Azzurri sulla “buona strada”

Anche quest’anno la Nazionale italiana di rugby e’ testimonial della campagna istituzionale per la sicurezza stradale, “Sulla buona strada”, del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, volta a sensibilizzare i cittadini al rispetto del Codice della Strada. Dopo aver prestato i loro volti nella campagna dello scorso anno, gli atleti della Nazionale, in occasione della partita Italia-Irlanda, che si giochera’ il 5 febbraio allo stadio Flaminio di Roma, scenderanno in campo preceduti da uno striscione con il claim della campagna “Quando guido io non scherzo”.

Per il secondo anno la Nazionale di rugby giochera’ quindi una doppia partita, quella dello sport e quella della “sicurezza” per coinvolgere sia gli spettatori presenti sia gli sportivi che seguiranno il match sui canali televisivi. Il capitano della nazionale, Sergio Parisse, sara’ inoltre impegnato in una video-intervista con cui sensibilizzera’ i giovani e gli sportivi sull’importanza di un corretto comportamento alla guida.

All’interno del Villaggio “III Tempo” sara’ inoltre allestito uno spazio informativo del ministero dove sara’ possibile ricevere materiali di approfondimento e gadget della Campagna. “Desidero ringraziare la Federazione italiana Rugby – ha dichiarato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli – che anche quest’anno ha aderito alla campagna sulla sicurezza stradale. Un grazie anche agli atleti a cui invio un forte in bocca al lupo”.

Lo Cicero, il Barone guarda lontano

Pasquale Notargiacomo per Repubblica.it

Nuova Zelanda, Rjo De Janeiro e poi Nemi, piccola cittadina alle porte di Roma. Se non è un giro del mondo poco ci manca. Il protagonista di questa traversata è Andrea Lo Cicero, 34 anni, 82 caps in azzurro. Il Barone o La Machine, come lo chiamano i francesi, dopo il ritorno in Nazionale nei test match di novembre, fissa le tappe della sua seconda giovinezza. Prima un Sei Nazioni, il decimo, da vivere intensamente, in cui il biglietto da visita è quello dell’autorevole Midi Olympique: miglior pilone sinistro del Top 14 nel 2010. Poi l’obiettivo Coppa del Mondo (la quarta personale) per portare l’asticella della storia del rugby azzurro ancora un po’ più su, ai quarti di finale. Infine visto che di solo rugby non si vive e, l’uomo non è banale, il pensiero va a Rio 2016 e a una qualificazione olimpica per l’altro sport del cuore: la vela. Perché uno che ha fatto il diciottesimo su Luna Rossa sa bene che il peso aiuta gli scafi e il mare rinsalda i legami tra gli uomini anche più della mischia.

L’ultima tappa è un’azienda agricola alle porte di Roma. Il progetto di chi non si nasconde che l’esperienza ovale prima o poi finirà e che tanto tempo libero, allora, sarà meglio destinarlo a qualcosa che oltre a se stessi sia utile anche agli altri. Perciò ben vengano gli asini e il loro latte, per aiutare i bambini più svantaggiati. D’altronde poter dare una mano è nel Dna di quest’alfiere girovago del nostro rugby, che ha tra i ricordi più cari una medaglia al valore Civile per l’esperienza in Croce Rossa. Catania, Bologna, Rovigo, Roma, Tolosa, L’Aquila, Parigi, le tante storie diverse nel suo curriculum sportivo. Con in mezzo un momento buio: la depressione vinta e raccontata senza paura. Adesso la rinascita nel quarto anno all’ombra della Torre Eiffel, perché i francesi sembrano apprezzarlo più degli italiani. Lui un po’ ci soffre, ma all’Italia e alla sua Sicilia pensa sempre con amore “viscerale”. Si informa attraverso tv e notiziari e vive con dolore i fatti che appannano di questi tempi la nostra immagine all’estero.

