovigo nel nostro piccolo Polesine, perché qui siamo relegati. Sto riflettendo molto (…) ll mio ruolo non mi sta più bene, c’è qualcosa che non quadra più. Non ho rimpianti, anche se gli scudetti potevano essere due o tre. Ora, però, ci sono tante cose che vanno valutate. Con un po’ di buona volontà credo si possa ancora puntare a un buon futuro rugbistico per il Polesine, ma non penso sarà un futuro con me. Far parte di un rugby di basso livello non mi piace“. Poi una battuta su un comitato a cui i presidenti dei club vorrebbero dar vita per dialogare con la FIR in maniera unitaria, una sorta di Lega in versione parecchio ridotta, minimale a essere buoni. Una idea che non piace a Zambelli: “Avrà l’ardire di proporre e chiedere cose che la Fir non potrà o non vorrà fare. Tutto si risolverà in un attivismo di facciata, è un organismo che non fa parte della Federazione. Forse qualcosa in futuro si potrà ottenere. Ma ormai la cosa non mi riguarda”.

L’intervista non ha avuto una grande eco, a mio personalissimo parere per due motivi: non è la prima volta che Zambelli parla di lasciare il suo attuale ruolo e poi perché è stata pubblicata il primo di aprile, giorno dei “pesci”. Probabilmente qualcuno si è pure chiesto se fosse vera o finta (tranquilli, ho verificato: è vera, non era un pesce).
Le parole del presidente dei Bersaglieri però dovrebbero stimolare una qualche riflessione e non tanto sul fatto se e come Zambelli sarà ancora il più alto dirigente dei rossoblu. Quello, può sembrare un paradosso, è secondario. Perché a me la figura di Zambelli sembra paradigmatica del momento (sì, vabbé, un luuuuuungo momento) di difficoltà del nostro rugby: un imprenditore che in questi anni ha versato nella palla ovale una quantità non indifferente di risorse finanziarie e che ora vuole togliersi dal giro che conta. O che dovrebbe contare. Magari mi sbaglio, ma probabilmente Zambelli è l’uomo che più ha investito nel rugby italiano dopo Luciano Benetton in queste ultime stagioni, e il nostro rugby lo sta per perdere.

Intendiamoci, a me qui non interessa Francesco Zambelli in sé, ma la figura che rappresenta. Il presidente del Rovigo probabilmente lascerà – lo dice da almeno un anno – perché “far parte di un rugby di basso livello non mi piace”. Parole che sono il proverbiale dito nella piaga: a parlare infatti è il presidente della società campione d’Italia, una delle più prestigiose per storia e tradizione del nostro rugby. Rovigo oggi è la terza/quarta squadra del nostro movimento, nazionale esclusa. L’uomo che ha messo tempo e denaro negli ultimi anni ora vuole farsi da parte perché non ci sono prospettive di crescita, sportiva ed economica. Ed è davvero difficile dargli torto.
Zambelli parla di un problema che tutto sommato è privato, personale, ma facendolo in realtà scatta una fotografia delle tare della nostra Ovalia. Una fotografia davanti alla quale ci si chiede: “perché un qualsiasi imprenditore, o un’azienda, dovrebbero destinare le proprie risorse al rugby?”. Quali sono oggi, concretamente, i più e i meno in una ipotetica lista?
Le Zebre in un lustro non sono riuscite a trovare sponsor in grado di garantir loro l’autonomia finanziaria. Ma che dico, la sopravvivenza. A Parma, una delle città con il tenore di vita più elevato d’Italia. Le nostre squadre perdono troppo, quasi sempre, la copertura mediatica è quella che è e normalmente se sugli spalti ci sono duemila persone (cifra che per il nostro massimo campionato nazionale va dimezzata) dobbiamo essere contenti. Molto contenti.

