Rugby di base: se la meta di ogni società diventa quella di compilare la lista-gara in tempo

Un problema che ha interessato tutto il rugby di base nel corso dell’intera stagione: l’eliminazione dei documenti cartacei e il passaggio all’on line ha provocato lungaggini, ritardi, ma anche vittorie (e sconfitte) a tavolino…

La vicenda non è di quelle che conquisteranno mai la prima pagina o la luce dei riflettori, probabilmente nemmeno di quelli specificatamente rugbistici, quindi non può stupire che nessuno l’abbia portata alla luce.
Anche perché si tratta di un mero problema tecnico/burocratico, che non ha nessun addentellato anche vagamente “politico” (io ho messo giusto un paio di virgolette, voi aggiungetene quante ne volete), togliendo perciò il retrogusto piccante alla notizia, diciamo così.
Ma il problema c’è, è reale e riguarda un po’ tutte le società italiane di ogni regione che in questa stagione hanno dovuto affrontarlo ogni fine settimana. Nessuno escluso.

Il problema sono le liste gara. Dallo scorso settembre infatti sono sparite le distinte e il tesseramento cartaceo e le società, ogni weekend in cui sono in programma partite, le devono compilare on line. Facile e comodo, direte voi. Certo, e lo sarebbe davvero se il sistema informatico non collassasse ogni fine settimana.
Perché per tutta la stagione sportiva 2017/2018 le società hanno dovuto letteralmente battagliare con computer, tablet e affini per ore e ore per la compilazione delle liste gara e dei tesseramenti. Segnalazioni a questo blog sono arrivate da club diversi di ogni regione e tutti lamentavano lo stesso problema e la “denuncia” era più o meno sempre questa: siamo in difficoltà, sono spariti i cartellini cartacei dei giocatori obbligando le società a utilizzare le liste gara on line ma la parte del sito Fir dedicata alla bisogna diventa quasi irraggiungibile già dal giovedì sera e avvicinandosi alla domenica le difficoltà aumentano. Problema che ogni società ha dovuto affrontare per qualunque sua formazione: dal minirugby alle Under giovanili, fino alla femminile.

Troppo traffico, il sistema non regge e va in crash, rendendo impossibile o quantomeno estremamente difficoltosa la corretta compilazione delle distinte. E finché si limita ad essere una semplice magagna informatica uno può allargare le braccia e dire “vabbé” ma gli errori o la non correttezza delle distinte si è tradotta in alcuni casi in sconfitte a tavolino, punti tolti in classifica, giornate di squalifica per giocatori e campi. E in caso di ricorsi non accolti – cosa che è accaduta – va aggiunto anche il pagamento delle spese “processuali”.
Le società hanno più volte segnalato nei mesi scorsi queste difficoltà e la FIR ha risposto (quando lo ha fatto, visto che mi sono state segnalate situazioni in cui le società non hanno ricevuto nessuna risposta) dicendo che aveva predisposto interventi tecnici sui server.
Da settembre a fine aprile/inizio maggio la situazione è stata però quella prima descritta, con un lieve miglioramento nelle ultime settimane, dovuto però forse al fatto che diversi tornei si sono conclusi almeno nella loro stagione regolare.

Che un sistema informatico possa non reggere a una nuova organizzazione che prevede un deciso aumento del carico che deve sopportare può capitare, che le cose non migliorino per mesi e mesi invece no. Probabilmente è stato un errore non aver previsto un periodo di transizione in cui il vecchio sistema e quello nuovo potevano coesistere. Oltretutto la scomparsa del cartaceo ha impedito di ricorrere a quelli che qualche dirigente mi ha definito come “tesseramenti del venerdì”: magari prima succedeva che nelle giovanili arrivasse un ragazzino a inizio settimana, che facesse due allenamenti e poi venisse tesserato il venerdì in tempo per la partita. Ora questa cosa non si può più fare. Non solo: la mancanza di una prova cartacea del tesseramento diventa un problema grosso soprattutto per le società meno organizzate o per le squadre giovanili dove magari c’è il genitore di turno che fa l’accompagnatore. La pezza di carta poteva evitare quelle sanzioni di cui sopra, sanzioni che arrivano nel 99% dei casi – lo ricordiamo – non per mancanze o imperizia da parte dei club ma perché la struttura informatica non regge il lavoro che dovrebbe svolgere.

