Pichot gioca la carta della Nations League e spariglia il futuro del rugby. Italia compresa

Il vicepresidente di World Rugby propone un torneo che andrebbe a sostituire i test-match. Una competizione che ha pro e contro e che cambierebbe la faccia di Ovalia. L’Inghilterra si dice “perplessa” ma se i conti economici tornassero…

Se dovessimo cercare una parola-guida per definire (molto velocemente) la strada intrapresa dal rugby negli ultimi anni quella più adatta potrebbe essere attractive. La palla ovale deve essere sempre più attraente, sexy, in grado di aumentare il suo bacino di giocatori, tifosi, appassionati e sponsor. Soprattutto questi ultimi. Qualcuno storcerà il naso, ma è il professionismo bellezza.
Negli ultimi anni Vittorio Munari con il suo Tinello ha più volte messo sul tavolo una domanda semplice e brutale: dove sta andando il rugby? Qualcuno sta davvero governando Ovalia oppure World Rugby si trova a cercare di tenere una qualche posizione su una corrente che però non ha deciso?
Domande semplici ma dalle risposte complicate.

Tra i più attivi a cercare di imprimere una rotta ragionata – che non vuol dire necessariamente quella giusta – c’è il vicepresidente di World Rugby, l’argentino Augustin Pichot. Tutto di lui si può dire tranne che se ne stia a scaldare la poltrona che occupa. Tra i principali sostenitori di un restringimento delle maglie dell’eleggibilità dei giocatori per poter giocare in nazionali diverse dai paesi natii, ha più volte sottolineato e sostenuto la necessità di un calendario internazionale che tenesse in conto anche la salute dei giocatori.
Solo qualche settimana fa non si è nascosto dietro a un dito e ha detto apertamente che il rugby internazionale così come è oggi non è più sostenibile, né tecnicamente né finanziariamente.
Alla riunione di World Rugby che si è tenuta a Sydney ha proposto l’introduzione di una Nations League al posto degli attuali e tradizionali test-match. Ecco come la descrive la Gazzetta dello Sport, il media che ha dato più dettagli:
Una World League ovale da giocare a novembre, a partire dal 2020, con le 12 migliori squadre del mondo — sei dell’Emisfero Nord, sei dell’Emisfero Sud — divise in quattro poule da tre. Un calendario che cancellerebbe i test match di giugno e quelli d’autunno — una tradizione secolare del rugby — e che introdurrebbe un format nuovo, simile a quello del volley o del calcio, una specie di «mondialino» da giocare una volta a Nord e una volta a Sud, ogni anno. Si pensa a un sistema di promozioni e retrocessioni — l’Italia, sul piano puramente ipotetico, in questo momento non sarebbe qualificata essendo 14esima nel ranking —. Si giocherebbe su cinque date, le prime tre dedicate alle sfide di poule (potrebbero essere disputate in quattro diverse nazioni), le altre due per semifinali e finali. Il format attrarrebbe nuovi sponsor e ridurrebbe da 6/7 a 5 il numero di partite internazionali a cui sono sottoposti i giocatori, senza toccare i totem stagionali: il Sei Nazioni per l’Europa, il Rugby Championship per l’Emisfero Sud, la Coppa del Mondo e la tournée dei Lions britannici ogni quattro anni.

Meno partite nel complesso e una (probabilissima) maggiore attenzione mediatica: un colpo al cerchio degli interessi finanziari e uno alla botte della salute degli atleti. Una novità che il vulcanico Pichot vorrebbe introdurre dall’autunno 2020. Una proposta che fa molto rumore e che incontra – al momento – la risposta decisamente fredda di una delle federazioni più importanti, quella inglese. Un portavoce della RFU, dopo aver sottolineato che quella di Pichot è una proposta a di cui a Londra e dintorni nessuno sapeva nulla, ha detto “siamo perplessi”.
Non c’è da stupirsi: gli interessi economici al di là della Manica sono enormi e quelli della nazionale non coincidono con quelli dei club, pur essendo tra loro strettamente legati. Senza dimenticare che una riforma del calendario internazionale è già stata stabilita ed entrerà in vigore proprio dopo il Mondiale del 2019, con uno slittamento delle gare estive e un numero più elevato di match tra squadre del Tier 1 e Tier 2.
Cosa succederà? Difficile dirlo. Pichot ha gettato il sasso nello stagno, ha posto un problema oggettivo e una sua possibile soluzione, che ovviamente non fa felici tutti e che al momento viene guardata con un mix di incertezza e sospetto. La data del 2020 pare eccessivamente vicina, ma non si può escludere davvero nulla, soprattutto se riuscirà a dimostrare la convenienza economica della cosa.

