Il Tinello di Vittorio Munari: private equity, e quei ritardi U20 e da Top 12

Un fondo economico che farà ricche le federazioni, ma il gioco vale la candela? E poi quelle parole del ct azzurro dell’U20 che mettono a nudo un gap strutturale più grande di quello che si pensi… Palla a Vittorio!

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20 risposte a "Il Tinello di Vittorio Munari: private equity, e quei ritardi U20 e da Top 12"

  1. LiukMarc

    Niente da dire. In fondo siamo sempre una nazionale dilettante che si fregia di professionismo con soldi che siamo stati bravi a ottenere, e miracolati a mantenere.
    Sul Top12, inutile aggiungere altro, da una cosa che era nè carne nè pesce hanno creato un caos.
    Però sarei curioso di sapere una eventuale “ricetta Munari”.
    A me verrebbe in mente una riduzione del numero di squadre – con contributi federali per la formazione e staff – un sistema permit a “doppo ascensore”, e due Accademie legate alle franchigie – coi giocatori che se non giocano in Pro14 giocano in Top12 nelle squadre di riferimento assegnate a inizio stagione o in un eventuale campionato U23 che però mi sembra complicatissimo creare – invece di una lasciata li in mezzo al nulla. E poi la Fir che deve investire nel nostro sport, ma base e marketing, non coppe di sta cippa.

  2. sentenza

    A un certo punto sembra Crozza-Forchielli, “…ma top di cosa? …ma prendiamo per il culo…”. Comunque se questi fondi finanziano 6n e pro14 per guadagnarci dureranno poko. Ho sempre l’impressione che sia mecenatismo mascherato, ossia finanziamento a perdere di stato e/o banche dei “circenses” a fini “sociali”. La versione anglofona notoriamente è “weapons of mass distraction”.

  3. glooka

    @LiukMarc5
    – uscire dal Pro14
    – istituire un campionato professionistico nazionale a 10 squadre in modo da avvicinare lo sport al territorio
    – obbligare le squadre partecipanti a puntare sul vivaio
    – formazione per tecnici e dirigenti
    – promozione nelle scuole, soprattutto nelle zone poco ovali

    1. sentenza

      Purtroppo la storia è al contrario: è quando ha chiuso il campionato pro nazionale LIRE-Top 10 che si è ripiegati sulla celtic, ora pro 14. Il ragionamento era che erano insostenibili 10 squadre pro interne (per forza maggiore), ma 2 e in un campionato “forte” (presunto) sovranazionale invece si. Col noto corollario di “si diventa bravi giocando contro i più bravi…bla bla..”.
      Invece ne l’uno ne l’altro, e anche il pro 14 non sta in piedi (e non solo lui).

      1. LiukMarc

        Il Pro14 non sta in piedi perchè il rugby professionistico al di fuori dei due grossi mercati inglese e francese fa fatica. Professionismo in braghe di tela (e che attira poca gente – o scommette male su paesi come il nostro che potenziale ne avrebbero ma sono gestiti alla pene di segugio) è difficile da mantenere

    2. Gysie

      @glooka questo confidare nell’intervento efficace di un ente pubblico mi sembra velleitario, per non dire disastroso. Non so come sono conciati in Romania, dove erano appena sotto il 5 Nazioni e ora manco sono al vertice del 6 nazioni B e, soprattutto, neppure riescono più a mandare l’U20 nella massima serie. Se c’è qualcosa a cui rimanere attaccati è il Pro14; pensare all’autarchia mi rimanda a momenti non proprio felici di questo Paese. Ciò detto, non so proprio che cosa proporre; perché, come l’ha scritto più volte @Fracasso, rendere invogliante giocare a rugby per bambini / ragazzi di oggi è un vero problema. Si troverebbero sicuramente più bambine / ragazze e quello sì sarebbe un investimento da fare.