Le società sono la spina dorsale del nostro movimento, quello che lo alimentano e lo tengono in piedi giorno dopo giorno, lontano dalle luci della ribalta. Dar loro un aiuto concreto e trovare una soluzione anche a questo ordine di problemi è un dovere.

Tunnel, nazionale e prospettive: quella volta che Roberto Manghi mise al tappeto Conor O’Shea

Ieri due diversi siti/blog ovali hanno pubblicato altrettante interviste: Rugbymeet ha ascoltato il ct azzurro Conor O’Shea mentre Il Nero Il Rugby ha sentito il direttore sportivo della Rugby Reggio Roberto Manghi. Tra le due non c’è proprio confronto e “vince” a mani basse la seconda.

Non è una questione di domande fatte o non fatte, non dipende dalle due realtà editoriali ma proprio di cose che vengono dette dai personaggi interpellati: forse il ct azzurro è frenato in qualche maniera dal ruolo che ricopre e che volente o nolente ti obbliga a usare una dose di diplomazia e di detto/non detto maggiore, non lo so, ma il risultato è inequivocabile e mentre Manghi “dice cose” O’Shea non va oltre frasi di rito o comunque già sentite parecchie volte in questi mesi: “abbiamo una nuova generazione di atleti molto interessante ed un sistema che oggi è in grado di alimentare con continuità il gruppo che stiamo costruendo”, “stiamo lavorando duro, con tutte le componenti del movimento. Come ho detto a novembre, la luce in fondo al tunnel non è più il faro di un treno”, “Quando hai fiducia, quando una squadra ha fiducia, cambia il modo in cui si viene percepiti dagli arbitri, dagli avversari che preparano una partita. Non è un mistero: vincere insegna a vincere”.
Anche quando gli viene  chiesto di cambiare anche solo una cosa del nostro movimento il tecnico irlandese non va oltre a un tradizionale refrain: “possiamo cambiare le cose che controlliamo, e tra le cose che controlliamo stiamo apportando molti cambiamenti da un anno a questa parte. Penso alla riforma del sistema di formazione degli allenatori, al riallineamento del percorso dei giocatori di alto livello e di base”, per concludere poi con un “E’ un momento emozionante per il rugby italiano, ci sono davvero tanti giovani che stanno crescendo e potranno presto entrare a far parte del sistema delle due franchigie”. Ed è tutto vero, non lo metto in dubbio, però l’andazzo sul campo e i risultati sono quelli che sono. Boh. L’ottimismo a gratis sparso a piene mani per quasi 20 anni mi ha un po’ stufato, meglio non rilasciare interviste, che non sono obbligatorie. Scusate, opinione personalissima.

E Manghi? Come ho scritto prima, nella sua intervista “dice cose”, discutibili magari, ci mancherebbe, ma c’è ciccia aiutato probabilmente anche dalla concretezza degli argomenti trattati come il futuro dell’Eccellenza e la Lega di Club: “In questo momento per avere un campionato almeno professionale ci vuole una esperienza che richiami la professionalità, invece certi ruoli che le Società distribuiscono sono almeno strani. Continuando a vivere di volontariato e di volontari non si aiuta a fare il salto di qualità a tutto l’ambiente: bisogna investire anche nel proprio staff dirigente”.
Oppure sul campionato a 12 squadre: “sono troppe (…) Io credo che ad 8 ci arriveremmo e sarebbero realtà belle solide. Del resto oggi non possiamo fare di più, teniamo conto che il maggior sponsor delle Società del nostro campionato è la FIR e questo dice molto”.
O sulla Lega di club, di cui dice “si farà, ma non ne sono sicuro” perché “non c’è ancora una strategia comune fra tutti i club per la crescita”, Una Lega che “dovrebbe essere indipendente ma in questo momento è difficile non fosse altro per il sostegno economico determinante della FIR ai club, sostegno che va rispettato. Adesso dobbiamo lavorare tanto e tutti insieme per creare un “prodotto-campionato” che faccia bene al movimento. Quando ci sarà questa cosa allora dovremo discuterne. Inoltre ultimamente nelle riunioni fra club si è parlato troppo di giocatori e permit player mentre invece si deve lavorare di più sul prodotto: appeal TV, marketing, gestione di immagine e molto altro. La FIR, che va rispettata per il suo apporto, dovrebbe invece garantire un trattamento uguale per tutti i club”.

