Prato conquista gli Arlecchini

Filippo Mazzoni per La Nazione

Uno spot dello sport e in particolare della pallaovale. Una festa davvero ben riuscita che ha fatto felice tifosi italiani e inglesi presenti al Lungobisenzio sabato alla sfida tra I Cavalieri e gli Harlequins I tuttineri pratesi e la Prato sportiva hanno dato un segnale importante e dall’Inghilterra, sia la società che i propri tifosi, i commenti sono stati unanimi, considerando Prato (a dire il vero al pari di quanto dichiarato anche dagli irlandesi del Connacht) come una trasferta da ricordare: risultada parte dei tifosi inglesi che hanno affollato la nostra città to a parte (anche se non è poco visto la sconfitta del Bayonne e il primo posto degli inglesi nel girone) l’accoglienza, il clima con sole e temperatura mite, il cibo e il vino, ma anche la possibilità di visitare le bellezze di Prato e della Toscana hanno fatto della partita contro i Cavalieri un’occasione irripetibile per i tanti tifosi giunti dalla terra dell’albione. E le risposte sono state entusiaste sia al Cavalieri Village che poi sui siti inglesi dei tifosi o degli Harlequins: «torneremo in Toscana», «Bella città», «Grande accoglienza», giusto per fare qualche esempio. Gli apprezzamenti insomma non sono davvero mancati e chissà che questo non possa che essere un volano importante per il turismo eno-gastronomico, ma anche culturale (grazie anche al museo di arte moderna Pecci e a quello del Tessuto) e artistico (con le bellezze cittadine sempre più messe in rilievo) nella nostra città. Chi è sicuramente soddisfatto del fine settimana appena passato il presidente Fabrizio Tonfoni, che oltre a tessere le lodi di chi ha lavorato alla ottima realizzazione della partita-evento contro gli Harlequins ha voluto sottolineare l’aiuto ricevuto. «Voglio ringraziare la città — spiega — per il calore e la partecipazione con cui ha vissuto questa sfida e le amministrazioni comunali e provinciali per l’aiuto e la grande disponibilità che hanno dimostrato nei nostri confronti nella realizzazione di questo vero e proprio evento. La bella figura fatta dai Cavalieri e da Prato sono convinto che sarà un veicolo promozionale importante per la nostra Prato, con i tifosi inglesi che sono stati entusiasti dell’accoglienza che hanno ricevuto». Un fiume in piena Tonfoni, con gli occhi ancora illuminati dallo splendido sabato del Lungobisenzio. «Un ringraziamento in particolare vorrei farlo all’Ac Prato — insiste il presidente — al suo presidente, ai dirigenti, che si sono resi disponibilissimi nel fornirci fin da subito tutto il supporto possibile, e allo staff tecnico e ai giocatori che hanno dato la loro completa disponibilità lasciandoci i loro spazi abituali di gioco e allenamento». Intanto, mentre Nicola Belardo è stato chiamato con la nazionale A, come da previsione Edoardo Gori, ma anche l’ex cavaliere Chris Burton sono tra i convocati di Mallett per il torneo del Sei Nazioni.

Libri: il premier e il rugbista

Il Gazzettino di Padova, di Alberto Zuccato

Il titolo, “Vita di Berlusconi”, è senza dubbio attraente. Ed anche il libro, opera prima di Lorenzo Innocenti, ventitreenne rugbista del Petrarca, promette di esserlo. La presentazione dell’opera è in programma oggi alle 17,30 nella sala Paladin del Comune, presente l’assessore alla Cultura, Andrea Colasio. «L’idea mi è venuta – racconta Innocenti – subito dopo che a Berlusconi hanno tirato in faccia la statuetta del duomo di Milano nel dicembre del 2009. Non era un vero attentato di natura politica, ma un’espressione di odio personale. Ho elaborato il tutto, creato dei personaggi immaginari e trasferito la vicenda in Cile». Dove Berlusconi diventa Alaj andrò Lopez de Cuellar, uomo che dal nulla, e anche un po’ misteriosamente, fa i soldi a palate e che poi diventa un leader politico. «Per quelli della mia generazione – continua Innocenti – Berlusconi c’è sempre stato. Quindi, per non essere troppo coinvolto e non lasciarmi andare a giudizi personali, ho scelto di ambientare la storia in Cile, un paese che, pur essendo lontano, con l’Italia ha delle analogie. Anche i personaggi che circondano de Cuellar, amici o nemici, si identificano con le persone che hanno a che fare con Berlusconi. Ci sono politici, giornalisti, magistrati e cerco di riportare le sensazioni della gente comune. De Cuellar è un personaggio controverso e contraddittorio, che si ama o che si detesta. Il libro è diviso in due parti; la prima narra la vita di de Cuellar fino ai 38 anni, e come in quella del nostro premier, ci sono dei buchi; la seconda parla della sua ascesa al potere, delle sue sconfitte da cui sempre pare riesca a rialzarsi, delle sue virtù e dei suoi difetti». Ciò che stupisce maggiormente è la grande maturità di Lorenzo Innocenti, laureando in Scienze Politiche, che ha cercato di dare equilibrio a un argomento così difficile da trattare. Il romanzo (edito da Albatros) è un mix tra finzione e realtà, con situazioni tragicomiche e con un finale thriller a sorpresa. «Mi piacerebbe non fosse un’avventura isolata – conclude Lorenzo Innocenti – ma sono conscio che per fare lo scrittore professionista, oltre al talento – ammesso che io ne abbia – è necessario avere tanta fortuna».