      1. Alberto

        Vado un po’ OT premetto ma vorrei fornire uno spunto.
        Il problema dei bambini/ragazzi scritto più volte da Fracasso è verissimo. Mi permetto di aggiungere che dalle mie parti ho notato una proliferazione di sport per bambini e ragazzi, il che può essere positivo perché hanno molta più scelta ma alla fine in certe annate anche nel calcio (che comunque qui fa ancora da padrone) fanno fatica a costruire una squadra.
        Bisognerebbe a mio avviso fare come fece lo sport britannico dopo le Olimpiadi di Londra 2012 ovvero tagliare i fondi alle federazioni degli sport meno competitivi per concentrarsi dove si è più competitivi. Temo che in Italia sia irrealizzabile.

    3. LiukMarc

      @glooka, personalmente uscire dal Pro14 vorrebbe dire non solo ammettere (l’ennesima) sconfitta degli sforzi fatti, ma anche potenzialmente controproducente (almeno nel breve-medio periodo) per chi porta i soldi, quindi la nazionale, soldi su cui si basa il resto del movimento.
      E soprattutto non ci sono garanzie che poi la cosa senza Pro14 torni a funzionare, se non magari all’interno delle nostra 4 mura e per noi 4 gatti.
      Sicuramente i tuoi ultimi due punti sono imprescindibili.
      Sui vivai, magari non le obblighi, ma se distribuisci i contributi non per le coppe del menga ma in base ai risultati delle giovanili, numero di atleti passati dal livello U18 in su, e su un campionato U23, ecco, faresti tanto bene.

      1. sentenza

        La mia convinzione è sempre che il rugby può essere professionistico solo se e dove riesce ad avere sui 50 mila spettatori di media a partita. Per dire, 20 mila sono pochi. Quali campionati ci arrivano? Super Rugby? Pro 14? Francia? Inghilterra? Nessuno mi pare.
        Solo le nazionali arrivano a quei numeri e non sempre, dipende dal richiamo dell’avversario. Perciò la soluzione è solo una, quella che si prospetta già: unico campionato pro mondiale e annuale fra nazionali (le prime 10 o 12 o 14 secondo la formula) che inglobi tutto l’esistente (sempre più zoppicante). Prima conseguenza: sostituisce l’inutile coppa del mondo ogni 4 anni, copia fuori tempo massimo di quella del calcio. Non è che si può fare un campionato ogni 4 anni. Partite andata e ritorno in autunno e primavera, buono per entrambi gli emisferi e buona la pausa di 3 mesi per recuperare almeno gli sciancati meno gravi.

      2. LiukMarc

        @sentenza, infatti si dovrebbe puntare a coinvolgere paesi che hanno il potenziale (leggasi “soldi). Ci hanno provato con l’Italia, fallendo miseramente perchè a) siamo un popolo “difficile” che segue qualcosa – specie se cosi complicato – solo quando si vince; b) perchè nel rugby la programmazione è fondamentale e noi non sappiamo cosa sia.
        Qualcuno ci prova con gli USA (e li se “attacca” hanno fatto il colpo, che soldi ce ne sono), si parla ogni tanto di come Germania o Spagna potrebbero essere mercati giusti, ma il gioco langue.
        Purtroppo secondo me si è cercato di fare il passo più lungo della gamba con il professionismo; quello che attira sono le nazionali, ma tenere dei campionati pro a loro supporto è maledettamente difficile, e costa.
        Anche secondo me ripensare la coppa del mondo con un intervallo minore potrebbe avere un qualche senso (ecco magari non ogni anno che si perde l’unicità della cosa).

  4. Vittorio Pesce

    Ascolto le parole di Munari e mi viene da piangere, perche’ io adoro questo sport meraviglioso.

    Poi leggo che l’ Head Coach degli azzurri dichiara che l’obiettivo e’ arrivare allenati alla W.C. e penso che non ne verremo mai a capo.(penso anche “me cojoni” ma me lo tengo per me)

    Continuiamo cosi’, facciamoci del male, cit.

    Vittorio Pesce

    1. sentenza

      Bisogna derivare l’implicazione: vuol dire che passare il turno non è l’obiettivo. Ma non lo dice direttamente perchè l’ovvia risposta sarebbe “e allora stiamo a casa che è lo stesso”.

      1. Vittorio Pesce

        Ciao Sentenza

        ovvio che il passaggio del turno e’ fantascienza.