I playoff di Serie B volatilizzati al fotofinish per il “no” all’Accademia di Treviso (con un detto/non detto)

Mentre l’Eccellenza decide le sue finaliste (Petrarca e Calvisano) una delibera presidenziale pubblicata venerdì ha cancellato i playoff della Serie B, quando alla fine della stagione regolare mancavano solo due gare. Il perché da ricercare nello stop all’Accademia legata al Benetton Treviso, che non viene comunque comunicato in maniera esplicita o motivato

La delibera presidenziale è la numero 19, pubblicata sul sito FIR alle 15 e 22 di venerdì 4 maggio: dentro si legge che il presidente federale ha deciso di “modificare la struttura del Campionato di Serie B” e di “annullare, conseguentemente, la programmazione dei Play-Off e dei Play-Out del Campionato di Serie B, previsti per il 20 e il 27 maggio 2018”. Il documento si chiude con “la presente delibera sarà portata in ratifica alla prossima riunione del Consiglio Federale”.
Dunque a due giornate dalla fine della stagione regolare i previsti play-off e play-out del campionato di Serie B vengono annullati. Così, come se nulla (o quasi) fosse.

Facciamo un breve recap: un po’ più di un anno fa la federazione decide di portare il campionato di Eccellenza da 10 a 12 squadre e la Serie A da 24 a 30 squadre e la strada decisa è quella del blocco delle retrocessioni di questi due tornei. Sono perciò 8 le formazioni che dalla Serie B devono andare a rimpolpare la categoria superiore, perché vanno contate anche le due squadre che dalla serie cadetta devono salire nel massimo campionato nazionale.
Come era stata immaginata la struttura? Una squadra sarebbe stata la seconda Accademia Federale, quella ampiamente prevista e “aggregata” al Benetton Treviso, le altre sette sarebbero invece arrivate in Serie A dalla categoria sottostante con promozioni dirette sarebbero state le quattro prime classificate dei quattro gironi di Serie B. Per le altre erano stati previsti e programmati i playoff che avrebbero coinvolto le seconde classificate dei quattro gironi (sempre di Serie B). La struttura pensata prevedeva due semifinali tra le quattro squadre e una “finale al contrario”, cioè tra le due sconfitte delle semifinali. Chi perdeva restava in B, tutte le altre venivano promosse. Complicato, in effetti, ma ora tutto salta a 160 minuti dalla fine della stagione regolare (ora ne mancano 80, visto che nel weekend si è giocato).

Perché è saltato tutto? Perché la FIR, per motivi economici, ha cancellato la seconda Accademia facendo arrabbiare non poco il Benetton, che aveva posto quella condizione come determinante per il proseguimento nell’avventura celtica. L’Accademia per la prossima stagione non vedrà la luce, dopo si vedrà.
Una cancellazione che ha come effetto quello di promuovere direttamente le prime due squadre di ognuno dei 4 giorni di Serie B, senza bisogno dei playoff.
La delibera di cui sopra (che potete leggere interamente qui) annuncia quindi due cose: la prima – esplicita – è la cancellazione dei playoff mentre la seconda – non scritta nero su bianco ma implicita – è lo stop all’Accademia di Treviso.

Ci sono due ordini di problemi. Uno è di tempistica: cancellare una struttura di playoff (un po’ cervellotica, pure questo va detto, ma vabbé….) quando alla fine della stagione regolare lascia abbastanza esterefatti, anche perché del no all’Accademia legata al Benetton se ne parla ormai da febbraio. Il secondo problema riguarda la trasparenza, perché come dicevamo poco fa lo stop a quell’Accademia non viene comunque esplicitato. Si sa che sarà così, si scrive solo che “la condizione per costituire una seconda Accademia Nazionale, non si realizzerà nella prossima stagione sportiva” ma non ci sono altri dettagli.
Magari quella che si è concretizzata è la migliore soluzione possibile, non voglio metterlo in dubbio, rimango però dell’idea che tempi e modi potevano e dovevano essere diversi. Non ne va solo dell’eventuale correttezza di un torneo nazionale ma anche di “dettagli” (virgolette sarcastiche) come la serietà. Tempi e modi utilizzati saranno stati forse necessari ma lasciano comunque perplessi. Molto perplessi. A molti piace il rugby pane e salame, però è una passione che chi gestisce il movimento non si può permettere.