E l’Italia? La Gazzetta riporta un virgolettato attribuito al presidente della FIR Alfredo Gavazzi: “L’Emisfero Sud vuole cambiare la stagione globale al di là dell’accordo dell’anno scorso, il Nord non lo vuole e alla fine la maggioranza ce l’ha il Nord. Al Sei Nazioni si è già detto che non siamo in grado di affrontare una riforma del genere”. Un no quindi, e non poteva essere altrimenti vista la nostra situazione tecnico/finanziaria. Il calendario così come è strutturato oggi (e come è previsto a partire dal dopo RWC 2019) garantisce una rendita certa al nostro movimento, la riforma Pichot è oggi per noi un mezzo salto nel buio. Ma il nostro peso non è tale da poter essere determinanti né in un senso e neppure nell’altro, a meno di non ritrovarsi in una situazione di stallo tale da poter diventare l’ago della bilancia. Nostro malgrado.

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Tesoretti volatilizzati, autogestioni e numeri dimenticati: il rugby nell’Angolo del Vile

Accordi tra Benetton e Viadana, il presidente Gavazzi che fa spallucce su un avanzo di cassa di oltre 10 milioni che non c’è più e un raffronto percentuale che non lascia spazio a dubbi ma “a me non risulta”, dice qualcuno. Il ritorno della rubrica che piace a grandi e piccini. Forse. 

MA SI’, METTIAMO IL TURBO ALL’AUTOGESTIONE… – “Il trequarti classe ’97, con una lunga trafila in azzurro dalle nazionali di categoria sino a quella Emergenti e che ad oggi ha collezionato in biancoverde 7 presenze tra Guinness PRO14 e Champions Cup, per tutto il resto della stagione continuerà ad allenarsi in Ghirada nella prima parte della settimana per poi spostarsi a Viadana nella seconda in caso di un suo non impiego”.
Così il Benetton Treviso un paio di giorni fa ha comunicato l’accordo sottoscritto con la società giallonera per il prestito temporaneo di Andrea Bronzini. Come detto più volte da queste parti si tratta di una intesa di totale e assoluto buonsenso: giocatori che sono tesserati con una delle due squadre celtiche e che hanno (anzi, DEVONO avere) la possibilità di “scendere” nel nostro massimo campionato nazionale quando non vengono utilizzati in Pro14 o nelle coppe europee. Che fare la muffa in tribuna non serve al giocatore, ai club, al movimento. A nessuno.
Un accordo di assoluto buonsenso dicevamo, che però ancora una volta avviene “privatamente” tra due società, in totale assenza di un quadro normativo federale sul sali-scendi dei giocatori. Un qualcosa che richiedono in tanti da parecchi anni ma che ancora rimane chiuso in un qualche cassetto. Chissà perché. Certo, qualcuno può dire che quantomeno la FIR non si mette di traverso e consente questi accordi privati: va bene accontentarsi di continui compromessi al ribasso però… E proprio perché ormai questi contratti tra club sono piuttosto diffusi è davvero così difficile legittimare l’esistente? Boh.

MONEY FOR NOTHING? – Ieri l’amico e collega Duccio Fumero ha pubblicato un carteggio intercorso tra lui e il presidente FIR Alfredo Gavazzi sullo stato dell’arte del rugby in Italia. Qui lo potete leggere per intero, a me tra le varie cose ha colpito la primissima frase del numero uno del nostro movimento, quando parlando delle difficoltà di bilancio della federazione dice “Non entro nel merito di aspetti finanziari perché, quando sono diventato Presidente, potevo contare su un avanzo di cassa consistente. Ma, sotto l’aspetto amministrativo, la mia gestione ha dovuto farsi carico di situazioni generate dal passato…”. Insomma quei 10 milioni di euro di tesoretto lasciati dalla gestione Dondi che sono diminuiti e poi azzerati nel giro di qualche esercizio non sono un problema per Gavazzi, un qualcosa da liquidare con un’alzata di spalle o poco più. Però la mancanza di liquidità è una criticità forse superiore al rosso di qualche centinaio di migliaia di euro, perché va ad incidere sul funzionamento day by day di tutta la nostra struttura. Ma sarò un disfattista professionista.