        Avrei preferito parole di questo tenore ” il nostro obiettivo e’ rendere la vita impossibile a Sud Africa e Nuova Zelanda, e seppellire di punti Canada e Namibia. Ogni altro risultato sarebbe fallimentare”

        Ma io sono un inguaribile romantico

        Vittorio Pesce

  5. Geo

    Buongiorno,

    si parla tutti di professionismo del Rugby, ma la domanda è può esistere? Io guardo il super rugby e gli stadi sono vuoti, puoi contare gli spetattori, nel pro 14 magari arrivi a 10.000 spettatori in irlanda e nelle partite più interessanti. in Italia stiamo parlando di 5000 spettatori a partita per le due franchigie. Ma con questi numeri dove si pensa si andare? coinvolge di più un ragazzino su youtube. Come si può creare un mercato e un giro di ricavi? Il rugby professionistico è per Francia ed Inghilterra, nelle altre nazioni non funziona. questa è la cruda realtà. Tra qualche anno il giochino collasserà perchè così non può durare a lungo. Prima o poi le due grandi nazioni si romperanno di dividere i ricavi che portano con le tv. In italia il rugby non è considerato, è e rimarrà uno sport minore. Questa è la realtà. Se poi la soluzione è quella di creare un torneo professionistico con i soldi della federazione, allora vuol dire che non si è capito come funziona un mercato. Il rugby non è vendibile con numeri tali da ripagare la macchina professionistica.. Troppo complicato. Ci si può girare intorno ma i fatti sono questi.

    1. Francesco Ricci

      Da quanto si legge anche le due superpotenze vanno avanti in debito, ai Saracens il boss ha “spianato” 48 milioni di sterline di deficit, per dire.
      Se continua la corsa al “sempre di più” il botto sarà inevitabile, resta poi da vedere chi lo piglia in pieno e chi di striscio….:-)

    2. gian

      parole d’oro, il rugby non sembra, a livello globale, in grado di diventare uno sport professionistico spinto (in realtà l’unico che pare poterlo fare a livello globale è il calcio, poi, solo localmente, basket e football). probabilmente il livello esatto di sostenibilità era stato raggiunto attorno al 2000, con giocatori pro light, che potevano campare di rugby, ma senza diventare ricchi e, nel frattempo, prepararsi una vita fuori dal campo.
      per quanto riguarda l’allargare il bacino d’interesse, c’è da dire che i dittatori del sistema (le home unions), dovrebbero anche capire che è bello e giusto cercare nuovi mercati e dare la possibilità a molti di alzare il proprio sguardo verso i “forti” (italia, giappone, argentina, fiji, stati uniti, georgia, tanto per dire i primi che mi vengono in mente), ma devi essere anche pronto a perdere ogni tanto, se vuoi che questi mercati ti diano le risorse che ti aspetti, perché se questi per risalire la china devono faticare il 300% in più di una dei tradizionali, poi il pubblico e l’interesse vanno scemando.
      per parlare di noi, fatta la tara con i nostri evidenti limiti, quanto interesse ci sarebbe in più intorno al nostro sport se, ogni tanto, le scelte arbitrali non ci avessero purgato in favore di squadre a cui in certi aspetti del gioco viene lasciata carta bianca e su cui costruiscono il loro successo, o se ci si limitasse a dare le soddisfazioni che si meritano (a me continua a rimanere in mente quel finale a san siro con gli ABs massacrati in mischia e mai puniti per 10 min, quando una meta non ci avrebbe fatto vincere, ma che comportò una ridicola levata di scudi delle home unions contro la nostra prima linea, in quel momento tra le più dominanti in circolazione, che ci costò, dalla partita dopo, una particolare attenzione da parte degli arbitri che ci punirono oltremodo per non meno di una stagione, togliendoci una delle poche certezze che avevamo e facendoci “indebolire” ancor di più, a causa di una lesa maestà che, evidentemente, non potevamo permetterci di compiere)

