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Il fitness che non c’è: il tarlo e la colpa dei primi 10 mesi di Conor O’Shea

O'Shea

ph. Fotosportit/FIR

L’aspetto fisico è stato fin da subito uno dei target del nuovo ct della nazionale, e lui non lo ha mai nascosto. Il Sei Nazioni appena concluso ci dice però che le cose sono andate molto diversamente. Purtroppo.

Facciamo un salto indietro di quasi un anno, al 24 maggio 2016. A Milano viene presentato alla stampa il nuovo ct della nazionale italiana, l’irlandese Conor O’Shea. Lui parla di varie cose, i progetti e i sogni, gli obiettivi. Però fa particolare riferimento all’aspetto fisico. Alcune testimonianze:

Gazzetta.it: “I giocatori che abbiamo a disposizione sono tecnicamente preparati. Ma in ogni partita serve una squadra nella quale tutti siano al massimo della condizione, all’altezza fisicamente. Per quello che ho visto, alcuni non lo sono, a mezz’ora dalla fine muoiono in campo. E poi la differenza la farà la mentalità vincente”.

Repubblica: “Perché le qualità tecniche ci sono, come il talento e l’entusiasmo. Ma dopo 20 minuti iniziali perfetti, i movimenti degli italiani – in attacco, in difesa – diventano più lenti. Dopo un’ora, gli avversari passano: succede sempre così. Chi non è al top della condizione, non gioca: anche se qualitativamente è il migliore. Li voglio tutti al massimo delle potenzialità: che sia la Nazionale, Treviso o le Zebre, le squadre giovanili o di Eccellenza”.

Il Messaggero: “Non ci sono alternative: giocherà in nazionale solo chi sarà al massimo della forma fisica perché in questo gioco il talento e le capacità tecniche non bastano mai: è sufficiente che due o tre elementi sui 15 in campo non siano adeguati fisicamente per mandare al diavolo una partita. Fitness, e lo dico in inglese perché è una parola divenuta universale, sarà l’imperativo per tutto il mio mandato”.

Mi fermo, perché anche gli altri media – ovali e non – dicono tutti le stesse cose. Fitness dunque. Da quel giorno di fine maggio sono passati ormai 10 mesi e va detto che il risultato prefissato non è stato ottenuto. Non nel Sei Nazioni almeno. In quasi nessuna delle partite giocate tra febbraio e marzo l’Italia è stata alla pari con gli avversari sotto l’aspetto fisico, conditio sine qua non imprescindibile per poter aspirare ad ottenere un risultato. Anzi, per quanto riguarda il fitness nella maggior parte degli incontri la formazione azzurra ha dato segnali di aver fatto passi indietro rispetto alle ultime stagioni.

Quali sono i motivi? Non lo possiamo dire, non dall’esterno. Una preparazione tarata male nella tempistica? Può essere: a novembre alla fine non avevamo sofferto così tanto, ma se il motivo fosse una tabella di marcia mal calibrata gli azzurri avrebbero probabilmente finito in crescendo, invece siamo partiti male e abbiamo terminato peggio.
Un lavoro non adeguato fatto nelle franchigie? Non si può escludere, ma anche in questo caso bisogna sottolineare che tutto lo staff tecnico azzurro lavora a stretto contatto con Zebre e Benetton sin dalla scorsa estate (sul serio, non come nelle passate stagioni). E allora qualche segnale d’allarme non è stato ben interpretato, o non si sono trovate le contromisure adatte.

Intendiamoci, non voglio puntare il dito contro O’Shea, tecnico e persona che mi piace moltissimo e che ha davanti a sé un lavoro di quelli davvero complicati. Però l’aspetto fisico era quello più semplice da affrontare e 10 mesi non sono esattamente pochini. Qualcosa non ha funzionato a dovere, questo è evidente, e non è un caso che l’ingaggio di un preparatore ad hoc per nazionale e franchigie è un tema sul tavolo tra ct e presidente FIR.
Però non dobbiamo nemmeno far finta di nulla che la responsabilità delle prestazioni fisiche deficitarie del Sei Nazioni sono da ascrivere a O’Shea e al suo gruppo, ché sotto questo punto di vista la struttura della nostra filiera o questa/quella decisione FIR c’entra davvero poco. E se pensiamo che in Francia La Rochelle sta dominando il Top 14 grazie (anche) ai suoi due italianissimi preparatori atletici Michele Colosio e Tommaso Boldrini…