LA MATEMATICA, A QUANTO PARE, E’ UNA OPINIONE – Nello stesso articolo R1823 parla di percentuali di vittorie crollate per quanto riguarda la nostra nazionale dal 2012 a oggi rispetto agli anni precedenti, appunto a cui Gavazzi risponde dicendo “non mi risulta” e sottolineando l’importanza del mettere mano ai settori giovanili, un lavoro sul lungo periodo che sta dando risultati a partire dalle ultime due stagioni della nostra U20. Siamo ovviamente tutti felici di quanto fatto dalla nostra nazionale giovanile, ma non va dimenticato che buoni risultati erano stati ottenuti anche in passato prima di perdersi nuovamente. Quello che si attende già da questa annata è una conferma del trend, un qualcosa che dimostri che il sistema ha davvero iniziato a ingranare e che non siamo in presenza “solo” di un paio di annate particolarmente talentuose ma slegate dalla vera capacità produttiva della filiera. Questo ce lo dirà il tempo e facciamo davvero tutti il tifo per una reale e soprattutto duratura inversione di rotta. Quindi calma e sangue freddo.
Quello che però possiamo dire con certezza è che R1823 non aveva poi sbagliato a parlare di crollo delle vittorie della nostra nazionale. Magari quella parola non piace al presidente Gavazzi, forse possiamo usare l’espressione “forte calo”, però i numeri sono chiari: da settembre 2012 a oggi la nazionale azzurra ha giocato 66 gare, ne ha perse 53 e ne ha vinte 13 mentre tra il primo gennaio 2006 e giugno 2012 i match disputati dall’Italia sono stati 75 con 53 ko, 21 vittorie e un pareggio. Le percentuali? 70,65% di sconfitte e 28% di vittorie nell’era Dondi (chiamiamola così per comodità) a fronte del 19,7% di vittorie e dell’80,3% di sconfitte in quella Gavazzi. Crollo? Forte calo? Se ci fermiamo alla semantica è come discutere del sesso degli angeli: un aumento del 10% circa delle sconfitte e una diminuzione sostanzialmente simile delle vittorie come la vogliamo definire?

Ko celtici, un Top 12 che comincia a dire qualcosa e una Continental Shield da far cascare le braccia

Riassuntone del fine settimana con l’aggiunta dell’ufficializzazione di partecipanti e composizione della terza coppa europea, una roba di cui si fa davvero fatica a capirne capo e coda

Fine settimana di “normalizzazione” per le nostre squadre celtiche. Le Zebre sono state battute a Newport dai Dragons, squadra non irresistibile ma che almeno a vincere ci ha provato, a differenza dei ducali. A Rodney Parade finisce 16 a 5 ma il risultato non la dice tutta giusta e sta un po’ stretto ai gallesi. Che, intendiamoci, non hanno giocato una gara poi così brillante ma le Zebre hanno acceso la luce davvero poche volte e sono sembrate rimanere a lungo negli spogliatoi.
Un ko meritato per i ragazzi di Michael Bradley che purtroppo saranno protagonisti di altre gare come questa nel corso dell’anno: le Zebre sono una squadra in crescita ma ancora immatura e la crescita mentale è un qualcosa che necessita di tempi medio-lunghi, inutile illudersi. Vedremo altri passaggi a vuoto, come quello di Newport, l’importante è diminuirne sempre di più la frequenza.

Poco brillante anche il Benetton Treviso, sconfitto a Llanelli dagli Ospreys 27 a 10, ma qui va detto che i gallesi hanno giocato quella che forse finora è la loro migliore gara stagionale e i biancoverdi devono fare i conti con i propri errori e con i tanti placcaggi sbagliati. Insomma, mentre le Zebre hanno dato vita a una prova scialba lo stesso non si può dire dei veneti, che però non sono stati oggettivamente all’altezza delle altre loro uscite in questa primo scorcio d’annata.
Treviso può rimettersi subito in carreggiata visto che il prossimo impegno lo vedrà protagonista a Edimburgo contro una formazione scozzese ultima in classifica della conference B (ma che finora non ha avuto un calendario semplicissimo, va pure detto questo).

