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Mondiali 2019: l’ineluttabile normalità di Italia-Sudafrica

ph. Pino Fama

Un match che ha detto l’unica cosa che poteva dire, un 49 a 3 che non lascia spazio a nessun tipo di alibi. No, nemmeno l’espulsione di Lovotti lo è. La domanda alla fine è sempre la stessa: qualcuno finalmente si deciderà a prendere atto di quella che è la situazione del rugby italiano?

Da Italia-Sudafrica sono ormai passati tre giorni pieni, quindi parlarne a mente fredda si può. E non è che ci sia chissà cosa da dire.
1) Ha vinto la squadra che si sapeva essere nettamente più forte, pronostici ampiamente rispettati. Che è vero che sognare non costa nulla e che la speranza è l’ultima a morire, ma il rugby è uno sport rude che lascia poco spazio alla poesia. E la trama di questa partita era prevedibile: non è questione di “fare i gufi” ma di avere un minimo di buon senso e di freddezza. Per tutto il resto c’è la pillolina di Matrix.

2) Il Sudafrica ci è stato superiore dal primo minuto in ogni aspetto del gioco. Prendete quello che volete, uno a caso, e il risultato non cambia: gli Springboks sono stati migliori. Nettamente migliori.

3) La partita era già finita nel primo tempo: gli azzurri ci hanno messo cuore e impegno, ma quello – perdonatemi – è il minimo sindacale per un match da dentro/fuori al Mondiale. E’ davvero una roba che non si può sentire senza che non muoia qualche neurone. Siamo andati al riposo sul 17 a 3 per loro, risultato che senza un paio di evitabili errori di handling sarebbe stato anche più ampio. E no, nonostante quanto detto in telecronaca Rai, il 17 a 3 non è un risultato che racconta una gara in equilibrio.

4) Quindi no, il gesto senza senso di Lovotti e Quaglio e la conseguente espulsione del primo (incredibilmente graziato il secondo) ad inizio secondo tempo ha solo messo anzitempo la parola “Fine” a una partita che era già segnata. Gettare la croce addosso ai due giocatori non serve a nulla ed è pure ingiusto, una sorta di “dalli all’untore” datato 2019. Anche no eh. Hanno fatto una cazzata, di quelle grosse, ma sono sicuro che loro sono i primi a saperlo.

5) Se c’è una lezione che il nostro movimento deve imparare da questo Mondiale è quella sullo stato di mediocrità in cui si trova adagiato da tanti anni. Deve prenderne finalmente atto, dire le cose ad alta voce e affrontarle. Che la manfrina “essere i peggiori dei migliori e i migliori di tutti gli altri” potrebbe pure andare bene a livello generale ma sentirlo dire da chi per 20 anni ha preso autentiche VAGONATE di soldi grazie alla partecipazione al Sei Nazioni… beh, è quasi intollerabile. Nel 2010 se qualcuno avesse detto che nel giro di una decina d’anni scarsa il Giappone avrebbe organizzato un Mondiale lo avremmo guardato come le mucche guardano i treni. Se poi aggiungiamo che il XV del Sol Levante ha ottime possibilità di andare ai quarti in un girone con Irlanda e Scozia…
Noi invece abbiamo passato un paio di settimane a farci le pugnette (scusate il francesismo) per due vittorie contro Namibia e Canada, ci siamo presentati alla partita “più importante degli ultimi 4 anni” con 5 titolari con gli asterischi e un numero ben più alto di giocatori di formazione estera. Non vinciamo una partita del Sei Nazioni da 3 anni, quando va bene ne vinciamo una, in un ventennio solo in un paio di occasioni siamo arrivati a due… E in tutto questo i responsabili tecnici della federazione sono sempre sempre sempre sempre gli stessi. No, non parlo ovviamente dei ct, ma di quelli che si siedono negli uffici della FIR, come se la responsabilità dei risultati fosse sempre di qualcun altro. Bella vita.

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