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Giovani da far crescere e un patto di ferro con Conor O’Shea: Sergio Parisse entra in mischia

ph. Fotosportit/FIR

Il capitano azzurro in una intervista chiede pubblicamente carta bianca per il ct, sprona i volti nuovi ad un diverso atteggiamento e si augura che il nostro sistema venga radicalmente cambiato. Ma le parole di Gavazzi su Riccioni indicano il persistere di una mentalità diversa

Con la conclusione del Sei Nazioni l’attenzione di tutti – questo blog compreso – si è focalizzata sui dati, i numeri e le statistiche di un torneo che è tutto tranne che da incorniciare. Grande eco hanno poi avuto le parole di Conor O’Shea: il ct nella conferenza stampa dopo la partita con la Scozia ha avvisato le dirigenze di mezzo movimento, dalla federazione in giù, facendo sapere che bisogna “cambiare molte cose e ci sarà gente che ci resterà male, ma i cambiamenti non possono essere indolore. Ripeto, non si pensi al proprio ego”. Inevitabile, raramente abbiamo fatto da spettatori ad avvertimenti così chiari. Ma d’altronde il momento è quello che è, probabilmente il più difficile per il nostro rugby dal 2000 a oggi.

Le dichiarazioni del ct hanno in parte però oscurato quanto avvenuto sul campo a Murrayfield e negli altri stadi del torneo. Specifichiamo: delle singole partite, del gioco espresso dalla nazionale, ho parlato spesso ma più raramente questo blog e gli altri media hanno affrontato le prestazione dei singoli. A farlo, sempre sabato a Edimburgo dopo la partita con la Scozia, è stato il capitano azzurro Sergio Parisse che, come si dice in questi casi, non l’ha toccata esattamente piano. Ecco le sue parole: “Sono un giocatore che si interroga sempre sulla propria performance, sui propri errori, sugli aspetti del gioco da migliorare. Mi auguro tutti lo facciano, perché uscire dal campo oggi sconfitti per 29-0 è dura. (…) Ora Conor ed il suo staff si incontreranno, faranno le loro valutazioni. Tanti giocatori hanno avuto le loro opportunità, starà ai tecnici capire chi dei giocatori è da nazionale, chi no, a chi dare quelle occasioni che in questo torneo hanno avuto magari altri”.

Parisse, come è giusto che sia, non ha fatto nomi. Non erano né il luogo né il momento. Ed esporre alcuni suoi compagni alla gogna pubblica non è nel suo stile e non sarebbe neppure comportamento da capitano. Però ha sollevato un problema che evidentemente c’è, che è nel gruppo azzurro è sentito e probabilmente pure discusso. Non credo che nessuno dei giocatori scesi in campo si sia risparmiato, proprio nessuno. Certo si può giocare bene oppure male, ma è nell’ordine delle cose: si possono passare momenti psico-fisici diversi che influiscono sulle singole prestazioni. Parisse questo lo sa benissimo e sa che pure lui non è sempre stato all’altezza delle attese. Nessuno può esserlo sempre, nemmeno se ti chiami Richie McCaw.

E allora di cosa parlava il nostro capitano? Interpretazione personale è che si riferisse soprattutto al dietro le quinte, a quello che succede lontano dai riflettori. Quello che un giocatore combina in campo è solo la parte più evidente di un iceberg. Determinante, va da sé, ma il tantissimo che c’è sotto non è da meno. Parlo dell’impegno totale, della disponibilità al sacrificio, della voglia di crescere e apprendere, di un atteggiamento determinato ma umile e rispettoso degli altri. Evidentemente non tutti ne hanno dato dimostrazione. Vedremo quali saranno le scelte di O’Shea per il tour estivo di giugno, quell’O’Shea a cui Capitan Parisse dà tutto il suo appoggio e per cui chiede carta bianca: in una intervista pubblicata oggi dal Corriere della Sera il terza linea dice chiaramente che “siamo arrivati al bivio: andare avanti così, dando un contentino a questo e a quello senza risolvere nulla, oppure cambiare il sistema, mettere le persone giuste al posto giusto e lasciare fare a Conor e al suo staff. Ha chiesto tre anni, il primo è andato. Diamogli carta bianca, e se nel 2019 non sarà successo nulla sarò il primo a dire: scusate, non ho capito niente. E mi farò da parte”.

Un Parisse che plaude al nuovo corso delle Accademie (“Quando un’azienda investe e non ha risultati cambia strategia. Razionalizzare può essere un bene e il sistema, com’era, era anche troppo chiuso. Un ragazzo deve sapere che, se ha voglia di lavorare duro, può arrivare in alto anche partendo da un piccolo club”) e  che non si capacita del gap accumulato dal nostro movimento nei confronti della Scozia in soli due anni: “Con tutto il rispetto, vi sembra possibile che un Paese come il nostro, con le nostre risorse, stia dietro alla Scozia? È chiaro che qualcosa non funziona. Nessuno quando nasce sa fare le cose. Deve provare, sbagliare e imparare. Io ho avuto la fortuna di debuttare in azzurro a 18 anni, ho sbagliato molto ma ho imparato. Abbiamo ragazzi con grandi potenzialità, devono solo essere messi in condizione di lavorare come gli altri, di fare i professionisti”. E sui giovani, che “spariscono” dopo l’esperienza in U20 Parisse è netto: “è sbagliato, chi ha fatto quel percorso deve avere la possibilità di giocare subito ad alto livello, con continuità”.
Parole di buon senso che sottolineano il momento decisivo che sta per affrontare il nostro movimento. Dichiarazioni che cozzano con quanto detto dal presidente Gavazzi solo qualche ora prima, che parlando del giovane talento Marco Riccioni che ha firmato un contratto per la prossima stagione con la Benetton ha detto chiaramente “non sono d’accordo. Compie 20 anni a dicembre, secondo me è giovane, un talento che rischiamo di rovinare. Doveva fare il permit player per una stagione, giocare 6-7 partite in Pro 12 e poi l’anno prossimo andare in una franchigia, e non lo dico perché è del Calvisano. Non abbiamo tanti talenti al suo livello, non possiamo rischiare di bruciarlo”. Parole che indicano una concezione legata a quello che è lo status quo attuale, un percorso ben diverso da quello che indicano O’Shea e Parisse.

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