Mal d’Europa per le squadre “celtiche”

Da La Voce di Mantova

L’eliminazione di Munster all’ennesimo flop europeo fa parecchio discutere proprio perché si tratta del declino di una delle squadre che per anni hanno dominato le competizioni europee. Senza un ricambio generazionale adeguato, vuoi per politiche di mercato sbagliate, vuoi per un vivaio che ha sfornato pochi elementi all’altezza, Munster ha anzitempo abbandonato la corsa in Heineken Cup con la sconfitta rimediata dal Tolone, che, viceversa, si sta delineando come una delle squadre emergenti del vecchio continente. Munster è solo la punta di un iceberg, poiché a 80′ minuti dalla conclusione del primo turno di Heineken Cup e di Challenge Cup solamente tre squadre partecipanti alla Celtic League sono ancora in corsa per un posto negli ottavi di finale. I prossimi avversari degli Aironi in Magners, il Leinster, è l’unica ad aver già in tasca la qualificazione, anche se manca ancora la matematica. In corsa, invece, ci sono ancora Ulster, che sabato si giocherà il tutto per tutto allo Zaffanella contro gli Aironi, in lotta con Biarritz, quest’ultimo però favorito da una migliore classifica negli scontri diretti. Una vittoria a Viadana potrebbe quindi non bastare. Messi decisamente peggio gli Scarlets, che andranno a giocarsi il tutto per tutto nella tana del Perpignan, avanti di due punti in classifica ed appaiato ai Leicester Tigers di scena contro la Benetton. Tutte eliminate più o meno da tempo le altre squadra del campionato celtico, comprese le due (Connacht e Glasgow) che partecipano alla Challenge Cup. Insomma, se le italiane in Celtic stanno segnando il passo, il resto del gruppo in Europa sta facendo lo stesso. La morale di questa storia è che il rugby italiano è ancora lontano anni luce dall’ elite continentale. E c’è il Sei Nazioni alle port