Lo Cicero, quali sono i segreti del suo momento felice?
”Per me non è cambiato nulla. Il fatto di essere premiato in Francia, per esempio, è soltanto il riconoscimento per aver sempre giocato a un ottimo livello. La riconquista della Nazionale è la conseguenza del mio gioco. Forse tra le ragioni di questa nuova giovinezza c’è la consapevolezza di scendere in campo con meno preoccupazioni, meno teso, anche grazie all’esperienza”.
L’Italrugby arriva al Sei Nazioni con l’esigenza di vincere. Che torneo sarà?
”La nostra è una Nazionale giovane, dove ci sono ragazzi che hanno molta voglia di riscatto. Certo è molto difficile fare pronostici. Per quanto ci riguarda non ci siamo prefissati obiettivi minimi né partite da vincere a tutti i costi. Se dovessimo dire aspettiamo la Scozia, per esempio, dovremmo giocarci tutto sull’ultima partita del torneo. E’ evidente che questo tipo di discorso non è fattibile; forse qualche anno fa potevamo ragionare così, ma non oggi”.
E’ il più esperto tra gli uomini di Mallett, qual è il suo ruolo in questo gruppo?
”Non mi interessa essere un riferimento, una guida, non sono qui per parlare con gli altri come se io fossi chissà chi. Sono un ragazzo come tutti quelli che fanno parte del gruppo. Cerco soltanto di mettere la mia voglia e il mio entusiasmo in campo”.
La mischia può essere ancora determinante?
”I test di novembre hanno dimostrato che la mischia dell’Italia ha ricominciato a fare i suoi punti. Certamente nel rugby moderno la possibilità di studiare i propri avversari in ogni dettaglio determina una continua evoluzione. Con i miei compagni di reparto l’intesa è ottima. E anche se non abbiamo giocato assieme per un po’ la ruggine sapremo levarla in fretta”.
Le voci sul futuro della panchina che peso hanno nello spogliatoio?
”A me le voci che girano non interessano. In questo momento davanti ho un allenatore e basta”.
E il suo rapporto con Mallett?
”E’ un rapporto onesto, tra giocatore e allenatore. Lui cerca di farci assimilare le sue idee, noi dobbiamo cercare di applicarle. Poi fuori dal campo c’è spazio per convivialità e rispetto”.
Come vede il suo futuro?
”Il Mondiale è il mio obiettivo finale, poi ci sono altri progetti al di fuori del rugby. Noi non viviamo nell’oro e c’è un po’ di paura da parte mia che finita quest’esperienza di vita non mi rimanga nulla in mano e mi resti tanto tempo libero. Per questo sto avviando un’azienda agricola nel comune di Nemi (alle porte di Roma ndr) per la produzione di latte d’asina e la pratica dell’onoterapia rivolta ai bambini che hanno problemi fisici e mentali. Poi c’è un altro progetto, legato allo sport: cercare di qualificarmi alle Olimpiadi in una classe olimpica della vela. Chiaramente non sarò da solo, ma aiutato da persone che già praticano questo sport. Per quanto mi riguarda posso mettere a disposizione la mia forza e il mio peso (112 Kg ndr) che nella vela non guasta,  soprattutto se c’è vento”.
Quando smetterà di giocare?
”Il mio contratto con il Racing scade nel 2012, anche se la società mi ha fatto già sapere che vorrebbe rinnovarlo. In Francia mi sono arrivate anche molte altre offerte. In Italia invece non ci sono richieste per me. Una cosa di cui mi dispiace enormemente.  Al momento mi sto prendendo un po’ di tempo per pensarci, valutare anche la mia condizione fisica. Non è soltanto un problema di scegliere una squadra. Bisogna vedere se si è ancora in grado di giocare ad alti livelli e a me non piacerebbe trascinarmi in campo”.
Non ha mai nascosto di aver attraversato anche momenti bui nella sua vita
”Capita di trovarti in situazioni in cui ti sembra tutto nero. In un periodo della mia vita (durante la militanza al Tolosa ndr) mi sono reso conto di avere attorno persone che ritenevo importanti e a cui io davo tanto peso e che invece mi hanno danneggiato. In quel periodo mi sono colpevolizzato molto e sono caduto in una profonda depressione. Ho chiesto una mano a uno psicoterapeuta e da lì ho cercato di ritrovare la mia tranquillità. Il rugby in questo mi ha aiutato molto: il fatto di vivere in una squadra ti dà forza. Tra poco uscirà un libro che spiegherà questa parte della mia vita, diciamo che mi farò “la lavanda gastrica” da solo”.
Ha girato molte città. A quale è rimasto più legato?
”All’Aquila ho vissuto anni molto belli. Vederla devastata dal terremoto è stato un grande dolore. Da siciliano so cosa vuol dire quando la terra trema. Oltre alle vittime e ai danni, oggi mi dispiace vedere una città che aveva un centro storico bellissimo “traslocata” in periferia. Amo particolarmente anche Roma. E’ una città incantevole. Sono molto legato a Trastevere, dove vivevo”.
Com’è la sua vita da italiano all’estero?
”Guardo mille tg, mi informo, leggo notizie su internet. Tutti i giorni sono collegato in qualche modo con l’Italia. Ho un amore viscerale per il nostro Paese e la Sicilia. Per questo vivo con dolore i fatti che si verificano in questo periodo e che rovinano la nostra immagine internazionale”.
Meglio pensare al rugby allora. Dopo tanti progressi stiamo vivendo uno stallo?
”Il nostro sport è cambiato tanto in poco tempo. E l’Italia è un paese con una netta supremazia calcistica, non dobbiamo dimenticarlo. Il rugby ha avuto un grande exploit anche in concomitanza con eventi negativi nel calcio. Ci vuole solo tempo per avere risultati, anche in Celtic League dove le nostre squadre sono appena arrivate. Di voglia e ragazzi che fanno sport ce ne sono, bisogna soltanto avere pazienza”.

