E’ ancora Nuova Zelanda vs Francia. Per colpa di un colletto bianco

La rivalità tra galletti e tuttineri è in assoluto tra le più forti e sentite degli ultimi anni. “Colpa” delle sconfitte che i francesi hanno saputo rifilare ai neozelandesi negli ultimi anni. Ovviamente la finale iridata dello scorso ottobre non ha fatto che acuire la cosa.
Ora a rinfocolare le polemiche a distanza tra tifosi ci si mette l’Adidas. Perché come tutti saprete anche la Francia dal primo luglio ha cambiato sponsor tecnico lasciando la Nike ed entrando nella stessa famiglia di cui ora fa parte anche l’Italrugby. Però a differenza di quando avviene dalle nostre parti, i cugini transalpini hanno già presentato le nuove divise (da noi la presentazione delle maglie avverrà a metà settembre). E qui casca l’asino.
In Nuova Zelanda infatti infuriano polemiche e critiche. Per due motivi:
– il colletto bianco
– il claim della campagna pubblicitaria, quello che dice “all bleus”
Andiamo al punto numero uno. Il colletto bianco, identico poi anche nelle forme a quello che gli All Blacks sfoggiano dallo scorso luglio, nella terra dei Maori è ritenuto una sorta di marchio aggiunto. Insomma, è roba loro e guai a chi la tocca. Se poi sono i francesi a farlo…
Punto numero due: in tanti neozelandesi su siti, blog, social network hanno accusato l’Adidas di essere stata poco fantasiosa per il claim, altri di aver spudoratamente copiato il nickname con cui la nazionale campione del mondo in carica è conosciuta ovunque. Però in questo caso si sbagliano gli uni e gli altri. Adidas infatti da qualche mese ha dato il via alla sua campagna “all in”: video, cartellonistica, spot tv e marketing virale che riguarda tutte le discipline. Quel claim, “all bleus”, rientra in quel calderone. A naso dovremo aspettarci qualcosa di simile anche da noi, magari “all azzurri”…

Un “logo” creato dai tifosi e circolato sul web già ai tempi della finale della RWC 2011

La Tessera del Tifoso, ma declinata in forma ovale

dall’ufficio stampa FIR

Parte il progetto “carta ufficiale” per i tifosi dell’ Italrugby, che assumerà la denominazione  “Azzurro XV” a sottolineare l’intento di costruire e privilegiare  una comunità legata dalla passione comune per il rugby.

Tutti coloro che acquistano via internet abbonamenti o singoli biglietti per le partite allo Stadio Olimpico di Roma (Cariparma Test Match di novembre con gli All Blacks ed RBS 6 Nazioni 2013) riceveranno gratuitamente a casa la nuova tessera magnetica “Azzurro XV”, che in futuro potrà essere utilizzata al momento dell’acquisto di nuovi eventi organizzati da FIR,  sia via internet che nelle ricevitorie LIS (elenco su listicket.it), per farvi caricare i titoli d’accesso agli stadi.

Nell’area  dedicata ad “Azzurro XV”, che verrà presto lanciata sul sito ufficiale della FIR http://www.federugby.it, verranno sistematicamente comunicate le iniziative intraprese a favore dei possessori della carta.

Nota: FIR precisa che “Azzuro XV” non è una carta di debito o credito e non è legata ad alcun istituto bancario

Maurizio Martucci per IlFatto.it

(…)  non c’entra col proibizionismo da stadio e le misure anti-degenerazioni calcistiche. Niente black list, niente filtro preventivo in Questura, niente obbligatorietà per abbonamenti e biglietti in trasferta. E nessun vincolo con capziosi circuiti di credito al consumo. Perché è semplice, gratuita, indolore. Si mettano subito l’animo in pace Tar, Antitrust e Garante della Privacy, non dovranno deliberare accertamenti né correttivi: il rugby non è il football, c’è il terzo tempo e i tifosi non sono al microchip, con servizi bancari venduti per colorita passione di curva e tribuna.

Autonomamente, senza scomodare l’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive, la Federazione Italiana Rugby ha creato il fan-club Azzurro XV+ con omonima fidelity card, strumento (facoltativo) per fidelizzare i rugbisti in una comunità d’intenti a palla ovale. In sostanza, un restyling della tessera del tifoso: “vuol rappresentare – dicono i promotori – la moltitudine dei tifosi, il sedicesimo giocatore che, dagli spalti, col proprio incitamento, contribuisce allo sforzo dei quindici in campo, unendo giocatori e tifosi di tutto il Paese”. Se la vuoi, la sottoscrivi, altrimenti niente. E fa lo stesso. Perché allo stadio, sempre se vuoi, c’entri comunque, in ogni settore, senza barriere, né gabbie: è la sintesi più facile (e felice) tra liberismo, etica sportiva e libertarismo.