Per come sono messe le cose e per le attuali prospettive a media scadenza Zambelli a Rovigo non può ottenere molto di più di quello che ha oggi. Dice: sì, ma lo sapeva anche prima. Vero, però forse sperava in un miglioramento. Da anni si dice che l’Eccellenza langue, ma finora di proposte concrete per farla davvero salire di livello non ne ho viste. Da parte di nessuno. E allora uno si fa i conti in tasca e scopre che no, probabilmente il gioco non vale la candela, nonostante la passione.
Il rugby italiano deve darsi una prospettiva di crescita, a tutti i livelli: cosa vogliamo essere tra 5 anni? E tra 10? E poi verificare quegli obiettivi con step intermedi. L’alto livello deve iniziare a produrre risultati, leggi vittorie, perché quelle portano interesse mediatico, nuovi sponsor e gente sulle tribune. E bisogna far sì che non si proceda per compartimenti stagni, che ci sia una qualche mobilità o prospettiva di crescita per chiunque. Perché altrimenti oggi succede che Zambelli se ne va e non è affatto detto che se ne trovi un altro che investa le stesse cifre.

Milano riparte: fusione tra CUS e ASR per fare da apripista alle Zebre

Milano

Cozze, frutti di mare e pesce spada per dare il via libera finale a una fusione che per chi conosce le cose milanesi era semplicemente fantascientifica. Invece.
La notizia, in esclusiva dal Grillotalpa: CUS Milano e ASR dalla prossima stagione avranno una sola “testa” e una sola prima squadra. Le giovanili invece, almeno in questa prima fase intermedia, continueranno ad avere le due maglie, poi si vedrà. Il via libera definitivo, dopo settimane di trattative tenute segrete, è arrivato in settimana dopo una cena all’Osteria Delizie del Mare in zona Porta Romana, a Milano. Le firme attese nei prossimi giorni, ma ormai paiono solo una formalità.

Una notizia destinata a far rumore in una città tanto importante ma che da troppi anni non respira l’aria del rugby di vertice: l’ASR milita quest’anno in Serie A, una categoria più sotto il CUS. Una fusione che non può essere scollegata dalle voci che vogliono le Zebre in probabile (probabilissimo ormai?) arrivo a Milano dopo una stagione di transizione in quel di Parma. Una stagione in cui nel capoluogo lombardo si lavorerà per la costruzione di una struttura che risponda ai requisiti richiesta dal board celtico e di cui la nuova realtà rugbistica Cus/ASR farà da fondamenta territoriale.

Una fusione che farà discutere all’ombra della Madonnina, vista soprattutto l’ormai proverbiale ritrosia dell’ASR a mischiarsi con le altre realtà locali, ma siamo davanti a un passo davvero importante per rilanciare una città che merita un rugby di livello.
Un’ultima indiscrezione: il logo della nuova società dovrebbe essere la scrofa semilanuta, che molti non sanno essere il simbolo della città di Milano (se non ci credete leggete qui oppure qui).

Parole che creano muri e polemiche: Gavazzi, un presidente divisivo di lotta e di governo

Gavazzi
ph. Fotosportit/FIR

“Chi sarà? Non lo so, dal nome mi sembra inglese”. Così Alfredo Gavazzi risponde a Ivan Malfatto sul Gazzettino di venerdì circa l’incontro con Conor O’Shea – poi tenutosi sabato a Calvisano – durante il quale i due hanno parlato anche del preparatore atletico per nazionale e franchigie celtiche richiesto dal ct. Quella risposta mi ha colpito, parecchio. Perché è rivelatrice di un modo di approcciarsi al mondo. Non mi ha stupito, intendiamoci, ma colpito sì. Da quelle poche parole si intuisce il fastidio che il presidente FIR prova davanti alla questione. Non è dato sapere sia un fastidio dovuto alla domanda in sé o al fatto che il ct azzurro si presenti in un momento economicamente difficile a chiedere l’ingaggio di un nuovo profilo, o se a infastidirlo è il dettaglio – rivelato dallo stesso Gavazzi – che O’Shea ne ha parlato in precedenza con il Benetton:”Ha già fatto un incontro con il Treviso in proposito”, dice.
Però, quale che siano le ragioni, il fastidio è evidente, “non lo so, dal nome sembra inglese” vale più di mille parole. Tipo un gigantesco “sì, me lo ha accennato ma non è che ci abbia dato un gran peso”. Non so, tanto per dire, io mi chiamo Wilhelm ma sono italiano. Se la FIR un giorno o l’altro decidesse per qualche strana ragione di considerare l’ipotesi di assumermi presumo che qualche informazione su di me la prenderebbe, anche se a far il mio nome fosse stato un interno di grande importanza. O almeno voglio sperarlo.

