Dici Emilia-Romagna e dici una delle regioni più importanti a livello rugbystico, sia come numero di praticanti che a livello di storia. Quella storia che racconta di Bologna come
una delle culle del rugby italiano: era il 1928. Se dici Emilia-Romagna, la storia di oggi fa venire in mente, per prima cosa, il sisma del maggio scorso. Il rugby, nella figura della Fir e del suo presidente emiliano, il parmigiano Giancarlo Dondi, si mobilitò subito stanziando 50.000 euro e istituendo altresì un conto corrente dedicato presso lo sponsor azzurro Cariparma per chiunque volesse contribuire. E qui entra in gioco di nuovo Bologna. Prima che si verificasse la tragedia, la Fir aveva designato lo stadio Dall’Ara quale sede del Cariparma test match tra Italia ed Australia del 24 novembre. E qualora chi di dovere avesse dato conferma per il Dall’Ara, la Fir avrebbe provveduto a versare una quota dell’incasso a favore dei terremotati. Ma come spesso capita sul suolo italico, la palla tonda si mette di traverso ed il Bologna football club disse no con la solita scusa: si rovina il campo. Il rimpallo tra Comune e società rossoblu, per dirla in gergo calcistico, ha favorito quest’ultima e cosi Italia-Irlanda del 20 dicembre 1997 resta l’ultima partita giocata dagli
azzurri nella città felsinea. E siccome le sciagure non arrivano mai sole, col trasferimento del test match da Bologna a Firenze, si è persa per strada la quota sull’incasso da devolvere.
Bologna sarebbe stata strategica: gli azzurri si sarebbero allenati in quel territorio martoriato dalla forza della natura con tutto quello che ne poteva conseguire a livello di sensibilizzazione e di ‘spot light’. Era un’occasione non solo per intervenire con un altro bonus economico ma di contatto con quel mondo sempre preso a modello per valori, principi, forza, coraggio, indomita perseveranza.
Cancellata(si) Bologna, cancellato tutto. Così è, se vi pare.
Giancarlo Dondi terminerà a giorni ed in modo definitivo la sua lunga parentesi da presidente federale per cui la domanda che gli abbiamo posto sarebbe da riformulare al suo successore ovvero se vi può essere la possibilità, se non di un’amichevole, di un’iniziativa
che coinvolga in qualche modo la nazionale che possa ridare un po’ di ‘sostegno’ a quelle popolazioni che ancora vivono in disagio. «Purtroppo durante il mese dei test-match non
sarà possibile fare allenamenti in zona per ovvi motivi ma non vogliamo nemmeno fare una semplice passerella. Bologna sarebbe caduta a fagiolo», commenta Dondi. «Si può pensare a quei giocatori che non sono considerati per i test, tipo per infortunio. In ogni caso per iniziative o se si può essere utili per sensibilizzare ulteriormente credo non ci saranno problemi». Ai posteri, o meglio al suo postero, l’ardua sentenza.
Elezioni FIR – Una terza linea (neroverde) in Consiglio Federale?
Il rugby potrebbe tornare ad avere un rappresentante aquilano. Tra i candidati che l’assemblea, convocata per sabato 15 settembre a Roma, sarà chiamata a scegliere figura anche la terza linea neroverde Maurizio Zaffiri. Non ha certo bisogno di presentazioni Zaffiri, nato a L’Aquila il 12 gennaio 1978, nella sua lunga carriera ha vestito 14 volte la maglia azzurra. Atteso dal nono campionato con il club della sua città, ha giocato anche con Parma e Calvisano (con cui ha vinto scudetti) e questa stagione, dopo aver lasciato la lascia da capitano a Marco Di Massimo, ha assunto anche l’incarico anche di preparatore atletico. «La nuova riforma che riduce a 10 il numero dei consiglieri federali, di cui due in carica ai giocatori, pone l’accento sull’importanza e le responsabilità che i futuri rappresentanti degli atleti dovranno avere». (…)
Rugby Championship: Dan Carter non ce la fa, contro i Pumas gioca Aaron Cruden
Un infortunio nell’ultimo allenamento e gli All Blacks perdono Dan Carter. Il numero 10 non sarà disponibile sabato per la sfida all’Argentina e a Wellington, per il terzo turno di Rugby Championship all’apertura giocherà Aaron Cruden mentre Beauden Barrett andrà in panchina.
