Leggo sul sito di un famoso magazine mensile italiano di moda, costume e società che i giocatori del Benetton Rugby saranno sabato 15 gennaio alle 18 allo store Benetton di corso Buenos Aires di Milano, dove “i muscoli di ferro dei campioni del Benetton rugby sponsorizzato da Max fronteggiano per la prima volta i muscoletti sexy delle ragazze di Max Casting, il rullo permanente di creature in desabillè divenuto appuntamento imperdibile della nostra homepage”.
Al di là di ogni opinione in merito – legittima, e ci mancherebbe – i biancoverdi sabato 15 non sono impegnati in Heineken Cup al “Monigo” contro Perpignan (kick-off ore 14,30)?
Mese: gennaio 2011
Un occhio al 2010, l’altro al 2011
Il saluto all’anno vecchio e il “benvenuto” a quello nuovo di Alessandro Fusco dalle pagine del suo blog
Se ne è andato il 2010 che ha visto l’ingresso – storico – di due squadre di club italiane in Magners Celtic League e arriva il 2011 recante nientemeno che la Rugby World Cup da giocare in Nuova Zelanda a settembre e ottobre quando l’Italrugby lotterà per il traguardo dei quarti di finale, falliti nel 2007 per un soffio. Tra questi due eventi, così cruciali da segnare per sempre la storia del rugby italiano, c’è il destino di uno sport giunto al bivio e che avrà un test decisivo nell’RBS Sei Nazioni 2011 che partirà il 5 febbraio, quando al Flaminio gli Azzurri ospiteranno l’Irlanda.
Proprio l’Irlanda sarà la principale avversaria (ammesso che batteremo gli USA e la Russia e considerando l’Australia fuori portata) per il passaggio ai quarti di finale alla prossima Rugby World Cup.
Sei Nazioni – vero core-business del rugby italiano – e accesso ai quarti al mondiale d’autunno : due obiettivi che determineranno il destino prossimo della palla ovale italiana.
O decolla definitivamente per entrare in pianta stabile nel cuore del grande pubblico o rischia, e i segnali sono già visibili, di esaurire l’onda lunga di simpatia che ne ha fatto un fenomeno da studiare.
Non si è mai vista in Italia, infatti, una squadra così popolare nonostante le sconfitte siano decisamente più numerose delle vittorie.
In realtà l’anno appena concluso manda in archivio due vittorie su dieci impegni, quella sulla Scozia nel Sei Nazioni (16-12 sull’erba del Flaminio) e quella sulle Isole Fiji (24-16 a Modena) nell’ultimo Test Match a novembre.
Il traguardo minimo.
In mezzo tre brutte disfatte – due nel Sei Nazioni contro Francia e Galles e una a giugno contro il Sudafrica – e una serie di prestazioni da collocare nella zona grigia delle “onorevoli sconfitte” che saturano l’almanacco azzurro.
Ricordato che il calendario stabilito dall’International Rugby Board riserva nelle ultime stagioni per Parisse e soci solo match contro le prime dieci del mondo (l’Italia è 12°), il ct Mallett e la FIR sono finiti nel mirino della critica perchè la gestione del movimento, tanto tecnica che politica, non ha saputo garantire il salto di qualità in grado di recare in dote le vittorie contro Argentina e, magari, Irlanda se proprio non si vuol pensare all’Inghilterra.
Il rugby italiano ha ritenuto di concentrare il livello professionistico in Benetton Treviso e Aironi, i due club che partecipano alla Celtic League, ma il campionato nazionale (Eccellenza) ha perduto contenuti tecnici ancora non colmati dall’istituzione delle Accademie nazionali e zonali, pensate per allevare i giovani.
In attesa che le nuove generazioni si affaccino all’alto livello solleva perplessità la gestione dei talenti in questo momento a disposizione di Mallett, come dimostra – per fare un esempio – l’altalena per la maglia n.9 tra Tebaldi, ora caduto in disgrazia ma fino a poco fa esaltato anche al di sopra dei suoi meriti, e Gori, in forza alla Benetton Treviso che finora lo ha utilizzato pochissimo, e il problema è proprio qui.
Gli Aironi, che non fanno giocare Bocchino, e il Treviso, che ha lanciato Benvenuti ma ha preferito De Jager, Vilk e Maddok (che non gli fanno certo vincere la Celtic League) a Sepe e Andrea Pratichetti, dovrebbero rispondere nella gestione dei giocatori di interesse nazionale ad una etero-direzione federale.
per questo si è andati in Celtic League, con questo potremmo presentarci al Sei Nazioni e alla prossima World Cup con una speranza di crescita.
