Cose che succedono in Italia, e alle Zebre: tipo due permit francesi. Dalla serie A.

Fai una franchigia “per far crescere i giovani in prospettiva azzurra”, spendi un sacco di soldi per tenerla in piedi. Una vera valanga di soldi. Quando ci sono i test-match e il Sei Nazioni usi i permit players, proprio per farli maturare. Però capita che con l’Ulster convochi due permit di nazionalità francese. Dalla Serie A. Lo ripeto: francesi, dalla Serie A. Come se l’Eccellenza e/o giocatori italiani non ci fossero più.
Non è un brutto sogno o una barzelletta, succede. Alle Zebre.

La sede nuova della FIR finisce nel cassetto, il coniglio dal cappello ora è il Flaminio

Il presidente Alfredo Gavazzi mette la parola fine all’acquisto della nuova sede per la federazione che tanto aveva fatto discutere ma che per lui sembrava un passaggio tanto fondamentale quanto ormai praticamente concluso. E invece. Il numero uno del rugby italiano apre poi all’acquisto del Flaminio, ora in rovina, ma non per farci giocare la Nazionale…

Quindi, oggi par di capire che le cose vanno così: la sede nuova della FIR che sembrava cosa fatta evapora in un nonnulla, però si pensa ad acquistare il Flaminio, ma non per giocarci il Sei Nazioni. Di più, la nazionale maggiore proprio non ci giocherà. Il Flaminio per le Zebre o come si chiameranno? Forse, però uno stadio da 25mila posti… Boh.
Forse il bilancio in rosso e i problemi economici conseguenti hanno fatto mettere la parola “fine” alla vicenda della nuova sede che fino a qualche mese fa sembrava essere un punto fondamentale e no discutibile per chi gestisce la federazione. Forse. Le parole di Alfredo Gavazzi, dichiarazioni confermate da fonti federali anche a questo blog:

Da Rugby 1823: “Pensiamo di poter acquisire lo stadio entro la fine dell’anno. Ma Roma è Roma. Ci vuole tempo” dice Alfredo Gavazzi. Lo dice oggi sulle pagine de L’Equipe e lo stadio di cui parla è il Flaminio. Secondo il numero 1 della Fir, da quel che riporta il giornale francese, l’idea è di rendere il Flaminio il proprio centro nazionale di rugby con uffici, palestre o cura. Lo stadio sarà, inoltre, rinnovato senza aumentare la capacità (25.000 posti). L’acquisto e la modernizzazione Flaminio avrà un costo di circa 40 milioni di euro”.

Da Repubblica.it: “Funzionerà per la squadra femminile, il rugby a 7 o le squadre giovanili. Ma la Nazionale non ci giocherà. Abbiamo bisogno di almeno 50.000 posti. La Nazionale per il Torneo (delle Sei Nazioni) giocherà all’Olimpico”.

Rugby e marketing: la novità (e la speranza di una via diversa) ora si chiama Macron

macron

Dal primo di luglio cambierà la griffe sulle divise delle nazionali azzurre, un cambiamento annunciato che potrebbe diventare anche un momento a suo modo simbolico. Potrebbe. Intanto la FIR fa sapere che Italia-Francia del Sei Nazioni U20 sarà visibile in diretta streaming su The Rugby Channel.

Il prossimo sponsor tecnico della nazionale italiano sarà Macron, azienda di Bologna entrata pochi anni fa nel mondo della palla ovale dove sta lavorando benissimo e che in un lasso di tempo molto limitato ha scalato posizioni davvero importanti anche nel calcio, ambito in cui la concorrenza è tanto agguerrita quanto ricca.
La voce circolava già da alcuni mesi e a metà gennaio a scriverlo in maniera praticamente ufficiale è stato Rugby 1823 che in un documento FIR aveva trovato una frase in cui si diceva chiaro e tondo che il presidente Alfredo Gavazzi aveva fatto sapere al Consiglio Federale che l’accordo con Macron era stato raggiunto. Inutile che la cerchiate, quella frase è stata tolta per ragioni di opportunità: il contratto con Adidas è in vigore fino al termine del mese di giugno e per l’annuncio del nuovo arrivo in pompa magna probabilmente si attende la fine del Sei Nazioni.
Ieri poi l’amministratore delegato del gruppo, Gianluca Pavanello, sulle pagine Imprese del Corriere di Bologna ha dichiarato che presto nel mondo Macron entrerà “una nazionale prestigiosa di rugby, sport nel quale siamo secondo brand al mondo”. Quella nazionale è la nostra.