Un lungo giugno di test-match senza neppure un arbitro italiano. Come per l’ultimo Sei Nazioni

Una trentina di partite con ben 112 caselle da riempire tra fischietti, guardalinee e TMO, ma nessuno arriverà dal nostro movimento. Fatichiamo a produrre anche gli arbitri? Forse, ma in questo caso la politica conta molto di più

Le partite sono 28, da Sudafrica-Galles del 2 giugno al RFK Stadium di Washington DC fino a Canada-USA del 23 dello stesso mese, da giocare in sede ancora da destinarsi. In mezzo c’è di tutto: l’Italia che affronta due volte il Giappone, All Blacks-Francia, Argentina-Scozia, Australia-Irlanda, Fiji-Georgia e molte altre. Insomma, il programma di giugno dei test-match è al solito ricco e interessante.
Ogni partita vedrà la presenza – ovviamente – di un arbitro, di due assistenti e un addetto al TMO. Una squadra di 4 fischietti, moltiplicata per 28 fa in tutto 112. Spazio per tutti, in teoria. Uso la parola “teoria” perché in realtà tra i fischietti non c’è nessun italiano: arbitro, assistenti e TMO. Zero.
Nel suo comunicato World Rugby scrive che “un team di 29 arbitri, assistenti arbitri e 10 TMO sono stati selezionati in base al merito, una scelta che riflette un mix di esperienza e talento emergenti che il World Rugby’s Match Officials Selection Committee ha fatto in vista del Mondiale 2019 e oltre”.

Un’assenza, quella italiana, che non è una novità visto che pure al Sei Nazioni non c’era nessun nostro rappresentante tra i fischietti mentre a novembre c’era stata l’ultima comparsa di Marius Mitrea quale assistente in Irlanda-Argentina giocata a Dublino il giorno 25 di quel mese mentre Stefano Penne era stato TMO per Romania-Tonga.
Un’assenza preoccupante e che sottolinea la mancanza di peso politico del FIR nel consesso internazionale, che non voglio credere che il nostro movimento non riesca a produrre un solo arbitro all’altezza del ruolo di TMO o guardalinee, che non possa essere inserito nel panel fosse solo per gare di tier 2. Mica tanti, solo uno.
Qualcuno dirà: pure la Scozia non ne ha. E’ vero, non li avrà a giugno e non li aveva all’ultimo Sei Nazioni, ma sul serio siamo al “mal comune mezzo gaudio”? Really?
E comunque va detto che la Scozia a novembre 2017 è andata a riempire le caselle di TMO per una volta (Italia-Fiji), un arbitro (Romania-Samoa) e un assistente (Irlanda-Argentina), ovvero comunque qualcosina più di noi. Ma appunto non faccio parte della schiera del mal comune e mezzo gaudio, quindi dei risultati della federazione di Edimburgo mi importa molto molto molto relativamente.

A “salvarci”, diciamo così, una presenza più robusta nell’ultimo Sei Nazioni femminile e il fatto che nel panel del World Rugby U20 Championship 2018 che scatta a fine maggio in Francia c’è anche il nostro Andrea Piardi (i dettagli delle singole gare ancora non sono stati resi noti). Per i test-match di giugno rimane anche la speranza per Europe 2-Samoa, partita valida per le qualificazioni ai Mondiali che si giocherà il 9 giugno e per la quale rimangono ancora da assegnare un posto da assistente e quello del TMO.
Comunque la si giri un po’ poco. Davvero troppo poco. Parole da disfattisti? Ognuno la veda un po’ come gli pare, ma solo la scorsa settimana Maria Beatrice Benvenuti a OnRugby diceva che “bisogna anche essere realisti, e vedere la nostra situazione al momento. Purtroppo, è brutto da dire, ma il peso politico fa tanto. Non avere rappresentanti maschili a quel livello crea un problema ed essendo donna, inutile nasconderlo, è leggermente più difficile: gli step e i divari da superare sono di più e più grandi”. Sapevatelo.