Il presidente Dondi ha l’occasione per lasciare davvero il segno, non la getti via.
Cardiff è alle spalle, ma gli Aironi meritavano di più
Dall’ufficio stampa degli Aironi
La sconfitta di Cardiff è ormai passata agli archivi, ma le tante note positive mostrate dai Montepaschi Aironi in casa dei Bleus rimangono. Anzi, da quelle vuole ripartire la squadra per proseguire nel proprio cammino sabato prossimo a Bath (ore 15,30 italiane) nel quinto turno di Heineken Cup.
Tra le buone notizie arrivate dall’ultima trasferta gallese c’è anche la conferma su ottimi livelli di Joshua Furno, uno dei diversi giovani che si stanno ritagliando spazio nella stagione dei Montepaschi Aironi: “Tornare da Cardiff almeno con un punto sarebbe stato meglio – ammette la seconda linea classe ’89 -. Penso però che abbiamo fatto una buonissima partita, soprattutto nei primi 60 minuti. Poi anche un po’ di sfortuna nei calci mancati, ma la squadra ha giocato molto bene, era compatta. E’ stata una trasferta positiva”.
Molto buono, in particolare, è stato il gioco degli avanti: la mischia ordinata dopo le difficoltà dei primi minuti ha preso le misure agli avversari e guadagnato anche punizioni fondamentali per marcare punti sul tabellone, così come la touche ha aiutato la squadra a conquistare il possesso e a lanciare il gioco. “Siamo andati molto bene in tutte le fasi di gioco statico, sia in mischia che in touche, dove abbiamo preso tutti i nostri palloni. Personalmente mi sono divertito, è stata una bella partita. Siccome non ho ancora il ritmo, dopo un’ora ero stanco, ma ho cercato di dare il massimo”.
Allenarsi e giocare con Quintin Geldenhuys, Marco Bortolami e Carlo Del Fava, in pratica la seconda linea della Nazionale azzurra degli ultimi anni, sta aiutando Furno in questa sua crescita: “Imparo sempre tanto da tutti loro, perché sono giocatori di esperienza. Sto cercando di ritagliarmi il mio spazio e spero di giocare ancora tanto. Per adesso la mia stagione è comunque molto positiva”.
A partire da sabato, quando i Montepaschi Aironi saranno a Bath: “A Bath non sarà facile, ma dobbiamo cercare di fare del nostro meglio come sempre. Loro sono molto forti, una squadra che al top della Premiership da diversi anni, e non sarà ovviamente facile”
Dahlia, specchio di un paese?
Un’approfondita analisi di Rugby 1823
Il fallimento di Dahlia, figlio di una politica assurda dell’azienda, d’incompetenza manageriale e di una “situazione Italia” in cui il libero mercato è una chimera, ha riaperto, anche su queste pagine, un dibattito mai sopito. Una discussione che si concentra su due punti chiave: qual è l’importanza della visibilità mediatica del rugby nella crescita del movimento e quali sono le reali priorità che la Federazione deve avere per promuovere questa crescita.
Investire sulla tv o creare le strutture per permettere di giocare a rugby? Scommettere sui neofiti che si avvicinano grazie all’impatto mediatico, o costruire nel piccolo delle realtà di nicchia, ma solide? Due “fazioni” in perenne lotta, ma che forse, in verità, sono semplicemente le due facce della stessa medaglia.
Le certezze del rugby italiano sono poche, ma chiare. La palla ovale è, per buona parte della popolazione, una sconosciuta. La visibilità, al di là delle finestre azzurre, è praticamente nulla e la concentrazione territoriale della tradizione rugbistica è limitata. Con alcune eccezioni, con alcune macchie di leopardo sparse per la penisola, ma nulla più. Uno sport di nicchia spesso (purtroppo) felice di essere tale. Per un senso di superiorità (pochi ma buoni), o spessissimo per il mantenimento di uno status quo di potere. E ora torniamo al punto da cui siamo partiti.