La carta Azzurro XV+ funziona sul canale Listicket (Lottomatica, anche on-line) già per le sfide agli All Blacks della Nuova Zelanda (stadio Olimpico a novembre) e del 6 Nazioni (sempre a Roma, nel 2013 contro Francia, Galles e Irlanda). Previste azioni di comunicazione e marketing (priorità e agevolazioni su biglietti, merchandising e alberghi) con accesso nell’area ospitalità per brindare (a birra) nel third time. In pratica, una carta fedeltà simile alle membership dei football club di Premier inglese e Liga spagnola (cioè senza finalità di ordine pubblico e interposizione del Ministero). E per questo, lontanissima dalla nostrana tessera del tifoso di calcio. (…)
Altro che governance di sistema: il calcio (italiano) è lontano pure dalla cultura inclusiva e partecipativa del rugby (italiano), dove tutto è più naturale, vero e spontaneo. E dove persino i giocatori, lontani dall’abbaglio star system, senza temerlo cercano il contatto con avversari e tifosi, sia in campo, che dentro e fuori gli spalti. Perché “chi gioca in prima linea (dice il motto), si guadagna un posto in paradiso“.

Tonni a Il Grillotalpa: “Ci hanno voluto far fuori”. E Viadana presenta ricorso contro l’esclusione dal Pro12

“Di errori ne abbiamo fatti, certo. Ne ho fatti personalmente, non mi tiro certo indietro. Però diciamo che eravamo in compagnia di chi oggi passa come un salvatore”. Franco Tonni  degli Aironi era il direttore sportivo e in questa intervista rilasciata a Il Grillotalpa si sbottona e dice la sua: “Quando sono iniziati i veri problemi? No, non quando MPS se ne va, come pensano in molti. Le cose sono iniziate a crollare quando il presidente Melegari è andato a chiedere aiuto alla FIR. Se fossimo rimasti zitti fino a maggio oggi le cose sarebbero molto diverse. Avrebbero magari sbuffato, ma tutto sarebbe andato a posto. Il debito vero lo stanno creando ora. Hanno voluto ammazzare gli Aironi”.
L’impressione che ho avuto, almeno da un certo punto in poi, è che si sia deciso di pilotare la crisi verso questo sbocco.
“E’ la verità. Avevamo dei problemi, sì, ma nulla di insormontabile. Leggo certe cifre sui nostri debiti  che sono fantasiose. E poi debiti, bisogna chiarirsi: se un socio decide autonomamente di andarsene quello non è un debito, non avevamo l’obbligo di ridare le quote versate. Se poi uno lo vuole definire debito, allora è un’altra storia”.
Capitolo stipendi, si mormora che siano stati pagati fino a marzo…
“Certo, ci hanno buttato fuori il 6 di aprile. E’ chiaro che aprile, maggio e giugno non sono stati pagati, ma lo saranno. Noi abbiamo fatto un accordo con i giocatori che in caso di difficoltà economiche gli ultimi stipendi sarebbero stati pagati spalmandoli su più mesi, mi pare fino al 15 ottobre o 15 novembre, ora non ricordo. Tanto è vero che nessuno si è rivolto alla federazione per lamentare il mancato pagamento. L’accordo l’abbiamo fatto con la GIRA e l’avvocato D’Amelio era molto soddisfatto”.
Parliamo dei rapporti con la FIR e della famosa fideiussione
“Parliamone. Il controllo sulla fideiussione chi l’ha fatto? La FIR prima e la Deloitte per conto del board celtico poi. La fideiussione era a regola ed escutibile. Certo il presidente Melegari non ne ha fatto un casus belli, ma quello è un altro discorso…
La FIR, che dire. In fretta e furia ci hanno buttato fuori e in fretta e furia ci voleva riportare dentro. Credo che ci si poca serenità e lungimiranza, ma vorrei che una cosa fosse chiara: tutta questa vicenda non è imputabile, almeno inizialmente, nella volontà di Dondi. Sono persone a lui molto vicine, vicinissime, che hanno spinto per questo tipo di soluzione, è stata una forzatura di alcune persone. Non dico altro”.
Una delle accuse che vi vengono rivolte è di aver accettato contratti troppo onerosi per giocatori non più di primo pelo
“Chi ci critica dovrebbe avere la possibilità di leggere il capitolato. Si, abbiamo agito con troppo zelo. Io ho agito con una dedizione fuoriluogo, seguendo però delle precise indicazioni  da parte della FIR e di Dondi. Per entrare in Celtic League il board ha fatto delle richieste alla federazione, che ha girato alle realtà che sarebbero poi state coinvolte. Il primo giocatore che abbiamo messo praticamente sotto contratto, un preaccordo più che altro, è stato Marco Bortolami. Sai quando è successo? Novembre 2009, prima di Italia-All Blacks, molto prima che l’ingresso dell’Italia tra i celti venisse ufficializzato. E chi ci chiedeva di fare di tutto per riportare al di qua delle Alpi il maggior numero possibile di giocatori? La federazione, perché sapevano che questo avrebbe facilitato il via libera del board internazionale. E’ stato un concorso di colpe. Ma certe cose devo dirle: prendete la mia storia professionale e non troverete mai un contratto triennale. Mai. Io non li facevo, ma qualcuno me lo ha chiesto. Il primo anno ho buttato giù un sacco di rospi: chiedevo ai miei referenti federali se erano davvero sicuri di quello che facevano e loro mi dicevano di sì. Salvo poi lamentarsi un anno dopo.  Come nel caso di Sole e Robertson, che sono due ragazzi a cui voglio un sacco di bene, intendiamoci. E poi…”
E poi?
“C’è stato il caso Gower. Aveva un sacco di problemi alle ginocchia ma volevano che lo prendessi. Un contratto da 240mila euro. Io ho detto di no, ne avevo abbastanza e quella roba lì non l’avrei fatta. E Gower non arrivò”.
Dopo Bortolami a chi toccò?
“A Carlos Nieto. Era primavera e trovai l’accordo con lui e con i Saracens, ma all’ultimo non se ne fece nulla perché a Londra avevano avuto una serie di infortuni e Nieto aveva ancora un anno di contratto con loro. Si scusarono ma il giocatore doveva rimanere in Inghilterra. Capita. Allora ho preso Aguero e Perugini. O forse prima Totò, non ricordo…
Comunque tutti i contratti più onerosi sono stati formalizzati dalla FIR, a sbagliare eravamo in due. Io parlavo con gli agenti dei giocatori assieme a Checchinato in rappresentanza della FIR. Se non avessero voluto farli quei contratti lo avrebbero detto. O no?”
Si parla di un contratto molto oneroso per Tyson Keats
“Ho letto. Due cose da dire: stiamo parlando di uno che comunque aveva giocato con Crusaders e Hurricanes. E le cifre circolate (180mila euro lordi) riguardavano i due anni di contratto, non uno. Non pochi soldi, lo so, ma un buon mediano di mischia quanto credete che costi?”.
Farete l’Eccellenza?
“Non credo, non c’è una grande volontà, anzi… Nella vita si vince e si perde, ma quando ti accorgi che c’è un disegno per farti fuori… Deciderà il presidente, ma siamo molto arrabbiati, molto”.
In conclusione…
“Ce l’avremmo fatta. Avremmo dovuto stringere la cinghia, risistemare il piano economico, avremmo ridotto il nostro budget, ma lo avremmo portato al punto in cui io volevo portarlo sin dal primo anno. Sarebbe stato un budget ridotto, molto semplice e lineare, ma totalmente coperto. Non hanno voluto, non ce lo hanno fatto fare”.