Italia e Irlanda: una storia lunga 22 anni (e rotti)

Ferruccio Venturoli, su repubblica.it

Tra Italia e Irlanda c’è sempre stato feeling. Forse per via della religione cattolica, forse per lo spirito, molto simile nonostante le diverse origini. Fatto sta che noi italiani, a Dublino, godiamo di una certa simpatia. Una simpatia che ventitré anni fa fu dimostrata proprio nei confronti della Federazione Italiana Rugby, concedendo alla nostra nazionale il primo confronto ufficiale, il primo test match, con una delle originarie “Home Unions” britanniche. Insomma il 31 dicembre 1988 la Nazionale italiana affrontò in uno dei grandi e storici templi del rugby, il Landsowne Road, di Dublino la nazionale irlandese. E non fu certo una partita presa sottogamba dagli irlandesi, visto che praticamente la stessa formazione che affrontò l’Italia quel giorno, poco più di un mese dopo scese in campo per il 5 Nazioni né, tantomeno, snobbata dal pubblico, visto che lo stadio, complice la bella giornata di festa, era pieno, cosi erano affollati di appassionati gli allenamenti.

“I tempi del 6 Nazioni erano ancora lontani, e noi non eravamo certo abituati a giocare davanti a quarantamila spettatori né a fare parte di ‘spettacoli sportivi’ cosi imponenti, cosi organizzati – dice oggi Luigi Salvati, allora ventitreenne, schierato all’ala dal coach Loreto Cucchiarelli – fu davvero un’emozione. Arrivammo con il treno che fermava praticamente dentro lo stadio e l’accoglienza, sia da parte dei dirigenti della Federazione Irlandese, sia da parte del pubblico, fu davvero stupenda. Eravamo emozionatissimi, consapevoli, quel giorno, di entrare nella piccola grande storia del rugby italiano. Mi ricordo l’inno di Mameli, poi quello irlandese, mi ricordo il vento, tanto vento, che faceva sventolare le bandiere.”

E l’Italia si comportò piuttosto bene, visto che il risultato finale fu di 31-15, con una meta  dell’ala Massimo Brunello e con i calci dell’estremo Luigi Troiani, oggi team manager della Nazionale. La nazionale italiana era stata invitata a disputare quella partita nell’ambito di una tournée, stranamente organizzata tra Natale e Capodanno, che prevedeva tre partite, la prima a Belfast contro l’Irlanda Under 25 (gli azzurri persero 21-16), quella con l’Irlanda e l’ultima, a Cork, contro una selezione delle quattro Province irlandesi ( l’Italia vinse 15-14).

“Ricordo il terzo tempo – racconta ancora Luigi Salvati – che combaciava con la festa di fine anno. Gli irlandesi erano tutti in smoking, come si usa nei terzi tempi internazionali; per noi, abituati in tutt’altro modo, fu una specie di shock, ma comunque quella partita tra i più bei ricordi del mia vita sportiva. “Per la cronaca, questa era la formazione di quella nazionale: Troiani, Brunello, Ambrosio, Morelli, salvati, Tebaldi, Pietrosanti, Pesce, Covi, Saetti, Reale, Favaro, De Bernardo, Trevisiol, Rossi. Da allora l’Italia ha giocato con l’Irlanda 18 partite, vincendone 3.

Sei Nazioni, una breve lezione di storie

Francesco Stazi per Repubblica.it

Anche quest’anno ci siamo. Il 5 febbraio (il 4 se consideriamo l’anticipo di venerdì sera tra Galles e Inghilterra) e poi il sacro rito rugbystico del “Championship” si celebrerà di nuovo, come accade ormai da oltre 100 anni. Chiamatelo come volete, per i britannici è stato sempre “the Championship”, solo i francesi lo chiamavano 5 Nazioni, fino a che è diventato, ufficialmente il “6 Nazioni”; si può definire anche il Torneo, ma la sostanza non cambia. Si tratta di un rituale, il più antico rituale che la palla ovale ha messo in campo.