Questa la formazione aggiornata della Nuova Zelanda (tra parentesi i caps):
1. Tony Woodcock (87)
2. Keven Mealamu (95)
3. Owen Franks (36)
4. Luke Romano (3)
5. Brodie Retallick (5)
6. Victor Vito (14)
7. Richie McCaw – captain (108)
8. Kieran Read (40)
9. Aaron Smith (5)
10. Aaron Cruden (12)
11. Julian Savea (2)
12. Ma’a Nonu (68)
13. Conrad Smith (58)
14. Cory Jane (33)
15. Israel Dagg (17)
Reserves:
16. Andrew Hore (67)
17. Charlie Faumuina *
18. Samuel Whitelock (30)
19. Liam Messam (12)
20. Piri Weepu (61)
21. Beauden Barrett (1)
22. Ben Smith (6)
Il libro di Graham Henry: una recensione dell’italiana che si fece neozelandese
“Final word” è il libro che Graham Henry ha dato alle stampe qualche settimana fa, scritto a quattro mani con Bob Howitt. Io ne ho parlato tempo fa, ma ora lascio spazio a chi il libro l’ha letto davvero e che Graham Henry negli ultimi anni l’ha incrociato più di una volta. Sto parlando di Melita Martorana, romana de Roma ma ormai perdutamente neozelandese dentro.
E mi piace pensare che questo suo primo articolo per il Grillotalpa faccia un po’ da passaggio di testimone per la nuova avventura di onrugby.it. Perché di Melita sentirete spesso parlare anche da quelle parti…
Final Word by Sir Graham Henry
Pochi sono gli eventi che ricordiamo così chiari nella nostra memoria da sapere esattamente dove eravamo quando sono accaduti. La morte di Lady D, l’11 settembre e per una stragrande maggioranza di neozelandesi i quarti di finale della Coppa del Mondo di rugby del 2007.
Io sono di sicuro tra questi ultimi. Avendo vissuto oramai per 10 anni in Nuova Zelanda, possedendo un passaporto tutto nero ed avendo un amore incontrollabile per gli All Blacks non posso scrollarmi di dosso l’immagine di quella mattina, tra uova e bacon nel pub locale, quando la più forte squadra di rugby al mondo perde contro la Francia a Cardiff.
Quella partita è uno dei capitoli centrali del nuovo libro di Sir Graham Henry (di acqua ne è certamente passata sotto i ponti dal 2007), tecnico degli All Blacks per 8 stagioni. Per chiarire ogni conflitto d’interesse, devo dichiarare ora che sono fortemente di parte. Ho sempre rispettato Henry come uomo ed allenatore tanto da dichiararmi favorevole in pubblico ad un rinnovo del suo contratto dopo la debacle di Cardiff.
Il libro è un viaggio esclusivo nel “Mondo Henry” come neozelandese ma soprattutto come allenatore, dalle origini nella regione di Canterbury, fino alla gloria finale di quella sera primaverile – per noi “australi” – ad Eden Park nel 2011. Schietto, aperto, chiaro ed amichevole, Ted (come tutti lo chiamano nell’ambiente) invita il lettore ad esplorare e ricordare con lui i passi di una carriera che lo hanno portato dal rappresentare Canterbury nel cricket ad assere il più decorato allenatore nella storia rugbystica moderna.
Henry parla della sua adolescenza, della passione per lo sport, rugby e cricket su tutti, anche perché al tempo quello era in offerta e l’incontrare colei che poi diventerà non solo sua moglie e madre dei suoi tre figli, ma anche la roccia e il supporto che lo porteranno a sopravvivere sconfitte e grandi delusioni in una seppur stellare carriera.
Henry diventa insegnante ed approda ad Auckland e sotto la direzione di John Graham nell’era amatoriale diventa l’allenatore più acclamato portando alla vittoria squadre come Auckland Grammar School, Auckland B, Auckland A e gli Auckland Blues.
L’avvento del professionismo contribuisce alla crescita di Henry come allenatore e dopo un turbolento tira e molla con la NZRU e ARFU, Ted prende possesso della panchina gallese e successivamente della panchina dei Lions nel tour in Australia del 2001. Mentre il poter vivere e mangiare con uno stipendio da allenatore permette al meticoloso Henry di concentrarsi solo sul rugby, l’entusiasmo anche troppo forte e la voglia di essere sempre vincente giocano un brutto scherzo, soprattutto nel tour down under dei Lions, e Ted assapora per la prima volta la sconfitta, rendendosi conto che il rugby professionistico internazionale in tour è ancora un gradino troppo alto anche per lui.