Siamo così sicuri che scommettere sulla visibilità mediatica sia in alternativa con la volontà di far crescere il movimento dal basso? Siamo così sicuri che non vi sia la “copertura finanziaria” per ottenere entrambe le cose? Torniamo a Dahlia e alla Celtic League. L’ingresso italiano nella lega celtica, tra le varie cose, doveva far fare quel salto di qualità al rugby italiano anche da un punto di vista mediatico. Un torneo di livello superiore, due entità nazionali, che coprissero quei mesi tra il Sei Nazioni e i test match. Al tempo della scelta di Dahlia avevamo già espresso i nostri dubbi riguardo alla scelta dell’emittente. Poco conosciuta, poco visibile, a pagamento e “marchiata” dal porno. Ci venne detto che erano gli unici ad aver fatto un’offerta. Bugia. Erano coloro che avevano fatto l’offerta migliore. Economicamente parlando, non politicamente. Poco più di un milione di euro l’anno, spese di produzione coperte con circa 300mila euro e 800mila euro di “bonus” per il Board (come riportava Il Sole 24 Ore ai tempi dell’accordo). Soldi in cambio di mancanza di visibilità, professionalità e garanzie. Una scelta suicida, come immaginavamo e come è stato confermato dai fatti.
Se il rugby vuole crescere in Italia da un punto di vista mediatico, infatti, deve smettere di pensare di essere il calcio. Non può massimizzare i profitti dei diritti tv, conscio che comunque il pubblico ci sarà. Deve iniziare facendo conoscere il prodotto. E qualsiasi economista, ma anche il più umile commerciante di paese, sa che per far conoscere un prodotto devi a. pubblicizzarlo; b. investirci; c. iniziare a venderlo magari sottocosto. Quindi, se si vuol far crescere il rugby da un punto di vista mediatico bisogna rinunciare al “bonus”, gestendo solo l’indispensabile. 300mila euro di produzione. Il valore, pressappoco, di una sponsorizzazione della nazionale. Quindi la Fir e il Board potevano benissimo accettare una delle offerte “peggiori”, ma che garantiva più sicurezza e visibilità. Aspettando di massimizzare i profitti in futuro, quando la Celtic League fosse appetibile per un pubblico più ampio.
Ma così si sacrifica il movimento in basso, viene detto. Falso! Il bilancio federale è ben più ricco dei costi di produzione di un torneo come la Celtic League. Quello che manca, in Fir, non sono i soldi, ma la volontà politica di far crescere la base. Basti vedere come, da Milano alla Sicilia, dal Veneto alla Sardegna, siano decine le società in crisi, senza soldi, senza strutture, cui la Federazione non dà una mano. Investire sulla base è il primo punto che qualsiasi politica manageriale che sappia programmare il futuro (remoto, non quello prossimo. Il dopodomani, non l’oggi e il domani) dovrebbe fare. Ma non è stato fatto. A prescindere da televisioni, Celtic League o Nazionale. Ma semplicemente per la non volontà di farlo.
Visibilità mediatica e infrastrutture di base non sono due concetti in antitesi. Alto livello e basso livello non sono due nemici che si combattono e dove la sopravvivenza di uno significa la morte dell’altro. Allargare la base, far uscire dalla nicchia la palla ovale, rendere il rugby uno sport nazionale passa dalla televisione, dall’evento mediatico tanto quanto passa dal minirugby e dalle scuole.
Il problema è sapere e volere investire in questi settori. Seriamente. Programmando.
Mercier, gli Aironi e… una (bravissima) fotografa italiana

A dicembre Ludovic Mercier ha rotto il contratto con gli Aironi. Una rottura che non ha fatto tanto rumore soprattutto perché nessuno ha fatto volare i piatti, quantomeno in pubblico. Le Midi Olympique, autentico monumento dell’editoria sul rugby, pubblica una lunga intervista a Mercier. La parte riguardante gli Aironi non è lunghssima, ma sostanzialmente il francese dice che:
– sono stato mandato via per far giocare Bocchino, su pressione della Federazione Italiana
– che in qualche modo tutto era già previsto, ma io ho giocato da titolare 10 partite su 10 dall’inizio dell’anno
– nessuno mi ha mai detto nulla in faccia, dirigenti compresi. E questa mancanza di chiarezza è l’unica cosa che in qualche modo rinfaccio agli Aironi
Parole dette senza alcun rancore ma piuttosto chiare.
Rimangono le immagini, perché le foto del lungo servizio (qui ne vedete alcune) sono state scattate da Sabrina Conforti, nome già noto a chi segue l’ambiente rugbistico italiano e ora giunta anche sulle pagine di un prestigiosissimo giornale francese (ma letto in tutta Europa): brava Sabrina!