Fu una competizione che nessun comitato si è mai incaricato di organizzare, che non aveva una coppa, ma che è nata così, spontaneamente. A onor del vero furono i giornali, che iniziarono a stilare classifiche, punteggi e statistiche di quegli incontri “amichevoli” che si giocavano, però, regolarmente. Tutto ebbe origine da una sfida, forse temeraria: gli scozzesi avevano dichiarato di poter battere gli inglesi nel loro gioco nazionale: il football-rugby. Gli inglesi non ci pensarono due volte e partirono per la Scozia. L’incontro – il primo incontro internazionale di rugby – ebbe luogo il 27 marzo 1871. Contro ogni previsione, la Scozia vinse: l’Inghilterra si rifece, però, l’anno dopo, vincendo in patria. C’era stato, dunque, un doppio incontro, la cerimonia di iniziazione era stata officiata. Nel 1874 l’Irlanda volle entrare nel giro: i Verdi (uniti) affrontarono gli inglesi l’8 febbraio 1875

e furono battuti.

Nel 1875, intanto, Oxford e Cambridge avevano ridotto la squadra da 20 a 15 uomini e tale iniziativa fu sancita sul piano internazionale, quando l’Inghilterra fu visitata dall’Irlanda nel 1877. Negli anni successivi pian piano tutte le rappresentative britanniche si misurarono fra loro in partite di andata e ritorno fino a quando, con la visita del Galles alla Scozia, nel 1883, si concluse il giro e il “Championship” era ufficialmente nato. Nel 1910, avendo incontrato tutte le rappresentative britanniche, anche la Francia fu accolta come partecipante e la competizione divenne “5 Nazioni”.  Il Torneo continuò con questa struttura fino al 1931 ano in cui le Home Union troncarono i rapporti con la Francia per aver abbracciato il professionismo. Finita la Guerra, rifatta la pace con la Francia, il Torneo riprese “a 5” , con la stessa formula che arriverà al 2000, quando, con l’entrata dell’Italia, il Championship prenderà la definitiva denominazione di “6Nations”.

Questa è la storia, ma per chi ama il rugby (o per chi, più semplicemente, lo segue) il 6 Nazioni è qualcosa di più di un semplice Torneo fra Nazionali; è l’essenza stessa del gioco. Intorno a una partita di Sei Nazioni c’è la festa, il terzo tempo, il fango, il sudore e, a volte anche il sangue, ma ci sono anche le imprese storiche, come quella dell’Italia che al suo esordio batté i detentori del titolo (con grande slam) della Scozia, e le grandi delusioni. Poi ci sono le sfide nelle sfide; la Triplice Corona, per la Home Union che batte tutte le alte tre, la Calcutta Cup messa in palio tra Scozia e Inghilterra di fatto il trofeo più antico del mondo che  1879: una Coppa interamente in argento, realizzata da un artigiano indiano con le rupie rimaste nella cassa del Calcutta Football Club dopo il suo scioglimento avvenuto nel 1878; ci sono il titolo virtuale e prestigioso del Grande Slam per la squadra che trionfa in tutte le partite e, di contro, l’onta del cucchiaio di legno, per chi arriva ultimo, o, addirittura, il “whitewash” (l’imbiancata) per chi perde tutti gli incontri.

In tutto ciò, quest’anno, ci si mette, quasi come un terzo incomodo fra lo spettacolo e il suo pubblico, anche la Coppa del Mondo. Per L’Italia e l’Irlanda questo Torneo sarà l’ultima occasione per studiarsi in vista della sfida che, probabilmente, deciderà l’accesso ai quarti. La situazione italiana è esattamente quella di quattro anni fa. Tre partite in casa al Championship, un ct dato per partente; ma, se nel 2007 battemmo al Sei Nazioni la Scozia (prima e unica vittoria fuori casa) che poi ci superò nella ‘tragica’ sfida di Saint Etienne, sabato prossimo ospiteremo i Verdi in casa e la scaramanzia ci vieta di azzardare calcoli e ipotizzare virtuose o fatali combinazioni.

Video: le interviste a Gori, Burton e BergaMirco

A questo link, le parole di Edoardo “Ugo” Gori

Qui invece potete vedere ancora il giovanissimo numero 9 azzurro in compagnia di Kris Burton

Infine il biondo e famoso numero 11. Che parla di calci da fermo. Cliccate qui