      1. Sinistrapiave

        @gian anch’io ho avuto qualche volta la sensazione che le home unions non facessero niente per favorire l’allargamento del seguito di questo sport. Ovviamente nessuno vuole che perdano qualche match di proposito, sarebbe antisportivo e ridicolo; ma quelle poche pochissime volte che siamo arrivati vicino al colpaccio siamo stati spesso penalizzati in modo esagerato, mi riferisco in particolare alla partita contro l’Australia recente, che avremmo dovuto vincere secondo me. Qualcuno ricorda la famosa partita contro gli inglesi all’Olimpico dopo la nevicata ? Avevamo la partita in pugno, poi Castrogiovanni uscì con una costola incrinata e mi pare pure Parisse..coincidenze ? Non credo. Poi certo la partita ce la siamo mangiata da soli ( come mille altre volte) con l’intercetto sul calcio di Masi , però quella volta gli inglesi ritennero di essere in difficoltà e non esitarono a giocare sporco pur di batterci , secondo me.

  6. try

    io credo che il pro14 sia indispensabile per sopravvivere. E dobbiamo pure adattarci a quello che decidono gli altri (allargamento ad altre Saf ecc.)
    Lo so, non tutti sono d’accordo e nemmeno io credo sia la soluzione dei nostri mali, ma è l’unico modo per poter stare attaccati al professionismo.
    Se togliamo quello, facciamo la fine delle altre nazioni d’europa.
    Ad oggi dobbiamo puntare al nostro campionato e renderlo il più possibile performante. 10 squadre a mio avviso sono anche troppe. Ne farei 8. Lo so si gioca poco, però non possiamo permettercene di più. Mettere un premio in base al minutaggio degli U20. .
    Fare un campionato U20 (chi sarà mai stao il pazzo a toglierlo. Si sono mai chiesti quanti ragazzi si perdono? Mah). Le otto squadre del campionato + le due delle franchigie che avranno le accademie collegate. Chi sale dalla serie minore DEVE avere l’U20 altrimenti non sale.
    Seconda serie da 10 squadre max.
    Istituire un campionato seven (cosa stiamo aspettando?) Prendere allenatori del seven da inserire nelle varie squadre.
    Ultima cosa, ma non per importanza, anzi: FORMAZIONE dei tecnici.

  7. jacoponitti

    Sono d’accordo con quasi tutto quello che dice Munari, che mi sembra molto bravo a fotografare la situazione attuale del nostro campionato, ma meno a raffrontarla con il passato. Insomma, anche lui, forse, soffre della memoria corta che affligge tutto il movimento italiano.
    Quando lui era al comando del Treviso che vinceva scudetti a ripetizione, l’allora Top10 era quanto di più lontano possa esistere da un campionato di sviluppo per i nostri giocatori. Il motivo era molto semplice: gli italiani non giocavano proprio. Ovviamente la scusa era la stessa di oggi: i nostri giovani non sono abbastanza preparati (invece all’estero sì che ci sanno fare). Ricordo a tutti che allora le Accademie non esistevano e che, quindi, la responsabilità della scarsa preparazione dei nostri giovani era tutta dei club, quegli stessi club che preferivano spendere due lire per un argentino già formato anzichè investirne una decina nel settore giovanile. Meglio un uovo oggi, insomma. Per risolvere l’annoso problema della formazione dei giovani la Federazione ha creato le Accademie. Da allora quella stessa Federazione ha commesso moltissimi errori, compreso quello di far giocare l’Accademia in Serie A e quello di allargare il campionato a 12 squadre. Ciò nonostante i minutaggi dei giovani passati dall’Eccellenza negli ultimi anni non sono nemmeno lontanamente paragonabili con quelli dei loro predecessori di una decina di anni fa. Il campionato è meno competitivo dell’allora Top10, ma giocatori come Minozzi, Rizzi, Riccioni, Fischietti, Pettinelli, Zanon, Mbandà, Giammarioli, Licata (continuate voi l’elenco, che è molto lungo) hanno potuto giocare a un discreto livello prima di fare il salto in Pro14 e non hanno buttato via anni a dividersi fra panchine e tribune varie.
    Ci sono ancora molte cose da migliorare e sarebbe meglio evitare errori pacchiani come quelli ricordati da Munari, ma la situazione è molto migliorata rispetto a 10 anni fa. Nonostante Gavazzi.

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