E’ una buona notizia: un’azienda in forte ascesa, giovane e dinamica, che porta soldi freschi in un movimento che registra parecchie difficoltà attrattive non può non esserlo. Anzi, è un’ottima notizia.
Certo la voglia di incrociare le dita e fare gli scongiuri c’è: nel 2012 quando Adidas divenne sponsor tecnico delle nostre nazionali si registrò una ondata di entusiasmo e si sprecarono gli applausi a scena aperta, giunti da ogni dove. E in effetti il nome era di quelli grossissimi, ci si attendevano campagne di pubblicità importante, un merchandising all’altezza delle altri grande del rugby mondiale, una grande visibilità assieme a un sostegno economico non indifferente.
Niente di tutto questo è successo. C’è da dire che siamo stati sfigati, scusate il francesismo: entriamo in Adidas e un minuto dopo (si fa per dire, ma davvero tutto è successo nel breve spazio di qualche mese) cambia il management mondiale del gruppo che decide che il rugby verrà messo completamente da parte con la sola esclusione degli All Blacks e che la marca con le tre strisce si concentrerà soprattutto sul calcio. I budget calano e già nel 2014 iniziano a circolare notizie sul fatto che Adidas non rinnoverà i contratti con Italia e Francia al termine degli accordi in essere. Lo sponsor probabilmente giusto, ma al momento sbagliato.

Ecco, cara Macron, noi abbiamo bisogno di te, ma probabilmente pure tu hai bisogno di noi: dopo baseball e pallavolo hai l’opportunità di vestire una nazionale capace di richiamare anche oltre 70mila persone in uno stadio. Ammetterai che non è roba da tutti i giorni. Lavora bene, lavora a lungo con noi. Siamo dei tipacci un po’ rompipalle, ma simpatici alla fine. Fai in modo che quando la nazionale gioca in casa ci sia un fiume di maglie azzurre che cammina verso lo stadio, così come avviene praticamente ovunque in Ovalia, ma non ancora da noi: a Twickenham ci sono maglie bianche ovunque, a Parigi quelle blu, rosse a Cardiff e così via. E non è che le vendano a buon mercato. Fai delle belle maglie, delle belle felpe e tutto il resto. Aiutaci a cambiare la nostra mentalità, almeno un po’.
E apri una porta per altre aziende, altri marche, altri investimenti.
Sperando che al di là dell’uscio – da parte nostra – ci sia una dirigenza sufficientemente preparata per cogliere al volo le occasioni e sfruttarle al meglio. O comunque meglio di quanto non sia stato fatto finora.
E poi sostienici, che te l’ho già detto che ne abbiamo bisogno? Magari pure le celtiche. O solo quella (un po’ più) federale. Quello che vuoi, ma fallo. Aiuta le ragazze al Mondiale in Irlanda, le nostre nazionali giovanili e il Seven (probabilmente la nostra prima squadra a sfoggiare i tuoi prodotti il prossimo luglio).
Poi vedi mai che si cominci pure a vincere… Lo so, questo non dipende da te, però non sarebbe male: nell’immaginario collettivo la nazionale che è entrata nel Sei Nazioni è quella griffata Kappa, quella Adidas non ha lasciato tracce importanti, a parte un paio di exploit. Magari la tua ci racconterà una storia diversa. Speriamo. A presto.

SEI NAZIONI U20: ITALIA-FRANCIA IN DIRETTA STREAMING
La FIR fa sapere che “la partita contro i transalpini, in calendario venerdì alle 15 allo Stadio “Santa Rosa” di Capoterra, il XV guidato dal duo Orlandi-Troncon, come avvenuto per le altre due uscite interne contro Galles a Legnano e Irlanda a Prato, tornerà ad essere protagonista in diretta streaming sulla piattaforma The Rugby Channel (therugbychannel.it)”.

Allenatori e giocatori, quando la consapevolezza è una parola sconosciuta o quasi

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Qualche giorno fa leggendo un quotidiano mi sono imbattuto in una polemica a distanza tra Renzo Ulivieri e Damiano Tommasi, rispettivamente presidente dell’Associazione Italiana Allenatori e numero uno dell’Assocalciatori. Il tema su cui i due dibattevano era l’appoggio del primo a Carlo Tavecchio nella corsa alla presidenza della FIGC, di cui quest’ultimo è presidente uscente.
Ora, potete immaginare che in questo spazio web del chi vuole sostenere chi e perché per decidere chi dovrà guidare il calcio italiano nei prossimi 4 anni frega abbastanza poco. Non è il mio core business. Però quell’articoletto ha acceso una lampadina che potrebbe essere riassunta sotto la definizione di “consapevolezza”. Mi spiego meglio: nel disastrato e rutilante mondo del calcio, dove spesso i personaggi più importanti assomigliano a una corte di nani e ballerini degni di “Freaks”, esistono aspetti da cui il rugby può e deve imparare e uno di questi è appunto la consapevolezza che allenatori e giocatori hanno. Gli atleti e i tecnici si interessano della res pubblica della palla tonda. Non tutti, non sempre, va da sé, ma quella cosa c’è.