Brunel: perché siamo innamorati dei francesi

Massimo Calandri per Repubblica

FEDERICA Pellegrini ha scelto Philippe Lucas e le vasche parigine. L’Italrugby scommette su Jacques Brunel. Alla disperata ricerca di un po’ di grandeur, lo sport italiano si affida all’entraineur, l’allenatore francese. Dicono sia questione di idee, di cultura, di freschezza. Di voglia di vincere, di empatia. Ma se l’olimpionica del nuoto ha già ufficializzato il suo rapporto, il movimento ovale – che allo straordinario successo di pubblico non ha ancorarisposto conirisultati sul campo – prova a prendere tempo. Dietro l’angolo c’è il Sei Nazioni: meglio non fare arrabbiare Nick Mallett, l’attuale commissario tecnico, che alle critiche del novembre scorso aveva risposto con un poco rugbistico«non capite un c…». E però i giochi sarebbero fatti, come ha confermato sulle colonne dell’Equipe lo stesso Brunel, 57 anni. Un ‘duro’ che nelle ultime stagioni ha guidato i catalani del Perpignan a due finali consecutive (una vittoria) nel campionato transalpino, e prima ancora ha forgiato per sei anni la mischia della Francia di Bernard Laporte, quella dell’epica vittoria sugli Ali Blacks ai Mondiali del 2007: «La Federazione italiana mi ha contattato per sapere se fossi interes -satoalposto.Hodettosì.Èun’occasione unica». Sulla carta l’appuntamento è per il prossimo ottobre, alla fine dei mondiali neozelandesi e del contratto con il ct di origine sudafricana che non ha mai del tutto convinto. Ma se al prossimo Sei Nazioni ci rifilassero l’ennesimo cucchiaio di legno, i tempi potrebbero maledettamente accorciarsi. Giancarlo Dondi, presidente Fir, non si scompone: «Non è questione di risultati, è questione di gioco». E di gioco con Mallett se ne è visto poco. Una striscia negativa di tredici sconfitte, e solo due mesi fa un placcaggio di Masi sul pilone figiano Ma’afu ci salvò da un altro imbarazzante ko. Gli azzurri fanno piccoli passi in avanti, mentre gli altri corrono. Nel mirino sono finiti i suoi assistenti, Orlandi e Troncon: la mischia ha perso il proverbiale impatto, i trequarti sono prevedibili. Forse i nostri non sono ancora pronti per un manager come Mallett. Forse ci vuole un allenatore, e basta. Uno come l’australiano Eddie Jones, che dopo il primo tempo con le Isole Figi sembrava vicinissimo. Uno come Brunel, oggi. «Ha dato la sua disponibilità, è vero. E conosce alla perfezione tutti i ragazzi. Ma non c’è ancora nulla di scritto», giura Dondi, l’uomo delle ‘rivoluzioni ovali’, del Sei Nazioni e della Celtic League. «Se non rinnoviamo con Mallett ad ottobre, è in pole position. Del resto, non so ancora cosa vuole fare Nick. E io devo garantire continuità al movimento». Quello che il presidente non dice è che era sulle tracce di Brunel da quasi dieci anni. Il transalpino piace per la rudezza, per la capacità di essere sempre aggiornato e di responsabilizzare i giocatori, per la maniera ossessiva con cui prepara le partite. Sabato scorso è venuto a Treviso con il suo club e ha rifilato una lezione di tattica e di furore agonistico ai veneti, soprattutto con gli avanti. Potrebbe trasformare la mischia azzurra in una autentica macchina da guerra. E poi la verità è che Dondi, come tutti gli italiani che amano il rugby, è perdutamente innamorato dei francesi. Un’empatia che ha radici lontane e profonde. Fu proprio il presidente a portare Georges Coste, l’uomo che cambiò la storia azzurra. Ci riprovò con Pierre Berbizier, ma quella volta non andò altrettanto bene: a tre minuti dal termine il nostro estremo fallì per qualche centimetro il calcio che ciavrebbeportatorraleprimeotto del mondo. Si chiamava David Bortolussi. Un oriundo francese

Il rugby, i Bergamasco e il fango

Da Minirugby.it

Mauro e Mirco Bergamasco, fratelloni del rugby azzurro, icone del nostro sport, sono conosciuti – loro e pochissimi altri – anche al di fuori degli ancora angusti confini ovali che in Italia limitano la nostra disciplina.
Quando compaiono in tv o su una rivista, anche su un calendario, la gente sa che stiamo parlando di rugby. Lo sa, ma non sa molto altro. Ora hanno scritto un libro ma… come dicono i miei figli quando parto con qualcosa che non interessa loro… “non è di questo che volevo parlarvi”.
Più o meno. Il titolo del libro mi dà il pretesto per dire una cosa che penso da un po’: ovvero che il rugby ha due volti, quello di sport poco conosciuto e come tale identificato attorno a qualche luogo comune; e quello dello sport giocato e vissuto anche fuori dal campo.

Il rugby è uno sport bifronte.

Mentre gli esperti discutono del “movimento”, delle sorti di Nick Mallett, delle batoste che pigliamo spesso nei tornei internazionali, il rugby, lato nuca, è quello sport che riesce a farsi confondere, nello Stivale, con il football americano, che pure quasi non si pratica da noi ma che ha avuto un push televisivo in passato che ha tolto la verginità a molti ignari.
Sempre sul lato nuca, il rugby è lo sport violento, delle botte. Del bestione che picchia un altro bestione. O del ciccione che sfrutta i chilogrammi mentre altrove starebbe a guardare da lontano gli altri che giocano. Dei bambini che si fanno male.
Il rugby visto da dietro è questo.

Il rugby lato fronte, invece,  ha sole, vento e pioggia in faccia, smorfia di fatica e qualche segno, sorriso di materiale plastico anallergico.
Sempre lato fronte, il rugby, anzi, prima del rugby, già il mini rugby, è – come recita il titolo del libro dei fratelloni azzurri –andare avanti guardando indietro, contando sul compagno. Non vi è praticamente altro modo: o avanzi davanti ai tuoi compagni con la palla in mano, oggetto di kili e kili di attenzioni avversarie, o dai la palla all’avversario e poi sputi sangue per riprendertela. Ci Lotti, di continuo col tuo avversario e col terreno. Ed entrambi lasciano segni.
Ma il segno più bello sono gli abbracci tra avversari e i sorrisi dei bambini che escono dal campo a fine partita. E questo è il rugby. Da mostrare a chi non ne sa.