Questa la mia chiacchierata con Franco Tonni. Tutto qua? No, perché da Viadana arrivano rumors di un ricorso presentato alla FIR per impugnare l’esclusione dal torneo celtico. Il ricorso sarebbe stato inviato sabato. Nulla di ufficiale, ancora. Probabilmente è arrivato sui tavoli della federazione già ieri. Estate calda, caldissima…

Finale di Heineken Cup, diario di una giornata immersi nella Storia

Fabrizio Blandi ha un blog davvero particolare e molto bello. E ha pure una qualità rara: scrive molto bene. Fabrizio sabato era a Londra per la finale di Heineken Cup. Questo è il suo racconto:

Londra è abbastanza grande perché anche un evento come la Heineken Cup possa restare solo una partita di rugby. Nell’immenso insieme di blocks identici a gruppi che squadrano le strade della capitale dell’Impero, le storie di Twickenham nell’anno dell’Olimpiade sono come le rane nello stagno. Però, che stagno.

Il Twickenham Stadium è fatto per stupire e per far riflettere. Rispetto anche al più grande dei giocatori, la grandissima struttura in metallo e cemento armato (di per sé non il massimo dell’eleganza) è imponente, preponderante e annulla – o vorrebbe farlo – ogni velleità umana di grandezza. Anche questo è il rugby e questo ricordano anche le statue di bronzo che immortalano pose plastiche attorno al grande protagonista, l’ovale, l’unica forma che conta. In ogni caso, rispetto al leggendario e fantomatico William Webb Ellis, il divino Brian O’Driscoll è solo un altro giocatore, un accolito – magari tra i più zelanti – di un culto che va al di là della consacrazione del singolo. Twickenham è oltre le storie dei singoli giocatori, è semmai il loro grande orecchio di risonanza. È quell’atmosfera surreale e frizzante che si respira tutto intorno e dentro esso. Se ami il rugby, quello è il tuo posto e poco importa che tu sia probabilmente lo spettatore che venga da più lontano, con inglesi ed irlandesi che chiedono curiosi se in Sicilia si giochi a rugby – “Iron Team RFC? Do you mean Aironi?” – in quel momento sei parte di un rito, di un “atto di amore” verso una disciplina, di una comunità che si federa intorno alla condivisione di una passione.