Capitolo Top 12: Calvisano da sola in testa dopo la vittoria sui Medicei, unica squadra ad aver preso il punto di bonus offensivo in entrambe le gare finora giocate. Gli squilli più forti dello scorso sabato però sono altri due, ovvero quello del Petrarca e di Reggio Emilia. I padovani fanno loro il sentitissimo derby con il Rovigo con un rotondo 16 a 0 mentre la Valorugby batte le Fiamme Oro tra le mura amiche per 43 a 29. Bene anche la Lazio che supera di misura il Viadana mentre il Mogliano ha la meglio sul Valsugana e va infine registrato il nuovo ko del Verona, battuto a San Donà.
Tra una settimana in programma Viadana-Petrarca e San Donà-Calvisano. Di seguito risultati e classifica:
San Donà – Verona 23-15
Lazio – Viadana 24-23
Petrarca – Rovigo 16-0
Mogliano – Valsugana 17-5
Valorugby – Fiamme Oro 43-29
Calvisano – I Medicei 35-10

Calvisano 10; Petrarca, Valorugby 9; Viadana, Fiamme Oro 6; Rovigo, Lazio 5; San Donà, Mogliano 4; I Medicei 1; Verona, Valsugana 0

Ultimo appunto, la terza coppa europa, la Continental Shield. Nelle scorse settimane si mormorava a mezza voce dell’assenza di notizie su questo trofeo nonostante manchino una manciata di settimane al suo via. In realtà i nostri club erano già informati da un po’, anche se è vero che il crisma dell’ufficialità è arrivato solo qualche giorno fa.
Cosa dire? Che siamo sempre più di fronte a una competizione di cui si capisce sempre meno il senso e l’utilità. Solo sei squadre partecipanti (4 italiane, una georgiana e una belga), spariscono russi, spagnoli, tedeschi e portoghesi.Certo, così è quasi impossibile che nessuna delle nostre squadre si guadagni il diritto alla partecipazione alla Challenge Cup 2019/2020 ma – per favore – non parliamo di scalino necessario alla crescita del nostro movimento. Please.
Senza nascondersi dietro a un dito diciamo che l’unico “perché” decente di questa Continetal Shield sono i contributi che finiscono nelle tasche delle quattro partecipanti (Calvisano, Petrarca, Rovigo e Fiamme Oro). Chiunque arrivi tra un anno alla Challenge – non voglio nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi che nessuna italiana stacchi il biglietto – sarà comunque largamente impreparata per affrontare quella competizione in maniera costruttiva e sensata. Non raccontiamoci storielle. Una terza coppa seria ci servirebbe come il pane, sta roba qui proprio no.

The foggy side of rugby: settembre si avvia alla fine e all’orizzonte nessun bilancio

Lo so, questo fine settimana si gioca la seconda giornata del Top 12 che ha in programma il derby Petrarca-Rovigo, Zebre e Benetton Treviso affrontano una doppia trasferta gallese rispettivamente contro Newport Dragons e Ospreys. Però quello che rimane sullo sfondo è importante quasi quanto quello che succede in primo piano, sul rettangolo verde. Quasi eh.
E poi di quello che c’è là in fondo non ne parla quasi nessuno, se non in maniera saltuaria, che magari si disturba troppo il conducente. Per tacere poi del fatto che si passa per disfattisti professionisti. Anche in questo caso: quasi eh.
Di cosa parlo? Di trasparenza, che non c’è (e sai la novità…) e di bilanci che vengono approvati, pubblicati e diffusi con grande ritardo rispetto alle date previste dalle normative.

Cosa prevede lo Statuto della FIR, ovvero il soggetto di cui stiamo parlando? E’ tutto scritto nell’articolo 50. Eccolo, sono in tutto 10 punti:

