CVC, diritti tv, Coppa delle Nazioni: il futuro del rugby nel Tinello di Vittorio Munari

Come promesso ieri oggi pubblico la seconda parte del Tinello di Vittorio Munari dove si tocca un argomento abbastanza specifico ma che avrà enorme influenza per il futuro del rugby. Perché, come dice Vittorio, Ovalia si appresta ad affrontare lo snodo più importante dall’avvento del professionismo tra gruppi di private equity che cercano nuovi lidi (ma solo per fare soldi, d’altronde quella è la loro natura) e tornei che rischiano di mettere a soqquadro equilibri e calendari…
E World Rugby prende tempo e rinvia al 5 aprile la riunione inizialmente fissata per questa settimana dove si doveva parlare di Nations Cup.
Palla a Vittorio!

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8 risposte a "CVC, diritti tv, Coppa delle Nazioni: il futuro del rugby nel Tinello di Vittorio Munari"

  1. massimiliano

    certamente tutte le persone di buon senso, pragmatiche ed a passo coi tempi diranno che queste situazioni sono ineluttabili, che questo è il futuro che avanza, e tante altre balle del genere. Io riesco solo a dire che stanno uccidendo il rugby. In Italia avremmo bisogno come il pane di visibilità, finiremo nella nicchia degli sport quali tamburello e tiro alla fune. Che schifo.

    1. sentenza

      Se quello è il seguito è giusto che stia con quegli sport. E’ la famosa meritocrazia bellezza…
      La notizia è che nell’emisfero sud il rugby non fa ascolti… e io che credevo facesse più che a nord!
      L’anomalia del rugby è che, come nel caso italiano e in molti altri, si vuole finanziare un intera federazione “professionistica” con gli incassi di ben 5 partite e mezzo all’anno della nazionale, che i campionati interni non stanno in piedi da soli. Hai voglia…
      La NFL non finanzia certo i college, i college si finanziano da soli perchè hanno seguito adeguato.
      Questa nations cup serve se si aumenta il numero di partite da cui incassare, se restano 5 e mezzo cambia niente. Se invece fossero ogni anno partite di andata e ritorno con 12 squadre ecco 11 incassi sempre. E i giocatori giocano solo qua e non nei campionati secondari “di mantenimento”, come peraltro succede già in vari casi.

      1. massimiliano

        il bellezza te lo potevi evitare, anche perché proprio poco indicato 🙂
        La meritocrazia non deve essere darwinismo sfrenato, bisogna dare alle cose una logica basata sul senso delle cose stesse; Sarò antico, ma ritengo che il rugby non abbia le caratteristiche per ambire al ruolo di sport super professionistico. E i dati a questo punto sembrano darmi ragione. La differenza fra 6Nazioni ed NFL, con tutto il rispetto per quest’ultima, sta nella stratificazione culturale che il primo può vantare. Cerchiamo di salvaguardare certi valori, che i tempi son già cupi di loro…chiudo tornando al darwinismo sfrenato. Ti consiglio, se non lo hai già letto, Battle Royale, di Koushun Takami.

  2. Albe

    Grazie Paolo e Vittorio per l’approfondimento sul tema, veramente interessante!
    Dai commenti di Vittorio si capisce come l’opzione di “vendere” i tornei al fondo non sia la sua preferita, e su questo sono pienamente d’accordo. Il soldo subito fa molto comodo ma puo decretare la fine di un certo tipo di rugby. Il rugby non è il football americano, il rugby è il club e non a caso dove sta meglio è in Inghilterra e Francia, dove il seguito è prima di tutto legato ai club…. e a mio modesto parere è proprio da li che si dovrebbe ripartire, altro che franchigie superperformanti ma con poca identità, un investimento a più lungo termine ma fatto sui club. Con il professionismo si è ridotta sempre di più una punta superperformante, soprattutto nell’emisfero sud, i club sono stati depotenziati per avere tutto nelle franchigie, se adesso si venderà il pacchetto nazionali con più partite si andranno fatalmente a depotenziare le franchigie (ed i club in FR e EN) in favore delle nazionali e quindi a ridurre ancora di più…. bah, molto scettico, speremo ben!

    1. sentenza

      Ho già detto, il rugby è come il football per il numero di giocatori che richiede, oltre all’origine. Sono sport che “devono” riempire stadi da 50 mila in su per poter fare il professionismo, oggi anche con necessario proporzionale maggior seguito televisivo (ben più di quanti vanno allo stadio). Siccome questo, appunto tradizione alla mano, succede solo con le nazionali (escluso forse Francia e Inghilterra, forse e non certo in tutte le partite), la strada è segnata. Del resto se è uscita questa proposta significa che con la “tradizione” dei calendari attuali, 6 nazioni incluso, il professionismo sarà presto inpraticabile causa perdurante calo di interesse.

  3. Gysie

    Ho trovato la chiacchierata molto interessante. Purtroppo, mi sa che né noi come tifosi, né tanto meno noi come italiani, abbiamo una qualche chance di avere voce in capitolo.

  4. Ginger

    Leggendo il programma delle partite di questo we e dove le trasmettono mi chiedo che differenza ci sia tra la situazione attuale e una ipotetica futura partecipazione di investitori che apportando nuovo capitale garantendosi il vantaggio di vendere i diritti televisivi. Praticamente se uno non ha un abbonamento si può vedere solo il Valsugana. Che tristezza.

  5. Mamo

    Quando ero ragazzo mi faceva malinconia vedere i vecchi rimpiangere il passato.
    Non voglio intristire nessuno per cui taccio.

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