Si dirà che Ulivieri e Tommasi sono i vertici di due enti preposti che nascono e vivono per quel compito, che ci sarebbe da stupirsi se dicessero cose diverse e/o se non si interessassero del futuro “politico” del calcio italiano. Cosa verissima, ma qui viene il paragone con il nostro rugby dove un vero e proprio sindacato autonomo e combattivo esiste in realtà solo da una manciata di anni (no, l’AIR non lo era nella concretezza del day by day, sempre appiattito su posizioni poco “fastidiose” per la FIR, poco interessato ad ampliare i suoi angusti spazi di manovra) mentre non esiste alcun tipo di associazione paragonabile a quella che unisce i tecnici del calcio.
Noi abbiamo in Consiglio Federale dei rappresentanti di allenatori e giocatori, ma senza un qualcosa di più strutturato alle loro spalle non possono fare un granché, spesso non hanno nemmeno la reale consapevolezza – appunto – del loro compito. Non è un qualcosa di cui si può addossare la responsabilità al singolo di turno in questione, perché non c’è una “tradizione” o una cultura che spinge in quel senso.

Non è un problema di poco conto: quelle due categorie sono fondamentali per il nostro movimento, per il peso specifico in termini quantitativi e qualitativi, ma anche per una questione meramente mediatica. Una istanza di rinnovamento portata avanti da un ex giocatore di un certo peso con alle sue spalle una degna associazione di questo nome avrà una eco e una forza inevitabilmente maggiore rispetto a un qualsiasi pezzo di carta portato in consiglio federale da un rappresentante lasciato a se stesso. Lo stesso dicasi per quanto riguarda gli allenatori.
L’avvento di GIRA è un qualcosa che non può che fare che bene al rugby italiano. Il mio non è un giudizio di merito sulle proposte del sindacato che rappresenta oggi praticamente la totalità dei giocatori celtici e tantissimi dell’Eccellenza, ma un riconoscimento all’importanza dell’esistenza di un’associazione così. Serviva e basta.

Il percorso da fare è ancora lungo, soprattutto nella mentalità dei diretti interessati, allenatori e giocatori. In particolar modo per quest’ultimi, che per una mera questione anagrafica sono generalmente meno maturi ed esperti.
Un esempio. Vi ricordate della “rivolta di Villabassa”? Presumo di sì. I giocatori della nazionale chiedevano tra le varie cose anche il riconoscimento del diritto di voto, oggi precluso per chi milita nelle due franchigie o all’estero. Il motivo di questo mancato diritto? Il fatto che non giochino in campionati nazionali: molti di loro vestono la maglia della nazionale ma non possono votare per il Consiglio Federale. Dove ci sia una logica in tutto questo…
In sede di trattativa la FIR su questa cosa ha soprasseduto e né GIRA né giocatori hanno combattuto più di tanto. Forse i temi più caldi e urgenti sono altri, può essere, ma quel diritto è altamente simbolico e se una categoria intera non se ne rende conto, beh, a mio modestissimo parere è un problema. Un problema proprio culturale, profondo. E’ sintomo di una mentalità ancorata a un mondo superato quasi ovunque e che poco ha a che fare con il professionismo.
La consapevolezza è un passo importante nella crescita e nella maturazione di un movimento, è la conditio sine qua non per affrontare in maniera organica e non episodica o estemporanea i problemi e le criticità del movimento ovale nel 2017. Non rendersene conto non causerà forse molti problemi nel breve periodo, ma sul medio-lungo è cosa ben più che dannosa, è tafazziana.

Zebre, un altro passo verso il nulla: i colornesi non si presentano, CdA senza numero legale

stadio-parma

L’attesa riunione dei soci praticamente non si è svolta. Ormai si attende solo che qualcuno prenda coraggio per dire la parola “fine”. La FIR intanto – fa sapere la Gazzetta dello Sport – sta già pagando gli stipendi.

L’antica e bizantina arte di prendere del tempo, ma stringi stringi ieri è stato fatto un altro passo verso l’inevitabile. Una storia ormai che langue nella noia in attesa dell’unico finale possibile, che viene rimandato di settimana in settimana, ma prima o poi…
I fatti di ieri ci dicono che il CdA delle Zebre che doveva/poteva essere determinante per il futuro della franchigia praticamente non si è tenuto: il gruppo dei colornesi (che detto così sembra uscito da un poliziottesco degli anni ’70) non si è presentato e nel giro di mezz’ora i restanti soci sono tornati a casa dopo aver preso atto della mancanza del numero legale. I colornesi sono oggi quelli che hanno sostanzialmente le leve del comando nella stanza dei bottoni delle Zebre e che l’altro ieri erano negli Aironi…
E ora? E chi lo sa. La società tace, un nuovo CdA non è stato convocato e il tempo continua a scorrere inesorabile. Nessuno o quasi pensa al “dopo”, come ho scritto qualche giorno fa. Giancarlo Dondi, uno che qualche responsabilità per la nascita/gestione delle Zebre ce l’ha, ora viene disegnato per il Grande Vecchio che potrebbe salvare la baracca. Boh. A Parma si sta giocando a lasciare il cerino nella mano di qualcun altro, nulla di più. Ma la fiamma non può fare altro che spegnersi.