Art. 50 – Esercizio finanziario
1. L’esercizio sociale ha la durata di un anno e coincide con l’anno solare.
2. La gestione si svolge in base al bilancio annuale preventivo approvato dal Consiglio Federale ed in conformità alle linee guida del bilancio programmatico di indirizzo approvato dall’Assemblea generale.
3. Il bilancio preventivo deve essere approvato dal Consiglio Federale entro il 30 novembre di ciascun anno.
4. Il bilancio preventivo e le relative variazioni sono trasmesse al CONI per l’approvazione da parte della Giunta Nazionale.
5. Al termine d’ogni esercizio, e comunque entro il 30 aprile dell’anno successivo alla chiusura dello stesso il Consiglio Federale, visto il parere del Collegio dei Revisori dei Conti, approva il bilancio di esercizio.
6. Il Bilancio approvato, corredato con le relazioni del Collegio dei Revisori dei Conti e del
Presidente Federale, è sottoposto all’approvazione della Giunta Nazionale del CONI.
7. Nel caso di parere negativo dei Revisori dei Conti della Federazione o nel caso di mancata
approvazione da parte della Giunta Nazionale del CONI, dovrà essere convocata l’Assemblea Generale Straordinaria dei soli soggetti affiliati per deliberare sull’approvazione del bilancio.
8. La gestione della F.I.R. spetta al Consiglio Federale ed è disciplinata da apposito Regolamento di Amministrazione e contabilità; comunque, tutte le entrate e le uscite devono rientrare nel bilancio della Federazione.
9. Il bilancio consuntivo annuale e le relazioni illustrative, dopo l’approvazione del C.O.N.I., devono essere trasmessi a tutte le società ed associazioni aventi diritto a voto, oppure pubblicizzati per il tramite del sito federale.
10. Ove la FIR costituisca società strumentali allo svolgimento dei propri compiti, il loro bilancio deve essere pubblicato e allegato al bilancio federale anche ai fini dell’approvazione di quest’ultimo da parte del C.O.N.I

Tutto abbastanza chiaro. Semplice anche. Ecco, questo articolo che state leggendo è stato pubblicato intorno alle 8 e 30 del mattino di venerdì 21 settembre 2018 e al momento della sua messa on line la situazione è questa:
– il Bilancio consuntivo 2017 della FIR, quello di cui si parla all’articolo 5 dello Statuto e che quindi doveva essere approvato entro la fine dello scorso aprile, non è stato ancora “licenziato”. Oppure è stato approvato e nessuno ce lo ha detto. Difficile, ma vedi mai (modalità sarcasmo: on)
– il Bilancio preventivo 2018, che doveva essere approvato entro il 30 novembre 2017, ha ricevuto il via libera del Consiglio Federale lo scorso aprile. Piccolo dettaglio secondario: non è stato ancora pubblicato.

Perché questa situazione? Magari il CONI non ha dato il via libera perché qualcosa non torna, o forse un cane ha mangiato i bilanci come succedeva ai nostri compiti, ricordate?
Al di là della battute la risposta è solo una: non lo so, non lo sappiamo. Chiaramente la mancanza di trasparenza alimenta complotti, dicerie e supposizioni di ogni tipo. Io complottaro non lo sono per religione, mi limito perciò a sottolineare la discrasia tra tempi di approvazione/pubblicazione previsti e quelli effettivi. Che comunque è roba che non si può tollerare per un documento così importante.
Poi magari tra due ore la FIR pubblica tutto, sarebbe già qualcosa. Ma i ritardi – e la nebbia – sono un fatto che rimane lo stesso. Lo sono già da un pezzo, piaccia o meno.

Un anno alla RWC 2019: i numeri dicono già che il Mondiale giapponese sarà un successo

Il 20 settembre 2019 a Tokyo scatterà il torneo iridato che per la prima volta si giocherà in un paese asiatico, lontano dal “cuore” di Ovalia. Il CEO di World Rugby snocciola numeri da record e tra il serio e il faceto spiega perché – alla fine – sarebbe meglio se vincessero gli All Blacks…

Un anno esatto al calcio d’inizio. Beh, quasi. In effetti il fischio dell’arbitro di Giappone-Russia – gara inaugurale della RWC 2019 – è in programma per le 19 e 45 del 20 settembre 2019, ora nipponica (da noi saranno le 12 e 45). A voler essere pignoli l’anno esatto arriva un giorno dopo la pubblicazione di questo articolo, ma insomma siamo lì…
Un anno a un evento attesissimo, il terzo per importanza mondiale dopo le Olimpiadi e il torneo iridato del calcio. Un evento che si annuncia particolarmente interessante perché per la prima volta il rugby esce dal seminato, ovvero dalla comfort zone rappresentata dalle nazioni in cui la disciplina della palla ovale è uno degli sport più importanti e dall’antica tradizione. E così dopo le varie Australia, Nuova Zelanda, Inghilterra, Francia, Sudafrica eccetera eccetera si sbarca in Giappone.
Una meta affascinante dove il rugby negli ultimi anni ha avuto una crescita importante. E stiamo parlando di una crescita economica, di movimento e – last but not least – tecnica. Uno sport che è ancora di nicchia ma che non manca certo di tradizione, visto che le prime squadre da quelle parti hanno preso vita nella seconda metà dell’Ottocento…

