Categoria: Libri

Il libro di Graham Henry: una recensione dell’italiana che si fece neozelandese

“Final word” è il libro che Graham Henry ha dato alle stampe qualche settimana fa, scritto a quattro mani con Bob Howitt. Io ne ho parlato tempo fa, ma ora lascio spazio a chi il libro l’ha letto davvero e che Graham Henry negli ultimi anni l’ha incrociato più di una volta. Sto parlando di Melita Martorana, romana de Roma ma ormai perdutamente neozelandese dentro.
E mi piace pensare che questo suo primo articolo per il Grillotalpa faccia un po’ da passaggio di testimone per la nuova avventura di onrugby.it. Perché di Melita sentirete spesso parlare anche da quelle parti…

Final Word by Sir Graham Henry
Pochi sono gli eventi che ricordiamo così chiari nella nostra memoria da sapere esattamente dove eravamo quando sono accaduti. La morte di Lady D, l’11 settembre e per una stragrande maggioranza di neozelandesi i quarti di finale della Coppa del Mondo di rugby del 2007.
Io sono di sicuro tra questi ultimi. Avendo vissuto oramai per 10 anni in Nuova Zelanda, possedendo un passaporto tutto nero ed avendo un amore incontrollabile per gli All Blacks non posso scrollarmi di dosso l’immagine di quella mattina, tra uova e bacon nel pub locale, quando la più forte squadra di rugby al mondo perde contro la Francia a Cardiff.
Quella partita è uno dei capitoli centrali del nuovo libro di Sir Graham Henry (di acqua ne è certamente passata sotto i ponti dal 2007), tecnico degli All Blacks per 8 stagioni. Per chiarire ogni conflitto d’interesse, devo dichiarare ora che sono fortemente di parte. Ho sempre rispettato Henry come uomo ed allenatore tanto da dichiararmi favorevole in pubblico ad un rinnovo del suo contratto dopo la debacle di Cardiff.
Il libro è un viaggio esclusivo nel “Mondo Henry” come neozelandese ma soprattutto come allenatore, dalle origini nella regione di Canterbury, fino alla gloria finale di quella sera primaverile – per noi “australi” – ad Eden Park nel 2011. Schietto, aperto, chiaro ed amichevole, Ted (come tutti lo chiamano nell’ambiente) invita il lettore ad esplorare e ricordare con lui i passi di una carriera che lo hanno portato dal rappresentare Canterbury nel cricket ad assere il più decorato allenatore nella storia rugbystica moderna.
Henry parla della sua adolescenza, della passione per lo sport, rugby e cricket su tutti, anche perché al tempo quello era in offerta e l’incontrare colei che poi diventerà non solo sua moglie e madre dei suoi tre figli, ma anche la roccia e il supporto che lo porteranno a sopravvivere sconfitte e grandi delusioni in una seppur stellare carriera.

Henry diventa insegnante ed approda ad Auckland e sotto la direzione di John Graham nell’era amatoriale diventa l’allenatore più acclamato portando alla vittoria squadre come Auckland Grammar School, Auckland B, Auckland A e gli Auckland Blues.
L’avvento del professionismo contribuisce alla crescita di Henry come allenatore e dopo un turbolento tira e molla con la NZRU e ARFU, Ted prende possesso della panchina gallese e successivamente della panchina dei Lions nel tour in Australia del 2001. Mentre il poter vivere e mangiare con uno stipendio da allenatore permette al meticoloso Henry di concentrarsi solo sul rugby, l’entusiasmo anche troppo forte e la voglia di essere sempre vincente giocano un brutto scherzo, soprattutto nel tour down under dei Lions, e Ted assapora per la prima volta la sconfitta, rendendosi conto che il rugby professionistico internazionale in tour è ancora un gradino troppo alto anche per lui.
L’esperienza europea segnano un momento importantissimo nella carriera di allenatore di Henry. Si dimette dalla panchina del Galles e ritorna in Nuova Zelanda dove viene integrato come consulente per Auckland e gli Auckland Blues che vinceranno nuovamente il titolo di Super Rugby nel 2003. Il fallimento con i Lions permette a Ted di rientrare nell’ambiente del rugby di casa con una ben più ampia conoscenza ed idea di come gestire giocatori a livello internazionale e dopo l’ennesima delusione degli All Blacks sotto John Mitchell nel mondiale australiano, Sir Graham viene scelto come allenatore della nazionale kiwi.

