La FIR si rinnova: ecco la nuova formazione dei tecnici. Che però proprio nuova non è

La FIR ha annunciato una riforma del progetto didattico rivolto agli allenatori che è logica, coerente e chiara. Ma che ricorda davvero tanto da vicino un progetto del 2012 che portava un’altra firma…

“La Federazione Italiana Rugby ha annunciato una profonda riforma del progetto didattico rivolto agli allenatori, sviluppato a conclusione di un percorso di analisi dell’offerta formativa da parte della Commissione Tecnica Federale”. Inizia così il comunicato federale (lo trovate qui nella sua interezza) diffuso un paio di giorni fa con il nuovo percorso per la formazione dei tecnici. Un percorso che mi piace, per quello che conta. Nei suoi tratti fondamentali pare logico, coerente, chiaro.
Prevede 4 step, così come avviene anche oggi, ma la novità sta nella chiara suddivisioni per fasce di età e di livello di competizione in cui chi consegue il patentino può allenare. Eccoli così come sono spiegati nel comunicato:
“(…) vedranno il livello 1 formare tecnici specifici per i bambini (6-12 anni), il livello 2 sarà rivolto agli allenatori di atleti in età adolescenziale (13-18 anni), il livello 3 garantirà l’abilitazione ad allenare squadre seniores Maschili e Femminili dalla Serie C sino all’Eccellenza. Il livello 4, i cui contenuti sono rivolti alla gestione delle Squadre Nazionali FIR o delle Franchigie di PRO14, rimarrà l’unico per accedere al quale sarà necessario l’invito della FIR stessa”.

Deus ex machina dell’intero progetto è quello Stephen Aboud, irlandese chiamato dalla FIR per ricoprire il ruolo di Responsabile della Formazione dei giocatori di alto livello giovanile e degli allenatori che tiene a sottolineare che “abbiamo la possibilità di innalzare la qualità degli allenatori migliorando il processo che usiamo nella loro formazione, rivedendo i processi d’interazione tanto tra formatori e allenatori che tra allenatori e atleti: ogni livello di gioco è specifico, e nessun livello di gioco che mantiene l’interesse degli atleti al centro è più importante di quello che lo precede o lo segue”.
Il comunicato FIR annuncia la riforma ma non i suoi “decreti attuativi”, come si direbbe nel caso di una legge del parlamento: non si conoscono al momento cioè i dettagli, gli step previsti o i costi. Tutte cose che conosceremo nelle prossime settimane.

C’è però un “però”. Nulla a che vedere con i contenuti della riforma. O meglio, sì, quel “però” riguarda i contenuti ma non nel senso di una qualche critica agli stessi, quanto nel fatto che dopo averli letti non mi sembravano poi così nuovi, ma già sentiti. Ma dove?
Un po’ di ricerca e poi saltano fuori. Eccoli qui:
“Rilascio di Brevetti di:
– Istruttore Educatore DAT (abilitato per allenare ed arbitrare nelle categorie Promozione 6-12 anni).
– Tecnico Sviluppo DAT (abilitato per allenare ed arbitrare nelle categorie Sviluppo 14-16 anni).
– Tecnico Seniores (abilitato per allenare u.20 e tutte le categorie Seniores con esclusione di Eccellenza e PRO12).
– Tecnico di Vertice (abilitato per u.20, Assistente Allenatore e Capo allenatore in Eccellenza e PRO12)”.
E nella formazione del tecnico erano previste nozioni di:
– Insegnamento.
– Pedagogia dell’età scolare.
– Etica e valori.
– Comportamento.
– Pronto soccorso.
– Copertura assicurativa.
– Alimentazione e salute nei giovani.
– Preparazione fisica di base.
– Conoscenza dei Regolamenti e delle Carte Federali in generale.
– Conoscenza delle Regole del Gioco (semplificate).
– Conoscenza delle tecniche per le Abilità Individuali e di
Squadra richieste nelle categorie Promozione e Sviluppo.

Si tratta sostanzialmente della stessa struttura quindi, nomi diversi da dare però alla stessa ciccia. Il testo qui appena ricordato è stato diffuso a inizio luglio 2012 da Amerino Zatta, nel programma elettorale che venne reso pubblico in formato ridotto a uso dei media, mentre quello integrale venne presentato ai vari club. Era uno dei punti salienti del progetto che il numero uno del Benetton Treviso presentò nella corsa alla presidenza federale di settembre 2012, vinta poi da Alfredo Gavazzi, che nel suo programma di allora (lo potete trovare qui) sul tema rimaneva molto più sul vago e nel breve capitoletto dedicato a “La struttura didattico formativa” si leggeva solo questo:
“I primi livelli di formazione dei tecnici, attraverso i quali si potrà arrivare ad allenare sino al
campionato di Eccellenza, saranno aperti a chiunque e sarà incrementato l’investimento
promozionale teso ad accrescere il numero di tecnici e a offrire strumenti e servizi più
qualitativi. I livelli di formazione per l’Alto Livello, dovranno essere di altissima qualità e
tendere verso una vera e propria formazione e specializzazione professionale.
Per questo motivo saranno sviluppati dei nuovi criteri di selezione per l’accesso ai corsi
di formazione per l’Alto Livello, affidati a società esterne specializzate nella selezione
e ricerca del personale. Il medesimo approccio sarà utilizzato per la formazione di
arbitri e dirigenti sportivi”.