C’erano dubbi sui ritorni economici dopo una simile scelta (perdonateci se l’argomento schei torna spesso in queste righe ma la RWC è la benzina principale che fa marciare tutta Ovalia), soprattutto dopo il pranzo luculliano rappresentato dal Mondiale inglese di quattro anni fa, ma in una intervista rilasciata a Le Figaro il CEO di World Rugby Brett Gosper mette in fila una serie di numeri che lasciano davvero poco spazio alle interpretazioni o ai timori della vigilia.
Iniziamo dai biglietti, la cui articolata fase di assegnazione inizia proprio oggi: “il pubblico giapponese ha risposto in massa”, fa sapere il dirigente nato a Melbourne. E ha ragione: d’altronde solo dai confini dell’arcipelago asiatico sono arrivate 2 milioni e mezzo di richieste a fronte di 1,8 milioni di tagliandi disponibili. Cifre che però non devono mettere in allarme gli oltre 400mila tifosi di tutto al mondo attesi sugli spalti delle gare del torneo: “Ci sarà spazio per tutti – sottolinea Gosper – E comunque le richieste dei giapponesi riguardano la seconda fase del torneo, le semifinali e le finali, le partite degli All Blacks e, ovviamente, della loro nazionale. Il 30% dei posti è previsto per i 400.000 sostenitori stranieri attesi. Questa Coppa del Mondo sarà un grande successo”.

Perché poi ci sono anche altri dati: “Avremo finalmente più entrate commerciali rispetto a quattro anni fa (245 milioni di euro, specifica il quotidiano transalpino). E l’impatto sull’economia giapponese supererà le ricadute registrate in Inghilterra nel 2015: secondo le ultime previsioni, saranno 2,8 miliardi di euro. Abbiamo inoltre rinnovato i nostri sponsor, con un potenziamento significativo in media del 30%”.
Gosper poi affronta il tema delle televisioni, senza nascondere il probabile calo rispetto alla RWC 2015 per via del fuso orario: “Per via degli orari delle partite prevediamo un lieve calo sui due più grandi mercati, Gran Bretagna e Francia, ma in compenso ci sarà molto più pubblico in Asia e in particolare in Giappone, dove i diritti televisivi stanno aumentando davvero tanto”. E Le Figaro ricorda infatti che nel 2015 la partita contro Samoa aveva attirato un pubblico televisivo record di 25 milioni di spettatori nipponici.

Il CEO di World Rugby chiude snocciolando altri dati: “In Giappone c’è una tradizione importante. E’ uno sport di nicchia ma le squadre sono di proprietà di grandi aziende, hanno un campionato che attira nomi importanti e diverse stelle. Ci siamo fissati per quel paese l’obiettivo di un milione di praticanti in quel paese entro il Mondiale 2019: siamo già oltre 900mila e ora il rugby è entrato in 10mila scuole. E il panorama più ampio, grazie a uno studio della Nielsen, ci dice che nel mondo ci sono 793 milioni di persone interessate al rugby, e 338 milioni si dichiarano tifosi”.
Infine una speranza da tifoso – insomma: più o meno tifoso… – interessato: “Gli All Blacks affascinano, il loro successo è tale che supera il mondo del rugby. Sono un ottimo strumento promozionale per il nostro sport. Quasi tutti conoscono gli All Blacks. Sono i favoriti di ogni Coppa del Mondo ma ne hanno vinti solo tre su otto, anche se nel 2019 sembrano destinati a un terzo successo consecutivo. Se succederà andrà oltre la storia del nostro sport: ne parleranno i media di tutto il mondo, dalla Cina agli Stati Uniti. Se la Francia vince la Coppa del Mondo, il titolo in prima pagina lo avremo solo su L’Équipe e Le Figaro, ma non su tutti i giornali del mondo…”.

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