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Doping, ragazze e le firme di Ongaro-Bortolami: Le Tre di R1823

Da oggi prende il via una nuova rubrica: ogni tardo pomeriggio (o quasi) pubblicherò le tre notizie di cronaca ovale più importanti della giornata. I link rimandano agli articoli pubblicati da R1823 di Duccio Fumero. Ecco le news di oggi

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Sbarrando la strada al doping

Dal sempre attentissimo minirugby.it

Non parlarne non serve. Parlarne sì, e non solo per esorcizzare il problema.
Doping, termine noto a tutti che indica tutte le pratiche relative alla assunzione di sostanze illecite – anche medicinali – da parte di uno sportivo con lo scopo di accrescerne le performance.

Cocco di mamma si dopa
La notizia che in questi giorni ha fatto scalpore viene dal mondo del calcio, del calcio giovanile però, non da quello professionistico. Nella capitale, l’Atletico Roma – che è la terza società calcistica della città la cui prima squadra è seconda in classifica in Prima divisione, quindi alle soglie della Serie B – ha disposto, primi in Italia, test antidoping anche sul settore giovanile.
I controlli sono avvenuti con il consenso dei genitori, essendo gli atleti minorenni. I dirigenti del club hanno fatto una amara scoperta: tre atleti categoria Allievi nazionale, hanno quindi sedici anni, sono risultati positivi e sono stati sospesi. Anche cocco di mamma imbroglia allora.
Il settore giovanile è diretto da Luca Bergamini, che è convinto, giustamente, che la lotta al doping e alla droga deve essere al centro di un progetto sportivo che mira ai proteggere i valori dello sport: non si gioca solo per vincere e comunque lo si deve fare nel rispetto di se stessi e delle regole, per garantire sia la crescita sportiva sia quella umana dei ragazzi.

“Noi siamo stati la prima società professionistica che ha adottato controlli di questo tipo nel settore giovanile. Lo abbiamo fatto non con uno spirito poliziesco, ma per educare i nostri ragazzi. Chi arriva a giocare con noi, sa stoppare la palla o tirare in porta: ma non ci basta. Vogliamo che sappia anche come si comporta un’atleta, cosa deve mangiare, quali medicine prendere. Ma, soprattutto  cosa non deve fare: droga e doping sono i nemici dello sport, del calcio e della loro crescita”

Papà devo emergere a qualsiasi costo?
Lo sport ha una dimensione morale oppure è una mera officina di atleti che sgomitano nella illusione di diventare qualcuno?
Per i genitori una riflessione sul motivo per il quale portano i loro figli al campo è doverosa.

Le verifiche attuate dal Settore giovanile della Federcalcio – presieduto da Gianni Rivera – hanno dimostrato che i ragazzi, coinvolti incontri con le scuole, per accrescere le loro performance sportive sono disponibili ad assumere sostanze proibite, ovvero non c’è pregiudizio – come invece dovrebbe essere – verso il doping.
Aggiungiamo a questo che la diffusione di sostanze da “sballo”, in ambienti extrasportivi, completa il quadro.
L’aspetto più allucinante della vicenda lo sottolinea in una intervista apparsa su Repubblica.it proprio Gianni Rivera, che pensa che i controlli antidoping nei settori giovanili possono trovare un avversario nei genitori dei ragazzi.
“E’ una questione culturale. Molti genitori purtroppo pensano che usare una sostanza vietata possa migliorare la prestazione sportiva, sperando così che il proprio figlio possa emergere meglio e più rapidamente, in prospettiva di un veloce guadagno. Non si rendono conto che magari il danno non arriva subito, ma potrebbe essere ancora maggiore in futuro. Per questo è importante la prevenzione”.

Se i genitori non fanno della lotta a queste pratico un caposaldo dell’educazione probabilmente è anche perché l’informazione è poca e non c’è un accordo generale netto, come dovrebbe essere, sul fatto che
Il doping nella pratica sportiva sia nocivo e inopportuno, intollerabile e basta, alla faccia di chi ritiene che essendo troppo diffuso negli sport agonistici e quindi risultando un fattore selettivo tra chi ne è favorito e chi invece non vi ricorre.

Così fan tutti… e allora vai col doping!
È di pochi mesi fa l’affermazione all’Associated Press del magistrato 80enne Ettore Torri, titolare della Procura Antidoping del Coni, colui che ha stangato diversi ciclisti (Petacchi, Basso, Di Luca, Riccò…), probabilmente sconfortato da quanto vede quotidianamente ha detto:

“Più mi occupo di doping e più mi stupisco di quanto il fenomeno sia diffuso e radicato. Temo non sarà mai debellato perchè il doping si evolve in continuazione e in giro ci sono sostanze per le quali non esiste ancora un test. C’è sempre la scusa di una nonna o un filetto. Siccome tutti i ciclisti si dopano, tanto vale liberalizzare”.

Una provocazione? Temo di no, altri sostengono infatti che solo uno su cento viene preso e che nel frattempo gli altri 99 competono e vincono. Nel ciclismo, nel calcio e probabilmente anche nel sempre più esasperato rugby muscolare professionistico.
La teoria è: se vuoi competere in un ambiente in cui molti si aiutano con sostanze chimiche, devi farlo anche tu. Quindi meglio liberalizzare.
Ma se questo è il professionismo, la scelta non può essere  “allora ne sto fuori, perché fa male e perché opto per una diversa opzione, quella morale?”
Lo sport deve per forza avere al vertice degli interessi di un atleta e del pubblico la competizione professionistica costi-quel-che-costi?

E il rugby che fa?
Il rugby, sport tradizionalmente amatoriale e geloso, tra l’altro, di questa amatorialità (nel calcio ho l’impressione che non sia così), è estraneo al problema doping?
I genitori di adolescenti cresciuti tra un festival e l’altro del mini rugby, sono disposti poi a rinnegare tutto sperando che loro figlio possa guadagnare fama e un po’ di denaro giocando agli autoscontri tra buoi estrogenati?
Se il rugby è una scuola di vita e poi uno stile di vita e poi “la mia vita” (rugbisti per sempre no?), allora un rugbista non può rinnegare e tradire accettando il doping: o doping o rugby!

Oltre al professionismo nel rugby esiste tanto altro per cui vale la pena di impegnarsi. Quando vedo la passione di certi ex giocatori mentre allenano i bambini mi convinco che è così.

 

Doping con beffa per Basson e Ralepelle

E’ doping. Le controanalisi lo hanno hanno confermato. I due springboks atori della Bjorn Basson e Chiliboy Ralepelle sono risultati positivi al methylhexaneamine dopo la vittoria del Sudafrica in Irlanda dello scorso 6 novembre, nel test-match che aveva aperto il tour europeo dei campioni del mondo. I giocatori hanno detto di avere assunto la sostanza contenuta in un integratore normalmente consumato in squadra. Il caso finirà ora alla commissione disciplinare della federazione sudafricana.
E la beffa dove sta? Dal prossimo anno l’agenzia Mondiale antidoping (Wada) escluderà il methylhexaneamine dalla lista degli stimolanti specificatamente usati per coprire l”assunzione di farmaci proibiti. La sostanza infatti può essere inavvertitamente assunta in quando contenuta in molti alimenti (come l’olio da cucina) e negli integratori alimentari.