Il futuro delle nostre speranze azzurre ormai è dietro l’angolo, ma la strada ancora non c’è

Ieri l’U18 ha battuto l’Inghilterra, un grande risultato che non deve stupire e che non è una novità. Il problema per quei ragazzi non è l’oggi o il domani, il problema è il dopodomani

La didascalia diceva “L’Italia U18 supera i pari età di England Rugby nella seconda giornata del 6 Nazioni di categoria giocata oggi all’Arms Park di Cardiff”, la foto era rossa e con i loghi di FIR e RFU corredata con il 32-30 con cui gli azzurrini hanno battuto l’Inghilterra ieri pomeriggio. Un mio amico l’ha pubblicata sulla sua pagina facebook con il commento “Date un futuro a questi ragazzi, grazie”.
Una frase fulminante e che fotografa benissimo il nostro movimento dell’oggi ma anche quello di ieri. Perché l’U17 allenata da Dolcetto non è nuova a questi risultati: solo per rimanere agli ultimi tre anni ha vinto una volta contro il Galles, battuto e pareggiato contro la Francia, l’Inghilterra (la selezione A) era già stata messa sotto nell’aprile 2016, negli stessi giorni in cui superava anche l’Irlanda. Una nazionale che anche quando perde non prende quasi mai imbarcate: è successo solo due volte, contro Ulster e Argentina, ma in entrambi i casi i nostri avversari erano entrati in campo con una selezione U19, e a quell’età un anno in più può fare una grande differenza.

Se si va più indietro, ad esempio tra il 2009 e il 2011, contro le nazioni nostre partner del Sei Nazioni rimediavamo solo sconfitte, anche molto nette. La svolta arriva solo nel febbraio 2012, quando a Badia Polesine l’U18 ferma la Francia 17 a 11, galletti nuovamente superati poi a dicembre dello stesso anno 13 a 12. Il punto esclamativo vero arriva però nel 2015, quando gli azzurrini allenati allora da Brunello battono Francia, Irlanda (a Dublino) e Galles.
E questa è la storia. Poi però bisogna dare a questi ragazzi un futuro, appunto. Che poi è quello che con altre parole scrivevo lo scorso 12 febbraio a proposito dell’U20:

Il punto è un altro, ovvero, dove andranno a giocare questi ragazzi? Dove finalizzeranno la loro formazione? Con chi compiranno gli ultimi passi con vista sull’alto livello? Perché forse qualcuno di loro andrà alle franchigie, ma quel “forse” è gigantesco e se anche dovesse accadere riguarderebbe un numero limitatissimo di atleti. Comunque statisticamente non importante.
Quasi tutti alla fine giocheranno nell’Eccellenza. Il divario tra noi e i nostri avversari sta qui: per quanto ci si sforzi di affinare e migliorare la “produzione” dei nostri giocatori non siamo poi in grado di farli giocare in un torneo di livello. I giovani irlandesi andranno tutti a giocare – se già non lo fanno – nell’Ulster, nel Leinster, nel Munster o nel Connacht, ovvero in Pro14, mentre i nostri militeranno in uno dei club del nostro più importante campionato nazionale, che sarà pure il principale dentro i nostri confini ma che non è sicuramente performante. Non credo di offendere nessuno nell’asserirlo.

Prima vi raccontavo della vittoria di Badia Polesine contro la Francia, il 18 febbraio 2012, sono passati sei anni ma quanti di quei ragazzi sono arrivati in nazionale o nel giro-franchigie? Questa la formazione scesa in campo quel giorno, così come ci dice il sito FIR:
Bellini; Di Giulio, Salerno (33’ st. Torlai), Seno, Bruno; Buscema, Apperley S.; Catelan (cap, 13’ st. Boccardo), Scalvi, Corazzi; Gobbo, Ruzza (30’ st. Silvestri); Pasquali, Ragazzi P., Silva (25’ st. Appiah). Pochi, pochissimi.
Solo ieri scrivevo del fatto che Sexton e i suoi compagni di nazionale hanno giocato pochissimo nel Pro14, una cosa resa possibile perché da quelle parti è stato costruito un percorso serio e sensato che gestisce al meglio chi è già nell’elite e che garantisce ai giovani una crescita vera senza interruzioni. Da noi si arriva all’U20, poi c’è uno strapiombo che in pochi riescono a superare con una tempistica molto lunga. Certo ci sono anche delle eccezioni, ma sono davvero poche e sono appunto eccezioni, la regola è un’altra.
Diamo un futuro a quei ragazzi, facciamo presto.