L’esperienza europea segnano un momento importantissimo nella carriera di allenatore di Henry. Si dimette dalla panchina del Galles e ritorna in Nuova Zelanda dove viene integrato come consulente per Auckland e gli Auckland Blues che vinceranno nuovamente il titolo di Super Rugby nel 2003. Il fallimento con i Lions permette a Ted di rientrare nell’ambiente del rugby di casa con una ben più ampia conoscenza ed idea di come gestire giocatori a livello internazionale e dopo l’ennesima delusione degli All Blacks sotto John Mitchell nel mondiale australiano, Sir Graham viene scelto come allenatore della nazionale kiwi.
Ho trovato interessantissimi i suoi pensieri sulla nazionale Springboks. Non solo il Sudafrica constituisce l’unica squadra che ha dato veramente dei problemi agli All Blacks sotto la gestione Henry, ma rappresenta anche la nazione che romanticamente Ted considera “quella” da battere. Contrariamente ai giocatori che nell’ultimo decennio si animano soprattutto nel demolire i Wallabies gestiti da Robbie Deans.
Non me ne date a male, ma questo è un libro per pochi, anzi pochissimi. Perché questo è un libro per coloro che di rugby non solo ci capiscono, ma lo hanno vissuto, sezionato, chiamato, voluto, imposto, giocato, allenato ed amato da anni. E’ per coloro che sanno di rugby neozelandese, che sorrideranno nel ricordare Grant Fox come apertura per Auckland sotto Ted.
E’ un libro estremamente tecnico. Si parla di come mettere in campo la squadra, di come gestirla, di come affrontare le sconfitte dal punto di vista psicologico. Ed alla fine di come un uomo e i suoi fidati collaboratori abbiano forgiato un gruppo ristretto di giovani talenti e li abbiamo trasformati nel più letale, creativo, articolato gruppo di giocatori di rugby al mondo. Insomma in Campioni del Mondo.
Però poi a pensarci questo è un libro per tutti. Lo si legge d’un fiato, tanto da far parte del team, dello staff, di sentire a pelle la gioia, le lacrime, il sollievo, la delusione che hanno viaggiato con Ted durante una carriera che si estende per 40 anni. E’ un libro che ti fa venir voglia di metterti su gli scarpini e andare sul campo e giocare al meglio delle tue possibilità. E sono sicura che è un libro che sarà d’inspirazione per nuove generazioni di allenatori che cattureranno il senso di una vita passata ad amare questo sport bellissimo tanto da poterci vivere ed imparare che umiltà, il lavorare duro, concentrazione, determinazione possono portarti sul tetto del mondo.
Il “Mondo Henry” non è finito ed oggi che il libro è in vendita, Ted è l’attuale consulente per gli allenatori della NZRU, consulente per gli allenatori per Sport NZ (sport olimpici), consulente tecnico per l’Argentina e dal 2013 consulente tecnico per la franchigia dei Blues. E tra una partita e l’altra Ted trova anche il tempo di pescare.
Seven femminile: il “Mirko Petternella” sta per arrivare
Rovigo, 5 settembre 2012 – Fervono i preparativi per la 16esima edizione del torneo internazionale “Mirko Petternella”. La società “Le Rose Rovigo Rugby” organizza anche quest’anno la più importante manifestazione di rugby seven femminile che si disputerà domenica 30 settembre 2012, allo stadio “Mario Battaglini” di Rovigo.
Dodici le squadre seniores che parteciperanno all’evento, sei le formazioni under 16 che si sfideranno a partire dalle 9.30 fino a pomeriggio inoltrato per poi fermarsi per il classico terzo tempo che sarà organizzato alla Club House.
Gisella Bellinello Quaglio, presidente de “Le Rose Rovigo Rugby” ha cosi parlato a proposito della manifestazione: “Organizzare il torneo Petternella è per noi motivo di orgoglio e lo faremo finchè avremo fiato, non solo per l’amicizia che ci ha legato e ci lega a Mirko e alla sua famiglia, ma perché Mirko è stato l’unico giornalista che da sempre ha esaltato il rugby femminile sin dalla sua nascita, nel 1991, offrendo pari
opportunità e dignità ad uno sport fino a quel momento solo maschile. Inoltre, negli anni il Torneo ha assunto dimensioni internazionali – già due, all’oggi, sono le squadre croate iscritte – e numerose sono le richieste di partecipazioni straniere che danno lustro e ci motivano a metterci di impegno per realizzare questo evento.
Un evento tanto più importante se si considera che è l’unico torneo di rugby seven su tutto campo e che fra soli quattro anni questa specialità entrerà a far parte delle discipline olimpiche a Rio de Janerio 2016”.



