Scrivo da milanese (acquisito) e mi rendo conto che la salvezza del Grande Milano avrebbe significato la retrocessione di un’altra realtà – Paese Rugby – che invece ha evidentemente meritato di rimanere in Serie A sul campo.
Però la Grande Milano che torna finisce in B è una notizia perché si aggiunge alla identica retrocessione dell’ASR. L’Amatori è scomparsa dai radar, affossata dalle sue vicende economiche e di società. Milano non c’è più, almeno nel rugby che conta. E per il movimento intero non è una bella notizia.
Poi si può dire che non è un fulmine a ciel sereno, ed è verissimo, ma questo non diminuisce rabbia e amarezza. A rendere un po’ più sopportabile il calice dell’annata meneghina è la promozione sempre in Serie B della Union, giovane società che si è data tempi e obiettivi giusti e alla sua portata. Complimenti vivissimi ai gialloneri, ma è poco per quella che rimane la capitale economica del Paese e per l’importanza che la città meneghina riveste per la storia del rugby italiano.
C’è da fare qualcosa, ma di idee ce ne sono poche e piuttosto confuse. E soprattutto non mi pare che ci sia una grande volontà nel realizzare quelle più sensate. Si sente spesso parlare di Milano come possibile sede celtica: un obiettivo da raggiungere ma non oggi e non attraverso la “droga” degli sponsor. Che sono necessari, ma che devono essere al servizio di un progetto che a oggi aveva accarezzato in maniera intelligente proprio la Grande Milano. La strada è quella. C’è poi da seguire quella che deve portare alla nascita di un vero luogo del rugby, una struttura dove far convergere le forze che oggi agiscono in maniera dispersiva. La domanda è: c’è qualcuno che ha veramente voglia di seguirla mettendo da parte l’interesse del suo (piccolo) giardino?
L’All Black più forte di sempre? Colin Meads, parola di giornalisti e tifosi
Un giochino, però di quelli gustosi. Una settimana fa il New Zealand Herald ha stilato la classifica dei venti All Blacks più forti di sempre, una lista redatta dai suoi giornalisti ed esperti. Poi ha chiesto ai lettori di stilare una loro classifica sullo stesso tema. Qualche differenza c’è, legata – probabilmente – alla popolarità dei singoli (guardate, ad esempio, le due diverse posizioni di Tana Umaga). Ecco quello che è uscito…
Serie A: la finale-promozione si gioca a Prato
dall’ufficio stampa FIR
Sarà lo Stadio “Enrico Chersoni” di Prato ad ospitare domenica 3 giugno, con calcio d’inizio alle ore 17.00, la Finale del Campionato Italiano di Serie A 2011/2012.
A contendersi il titolo di Campione d’Italia di categoria e la promozione nell’Eccellenza 2012/2013 saranno le Fiamme Oro Roma e l’M-Three San Donà. In aprile, l’impianto pratese aveva ospitato la finale del Trofeo Eccellenza.
23mila motivi per invidiare la serie cadetta francese
Ci sono gli 82mila di Twickenham. Numero enorme che dalle nostre parti può interessare solo la nazionale, in Inghilterra invece ha riguardato più club nell’arco della stagione appena conclusa. Nello specifico, questo fine settimana, è il numero di persone accorse a vedere la finalissima di Premiership. Invidia, ovviamente, ma sappiamo tutti che quello è un altro mondo, la terra che ha dato i natali al rugby.
Il numero che però questo week-end mi ha più colpito è però un altro, più basso, e sono i 23mila tifosi ad assistere a Pau-Mont de Marsan. La partita è stata giocata a Bordeaux, Francia. Altra terra di grandi tradizioni ovali, d’accordo, ma stiamo parlando della finale di Pro D2, la serie cadetta transalpina. C’era quindi in palio un posto nel Top 14, il massimo torneo francese, ma 23mila persone… Mi ripeto: INVIDIA!!!
Dibattiti ovali: sulla fiducia a Brunel e il nostro problema-allenatori
Vi propongo uno stralcio dell’editoriale firmato da Enrico Borra, pubblicato sull’ultimo numero de La Meta. L’articolo si intitola “Berot, Gajan e il nuovo che avanza”
L’annuncio della nuova composizione dello staff tecnico che accompagnerà Jacques Brunel nella rincorsa agli ottavi di finale della Rugby World Cup 2015 ha confermato in pieno la mia sensazione: la Federazione ha drasticamente cambiato il suo approccio alla gestione della nazionale maggiore. La fiducia che la FIR ha riposto nel tecnico francese è infatti stata certificata dalla pressoché totale liberta nella scelta dei suoi assistenti e,
soprattutto, dalla nuova confermazione assunta dai vertici tecnici delle aree
‘sensibili’ dell’alto livello italiano. Con Gajan alla guida di una delle due formazioni professionistiche del nostro Paese e l’arrivo di Philippe Berot alla guida dei trequarti della nazionale maggiore, le premesse per una “nuova era’ del nostro rugby internazionale ci
sono finalmente tutte. Manca ancora il responsabile degli avanti ma il fatto che Brunel abbia scelto di assumersi l’incarico per i test match del prossimo mese lascia intendere che arriverà una sua scelta. Davvero ottimo”.
Opinioni condivisibili, in linea di massima. C’è però qualche “ma”, un paio almeno.
1) Enrico nel suo articolo parla di fiducia della FIR in Brunel e di “totale libertà nella scelta dei suoi assistenti”. Beh, a me sembra il minimo sindacale in quello che dovrebbe essere il rapporto tra una qualsiasi federazione e il ct che la stessa si è scelto. Tra i due soggetti possono col tempo anche subentrare incomprensioni, ma il francese ha preso in mano le chiavi della nazionale solo 8 mesi fa. Quella fiducia non va celebrata come una vittoria, dovrebbe essere la normalità.
2) Nell’articolo si parla anche di “premesse per una nuova era del nostro rugby internazionale”. Io mi auguro davvero che sia così, Brunel mi piace molto e sono convinto che possa farci fare il vero salto di qualità. Però se scorriamo le scelte fatte per guidare la nostra nazionale negli ultimi 15 anni ci rendiamo conto che ci si è praticamente sempre affidati a tecnici stranieri. E va bene, il nostro movimento deve crescere e l’apporto da paesi rugbisticamente più evoluti è fondamentale (da me non sentirete mai dire “l’Italia agli italiani”). Però le parole dell’articolo portano alla luce un altro nostro problema: l’incapacità di “produrre” tecnici ritenuti all’altezza per quel compito. E non è una mancanza da poco. Lo so che ad allenare l’Australia c’è un neozelandese e che il Galles che ha stupito il Mondiale e conquistato il Grande Slam al Sei Nazioni non è guidato da uno nato a Cardiff, ma volendo quelle federazioni potrebbero andare a pescare tra i “loro” allenatori. Noi potremmo farlo? La “colpa”, ovviamente, non è della FIR, che però qualche responsabilità in merito dovrebbe averla. Al pari – comunque – di tutto il resto del movimento, club in testa.
Magari mi sbaglio a ricordare, ma quando venne presentato Berbizier il presidente Dondi disse alla stampa che il ct successivo sarebbe stato italiano. Poi sono arrivati Mallett e Brunel. Quelle parole del numero uno federale per quanto rimarranno solo un auspicio?