Ho trovato interessantissimi i suoi pensieri sulla nazionale Springboks. Non solo il Sudafrica constituisce l’unica squadra che ha dato veramente dei problemi agli All Blacks sotto la gestione Henry, ma rappresenta anche la nazione che romanticamente Ted considera “quella” da battere. Contrariamente ai giocatori che nell’ultimo decennio si animano soprattutto nel demolire i Wallabies gestiti da Robbie Deans.

Non me ne date a male, ma questo è un libro per pochi, anzi pochissimi. Perché questo è un libro per coloro che di rugby non solo ci capiscono, ma lo hanno vissuto, sezionato, chiamato, voluto, imposto, giocato, allenato ed amato da anni. E’ per coloro che sanno di rugby neozelandese, che sorrideranno nel ricordare Grant Fox come apertura per Auckland sotto Ted.
E’ un libro estremamente tecnico. Si parla di come mettere in campo la squadra, di come gestirla, di come affrontare le sconfitte dal punto di vista psicologico. Ed alla fine di come un uomo e i suoi fidati collaboratori abbiano forgiato un gruppo ristretto di giovani talenti e li abbiamo trasformati nel più letale, creativo, articolato gruppo di giocatori di rugby al mondo. Insomma in Campioni del Mondo.
Però poi a pensarci questo è un libro per tutti. Lo si legge d’un fiato, tanto da far parte del team, dello staff, di sentire a pelle la gioia, le lacrime, il sollievo, la delusione che hanno viaggiato con Ted durante una carriera che si estende per 40 anni. E’ un libro che ti fa venir voglia di metterti su gli scarpini e andare sul campo e giocare al meglio delle tue possibilità. E sono sicura che è un libro che sarà d’inspirazione per nuove generazioni di allenatori che cattureranno il senso di una vita passata ad amare questo sport bellissimo tanto da poterci vivere ed imparare che umiltà, il lavorare duro, concentrazione, determinazione possono portarti sul tetto del mondo.
Il “Mondo Henry” non è finito ed oggi che il libro è in vendita, Ted è l’attuale consulente per gli allenatori della NZRU, consulente per gli allenatori per Sport NZ (sport olimpici), consulente tecnico per l’Argentina e dal 2013 consulente tecnico per la franchigia dei Blues. E tra una partita e l’altra Ted trova anche il tempo di pescare.

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Paolo Pacitti, Pino Fama, Matteo Ciambelli: e l’Italrugby diventa iBook

dall’ufficio stampa FIR

Il viaggio della Nazionale Italiana Rugby nell’RBS 6 Nations 2012 attraverso le fotografie di Giuseppe “Pino” Fama e Matteo Ciambelli accompagnate dai racconti, i ricordi ed i pensieri di Paolo Pacitti, una delle firme più autorevoli del rugby italiano.

Uno sguardo al 6 Nazioni azzurro: la grinta del capitano, gli sguardi degli avanti, la concentrazione del CT, il movimento dei trequarti, la preparazione alle partite e l’amore dei tifosi. Mischie, passaggi  e placcaggi, dalla prima partita fino alla vittoria a Roma con la Scozia in uno Stadio Olimpico tutto esaurito: tutte queste immagini e parole costituiscono “La maglia e l’ovale”, primo ibook multimediale dedicato agli azzurri del rugby.