Un progetto sulla didattica e sulla formazione dei tecnici ha necessariamente tempi medio-lunghi, i primi risultati veri si vedranno tra 3/4 anni almeno, non prima. Solo allora si potranno fare alcune considerazioni, trarre i primi bilanci, ma se bisognava arrivare a questo punto la sensazione di aver perso (altri) 5 anni è molto forte. E ci si chiede se a volte il problema non sta in una idea, una iniziativa o un progetto, ma solo chi sosteneva quella idea, quella iniziativa, quel progetto.

Allenatori e giocatori, quando la consapevolezza è una parola sconosciuta o quasi

coach

Qualche giorno fa leggendo un quotidiano mi sono imbattuto in una polemica a distanza tra Renzo Ulivieri e Damiano Tommasi, rispettivamente presidente dell’Associazione Italiana Allenatori e numero uno dell’Assocalciatori. Il tema su cui i due dibattevano era l’appoggio del primo a Carlo Tavecchio nella corsa alla presidenza della FIGC, di cui quest’ultimo è presidente uscente.
Ora, potete immaginare che in questo spazio web del chi vuole sostenere chi e perché per decidere chi dovrà guidare il calcio italiano nei prossimi 4 anni frega abbastanza poco. Non è il mio core business. Però quell’articoletto ha acceso una lampadina che potrebbe essere riassunta sotto la definizione di “consapevolezza”. Mi spiego meglio: nel disastrato e rutilante mondo del calcio, dove spesso i personaggi più importanti assomigliano a una corte di nani e ballerini degni di “Freaks”, esistono aspetti da cui il rugby può e deve imparare e uno di questi è appunto la consapevolezza che allenatori e giocatori hanno. Gli atleti e i tecnici si interessano della res pubblica della palla tonda. Non tutti, non sempre, va da sé, ma quella cosa c’è.

Si dirà che Ulivieri e Tommasi sono i vertici di due enti preposti che nascono e vivono per quel compito, che ci sarebbe da stupirsi se dicessero cose diverse e/o se non si interessassero del futuro “politico” del calcio italiano. Cosa verissima, ma qui viene il paragone con il nostro rugby dove un vero e proprio sindacato autonomo e combattivo esiste in realtà solo da una manciata di anni (no, l’AIR non lo era nella concretezza del day by day, sempre appiattito su posizioni poco “fastidiose” per la FIR, poco interessato ad ampliare i suoi angusti spazi di manovra) mentre non esiste alcun tipo di associazione paragonabile a quella che unisce i tecnici del calcio.
Noi abbiamo in Consiglio Federale dei rappresentanti di allenatori e giocatori, ma senza un qualcosa di più strutturato alle loro spalle non possono fare un granché, spesso non hanno nemmeno la reale consapevolezza – appunto – del loro compito. Non è un qualcosa di cui si può addossare la responsabilità al singolo di turno in questione, perché non c’è una “tradizione” o una cultura che spinge in quel senso.

Non è un problema di poco conto: quelle due categorie sono fondamentali per il nostro movimento, per il peso specifico in termini quantitativi e qualitativi, ma anche per una questione meramente mediatica. Una istanza di rinnovamento portata avanti da un ex giocatore di un certo peso con alle sue spalle una degna associazione di questo nome avrà una eco e una forza inevitabilmente maggiore rispetto a un qualsiasi pezzo di carta portato in consiglio federale da un rappresentante lasciato a se stesso. Lo stesso dicasi per quanto riguarda gli allenatori.
L’avvento di GIRA è un qualcosa che non può che fare che bene al rugby italiano. Il mio non è un giudizio di merito sulle proposte del sindacato che rappresenta oggi praticamente la totalità dei giocatori celtici e tantissimi dell’Eccellenza, ma un riconoscimento all’importanza dell’esistenza di un’associazione così. Serviva e basta.

Il percorso da fare è ancora lungo, soprattutto nella mentalità dei diretti interessati, allenatori e giocatori. In particolar modo per quest’ultimi, che per una mera questione anagrafica sono generalmente meno maturi ed esperti.
Un esempio. Vi ricordate della “rivolta di Villabassa”? Presumo di sì. I giocatori della nazionale chiedevano tra le varie cose anche il riconoscimento del diritto di voto, oggi precluso per chi milita nelle due franchigie o all’estero. Il motivo di questo mancato diritto? Il fatto che non giochino in campionati nazionali: molti di loro vestono la maglia della nazionale ma non possono votare per il Consiglio Federale. Dove ci sia una logica in tutto questo…
In sede di trattativa la FIR su questa cosa ha soprasseduto e né GIRA né giocatori hanno combattuto più di tanto. Forse i temi più caldi e urgenti sono altri, può essere, ma quel diritto è altamente simbolico e se una categoria intera non se ne rende conto, beh, a mio modestissimo parere è un problema. Un problema proprio culturale, profondo. E’ sintomo di una mentalità ancorata a un mondo superato quasi ovunque e che poco ha a che fare con il professionismo.
La consapevolezza è un passo importante nella crescita e nella maturazione di un movimento, è la conditio sine qua non per affrontare in maniera organica e non episodica o estemporanea i problemi e le criticità del movimento ovale nel 2017. Non rendersene conto non causerà forse molti problemi nel breve periodo, ma sul medio-lungo è cosa ben più che dannosa, è tafazziana.