Il fatto è che Alfredo Gavazzi ha un atteggiamento che è fortemente divisivo. Non lo fa apposta, è così da sempre, e sinceramente è una cosa a cui non darei peso se fosse ancora il presidente del Calvisano, sarebbero esclusivamente fatti suoi e di quel club. Però Alfredo Gavazzi da settembre 2012 è il numero uno del rugby italiano, presidente di quella FIR che rappresenta tutto quello che c’è di ovale dalle nostre parti, e questa cosa non è un dettaglio secondario. Se uno assume un ruolo simile dovrebbe fare un salto di qualità e diventare istituzionale, che significa forse essere un po’ “grigi”, più noiosi, mediaticamente poco (o meno?) protagonisti. Magari non essere “il presidente di tutti” come dice chiunque vinca una qualsivoglia elezione, ma provarci sì. Un po’, almeno. Gavazzi invece ha deciso di rimanere fedele a sé stesso, nonostante un cambio di ruolo notevole.
Intendiamoci, essere istituzionali non significa non fare quello che si ritiene giusto o non dire mai nulla che possa offendere qualcuno, bisogna però trovare altre vie più sottili. L’ho scritto altre volte: la forma, spesso, è sostanza.

Personalmente quella intervista non l’avrei nemmeno rilasciata: un giornalista ti chiama e tu suggerisci di risentirsi dopo l’incontro in programma. Prima si parla con il diretto interessato, poi con la stampa. Però io sono io e Gavazzi – evidentemente – la pensa diversamente. Così facendo ha (volutamente?) seminato qualche dubbio sulla serenità del rapporto con Conor O’Shea visto che sul Gazzettino si legge anche “Quell’ego da mettere da parte è riferito anche a lei? «Non credo. Non ho niente sulla coscienza con O’Shea. Tutto quanto concordato con lui l’ho mantenuto». Le domanderà carta bianca per la Nazionale? «Finora carta bianca l’ha sempre avuta»”. Punzecchiature non richieste, che io – ad esempio – non avrei esternato pubblicamente in un momento così delicato. Ma tant’è.
Va detto che Gavazzi è in buona compagnia, basta pensare a personaggi come il presidente della Federcalcio Tavecchio, o a livelli decisamente più importanti lo stesso Donald Trump. Personaggi fortemente divisivi, che fanno anzi di questo loro aspetto un aspetto di forza. La frase sulle Zebre, ad esempio, la leggo sotto questa particolare luce: “Sulle Zebre sa cosa mi era passato per la testa? Di dimettermi e prenderle in mano io, sono sicuro che con me vincerebbero”. Parole che un salto sulla sedia te lo fanno fare: meno sette di mesi fa sei stato rieletto per guidare l’intero movimento italiano e ti dici pronto a dimetterti per guidarne solo una sua parte, per quanto importante? Ma è solo una boutade, diranno molti di voi. D’accordo, ma il punto è che un presidente FIR – chiunque egli sia – non deve scendere così di livello.

Se sei in una campagna elettorale la cosa può essere comprensibile, in alcuni casi anche conveniente, ma se si tratta di governare… beh, la faccenda si fa un po’ diversa. Tanto più che Gavazzi ha sì vinto le elezioni in maniera inequivocabile ma non con numeri bulgari, quel 46% che ha scelto altre opzioni non deve sentirsi escluso. Ovvio che chi è uscito sconfitto dalla battaglia elettorale protesta e polemizza, fa parte della normale dinamica delle cose, ma un presidente federale dovrebbe fare il pompiere, non l’incendiario. Smussare gli angoli, non alzare muri.