Patrocinato dalla Federazione Italiana Rugby, l’ibook è disponibile gratuitamente sull’Apple Store cliccando sul link sottostante e può essere consultato direttamente sul proprio iPad. “La maglia e l’ovale”

“Gli implaccabili” di Giorgio Cimbrico premiato anche dal CONI

Il CONI premia un po’ di rugby, ma di quello scritto. La Commissione Giudicatrice per il XLVI Concorso Letterario presieduta dal Prof. Walter Pedullà e composta da Valerio Bianchini, Giorgio Cristallini, Piero Mei, Giancarlo Padovan, Paola Pigni e Roberto Rosseti ha infatti diversi premi, tra i quali fa bella mostra di sé “Gli implaccabili” di Giorgio Cimbrico. Premio meritatissimo.

Sezione Narrativa

1° Premio a Enrico Maida e Fulvia Strano per “Il Talento di Francesco” (Edillet)

2° Premio a Stefano Ferrio per “La partita” (Feltrinelli)

Segnalazioni particolari a Gianfelice Facchetti per “Se no che gente saremmo” (Longanesi) e a Dario Torromeo per “Meraviglioso” (Absolutely Free)

Sezione Saggistica

1° Premio a Stefano Jacomuzzi, Giorgio Viberti e Paolo Viberti per “Storia delle Olimpiadi” (Edizioni Sei)

2° Premio a Giorgio Cimbrico per “Gli implaccabili” (Absolutely Free)

Segnalazioni particolari a Paolo Alberati per “Giannetto Cimurri – la manosanta dei campioni” e a Maria Cannella, Sergio Giuntini e Marco Turinetto per “Sport e Stile” (Edizioni Skira)

Sezione Tecnica

1° Premio ad Alex Schwazer per “Quelli che camminano” (Mondadori)

2° Premio a Tiziana Pikler per “Il gioco e lo sport nelle arti pittoriche” (Giropress)

Segnalazione particolare a Matteo Rampin per “Lo Sport da collo in su” (Scuola di palo alto)

Libri: Bollesan si racconta, un libro che è Storia

Massimo Calandri per Repubblica.it

“Ho iniziato a giocare a rugby perché sapevo muovere le mani. E questo ha cambiato il mio destino”. La storia comincia così. Ed è la storia di un guerriero, prima ancora che di un atleta. Uno che in mischia ci si è tuffato una volta, e da allora non ha più voluto uscirne. Marco Bollesan, terza-linea centro. Il Numero Otto, una leggenda di questo sport. Quarantasette presenze con la maglia azzurra e 164 punti di sutura. Due scudetti vinti da giocatore. Poi il timone della Nazionale e quello di tanti club. Un girovagare per l’Italia sempre in cerca di zuffe e di nuove sfide, partendo e tornando da Genova. Settant’anni con una palla ovale in mano e nessuna intenzione di mollarla. Il Guerriero si racconta per la prima volta in una appassionante biografia scritta con il giornalista – ed ex pilone di serie A: un altro pittosto solido, insomma – Gabriele Remaggi: “Una meta dopo l’altra” (Limina, 142 pagine, 16 euro), che è un inno e una preghiera al rugby ed alla vita. Perché non finiscano mai.

“Un amico, uno di quelli con cui facevo a botte, avrò avuto diciassette anni, dopo quella rissa gigantesca mi disse di venire su al Carlini con lui, e provare questo gioco che poteva fare al caso mio, e non sapevo manco cosa fosse”. L’infanzia difficile, il dolore per la lontananza dei genitori, il rischio di prendere delle brutte strade e poi quello strano incontro. “Però mi era piaciuto. Mi piaceva placcare, inseguire gli avversari, imparare le regole  –  se c’erano -, quelle scritte e quelle no. Mi piaceva il corpo a corpo, strappare il pallone e se non era il pallone era la testa, era lo stesso. Mi piaceva fare su un campo quello che facevo già per la strada, più o meno. Mi piaceva, e mi era utile, scaricare tutta la rabbia che avevo dentro”.

Bollesan è la storia del rugby: i tricolori d’un soffio con il…

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