Si entra finalmente a Twickenham dopo una lunga salita, ascoltando idiomi diversi, con sfumature di accento ancora più diverse, ed è come affacciarsi su un grande balcone che dà sull’infinito. Il campo verde come poche volte è capitato di vedere (per quanto il Millennium Stadium sia ancora meglio da questo punto di vista), i pali bianchi imponenti, l’odore del rugby che conta, come se avesse un odore riconoscibile, che forse è quello dell’erba fresca che tra poco sarà calpestata dai protagonisti di questa giornata e un po’ è l’odore di tutta quest’umanità varia, che respira di birra, traspira del sintetico delle magliette, si accompagna con gli effluvi della carne arrosto o con quello più dolciastro degli hot dog con le loro salse. Fare amicizia tra gli spalti, allora, è normale, anche perché è facile riconoscere quattro italiani in mezzo a tanti inglesi, dato che sono gli unici che si muovono, urlano, cantano e ridono come gli altri fanno solo quando sono già molto ubriachi e ben presto si diventa il centro delle attenzioni. Tra tre ordini di gradinate è tutto uno scambio di doni che farebbe diventare matto il miglior Malinowsky, tra bicchieri di birre alla spina e passaggi di tabacco da naso che a noi, neofiti dell’arte, fa restare con facce sempre più strane. Per certi versi, la vera partita è tra gli spalti, tra tutte queste esperienze diverse che si incontrano, ridono e si confrontano insieme. Poi finalmente è il campo a parlare. Davide contro Golia? Forse, anzi sì, e lo si vede già dagli spalti, dove il blu è presenza preponderante e prepotente e il bianco si lascia relegare in un benché ampio lato. Per un tempo Davide sembrava potercela davvero fare, esprimendo un gioco che, al di là dei molti errori e forse di un’organizzazione generale meno oliata, era sicuramente più gradevole, ma i Dublinesi hanno fatto vedere cosa significa essere i campioni in carica e favoriti. Sornioni, senza mai davvero rischiare, hanno lasciato sfogare l’avversario, per poi colpirlo una prima volta, cosa che attenua il caloroso pubblico nordirlandese, e poi cerca di affondare il colpo della tranquillità, trovandolo senza troppe difficoltà prima della fine del primo tempo. Con undici punti di vantaggio, sebbene Ulster sembri di poter tenere botta, è facile immaginare che il Leinster amministrerà il secondo tempo. Senza mai davvero spingere troppo, così, la squadra campione difende, ruba, fa cambi di fronte, gioca con tranquillità e permette anche ai bianchi di infiammarsi nuovamente, per spegnere poi definitivamente ogni ardore con la quarta e la quinta meta. Recriminazioni? Delusione? Nessuna. Le parole che più frequentemente si sentono dal lato di Belfast sono – “they deserved it” – l’hanno meritata. Alla fine, come sempre, è il rugby che ha vinto ed è ancora più curioso come tra gli spalti ci si complimenti a vicenda, quasi che siano stati i tifosi stessi a giocare la partita, cosa che in un certo senso è vera. È una performance collettiva, che investe ogni singolo presente e lo trasforma in attore.

All’uscita c’è ancora il tempo per fare nuove e brevi conoscenze attorno ad un pallone che, lanciato in aria a mo’ di up & under, condensa un numero sempre maggiore di persone, fino a quando, come ai tempi dei calzoni corti, il proprietario della palla non deve andare. Lasciamo Twickenham esausti, felici, con gli occhi brillanti della nostra prima volta in uno dei grandi templi del rugby. La festa impazza e risuona anche da lontano e per molto tempo ancora. Per strada, riconoscendosi per i colori sulla faccia, ci si saluta come partigiani e fratelli, avendo fatto parte di un altro piccolo grande miracolo nell’immensa Londra.

Test-match nelle Americhe: come comprare i biglietti per Pumas, Canada e USA

Tra meno di un mese gli azzuri inizieranno il tour estivo che li porterà a giocare tre partite lungo tutto il continente americano. La prima il 9 giugno a San Juan in Argentina, poi trasferimento in Canada, a Toronto. Qui il 15 giugno è in programma la sfida ai padroni di casa. Infine il 23 giugno a Houston contro gli USA.
Un viaggio tanto bello quanto impegnativo per le tasche e le possibilità dei tifosi azzurri. Ad ogni modo, per i fortunati che hanno una mezza idea di esserci, vi lascio i link dove acquistare i biglietti.
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